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	<title>TRONTIANA Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>TRONTIANA Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>Tronti: Ripartire dall’alto</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Sep 2024 15:06:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>FONTE: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/ripartire-dall-alto Venerdì 22 aprile 2016, alla mediateca Gateway di Bologna, si è svolta un’intensa e articolata giornata seminariale con Mario Tronti. Per la prima volta pubblichiamo la trascrizione della sua relazione, rimasta finora inedita. Era da poco uscito Dello spirito libero (il Saggiatore, 2015), libro di straordinaria ricchezza e radicalità, che offre molteplici spunti [&#8230;]</p>
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<p>FONTE: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/ripartire-dall-alto</p>



<p><em>Venerdì 22 aprile 2016, alla mediateca Gateway di Bologna, si è svolta un’intensa e articolata giornata seminariale con Mario Tronti. Per la prima volta pubblichiamo la trascrizione della sua relazione, rimasta finora inedita. Era da poco uscito </em>Dello spirito libero <em>(il Saggiatore, 2015), libro di straordinaria ricchezza e radicalità, che offre molteplici spunti di discussione, decisive tesi e ipotesi di ricerca teorico-politica. Il seminario ha focalizzato in particolare tre grandi questioni: la critica del moderno, della democrazia e della tecnica. Qui Tronti affonda la lama politica del suo pensiero, ancora una volta senza lacrime per le rose. Perché, come scrive nel libro, «il pensiero è nemico mortale dell’opinione. L’opinione, infatti, lo odia. Arriva, ma lo devi meritare per averlo, uno stato d’eccezione del discorso, dove sovrano è chi pensa. Poi, dopo il lampo abbagliante, devi di nuovo abituarti alla normalità grigia o oscura».</em></p>



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<div style="height:53px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p id="viewer-6povn"><strong>Per la critica del moderno</strong></p>



<p id="viewer-fdsii">Il libro è di frammenti, è molto scomposto nella sua articolazione, quindi ognuno ci trova qual è il suo problema. Credo sia giusto così, perché un libro deve suscitare problemi, non deve tanto risolverli. Deve richiamare i problemi che hanno in corpo e nella testa le persone che leggono, soprattutto le persone impegnate in questa forma anomala di amicizia. Amicizia è un termine ambiguo, è molto esposto alla pappa del cuore. Oggi in particolare vediamo che tutti sono amici di tutti, poi c’è il pianto quotidiano su quella parte di mondo che sembra emarginata, sottoposto a maggiori violenze. Invece, quando si dà una declinazione politica dell’amicizia in quanto autoriconoscersi dentro un orizzonte di contrasto al mondo così com’è, ecco, quello è il vero tipo di amicizia che ci interessa e bisogna coltivare, allargare, approfondire.</p>



<p id="viewer-ai1jh">All’interno di questa amicizia possono esservi anche sensibilità e pensieri diversi, perché secondo me oggi non basta più questo declinare il contro. C’è una richiesta di capire concretamente cosa e come si fa, è una domanda che mi viene rivolta giustamente e correttamente. Intanto, bisogna individuare di volta in volta il nemico. C’è il nemico generale, che per chi viene dall’esperienza che abbiamo fatto lungamente a partire dall’operaismo è la forma di capitale. Una cosa che oggi è in discussione è: ma è ancora quello il nemico? All’interno di questa forma di amicizia politica questo è chiaro, appena si esce un passo fuori non è più chiaro, si pensa che non ci sia più. Questo discorso corre il rischio di essere catalogato come passatista, quello degli ultimi giapponesi che combattono una guerra che non c’è più.</p>



<p id="viewer-7jg5o">Affrontiamo ora il tema modernità e capitalismo. Mi sono inventato una cosa che naturalmente non ha convinto nessuno e non convince nessuno, va sempre messo nel conto. Io mi muovo su un terreno molto scivoloso e ambiguo, perché bisogna mettere sotto accusa la modernità, però senza cadere nella polemica e nella critica anti-moderna. Io dico spesso: non anti-moderno, ma critica del moderno. Assumendo il moderno come luogo anche nostro. La dimensione anti-modernistica è sempre stata reazionaria, non solo conservatrice, è il tentativo di ritorno indietro. Quindi, bisogna sempre stare attenti a non dare spazio a questo anti-modernismo. L’invenzione del libro è dividere il moderno stesso tra vecchio e nuovo. E poi, quando comincia la modernità? Questo è un altro tema di riflessione. Cominciamo con l’affermare che c’è un’antichità del moderno. È la prima modernità, con la produzione di questa nuova forma di essere umano. C’erano già dei precedenti, nella Grecia antica, nel paganesimo antico, poi declinati diversamente nel cristianesimo. C’è un moderno che scavalca indietro quello che ci hanno insegnato a scuola, il moderno che cominciava nel Cinquecento, con l’umanesimo e il rinascimento. Comunque, i primi secoli del moderno, quelli che collidono cronologicamente, dal Quattrocento fino alla metà del Seicento, sono quell’antichità del moderno che andrebbe ripresa. Perché il progetto moderno, dell’essere umano autoconsapevole di sé, autonomo nel suo pensiero, nella sua concezione e agire nel mondo, è anche nostro. C’è poi l’occupazione del capitalismo sul moderno. È questo ciò che lascia molti perplessi. Bisogna giocare molto su questa doppia cosa.</p>



<p id="viewer-1q399">In cosa consiste il fallimento del progetto moderno? Questa è l’idea di fondo del concetto di spirito libero: l’essere umano autonomo e libero, che era appunto il progetto del moderno, è stato contraddetto proprio dallo sviluppo capitalistico della modernità. È stato contraddetto dalla forma borghese che ha preso l’antropologia generale. Quella borghese è una forma di falsa libertà e autonomia, che va messa sotto critica proprio in questo senso. In quanto borghesi, non si può essere liberi. Perché essere borghesi è già una forma di servitù. C’è il passaggio dalla servitù degli antichi alla servitù dei moderni, in La Boétie, significa questo. Cosa vuol dire forma borghese dell’uomo? Vuol dire appartenere a questo mondo di rapporti sociali, economici, finanziari, comunicativi. A un mondo che quanto più si fa complesso, tanto più spariscono le contraddizioni fondamentali. Questo è il vero progetto della modernità capitalistica, non l’affermazione dell’uomo libero nello spirito. E più si andava avanti, più la contraddizione fondamentale scompariva. La cosa è andata avanti non solo ideologicamente, ma anche materialisticamente.</p>



<p id="viewer-3s8hm">Io sostengo una tesi, che è un lascito dell’esperienza operaista: per sconfiggere la classe operaia, il capitalismo ha dovuto superare la sua fase industrialistica. Il passaggio che è stato narrato ed elaborato da tutti come post-industriale, di finanziarizzazione del capitalismo e immaterialità del lavoro, è stato compiuto perché scomparisse quella contraddizione fondamentale. Non è accaduto per leggi economicamente oggettive, ma per una volontà politica di superare la minaccia operaia. L’eliminazione della minaccia operaia dalla seconda metà del Novecento in poi, è stata un progetto portato avanti dalle classi dominanti, e ha avuto grande successo. Tutto il resto sta lì dentro.</p>



<p id="viewer-fm43j">In fondo, anche la chiusura dell’esperimento di costruzione del socialismo sta lì dentro, è molto organico a questo passaggio. Finché c’era, quella forma di socialismo accennava ancora a una contraddizione frontale. Operai e capitale avevano come controparte, a livello geopolitico, il rapporto di opposizione tra capitalismo e socialismo. Le due cose cadono insieme. La fine della contraddizione fondamentale operaia dentro il capitalismo e il crollo del socialismo sono due episodi che si intrecciano perfettamente. Questo ha provocato la vittoria loro e la sconfitta nostra. È stato un passaggio di una potenza storica eccezionale. Abbiamo visto la debolezza delle nostre armi, la fragilità del nostro armamentario non solo ideologico, anche teorico e pratico. Lì nasce il problema che c’è nel libro: vedere perché ciò era già implicito in quella forma di costruzione del socialismo, che non poteva che portare al suo fallimento, è un discorso che andrebbe elaborato se ci fossero delle generazioni di militanti teorici che si occupano di questi problemi, ripercorrendo tutta la fase di costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Non se ne sa niente, tutta quell’esperienza è stata messa tra parentesi. Lì ci sono invece da capire molte cose, io non ho tempo, però se fossi giovane mi metterei a scrivere una biografia di Stalin, del passaggio tra Lenin e Stalin.</p>



<p id="viewer-9774a">C’è il problema di come nominare questa forma sociale che abbiamo di fronte. Io dico spesso contrasto a questo mondo, che si regge su vari piani. Un problema è: possiamo nominarlo ancora come capitalismo? Oppure è necessaria una definizione diversa? Io penso che siamo ancora dentro questa forma, che viene negata non direttamente ma indirettamente, ambiguamente. Tutti cercano di definire le cose con etichette di successo, che poi si ripetono giornalisticamente, come la società liquida, che non mi pare proprio una definizione scientifica.</p>



<p id="viewer-9h7sl">Io ho una tesi, che ricavo da alcune suggestioni schmittiane: il rapporto tra classe operaia e capitale è un rapporto tra terra e mare. Il capitale è mare, e quando dicono società liquida hanno in mente questo. La classe operaia è terra, gli operai vengono dal mondo contadino, sono i contadini che sono entrati in fabbrica. Dal punto di vista geopolitico c’è una grossa emergenza che si può riconoscere nell’Eurasia. Paul Valéry l’ha detto, l’Europa è un piccolo promontorio dell’Asia. Questa è tutta terra: se partite dall’Europa e andate verso la Cina attraverso la Russia, è tutta terra. Se andate dall’altra parte cadete in acqua, nell’Atlantico. Lì c’è l’altro mondo, quello è il mondo vero del capitale. Se io posso individuare un nemico, è il mondo anglosassone. Quella cosa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, oggi pure l’Australia. Poi si ripete anche dentro le Americhe: c’è un Sudamerica che è tutta terra, non a caso sono luoghi di insorgenza.</p>



<p id="viewer-e2kg2">L’altra suggestione è questa: la classe operaia è storia lunga. Proprio perché gli operai vengono dal mondo contadino e dalla terra, hanno dietro di sé secoli e millenni di storia. Il capitale vince con le scoperte geografiche, quando cominciano a mandare le caravelle per l’Atlantico, lì comincia la loro egemonia. Ma noi abbiamo più storia del nostro nemico. Siamo più legittimati dalla storia lunga, anche se poi la storia breve ci ha tagliato le gambe. Questo è il paradosso. Ecco perché nel libro c’è sempre la questione della lunga durata della storia. Bisogna comunque durare. Quella critica volta sempre al socialismo realizzato, che non è riuscito a durare, che bisognava far durare.</p>



<p id="viewer-328e">Ci sono frasi del libro che nessuno cita, sembrano delle boutade e invece sono il frutto di una lunga elaborazione. Sono le cose che fanno saltare sulla sedia gli amici progressisti e della sinistra, come il passaggio che dice: quando c’è stata la crisi del socialismo e dell’Unione Sovietica, ci voleva Bismarck e invece c’è stato Eltsin. È la disgrazia che è capitata al socialismo e al movimento operaio di avere un Gorbačëv, un liquidatore di tutta l’esperienza; lì bisognava tenere. Io faccio sempre l’esempio contrario, la grande lezione che ci dà la Chiesa cattolica: sta lì da duemila anni, ne ha passate di tutti i colori e stanno tranquilli, altro che i gulag. Bisogna stare lì e non spostarsi. Il problema delle istituzioni è anche questo: ci vogliono istituzioni che tengano la durata, perché sulla durata poi si decide tutto il resto.</p>



<p id="viewer-ak2eo">Questa idea della storia lunga si collega molto al tema della memoria. Il libro è una sorta di apologia della memoria. Poi non viene letto nel modo giusto. C’è quella scoperta di Warburg, che io ritengo essenziale, una delle cose che più mi ha dato spunti in questi ultimi anni, cioè la ricostruzione anche soggettiva della memoria. È anche una memoria culturale, che bisogna tenere ferma. La storia delle lotte di classe è una storia lunga, andrebbe ricostruita passo per passo. Quel famoso punto di vista che abbiamo elaborato a partire da «Classe operaia» dietro aveva una lunga storia di classe e il suo sbocco nelle lotte operaie, il grande salto di autoconsapevolezza e autocoscienza. Però non bisogna mai dimenticare che dietro c’era tutto quello. Allora, per rafforzare la presenza di questo punto di vista oggi nel mondo, difficile da tenere, convincere, presentare anche, bisogna porsi la questione se c’è qualcuno che si sente erede di quella storia che parte dalla rivolta degli schiavi di Spartaco (alcuni dei rivoluzionari del movimento operaio si chiamavano non a caso spartachisti), passa per le guerre dei contadini in Germania con Thomas Müntzer, poi il maledetto giugno del 1848, i comunardi, i bolscevichi. C’è tutto un filo di storia, che arriva all’irruzione della classe operaia, gli eredi di questa tradizione che rovesciano l’idea di classe subalterna. La classe operaia è la classe che non riconosce più la propria subalternità e si pone potenzialmente non solo come classe dirigente ma come classe dominante, e fa fare un salto straordinario a quella storia. Quindi, questa memoria va coltivata, raccontata, narrata. Perché viene taciuta, messa ai margini. Penso che avrebbe anche una suggestione formativa per le nuove generazioni. È un compito che ci dobbiamo porre, come interpreti di questa storia.</p>



<p id="viewer-f73j8">Lì si pone un grande problema. Questa soggettività, arrivata al culmine come classe dominante, che tenta la spallata, conquista il potere, si fa non solo partito ma anche Stato, era senza dubbio una soggettività rivoluzionaria. Qual è oggi la soggettività rivoluzionaria in campo? Bel problema. Io non ho francamente risposte in positivo, né le cerco surrettiziamente, ideologicamente, perché non serve far finta che ci sia già una soggettività rivoluzionaria solo da animare per farla emergere. Questa moltitudine è un fantasma che si aggira non so dove, in Europa sicuramente no. Bisogna fare, soprattutto voi che partecipate attivamente a queste esperienze, un’autocritica dei movimenti. Mi guardo in giro e mi dico: con quello che sta succedendo, soprattutto in Europa e qui da noi, quanti motivi di rivolta ci sarebbero. È impressionante il silenzio dei movimenti oggi. Ogni tanto esce fuori una fiammata, ad esempio per una riforma scolastica, ma sempre per ragioni futili, almeno dal nostro punto di vista. Poi si spegne ancora prima di essersi accesa. Anche queste nuove forme di lavoro «immateriale» che dovrebbero produrre un’aggregazione neo-rivoluzionaria, non si vedono. Secondo me, voi avete davanti tempi molto lunghi. Non c’è una forzatura immediata da compiere. Se fosse così sarebbe più semplice, entreremmo tutti in campo con facilità. Bisogna elaborare tutta la fase, capire come si può sviluppare.</p>



<p id="viewer-nhp1">Sicuramente non viviamo in un mondo tranquillo, stabilizzato. La stabilizzazione è stata tentata, è stata in parte raggiunta, ma poi intervengono sempre contraddizioni interne al campo del nemico che rimettono in gioco tutti gli equilibri. Lì bisogna intervenire per capire quali sono le contraddizioni, quali sono quelle che possono esplodere di più, a breve, medio e lungo termine, fare una mappa delle contraddizioni. Perché si può intervenire soltanto sulle contraddizioni. Il conflitto non si può organizzare a tavolino, bisogna vedere dove sta il punto e lì devi intervenire anche nella contingenza, cercando di sviluppare quella contraddizione fino a farla esplodere. Naturalmente c’è una grande difficoltà. Oggi le minoranze esistono ma non sono nemmeno organizzate. C’è una maggioranza sovrastante, che domina il senso comune. Il tentativo <em>Dello spirito libero </em>è di allargare il campo, uscire dalla stretta. Sto cercando una via di fuga da un complesso molto forte e rigido di difficoltà. In quanto rivoluzionari noi siamo intrappolati nel sistema; dobbiamo cercare come uscirne. Questa è la prima cosa. Allora, allargandolo, il discorso può avere delle conseguenze positive.</p>



<p id="viewer-c0cgp">Nel suo volume <em>Elogio della militanza </em>Gigi Roggero ha usato un’espressione che faccio mia: dice testa nuova e cuore antico. È una cosa da tenere. Vuol dire che i pensieri devono essere nuovi, anche il vecchio marxismo fa acqua: non siamo di quelli che liquidano il vecchio Marx, ma non sta tutto lì dentro. Negli anni Sessanta, quando abbiamo fatto l’esperienza operaista, abbiamo pensato che dentro Marx ci fosse tutto quello di cui avevamo bisogno, l’apparato teorico, analitico, prospettico. Abbiamo cercato di spostarlo all’interno, ritrovando il Marx critico dell’economia politica. Oggi noi dobbiamo constatare che anche quel vestito è troppo stretto, va ampliato. Quindi, pensieri nuovi ci vogliono, anche con nuove interlocuzioni. Però, che cos’è cuore antico? È un sentire antico. Il pensare nuovo e il sentire antico. Quello che a me fa più paura è il sentire nuovo, perché è subalterno, è il nuovismo, è l’idea che tutto il nuovo è positivo. È tipico della maggioranza della sinistra, che si chiama non a caso progressista, vuol dire appunto che tutto ciò che avviene di nuovo è positivo e va assunto; e questa forma di subalternità al nuovo è parte anche della sinistra più radicale.</p>



<p id="viewer-24m0e">Io mi sono liberato dal paradigma progressista. Ho dovuto faticare per uscirne, ci sono riuscito praticando il pensiero grande conservatore. Perché loro facevano la stessa cosa che voglio fare io, la critica di questo mondo forte, violenta, decisiva. Quando i teorici della restaurazione fanno critica della rivoluzione francese, bene, io me li prendo tutti, perché la critica della rivoluzione francese è fondamentale per uscire dal paradigma progressista. La rivoluzione francese, l’illuminismo, il razionalismo, sono tutti nostri nemici: è il loro orizzonte, è il pensiero loro, non lo puoi usare diversamente, perché lo usano loro.</p>



<p id="viewer-eevl5"><strong>Per la critica della mentalità democratica</strong></p>



<p id="viewer-anlcu">Critica del moderno e critica della democrazia vanno a braccetto, stanno una dentro l’altra. La democrazia è un prodotto della modernità. Come per il concetto di politica, anche per il concetto di democrazia io non applico mai l’aggettivo moderna. È inutile che parliamo della democrazia dei greci e dell’agorà, sono cose che non c’entrano niente con noi. Questi di cui parliamo sono prodotti del moderno e quindi vanno sottoposti allo stesso tipo di critica. Io tengo molto allo <em>zur kritik </em>marxiano, per la critica. Il discorso per la critica della democrazia che faccio io è ancora molto insoddisfacente, nel senso che non mi pare di essere ancora arrivato dentro. È anche quello che convince di meno, c’è una resistenza oggettiva perché oggi la mentalità democratica è dogmatica, è senso comune intellettuale. Magari a chi vive nel basso della società non gliene importa niente, ma se si sale a livello intellettuale medio si trova lo scandalo: come si può criticare la democrazia? Qui c’è la reminiscenza delle esperienze totalitarie.</p>



<p id="viewer-aruci">A me è capitato di dire che il movimento operaio ha avuto due disgrazie: il fascismo e l’antifascismo. Noi non ci siamo resi conto il danno che nella teoria e nella pratica del movimento operaio ha provocato la mentalità antifascista. Io l’ho verificato nella pratica, frequentando la classe politica della sinistra, anche quella interna al Partito comunista, cioè quel ceto politico che si era formato nella lotta antifascista, nella Resistenza e dopo nella difesa della democrazia. Sono rimasti con l’ossessione che dietro l’angolo c’è sempre la soluzione autoritaria. È una cosa che non c’è più stata dopo il ’45, almeno qui in Europa. Quando la Terza Internazionale ha fatto la svolta, mettendo da parte il conflitto anticapitalista e dando priorità all’antifascismo, era una cosa giusta, perché in ogni fase bisogna sempre scegliere il nemico principale, quello da abbattere prima. Loro hanno capito che prima bisognava abbattere il nazi-fascismo, e poi riprendere il discorso dell’anticapitalismo. È accaduto però che avevano talmente acquisito una mentalità anti-totalitaria, perciò democratica, che poi non l’hanno più abbandonata. Il tema democratico l’avevano incorporato tutto, erano solo quello. Non riguardava semplicemente le divisioni interne, teneva insieme persone che nel partito si battevano su altri piani, la destra e la sinistra, Amendola e Ingrao, ma su questo punto la pensavano esattamente allo stesso modo. Quindi la costituzione democratica, la difesa della legalità. E si sono dimenticati che c’era la lotta di classe. A questo ha contribuito anche una parte degli anni Sessanta. Non so se avete scorto nel libro una cosa che porto avanti da parecchio, anche qui con grande incomprensione: la critica del Sessantotto. Era una lotta anti-autoritaria, contro l’autorità del padre, dello Stato, quindi oggettivamente democratica. Tutte queste cose hanno funzionato in un senso di forte stabilizzazione.</p>



<p id="viewer-8dvcs">Più che una critica della democrazia io faccio una critica dei sistemi democratici, delle democrazie contemporanee, ridotte al rito elettorale. Oggi qual è il problema della crisi della democrazia, nominata anche da chi non è anti-democratico? I due termini, il <em>démos</em> e il <em>krátos</em>, cioè il popolo e il potere, sono del tutto neutralizzati. In realtà non c’è più né <em>démos</em> né <em>krátos</em>. Non c’è più popolo perché è ridotto a massa generica, manovrata attraverso la cattura del consenso. E non c’è più nemmeno potere. C’è una polemica quotidiana per cui ogni tanto spuntano fuori i poteri forti, non si è mai capito cosa sono. Magari ci fossero i poteri forti, almeno sapremmo contro chi combattere. Magari ci fosse un potere visibile, questo invece è un potere invisibile.</p>



<p id="viewer-8gva3">Il capitalismo è un sistema veramente intelligente. Il movimento operaio nel suo sforzo teorico – in questo dobbiamo ringraziare Marx perché da lì è partito – era riuscito a costruire un’intelligenza quasi pari a quella del capitale. Marx è salito ai livelli dei grandi economisti classici, è salito ai livelli di Hegel, è salito a quell’altezza, contrapponendosi al punto di vista capitalistico. Infatti con la scomparsa del movimento operaio è rimasta l’intelligenza del capitale, un’intelligenza oggettiva, e non c’è mai una cabina di comando, non c’è mai il grande vecchio che dirige le cose. Se ci fosse sarebbe più chiaro, invece ci sono delle leggi, Marx parlava delle leggi di movimento: sono queste il vero potere forte, le leggi di movimento dell’economia, del mercato, della finanza, oggi si aggiungono le leggi oggettive della comunicazione. Queste leggi oggettive manovrano e agiscono politicamente. Quindi, noi abbiamo un’intelligenza oggettiva, altrettanto potente di quella che c’era prima, e manca invece l’intelligenza soggettiva, questa è la tragedia che stiamo vivendo. Siccome io penso che la politica sia fondamentalmente un rapporto di forza, oggi è del tutto squilibrato per questa ragione: da una parte c’è l’intelligenza, dall’altra c’è la miseria intellettuale, teorica, pratica.</p>



<p id="viewer-c3d38">Il problema della critica della democrazia mette in campo quella che per me è stata una scoperta recente, degli ultimi due decenni. Ho colto un buco antropologico, in Marx stesso e poi nel marxismo. Marx non ha fatto quello che invece genialmente avevano fatto gli economisti classici. Adam Smith, per arrivare alla sua teoria economica classica, era partito dalla teoria dei sentimenti morali. Prima di diventare un economista, Smith era stato un moralista. Aveva prima costruito una morale, cioè aveva una visione antropologica, sapeva che cos’era l’uomo. Non l’uomo in generale, ma l’uomo che stava nascendo allora, dal Settecento in poi. Aveva capito che stava venendo fuori un’altra figura di essere umano, appunto l’<em>homo œconomicus</em>, su cui poi ha costruito tutta la sua economia politica, sulla cui scia gli sono venuti dietro tutti. Marx ha sbagliato quando, facendo la critica a Smith, ha detto che aveva parlato dell’<em>homo œconomicus </em>in quanto uomo in generale, quindi aveva costruito un’ideologia: no, quella non era un’ideologia, era proprio una presa d’atto realistica della situazione. L’<em>homo œconomicus </em>non è la forma eterna dell’essere umano, ma è la forma moderna dell’essere umano; è la forma in cui è venuto fuori dentro le strutture del capitalismo e dentro la forma umana borghese, che ha supportato le strutture del capitalismo. Io insisto sulla critica del borghese, dovremmo riprenderla. Nel libro dico che l’operaio massa non c’è più, ma c’è il borghese massa. La figura dell’<em>homo œconomicus </em>si è talmente generalizzata che ha preso l’intera umanità contemporanea. Siamo tutti borghesi. E noi pochi che ci opponiamo, dobbiamo partire da questa consapevolezza. L’antropologia e la ricerca antropologica moderna sono state molto forti, realistiche, noi la configuriamo attorno a questa figura dell’<em>homo œconomicus</em>.</p>



<p id="viewer-ege2k">Quello che io sento molto forte, che coltivo e applico, è un’antropologia pessimistica. Perché il progressismo democratico non funziona dal punto di vista dell’alternatività, dell’antagonismo, perché è tutto dentro la forma del sistema attuale? Perché ha l’illusione che ci sia l’uomo buono in un sistema cattivo. Più andate verso sinistra, più vedete crescere l’ottimismo sull’uomo. Quindi bisogna dare la parola ai cittadini, far parlare i cittadini, farli partecipare. Ma voi li conoscete questi cittadini, li avete visti in faccia, ma siete impazziti? Quando dicono che bisogna dare il voto ai sedicenni, io porterei al contrario la soglia a 25 anni, lasciamo che acquisiscano la consapevolezza del mondo. Questo discorso antropologico andrebbe ben coltivato.</p>



<p id="viewer-fqg8c">A un certo punto, nella pratica politica, ho cominciato a predicare una cosa. Noi viviamo in un assetto sia istituzionale che ideologico, che si può definire liberaldemocratico. L’evoluzione istituzionale delle forme politiche recenti, moderne, è passata dal vecchio Stato liberale al nuovo Stato democratico. È stato visto come un grande progresso. In realtà lo Stato democratico non ha superato lo Stato liberale, lo ha incorporato in sé. La situazione di oggi è la fusione di liberalismo e democrazia. La vera mentalità democratica è liberaldemocratica. Quelli che coltivano la mentalità democratica sono gli stessi che vorrebbero una società più libera, che vorrebbero dare più libertà alle forze spontanee del mercato. È cioè una mentalità liberale e anche un po’ liberistica. C’era un’opzione politica da parte della sinistra ­­– parola che faccio sempre più fatica a nominare, perché non dice più niente, bisognerebbe inventare qualche altra cosa, non mi riconosco in una cosa che si chiama sinistra. Comunque, un’operazione che si poteva fare era inserire un cuneo nel liberaldemocraticismo separando libertà e democrazia.</p>



<p id="viewer-elvna">Nel libro c’è una critica alla democrazia, ma una forte ripresa del tema della libertà. La democrazia è organica a quella struttura oggettiva e sistema intelligente, perché presuppone una massificazione e un’omologazione. Nella soluzione liberaldemocratica quello che era l’individuo liberale diventa un individuo massa, è questa la figura. Noi viviamo in un mondo in cui tutti la pensano allo stesso modo. Io lo chiamo senso comune intellettuale di massa. È un senso comune che scende da questa fascia intermedia disastrosa di intellettualità, oggi cresciuta molto, il cosiddetto ceto medio riflessivo, quello che fa veramente opinione, e arriva alla massa più bassa del popolo. Quella è una concezione che deriva dal processo di massificazione. Rivendicazione della libertà è rivendicazione di una sfera che non può essere né aggredita né occupata dal di fuori. Molto spesso si dice che questo sistema oggettivo di potere è esclusivo, esclude. No, è inclusivo: la forza di questo potere è l’inclusione. È una potenza enorme, loro prendono tutto, non c’è niente che rimanga fuori, vogliono tutto dentro. È il tema dell’immanenza: la liberaldemocrazia è un sistema oggettivo di potere immanente, sta tutto dentro. Sbaglia Toni Negri, il fuori non c’è più, tutto viene inglobato.</p>



<p id="viewer-4fr2b">Allora, ciò che nel libro ha creato maggiori perplessità, anche tra gli amici più cari, è il tema della spriritualità, dello spirito libero. Sembra un cedimento a una dimensione religiosa. Metto in conto la mia vocazione a un temperamento eremitico. Io sono un eremita lottatore, o un lottatore eremitico. Ho fatto sempre questo mestiere, ma senza mai precipitare al di là, nella dimensione religiosa di culto. Il tema della spiritualità è il tema della libertà. La cosa che può mettere in campo una resistenza è la spiritualità come interiorità. Io sento, sulla mia persona, che noi tutti i giorni siamo attaccati dall’esterno, appena giri per strada, appena accendi la televisione, è come un vento che cerca di penetrarti dentro. Allora devi avere delle difese. Questa forte interiorità, irriducibile e inattaccabile, è una potenza di difesa enorme, che consiglio a tutti: coltivate quello che avete dentro, perché è l’unica cosa che può resistere a questa aggressione dall’esterno. Loro tentato di includere anche noi, ci vogliono prendere. Quando io dico non mi prenderete mai, marco questa cosa qui: voi dentro di me non avete spazio, non ci arriverete.</p>



<p id="viewer-c0mc4">Qualcuno ha letto questo libro come un manuale di resistenza, è il motivo per cui c’è questo tipo di letteratura, citazioni, esergo. Sono tutti motivi di formazione interiore per cercare di non farsi catturare. È molto importante, spirito libero vuol dire legare interiorità e libertà. Certo, c’è un limite che bisogna riconoscere: non è qualcosa di collettivo. È una ricerca che vale per ognuno di noi, ma non per noi tutti insieme per fare qualcosa. Non è detto che organizzando una nuova minoranza che abbia questa struttura non possa ripartire qualcosa, proporre cose alternative, chiamare a un nuovo tipo di conflitto e di lotta strati più consistenti che possano mettere in pericolo il nemico.</p>



<p id="viewer-tt4c"><strong>Per la critica della tecnica</strong></p>



<p id="viewer-8749k">È importante il tema della critica della tecnica, nel libro non è sviluppata. Il rapporto tecnica-scienza si è modificato ultimamente. Una volta la tecnica era al servizio della scienza, anche nella prima modernità che noi rivendichiamo la tecnica era in funzione delle scoperte scientifiche. Il tema oggi si è completamente rovesciato: la scienza è al servizio della tecnica, è la tecnica che comanda sulla scienza. La tecnica è un altro di quei meccanismi oggettivi che questo sistema è capace di utilizzare alla grande, è un’arma contundente fortissima. Anche qui vi è uno scivolamento da parte della mentalità della sinistra attuale. È vero che c’è una sorta di onnipotenza per cui si può fare tutto, tutto è lecito, ciò è tipico del politicamente corretto, vietato vietare. Non solo tutto si può fare, ma si deve fare tutto quello che è possibile. La manipolazione genetica della vita è un tratto fondamentale della contemporaneità. L’ho vissuto in parlamento nel dibattito assurdo sulle unioni civili, sono tutti schierati su queste cose. No, non tutti devono fare tutto. Qualsiasi desiderio diventa un diritto che rivendico e che mi deve essere dato. Se io voglio avere un figlio lo devo avere comunque, anche manipolando tutto il resto, artificializzando tutte le soluzioni naturali dell’uomo. C’è un pezzo di destra che si oppone, mentre la sinistra è tutta a schierata a favore. Paradossalmente più vai verso sinistra, più dicono che bisogna andare avanti su questa strada, non bisogna porre nessun limite. La coscienza del limite va invece posta.</p>



<p id="viewer-3rejp">La progressione tecnologica è un altro grande tema antropologico che a volte si incontra con discorsi che vengono dalla Chiesa e dalla dimensione religiosa. Questa accelerazione delle scoperte tecnologiche, sempre più forte e micidiale, mette in crisi i tempi umani della persona. Oggi vediamo che le persone non ce la fanno più a inseguire le scoperte tecnologiche, vengono una dopo l’altra, per cui il telefonino dopo un mese lo devi buttare perché ce n’è un altro con più funzioni. Ci sono i grandi personaggi che vanno per la maggiore, dalla Silicon Valley in poi, Zuckerberg e gli altri santoni miliardari. Ecco l’importanza della categoria paolina del <em>katéchon</em>, che dice di trattenere l’avvento dell’anticristo. L’avvento dell’anticristo oggi è proprio l’avvento illimitato della tecnica. Se l’ha detta Paolo e io la uso, che problema c’è? Per la mentalità laica sembra che citare il grande intellettuale Paolo di Tarso significhi essere ormai perduti. Dovremmo riprendere la dialettica tra <em>eschaton</em> e <em>katéchon</em>. Oggi l’escatologia, una volta che viene secolarizzata, rischia di funzionare molto all’interno dei meccanismi di crescita del sistema. Serve, perché indica un obiettivo dopo l’altro, una progressione. Il movimento operaio era molto adatto a questa cosa, al sol dell’avvenire. Lì si è un po’ esagerato, proprio per quello che dicevamo, il movimento operaio ha la storia lunga e il capitale la storia corta, il lavoro è terra e il capitale è acqua, queste cose ci dicono che non bisogna lasciare andare quello che c’è nel suo divenire oggettivo: lo devi contrastare. Arrestare il progresso non si può, però decelerarlo, trattenerlo, è un compito di governo. Bisogna far marciare il progresso più lentamente in modo che l’essere umano possa assorbirlo, per controllarlo. Ma se l’accelerazione è talmente eccessiva che la persona non può nemmeno seguirla va per conto suo, non la trattiene più nessuno, e trascina dietro di sé la stessa persona. Tutti vengono trascinati in questa deriva, che va verso il basso.</p>



<p id="viewer-hlhc">Quel grande reazionario che io amo molto, Jünger, ha teorizzato molto il ritiro nella foresta, una forma di ribellione simile a quella che noi abbiamo oggi, molto individualistica, singolarizzata. Però è la stessa condizione in cui ci si trova adesso. Un’altra coppia che andrebbe affrontata è quella sinistra-destra, è difficile da toccare perché tutti saltano sulla sedia. Oggi tutti dicono che non c’è più la distinzione tra sinistra e destra, lo dicono le persone peggiori, quelle di destra, però hanno quasi ragione. A parte che sono irriconoscibili le due posizioni.</p>



<p id="viewer-fbpq8">Un’altra coppia è aristocrazia contro borghesia. Io vado dicendo una cosa che non contraddice le nostre care vecchie idee giovanili legate all’esperienza dell’operaismo: bisogna ripartire dall’alto, perché dal basso non c’è più strada verso l’alto. Bisogna ricostruire classi dirigenti, bisogna ricostruire élite. Io sono molto legato al tema delle élite. Che cos’è aristocrazia? È il governo dei migliori. Non è il governo dei pochi, quella è l’oligarchia. Allora cerchiamo di creare i migliori. Per un certo periodo è necessario. Qual è il guasto del borghese massa? Questa mentalità borghese, che è penetrata in tutti, è la forma corrente. In questa fase di pulsione anti-politica diffusa, di disorientamento politico di massa, con l’idea della sinistra di far eleggere dal popolo ogni carica, io dico sempre che direttamente dai cittadini non farei eleggere nessuno, perché verranno sicuramente eletti i peggiori.</p>



<p id="viewer-ajc67">Un compito che ci si dovrebbe porre è ricostruire questa forma di élite aristocratica. Il nemico è il borghese. Perché la mentalità aristocratica è anti-borghese, e noi dobbiamo utilizzare anche l’anti-borghesità dell’aristocrazia, così come dobbiamo utilizzare la critica grande conservatrice al progresso. Ecco perché dico una cosa che scandalizza sempre: ci sono due grandi rivoluzioni nel Novecento, la rivoluzione operaia e la rivoluzione conservatrice. Se in Germania avesse vinto la rivoluzione conservatrice, non avrebbe vinto il nazismo. Se avessero dato retta a quei grandi rivoluzionari conservatori, non ci sarebbe stato Hitler. Hitler è stato il frutto della democrazia weimariana, dell’eccesso di liberaldemocraticismo della repubblica di Weimar, che ha creato una confusione tale per cui poi è venuta fuori la soluzione totalitaria. È questo il punto da sottolineare.</p>



<p id="viewer-e2cm0">Allora, anche lì c’è un problema serio da rimettere in campo: riprendere tutte le forme critiche della mentalità del borghese medio, che è l’ostacolo da superare. Non so se è possibile farlo, io lo vedo possibile soltanto se ci fosse una sostituzione di classi dirigenti. Non bisogna essere contro il popolo, noi dobbiamo ricostruire il popolo. Il popolo non è una cosa che viene da sola, il popolo è una costruzione. Se non ci fosse stata la nazione, lo Stato-nazione, non ci sarebbe stato popolo nei singoli Stati-nazione. Non è che c’era prima il popolo e poi lo Stato-nazione, no, è il contrario: prima c’è stato dall’alto Stato-nazione, poi su quella base si è costruito il popolo. Oggi bisognerebbe costruire popolo europeo, però prima bisognava costruire una struttura istituzionale politico-statuale a livello europeo. Cioè ripetere quello che era stato fatto a livello dei singoli Stati-nazione, farlo a livello sovranazionale. Bisognava cioè avere un sovra-Stato per costruire un popolo europeo: sarebbe stata una strategia tra l’altro affascinante, mobilitante, trascinando nuove generazioni. Invece, in questa maledetta sinistra c’è stata una deriva. Del resto, questa nuova costruzione non si fa con l’erasmus, mandando in giro i ragazzi a fare turismo intellettuale, non c’è nemmeno scambio di culture, ognuno va lì per scappare di casa. Queste idee bisognerebbe rimetterle in circolazione.</p>



<p id="viewer-6ak9u">Bisognerebbe trovare una forma di raccordo. C’è una élite invisibile, nascosta nelle pieghe di questo mondo, bisognerebbe farla emergere, farla vedere, darle la parola. Però bisogna farlo in modo nuovo, non minoritario, non estremista. Noi che abbiamo fatto questo lungo cammino dalla grande esperienza operaista fino a oggi, abbiamo acquisito una forma di saggezza politica che io non ritrovo altrove. Lo verifico quotidianamente, anche nelle istituzioni, senti che gli altri stanno indietro, non c’è nessuno all’altezza. In qualsiasi città in cui vado trovo dei gruppi come il vostro, però non sono tra loro collegati. Bisogna inventarsi qualcosa, anche utilizzando le nuove forme di comunicazione. Oggi con questo maledetto web tutti chiacchierano, tutti mettono bocca, tutti hanno la soluzione dei problemi. Bisogna conquistare un’autonomia, il modo per dire una verità autentica.</p>



<p id="viewer-e0hd7">Un’ultima cosa, sull’autenticità. La prima parte del libro è molto difficile, ha scoraggiato tanti ad andare avanti, è quella sulla lettura del libro di Luporini, sul giovane Hegel, sul destino. Però è una parte importante, perché lì c’è il grande tema dell’autentico, dell’autenticità. È il contrario di quello che c’è in giro, che è tutto non autentico, artificiale, virtuale. Lo spirito libero dovrebbe essere anche un richiamo all’autenticità del punto di vista. Noi dovremmo riprendere quella cosa che abbiamo scoperto una volta per tutte da giovani: il punto di vista parziale. Rimane come stella polare da allora fino a oggi, perché qualcosa di più parziale dell’ultimo libro non c’è. Non mi si può accusare che allora c’era il punto di vista della parzialità e adesso non c’è più. Al contrario c’è ed è molto più approfondito, è aggravato anche. Questo punto di vista della parzialità che giudica la totalità in termini critici, bisogna che abbia parola, che abbia voce, che si esprima. Farlo con un minimo di raccordo anche dal basso potrebbe essere una prima mossa pratico-politica. Più ancora che nelle grandi città, soprattutto nelle città di medie dimensioni trovi questo strato di libertà intellettuale. Bisogna trovare l’uso politico di questi strumenti della comunicazione.</p>
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		<title>TRONTIANA: La fatica del concetto per un “pensare estremo e un agire accorto”</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2024 09:57:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>TRONTIANA Iniziamo un percorso di analisi di alcune opere di Mario Tronti, spesso quelle meno indagate o più recenti, per dialogare con questo grande filosofo e militante politico e per trarne nuova linfa per il presente. La visione di parte del nemico sistemico è uno scenario chiaro e delineato che lascia solo la possibilità “democratica”, [&#8230;]</p>
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<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-5092da22642e69ce700d135a71b29631"><strong>TRONTIANA</strong> </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color has-small-font-size wp-elements-ac77dab55ab611d42032f9ebb1615ef6"><em>Iniziamo un percorso di analisi di alcune opere di Mario Tronti, spesso quelle meno indagate o più recenti, per dialogare con questo grande filosofo e militante politico e per trarne nuova linfa per il presente. La visione di parte del nemico sistemico è uno scenario chiaro e delineato che lascia solo la possibilità “democratica”, interattiva per l’utente, di scegliere tra alcuni finali già scritti e concordati e comunque inoffensivi. In questo contesto reale riscritto in un linguaggio di programmazione che usa la potenza dell’algoritmo, torna utile intrecciare sguardi inediti e non virtuali con chi semplicemente vive la vita del mondo, che prova a resistere e a scrivere finali inediti, per porre domande insieme, insinuare dubbi e, magari, provare a rispondere collettivamente in maniera nuova. Non esistono tabù.</em></p>



<p></p>



<p>La realtà delle cose non è semplificabile in facili formulette da imparare a memoria. Certo, 30 giorni ha novembre, con aprile, giugno e settembre, di 28 ce n’è uno… ma ogni tanto diventa 29. Non si tratta neanche di aderire ad un’ideologia o ad un programma buono una volte per tutte.</p>



<p><em>In altro luogo mi sembra di aver detto: un pensare estremo e un agire accorto. Sono formule che spesso sono trattenute per la loro icasticità linguistica, ma poi poco specificamente pensate. Come fossero brillanti trovate letterarie. No, sono il frutto finale di un percorso di duro interno lavoro, di quella «fatica del concetto», che qualcuno ci ha raccomandato di coltivare. […] Leggo molti libri di autori contemporanei e nella maggior parte dei casi trovo un discorso che si esprime in un linguaggio che mi viene da dire inutilmente complicato. Magari c&#8217;è anche del pensiero, ma non si riesce a dirlo in modo da farsi capire. Quando accade questo è perché, secondo me, il pensiero stesso dell&#8217;autore è ancora confuso, non è ancora arrivato a chiarirsi, non è maturo. Bisognerebbe avere la pazienza di aspettare, lavorare ancora, come l&#8217;artigiano con il proprio prodotto.<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em></p>



<p>La teoria come la prassi vengono dal dentro, dalla riflessione più volte ruminata sullo stato presente delle cose, generale o particolare che sia. Non si agisce senza pensare prima e non si pensa se l’agire non ne costituisce l’approdo. Cos’è questo mio agire, come attuarlo, dove mi porterà? Il rapporto teoria/prassi è dato in una continua lotta intestina con stati di sovrapposizione e ribaltamenti improvvisi. Se è assodato per il Tronti di <em>Non si può accettare</em>, collettanea di articoli messi a stampa nel 2009, che si può continuare a pensare la rivoluzione nella consapevolezza di non poterla attualmente realizzare, è vero anche che non per questo ci si debba adagiare sul modello vincente adattando il pensiero alternativo ad un semplice riformismo tendente a migliorare le cose. Nello stesso tempo, se è possibile e necessario pensare l’estremo questo non significa che lo si possa semplicemente trasporre nell’azione. L’estremismo come malattia “infantile ma anche senile del comunismo” produce solo velleitarismo e minoritarismo “a volte inoffensivo, altre volte dannoso”. <em>“Non si può gridare all&#8217;abbattimento del sistema, senza avere la forza, e dimostrare di averla, non dico per portare a termine, ma almeno per iniziare l&#8217;opera. Mi è anche qui capitato di dire: non si può essere antagonisti, in pochi, o si è in grado di portarsi dietro i molti, o bisogna anche qui preparare il terreno per rendere credibile nella pratica la prospettiva che ritieni giusta per sola teoria”.<a href="#_ftn2" id="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a></em></p>



<p>La necessità del pensiero estremo, dunque, non implica estremismo dell’agire, fragore di urla e innalzamento di gonfaloni variopinti ma si realizza nell’utilizzo di tutte le cartucce disponibili al pensiero per spaesare le facili formule del nemico come pure gli edifici senza fondamento dell’amico. È importante sottolineare nel pensiero trontiano quella cura della complessità del concetto che sembra una difesa dell’antinomia contro le facili sinonimie, un po&#8217; alla stregua del pensiero dogmatico-teologico che nelle sintesi conciliari dei primi secoli cristiani tiene insieme il divino e l’umano, il mortale con l’immortale, il fallace con l’infallibile<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Queste antinomie sono iscritte nelle complesse relazioni sociali, tra progresso e conservazione, che, oggi, sembrano portare nel campo progressista l’idea del piccolo contadino armato di aratro che si oppone alla sperimentazione biogenetica contro un sistema che invece si conserva e autoriproduce modificando geneticamente gli organismi fino a postulare la trasformazione stessa dell’umano trasmutante nel suo post. Quale il progresso? Quale la conservazione?</p>



<p><em>“Di qui, la mia passione, assolutamente non compresa, di coltivare insieme il pensiero grande rivoluzionario e il pensiero grande conservatore. Ferruccio Masini usava l&#8217;espressione «pensare per estremi», perché conosceva bene Nietzsche e frequentava il nichilismo del Novecento. A volte &#8211; non sempre, e bisogna essere attenti e valutare caso</em></p>



<p><em>per caso &#8211; contro ciò che c&#8217;è e contro chi comanda qui e ora, vale più ciò che c&#8217;è stato rispetto a ciò che sta per essere”<a href="#_ftn4" id="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a>.</em></p>



<p>Questa è una rappresentazione sintetica capace di esplicitare i riferimenti culturali e ideologici di Mario Tronti nella sua evoluzione intellettuale. Marx per il pensare estremo ed il realismo politico &#8211; e spesso consevatore &#8211; per l’agire accorto. Un mix, certamente di alto profilo, che non ha tenuto conto delle etichette posticce. Dal Marx e dal Lenin delle origini operaiste a Machiavelli e fino ai gesuiti spagnoli, alla teologia politica e alla dottrina giuridica del nazional-socialista Carl Schmitt. Letture che hanno favorito la costruzione del pensiero politico trontiano, soprattutto nella sua fase più matura:</p>



<p><em>“Il pensare estremo l&#8217;ho imparato da Marx. Ma non solo. Anche da tutte quelle forme di pensiero incomponibili con lo stato presente, inassorbibili dall&#8217;opinione corrente, irriducibili al senso comune di massa, alternative al buon senso intellettuale. […] Io ho frequentato il filone realistico del pensiero politico moderno e la tradizione del grande pensiero conservatore. È questo che mi ha concesso di non farmi incantare dalle sirene sessantottine. E mi tiene opportunamente lontano da ogni radicalismo libertario, da ogni partecipazionismo democratico, da ogni laicismo secolarizzante”. <a href="#_ftn5" id="_ftnref5"><strong>[5]</strong></a></em></p>



<p>Non si può pensare in assoluto! Il pensiero, per Tronti, è sempre pensiero immerso in una contingenza. Bisogna conoscere ed approfondire bene quelle leggi della realtà che si basano, soggettivamente ma anche oggettivamente, su cicli economici e anche su cicli politici che informano di sé il qui ed ora. Non si può prescindere da questo se non si vuole confezionare un compitino avulso dalla storia. Se il riformismo ha avuto il pregio di tener conto della congiuntura, ha avuto anche il difetto di considerala non come un risvolto temporaneo ma come un dato acquisito, un traguardo della storia. Il pensiero antagonista, al contrario, non ha visto quasi per niente la congiuntura formulando teorie eterne ed immutabili per cui <em>“i padroni sono sempre quelli e vanno combattuti sempre allo stesso modo”.<a href="#_ftn6" id="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a> </em>Per non cadere in questi due estremismi è necessario costruire un punto di vista di parte che tenga conto quindi, in primis, del come schierarsi (gli ultimi, i lavoratori, gli emarginati, gli invisibili del sistema) e quindi del blocco di interessi con i suoi specifici bisogni, aspettative e interessi. Partire dal dato materiale e attuale, quindi non in astratto, analizzando i reali rapporti di forza in campo e i cogenti meccanismi del mondo del lavoro e della produzione e riproduzione sociale. Nello stesso tempo, per non morire di contingenza, c’è la necessità dello sforzo di costruire una <em>visione di parte</em> sul tutto, <em>Welt-und-Lebensanschauung</em>, <em>“concezione del mondo e della vita, naturalmente, storicamente, alternativa a questo mondo e a questa vita”</em>.<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a> Nel mentre si lotta per i propri interessi di parte, dunque, c’è bisogno della costruzione di una teleologia della propria storia, una sorta di <em>storia sacra</em>, che sia ben impiantata nel passato ma che preveda un senso per il futuro. Una storia capace di proiettarsi nel tempo a venire e che preveda la sua, anche momentanea e sempre variante, istituzione e organizzazione, tale da poter oltrepassare la congiuntura, viverla senza rimanerne invischiati, analizzarla per proiettarne i possibili risvolti futuri.</p>



<p><em>“Questo è il motivo per cui i cosiddetti movimenti, che si propongono di aderire immediatamente alla superficie delle soggettività sociali, non hanno durata. Le forme di movimento sono tutte sempre congiunturali. Colgono il momento, ma con il momento spesso passano e si perdono. La trappola dell&#8217;ora è mortale per le forze che si propongono di cambiare il corso delle cose. […] I primi cristiani ad esempio fecero esattamente così. Passarono dalle catacombe alle chiese, iscrissero la loro religione entro i confini dati dalla struttura imperiale romana, portarono un messaggio di salvezza dentro un ordine del potere. E vinsero perché durarono. E durarono perché, come si dice nel Vangelo di Giovanni, essi erano «nel mondo», ma non «del» mondo. E, su questa base, si fecero istituzione Chiesa”</em>.<a href="#_ftn8" id="_ftnref8"><em><strong>[8]</strong></em></a><em></em></p>



<p>Lo abbiamo visto troppe volte anche di recente, dai forconi al francese <em>mouvement des gilets jaunes</em> fino all’ultimo movimento dei trattori.</p>



<p>Il rapporto tra pensiero e storia è fondamentale per Tronti. La storia: il passato, il presente con la sua quotidianità, i suoi meccanismi e le sue contraddizioni ed il futuro sono le coordinate da tenere sempre presenti per articolare un pensiero che voglia essere grande. La storia moderna è stata storia del concetto e del mito del progresso: un concetto messianico coniato dalla borghesia nell’età dei lumi e portata avanti con costanza fino all’estremismo del positivismo. Un concetto fatto proprio anche da Marx e dal pensiero progressista. La borghesia, e quindi il capitalismo, ha intessuto la sua ideologia e l’ha resa visione di parte ed egemonica per il mondo intero. Gli ingredienti sono stati <em>“occidentalizzazione, modernizzazione, borghesizzazione, democratizzazione”</em><a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Un progetto ancora oggi in essere e che si è fatto strada negli ultimi decenni con l’idea della guerra preventiva per l’occupazione militare degli Stati canaglia e l’instaurazione di una pace fiorente dall’imposizione della democrazia di stampo occidentale. Questo il progetto lineare dell’Occidente collettivo oggi frenato dall’irruzione nel panorama mondiale, lenta ma costante, di altre istanze ed altri progetti. Iniziando dall’Iraq per arrivare all’Afghanistan, passando dalla Libia, la costruzione del programma globalista ha cominciato a naufragare in Siria e poi ancora con il rafforzarsi del progetto di cooperazione dei BRICS e fino allo scoppio della guerra Nato-Russia in Ucraina. La visione unipolare e fluida del capitalismo occidentale viene a scontrarsi con la visione multipolare e identitaria del blocco sino-russo-indiano. Una elité di tecnocrati della globalizzazione rappresentanti la parte minoritaria e ricca del globo contro una elité di burocrati neo-statalisti ed identitari (per semplificare al massimo il discorso che meriterebbe appositi approfondimenti) rappresentanti la parte maggioritaria ed impoverita del mondo. Questa l’attualità storica da analizzare oggi trontianamente senza filtri né ideologismi, per costruire quella visione totale, ma di parte, che aggredisca contemporaneamente i meccanismi della quotidianità e quelli sistemici.</p>



<p><em>“Tra il tuo pensiero e il tuo mondo, in mezzo, c&#8217;è il tuo tempo. Con questa contingenza devi fare i conti. Spesso è</em></p>



<p><em>un terreno nemico. Devi attraversarlo, senza farti né eliminare né imprigionare. Se ne esci libero e vivo, è un miracolo. Il miracolo dell&#8217;esistenza sovrana”.<a href="#_ftn10" id="_ftnref10"><strong>[10]</strong></a>&nbsp;</em></p>



<p>Una visione di parte che non può non prendere partito nella contingenza. Restare a guardare senza schierarsi è fin troppo semplice e gratificante, ti permette di non sbagliare mai e di poter ancora una volta dire: “lo avevo detto io!”. Magra consolazione per gli analisti da scrivania incapaci di pensare per agire ed agire per cambiare il mondo circostante, o almeno provarci. E qui ritorna il realismo di Tronti. Il destino proposto dal nemico di parte non è ineluttabile ma vive di una specifica volontà. Per disarmarla bisogna dotarsi di una volontà alternativa che sia in grado di tratteggiare un destino diverso e comunicarlo, renderlo significativo e addirittura vitale. Per fare questo è necessario creare il proprio armamentario di istanze interno ad alcune idee-forza, organizzarne il consenso e promuovere l’entusiasmo “delle menti e dei cuori”. Per fare questo è necessaria un’avanguardia capace di parlare ai molti e non di un’élite chiusa tra i suoi. La storia del comunismo novecentesco, afferma ancora Tronti, si è chiuso con una sonora sconfitta del socialismo reale. Che cos’è oggi sinistra? La sinistra politica della fine del novecento e dell’inizio di questo nuovo secolo è stata il tentativo di coniugare il capitalismo con la giustizia sociale, non il programma di generare un nuovo “sol dell’avvenire” visto il tramonto del tentativo bolscevico e staliniano. Bisognava dichiarare certamente fallito quel tentativo ma senza ammainare la bandiera della ricerca per scovare il nuovo mondo possibile ed alternativo all’unico mondo liberista e capitalista uscito vincitore alla caduta del muro di Berlino. Questo annichilimento della sinistra continua oggi nonostante l’annichilimento del capitalismo con le sue crisi cicliche oramai sistemiche e la distruzione dell’ambiente e dell’uomo particolarmente visibile attraverso la filigrana dei dati della disoccupazione, della povertà e non ultima della pandemia. Anche in questa contingenza storica favorevole, la cosiddetta sinistra non è stata in grado di costruire quel nuovo punto di vista di parte capace di ripartire dalle istanze degli “invisibili” per la costruzione di un nuovo scenario totale sulla vita e sul mondo.</p>



<p>Questo dicevamo nel nostro articolo apparso su Machina nel 2022 sul tema dell’organizzazione di nuove resistenze: <em>“L’urgenza, dal nostro punto di vista, sta tutta nella capacità di affinare le armi teoriche che da molto tempo il corpo militante ha riposto in un cassetto. Lo definiamo, per semplicità, un lavoro dall’alto senza per questo intendere un processo verticistico e coatto. Nel mentre si attraversano orizzontalmente i territori, c’è bisogno di intraprendere un’arrampicata in verticale affinché all’attuale confusione delle lingue e delle prassi rituali, si sostituisca un linguaggio e una nuova prassi capaci di produrre discontinuità e fratture. In questa fase non occorre fermarsi nelle oasi desertiche ma occorre voltarle le spalle e, nell’attraversamento, trovare compagni di carovana e nuove soggettività”</em><a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>.</p>



<p>Un lavorio, una fatica del concetto, come si esprimerebbe Tronti, capace di creare finalmente questo punto di vista di parte che getti nuova luce sulla storia degli invisibili e dia loro nuove speranze sul futuro. Per far ciò è necessario indagare, senza preconcetti o tabù, le poche soggettività che oggi veramente si muovono e provano a restistere alla narrazione sistemica: bisogna attraversarle pur consci dei loro limiti e delle loro contraddizioni. Attraversarle, certo, per superarle e anticiparle così come bisogna attraversare il territorio del nemico per comprenderne la volontà prima che diventi <em>destino</em>.</p>



<p>“Di prima mattina, quando ascolto la rassegna stampa, sono costretto a recitarmi certi versi di Brecht, Stanno in una breve poesia, che porta il titolo <em>Aus der Flucht</em>, che Fortini traduce <em>In fuga</em>. E già il titolo dice tutto. Ecco i versi finali:</p>



<p>«accanto al letto</p>



<p>c&#8217;è la piccola radio a sei valvole.</p>



<p>Di prima mattina</p>



<p>giro la manopola e ascolto</p>



<p>i notiziari di vittoria dei miei nemici».</p>



<p>È una condizione che no, non si può accettare”.<a href="#_ftn12" id="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>NOTE</strong></p>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> M.Tronti, Non si può accettare, ed. EDIESSE, Roma 2009, p. 10</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Ibidem, p. 16</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Henri De Lubac,&nbsp;Henri De Lubac,&nbsp;«Oasis»,&nbsp;anno I, n. 2, luglio 2005, pp. 50-59: “L&#8217;appoggio datoci dal dogma, a sua volta, ci permette di rinforzare e d&#8217;allargare ciò che cominciava a suggerirci una prima riflessione sull&#8217;esperienza. L&#8217;unità non è, in alcun modo, confusione come la distinzione non è separazione. Ciò che si oppone, non è forse altrettanto congiunto, e dal più vivo dei vincoli, quello d&#8217;un mutuo appello? L&#8217;unione vera non tende a dissolvere gli uni negli altri esseri che riunisce ma a perfezionarli gli uni con gli altri. Il Tutto non è dunque &#8220;l&#8217;antipodo, ma il polo stesso della Persona&#8221;.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Ibidem p. 16</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> <em>Ibidem, pp. 16; 26-27</em></p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Ibidem, p. 18</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Ibidem, p. 19</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Ibidem, p. 20-22</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Ibidem, p. 25-26</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Ibidem, p. 16</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/qual-%C3%A8-il-punto">https://www.machina-deriveapprodi.com/post/qual-%C3%A8-il-punto</a></p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12">[12]</a> M.Tronti, Non si può accettare, op. cit., p. 35</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/07/26/trontiana-la-fatica-del-concetto-per-un-pensare-estremo-e-un-agire-accorto/">TRONTIANA: La fatica del concetto per un “pensare estremo e un agire accorto”</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>MARIO TRONTI E LA RIVISTA &#8220;CONTROPIANO&#8221; (III)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/12/12/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-iii/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 10:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[TRONTIANA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che segue è il terzo e ultimo saggio (il primo e il secondo sono consultabili sulla nostra rivista qui e qui) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista Contropiano diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/12/12/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-iii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA &#8220;CONTROPIANO&#8221; (III)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quello che segue è il terzo e ultimo saggio (il primo e il secondo sono consultabili sulla nostra rivista <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>qui</strong></a> e <a href="https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/"><strong>qui</strong></a>) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista <em>Contropiano</em> diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia e Quaderni Rossi.</p>



<p>I tre articoli, <em>Estremismo e riformismo </em>(CONTROPIANO, N. 1/1968, pag. 41-58),  <em>Il partito come problema</em> (CONTROPIANO n.2/1968, pag. 297-317) e <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em> (CONTROPIANO, N. 3/1968, pag. 505-526) rappresentano una lunga e attenta disamina su alcuni concetti quali l’organizzazione, la teoria del partito, la funzione del sindacato e il ruolo del movimento, soprattutto quello studentesco. In calce al primo articolo lo stesso autore scrive: <em>Questo discorso avrà un seguito, probabilmente in due parti: una dedicata a quella che si dice la teoria del partito, con annesso il problema del sindacato, oggi; l’altra dedicata a quella che si dice la strategia internazionale della lotta di classe, compreso il momento mondiale odierno del movimento operaio</em>. Necessariamente i testi proposti risentono del periodo storico e politico nel quale sono stati prodotti ma ancora oggi, in essi, si possono individuare elementi di assoluta attualità che ci hanno spinto alla pubblicazione sulla nostra rivista.</p>



<p>Quello che segue, <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em>, è l&#8217;ultimo dei tre contributi.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * *</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>INTERNAZIONALISMO VECCHIO E NUOVO</strong></p>



<p>A che punto è la congiuntura internazionale della lotta di classe? Il punto di svolta inferiore del ciclo è già passato o è ancora di là da venire? Salgono i toni acuti dello scontro, o cade la tensione e si va verso nuovi equilibri? Come gli economisti del capitale vorrebbero guardare da vicino e controllare il meccanismo di funzionamento del loro sistema ormai a livello mondiale, così i politici di parte operaia devono seguire e precedere i movimenti di lotta degli operai ormai quasi soltanto sul terreno internazionale. Se il mercato mondiale appare ancora un sogno irrealizzato del capitale, l’internazionale operaia assolve ancora alla funzione di utopia rivoluzionaria. Cosmopolitismo e internazionalismo, le due definizioni delle due classi in lotta, rimangono idee-guida per l’azione, obiettivi-limite per la loro esistenza storica, mete finali mai raggiunte e proprio per questo sempre di nuovo programmate. Ma rispetto agli ultimi anni, oggi un fatto nuovo interviene a modificare la collocazione, diciamo così, geografica di queste istanze strategiche. Mercato mondiale da una parte, internazionale operaia dall’altra, non coincidono più con la divisione del mondo in blocchi contrapposti. La geografia politica, di classe, è in piena crisi. Gli Stati Uniti, se rimangono il cuore pulsante di tutto il sistema capitalistico, non sono certo oggi il cervello del capitale: il punto della massima coscienza strategica è facile dire che adesso non sta alla Casa Bianca. L’Unione Sovietica, se continua a rappresentare l’ideologia socialista di fronte all’opinione pubblica generica, non rappresenta certo più il punto di vista di classe per gli operai di tutto il mondo: la Piazza Rossa, per le forze rivoluzionarie della società moderna, è un faro spento. Il mutamento è importante. E il senso di questo mutamento è positivo. I due massimi sistemi non stanno più al posto delle due classi in lotta. Non più stati al posto delle classi. Quella che sembra oggi una crisi del concetto di classe, è crisi dello stato, crisi del momento di direzione politica della lotta di classe, crisi dell’organizzazione di classe ai due livelli, del capitale e degli operai, momento transitorio di ristrutturazione del ceto politico borghese e del partito operaio. Non appaiono all’orizzonte soluzioni soddisfacenti. Sale dunque lo scontro, e cresce la tensione, e si va verso nuovi squilibri. A questo punto una ricomposizione strategica del movimento operaio a livello internazionale si impone come una necessità storica, una forma<em> </em>di iniziativa anticipatrice che precede la mossa dell’avversario e la fa nascere, per così dire, già morta. Ma per questo i vecchi miti devono prima crollare, le visioni ideologiche, i rituali magici, tutti i <em>credo quia absurdum </em>di cui è lastricata fin qui la via della rivoluzione, devono prima scomparire, le stesse vecchie parole vanno abbandonate, il linguaggio del socialismo non regge più alla prova dei tempi, tutto questo formulario infantile per classi sociali ritardate va spazzato via e nuove realistiche definizioni delle situazioni di fatto, nuovi metri di misura delle forze in campo devono prendere il posto degli antichi discorsi, degli antichi appelli alla mobilitazione di tutti per la lotta su niente. Il periodo in corso è per suo conto ricco di una storia oscura, quella che dovrà portare le istanze strategiche delle due classi a riprendere il loro proprio vero volto: la crisi dell’imperialismo porterà il capitale a riscoprire se stesso come mercato mondiale; la crisi del socialismo porterà gli operai a riprendere la parola d’ordine dell’internazionale come forma più adatta di organizzazione delle loro lotte particolari. Due sono allora i gradi di elaborazione della prospettiva pratica: uno immediato e pre-strategico, che vale per l’oggi, quando è in corso il processo della crisi e non si intravedono soluzioni; e uno di lungo periodo e post-tattico, per quando la forma delle classi si sarà ricomposta, in modi moderni, secondo il senso della loro natura storica.</p>



<p>Noi diciamo che è oggi in crisi l’iniziativa politica del capitale: un tipo particolare quindi di crisi politica, la cui ragione di fondo è data dall’assenza di una esplicita strategia internazionale. Gli Stati Uniti cercano una via, ma non sembrano sul punto di trovarla. L’Unione Sovietica non sembra nemmeno cercare. Dopo Kennedy il capitale non ha più trovato un livello di coscienza adeguato sul problema mondiale. È il problema mondiale che oggi sfugge alla comprensione e all’azione soggettiva del capitale. Il sistema è solido e bisogna dire che ha trovato recentemente nuovi solidi punti di autoregolazione. La macchina economica funziona. Non è il caso di aspettarsi su questo terreno né contraddizioni esplosive, né crolli catastrofici. Queste cose non sono sparite. Queste cose torneranno. Il concetto di crisi ciclica del capitale è una <em>realtà </em>ancora oggi viva e operante. Quello che ogni volta bisogna capire è il mutamento nella <em>forma </em>della crisi. Il carattere della crisi di oggi è direttamente <em>politico, </em>di politica formale, di politica istituzionale. Non funzionano bene i meccanismi del potere. Il controllo capitalistico sulla società risulta molto difettoso nello stesso suo funzionamento tecnico. Nei punti più avanzati del capitale, la mancata soluzione di contraddizioni secondarie non sembra più derivare da impossibilità materiali, da scarsità delle risorse in senso economico, come pure è stato in altri momenti; deriva piuttosto da un mancato uso moderno, nuovo, delle risorse disponibili, che è poi tutt’uno con la mancanza di un’iniziativa politica aggiornata, strategicamente avanzata. Politicamente, cioè nel suo ceto politico, il capitale non si è ancora riavuto dall’attacco di «pessimismo economico» che lo ha colpito all’inizio degli anni trenta: anzi, questo «pessimismo dei reazionari», come lo ha chiamato uno di loro, lord Keynes, sta diventando la malattia mortale del capitalismo.</p>



<p>La rigidità del ciclo sembra essersi concentrata a livello degli strumenti di potere. Sopra una società che deve e vuole muoversi in forme articolate e pluralistiche sta lo stato di sempre, immobile, burocratico e accentratore. In quest’anno di fuoco, da Parigi a Praga, da una parte le masse che sperimentano nuove vie di mobilitazione alternativa, dall’altra vecchi pezzi di repressione, che ripetono se stessi, da decenni, da secoli. E d’altra parte dall’Inghilterra all’Italia, con la socialdemocrazia al potere, la gestione passiva del capitale risulta insufficiente ad assicurare la stabilità politica in presenza di una classe operaia altamente sviluppata, che sa lottare su obiettivi<br>avanzati. Si possono tirare le fila di questi fatti sotto una definizione unica di <em>crisi internazionale dell’iniziativa capitalistica, </em>che parte dal centro dei massimi sistemi e arriva fino alla periferia del mondo. Certo se andiamo a vedere le origini di questa crisi, ritroviamo di nuovo il movimento delle categorie economiche, dove i livelli di classe e il terreno della lotta di classe tra operai e capitale. Dopo il botta e risposta degli anni trenta &#8211; rivoluzione capitalistica dei redditi da un lato, lotta operaia sul salario dall’altro &#8211; non c’è stato molto di nuovo. È continuata, in questi decenni, la lunga marcia degli operai in occidente che tende alla riduzione a <em>salario </em>di tutte le rivendicazioni non tanto sindacali quanto politiche, e quindi tende al limite a ridurre a richiesta salariale lo stesso rifiuto del sistema capitalistico. Per l’operaio di oggi, correttamente, l’orario, i tempi, i cottimi, i premi sono salario, le pensioni sono salario, lo stesso potere in fabbrica è salario, in quanto deve solo garantire migliori condizioni di lotta sul salario. Il pessimismo economico è patrimonio oggi soprattutto dei politici, che accusano la scienza economica di non assicurare al capitale il controllo del costo del lavoro. È di qui che nasce il mancato controllo politico sulle molteplici e contraddittorie istanze sociali, e quindi quella che si dice la crisi di potere. L’errore del capitale è di cercare soluzioni tecniche a questo che è un problema politico. L’econometrica non serve a risolvere i problemi che non ha risolto l’economia politica. La vera alta matematica capitalistica è la scienza dei rapporti sociali internazionali. Su questo terreno deve cimentarsi la capacità del capitale moderno di svilupparsi per sopravvivere, ovvero di sopravvivere sviluppandosi. Ma abbiamo visto che proprio la politica internazionale, il problema mondiale, è l’elemento odierno di drammatica debolezza del capitale. È forse qui, in questa <em>necessità impossibile del mercato mondiale, </em>che troverà la sua condanna storica il sistema della produzione capitalistica?</p>



<p>C’è stato recentemente un momento di alta coscienza del capitale sui suoi compiti strategici: coesistenza pacifica all’esterno più nuova economia all’interno danno insieme come somma appunto l’esperimento kennediano. Roosevelt cominciava già ad essere un modello in qualche punto largamente superato. Riprendeva corpo quel tipo di iniziativa politica aggiornata, moderna, che inevitabilmente portava con sé un salire di qualità del terreno dello scontro di classe. E la classe operaia, con la nuova gerarchia delle sue rivendicazioni, con forme nuove di lotta, con tutto il suo nuovo universo di comportamento sociale, già si apprestava a collocarsi al nuovo livello, quando l’intero processo è stato bruscamente interrotto. L’interruzione di questo processo, il modo brusco con cui si è rapidamente tornati indietro, entro i confini delle vecchie frontiere, dopo che erano state intraviste quelle nuove, &#8211; è questa forse la causa fondamentale delle tensioni sociali odierne ed è il motivo per cui all’interno dei singoli paesi esse assumono caratteri comuni a livello internazionale. I caratteri comuni tutti si raccolgono intorno al fatto dell’aggressione al livello formale del potere, al terreno istituzionale dello stato: aggressione che coinvolge forze sociali eterogenee e assume o riassume in proprio l’arma della violenza. Oggi possiamo dire che la prolungata assenza di una iniziativa politica moderna del capitale a livello mondiale ha prodotto una radicalizzazione della lotta politica in generale. Il Vietnam è il punto che ha tenuto nella rete del movimento operaio internazionale. La rivoluzione culturale cinese è stato il momento che ha rilanciato un certo tipo di iniziativa rivoluzionaria di base e di massa. Questi due fatti, l’uno di resistenza, l’altro di ripresa aggressiva, vanno pienamente valutati in questo quadro. Si poteva temere per il loro livello di arretratezza politica che faceva difficoltà al collegamento con le lotte operaie più avanzate. I canali del movimento operaio ufficiale erano chiusi. Una forza capace di mediare soggettivamente, nell’elaborazione e nell’organizzazione, gradi diversi, cioè diversi livelli di qualità, dello scontro di classe, non esisteva e non esiste. Il movimento comunista internazionale ha da tempo rinunciato ad assolvere a questa funzione. E in questa situazione, di debolezza politica dal punto di vista strategico delle due classi in lotta, ecco che fanno la loro comparsa nuovi canali di comunicazione, si scoprono passaggi incautamente lasciati aperti dal ceto politico dominante; forze non di classe eppure alternative all’attuale sistema di vita se non all’attuale sistema di produzione entrano in gioco e anche esse lottano in forme nuove; una crisi investe l’assetto formale della società civile, anche se non arriva ad aggredire la sostanza, cioè le radici, del potere. La classe operaia non sta a guardare: lotta per il proprio stretto interesse e in questa lotta utilizza tutte le contraddizioni secondarie che trova nel campo dell’avversario; ma nello stesso tempo sa per esperienza storica che non si possono porre rivendicazioni di potere globale se non quando la crisi inceppa la macchina economica del capitale e quando un’altra macchina, quella dell’organizzazione soggettiva di parte operaia, e pronta non per sostituirla ma per distruggerla. <em>Crisi politica capitalistica pur in assenza di un’organizzazione politica operaia: </em>questa è la situazione di oggi. Il livello internazionale è appunto il terreno di questa duplice crisi, dello stato borghese e del partito operaio. All’interno di ogni singolo paese operai e capitale si fronteggiano con pari forza e altrettanta violenza: botta e risposta tra iniziativa capitalistica e lotta operaia. Ma sullo scacchiere mondiale l’iniziativa del capitale è attardata e confusa, la lotta degli operai è disorganizzata e, diciamo pure, arretrata. Quella delle due parti che conquisterà per prima il respiro internazionale dell’iniziativa o della lotta metterà un’ipoteca strategica sulla vittoria finale.</p>



<p>Il ciclo moderno, o meglio contemporaneo, della lotta tra operai e capitale vede dapprima l’iniziativa operaia sul salario, poi una risposta capitalistica tipo politica dei redditi, quindi, su questa base, la crescita unificata, massificata, della classe operaia. Nelle strutture propriamente capitalistiche, cioè all’interno dei singoli paesi a capitalismo sviluppato, questo ciclo si presenta in forma classica e pura. A livello mondiale esso appare invece ancora avvolto in una serie di mistificazioni ideologiche da cui bisogna liberarlo teoricamente, anche se queste mistificazioni hanno una corposa origine reale e di fatto, conseguenza di un arretrato terreno economico di unificazione e di un basso grado di intensità politica del capitale internazionale. Quello che fa difetto nel ciclo della lotta di classe a livello internazionale è soprattutto il secondo momento. La risposta capitalistica è divisa. Non bisogna imputare tutte le difficoltà di fronte a cui si trovano le lotte degli operai alla mancata loro organizzazione soggettiva. Questa stessa mancante organizzazione di parte operaia è un fenomeno che consegue all’arretratezza politica del capitale e in parte la riflette. Se è vero che le scelte economiche capitalistiche vengono spesso imposte dal precedente livello delle lotte operaie, perché è in queste lotte la molla dello sviluppo per il capitale, &#8211; è anche vero che la qualità dell’organizzazione operaia viene spesso imposta dal tipo di iniziativa capitalistica in quel momento vincente, perché è nelle mani del capitale sempre il controllo del potere politico e la proprietà del potere statale. Di qui un principio pratico da tenere sempre strategicamente presente e al tempo stesso uno di quei paradossi storici su cui vive la società moderna: la potenza politica per eccellenza, la classe operaia, si trova ad avere nelle sue mani il destino di sviluppo o di crisi della macchina economica; la forza economica in quanto tale, il capitale, si trova ad essere padrona di tutto intero il terreno politico, organo sovrano nella questione del potere. Per questo la classe operaia sembra debole oggi, mentre ha una tremenda forza in prospettiva. E il capitale sembra forte sempre, anche quando dietro le quinte la sua stabilità vacilla.</p>



<p>Quando ci siamo chiesti perché il capitale vince, la risposta è stata: perché il rapporto grande industria-potere pubblico è più forte del rapporto classe-partito, cioè il nesso politica-economia in quanto blocco di potere reale funziona oggi meglio a livello capitalistico che a livello operaio. Bisogna dire che questo tipo di definizione del problema non vale sul terreno internazionale. Se qui la risposta del capitale è divisa non è per la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Questa divisione in blocchi, per quel tanto che è reale, è una cosa vecchia quanto la storia del mondo: mascherata di falsi valori, copre uno scontro o tra diversi orizzonti ideologici o tra diversi interessi di potenza. No, la risposta capitalistica è divisa sul terreno internazionale perché manca qui l&#8217;unità politica del capitale, sia pure tendenziale, sia pure di prospettiva, quell&#8217;unità verticale tra stato e società, non più nazione per nazione, o per gruppi di nazioni, ma sul mercato mondiale. Questo stesso ultimo obiettivo e ritardato e continuamente ricacciato nell’utopia dalla mancata iniziativa politica del capitale internazionale. Così, mentre le grandi concentrazioni economiche lavorano e producono e pianificano nella dimensione futura del mercato mondiale, i piccoli governi della vecchia politica continuano a intrallazzare con le operazioni di cambio delle monete nazionali. Così gli Stati Uniti, dopo otto anni di sviluppo interno senza recessione, si trovano al punto più critico del loro rapporto con il resto del mondo. E l’Unione Sovietica, solido meccanismo di autoregolamentazione dei propri squilibri, si trova di fronte al dilemma: o riforme di struttura o crisi. Sul terreno internazionale, il capitale soffre dello stesso male di cui soffre la classe operaia nei paesi a capitalismo avanzato: non ha organizzazione politica, e quindi non ha strumenti mondiali di stabilizzazione del potere così come gli operai non hanno strumenti neppure nazionali di aggressione al potere. È una situazione di particolare importanza per gli sviluppi immediati della lotta. La stessa lotta di classe all’interno dei singoli paesi, o all’interno di un gruppo di paesi tipo quelli che abbiamo detto mitteleuropei, deve tenere conto e profittare di questo punto debole nello sviluppo odierno del capitale. Tenerne conto nel senso che deve rilevarlo con precisione, nella sua portata transitoria ma di un medio periodo. Profittarne nel senso che su questa base, durante questo periodo, deve rafforzarsi lo schieramento operaio, col mettere sul tappeto l’urgenza di una soluzione al problema dell’organizzazione. Diciamo dunque che l’attuale crisi strategica dell’iniziativa capitalistica, se è vero che non va vista come la vigilia di uno spontaneo crollo del sistema, è vero però che va utilizzata come un momento di forte lavoro soggettivo sul terreno del partito per organizzare l’alternativa operaia. Quando saranno tutte di nuovo presenti le premesse di una strategia mondiale del capitale, questa non deve allora poter passare a realizzarsi per l’ostacolo insormontabile di un blocco politico operaio, organizzato in alcuni punti chiave, cioè in alcuni precisi paesi che fanno da cerniera nell’articolazione della produzione e del mercato; internazionali. È interesse direttamente operaio rimettere in moto il momento della risposta capitalistica a livello mondiale, perché questo fa salire di grado la qualità delle lotte e avvicina il momento dello scontro frontale sul terreno decisivo. Ma è necessario agli operai anticipare la risposta mondiale del capitale mediante forme di propria organizzazione politica sovranazionale, nel senso di modelli che si ripetono sulla scala di più paesi a sviluppo tra loro similare. L’attuale momento di crisi dell’iniziativa capitalistica va utilizzata per avviare questo processo. Se l’esperimento kennediano fosse andato avanti nello stato di generale disorganizzazione politica del movimento operaio che lo accompagnava, gravissime conseguenze avremmo dovuto scontare sul piano della prossima lotta pratica: uomini e mezzi pronti a combattere a quel livello non c’erano da parte operaia. Uomini nuovi e nuovi strumenti di lotta vanno nascendo in questo periodo di battaglie di massa su un terreno più arretrato. Il momento è a noi favorevole. Ma non dobbiamo cadere nell’illusione di stare mettendo a terra l’avversario. Per questa via lo costringiamo solo a ricomporsi e presto a contrattaccare. Ripeto: uomini e mezzi devono salire di livello e accettare quindi la lotta sul terreno della storia ultima del capitale, quella del capitalismo maturo e cosciente di sé, democratico e riformista, quel capitalismo umanitario che oggi non si riesce a trovare solo perché si cerca sotto il falso nome di «socialismo dal volto umano».</p>



<p>La questione del socialismo si pone oggi in termini radicalmente diversi rispetto al passato. E porla negli stessi termini del passato, &#8211; questo è l’errore più grave e al tempo stesso più facile da commettere. Il socialismo è caduto come forma di società alternativa al capitalismo, è caduto come obiettivo rivoluzionario della lotta di classe operaia, è caduto come mito ideologico di organizzazione delle masse oppresse. Solo più qualche intellettuale ritardato, qualche onesto funzionario di partito, qualche prete operaio c’è rimasto a combattere per gli ideali del socialismo. Operai e giovani hanno escluso oggi questa prospettiva dalla loro lotta pratica: sono disponibili solo a singole battaglie <em>contro </em>il potere generate del capitale <em>per </em>loro rivendicazioni particolari. Il paese del socialismo, finché ha avuto bisogno di una difesa dall’esterno, è stato preso come occasione di lotta contro il nemico comune, il capitale internazionale; poi è stato abbandonato a sé stesso, alla propria potenza, alla propria politica di potenza. C’è però un altro errore, meno grave solo perché più difficile per parte nostra da commettere: quello di parificare i due massimi sistemi in una equidistante condanna, quello di unificarli nel concetto quando sono ancora di fatto divisi nella realtà. Di fronte a Stati Uniti e Unione Sovietica il punto di vista operaio deve assumere lo stesso atteggiamento che di fronte alla socialdemocrazia e al movimento comunista. Gli Stati Uniti sono, al punto più alto, la gestione direttamente capitalistica del capitale, rappresentanza politica dello sviluppo economico in quanto tale, potere di autogestione della produzione per il profitto. Il punto di vista operaio non ha che da contrapporsi a questo blocco di potere reale, ma organizzando la lotta all’interno del suo meccanismo di funzionamento. Questo lottare operaio dall’interno del capitale rimane il fatto strategico più ricco di conseguenze immediate. È possibile nel senso più pieno solo là dove il capitale non dà in appalto nessuna fetta di potere, mantiene tutto per sé il controllo dall’alto sui fattori della produzione e sui movimenti della società. La concessione economica che tiene in moto il meccanismo dello sviluppo sostituisce qui in ogni punto le forme ideologiche di partecipazione al potere politico dal basso verso l’alto. L’uso operaio del capitalismo classico punta allo sfruttamento della concessione economica fino ai limiti sopportabili dal sistema, con la minaccia di andare oltre; questi quando vuole ottenere di più subito. Là dove è diretta la gestione del potere da parte del capitale, la rivendicazione del potere operaio può porsi solo indirettamente, perché due poteri sul terreno politico non possono coesistere, e al massimo, e solo in periodo prerivoluzionario, si può dare un dualismo di poteri al vertice dello stato e alla base della società. Il capitale è più forte e sembra quasi imbattibile dovunque è riuscito a stringere in un blocco storico sviluppo e potere, queste istanze contraddittorie della società moderna, dovunque è riuscito a farne un’arma sola nelle proprie mani, escludendo dovunque dallo sviluppo il pericolo della crisi e dal potere il pericolo dell’insubordinazione. La società capitalistica guadagna in stabilità economica quello che perde in dinamica politica. Ma la stabilità non sempre coincide con lo sviluppo; spesso contraddice allo sviluppo. Di qui la necessità per il capitale di rimettere in moto la macchina economica premendo l’acceleratore della lotta politica. Scelta di nuovi indirizzi, aggiornamento dell’iniziativa a livello di classe, ristrutturazione dinamica del rapporto stato-società, sono tutte azioni di fatto a cui solo la classe operaia con la sua lotta può costringere il capitale. Questo rammodernamento coatto dell’iniziativa capitalistica ad opera della lotta operaia può avvenire oggi solo a livello mondiale. Come la crisi economica degli anni trenta fu preceduta da una cruenta lotta di classe e seguita da limpide scelte padronali di politica del lavoro all’interno di singoli stati, così l’attuale crisi politica, provocata da una concentrata ondata di rivendicazioni operaie, tutto lascia prevedere che si concluderà con un riassestamento del capitale sul terreno internazionale. Il rapporto di classe sarà rimesso in gioco non più entro i singoli paesi ma tra paesi, non più per classi nazionali, ma tra sistemi mondiali. Dobbiamo aspettarci o uno stallo della crisi sul medio periodo o un’iniziativa di riforma dell’attuale geografia politica del mondo. Abbiamo già detto qualcosa sull’ambiguità dell’interesse operaio riguardo a questa alternativa. Adesso c’è appunto da aggiungere che, nel caso di iniziativa riformatrice, non direttamente la classe operaia sarà l’oggetto di essa, ma per suo conto, in sua rappresentanza, l’oggetto sarà il mondo socialista. I capitalisti non sanno, e i migliori di loro fingono di non sapere, che lo stesso mondo socialista, Unione Sovietica in testa, soffre oggi contemporaneamente di due mali, la presenza della lotta operaia e la mancanza del suo sviluppo.</p>



<p>Unione Sovietica e movimento comunista internazionale fanno un solo e medesimo discorso, anzi sono un solo e medesimo fatto. Per ambedue l’atto di nascita fu un fatto talmente alternativo alla storia fin lì trascorsa del capitale da permettere loro di vivere di rendita rivoluzionaria fino quasi ai nostri giorni. Mentre il capitale, tra crisi e guerre, si apriva la strada verso una dimensione mondiale dei problemi che avrebbe dovuto portare al superamento dei vecchi interessi imperialistici di potenza, ecco che la comparsa del paese dei soviet spezza questo processo di sviluppo e propone problemi nuovi. Proprio mentre il capitale arrivava a programmare a livello mondiale la questione del suo sviluppo, dall’altra parte, da parte operaia, sul terreno internazionale, veniva riproposta la questione del potere. La rottura in un punto del sistema capitalistico mondiale si può dire dunque che ha ritardato lo sviluppo del capitale? Si può dire. E questa è la funzione reale che l’Unione Sovietica ha giocato nella lotta di classe internazionale. Quando infatti il ritardo viene imposto al capitale dall’insorgenza al suo interno di un potere operaio che lo blocca per un certo periodo nella sua crescita politica, cioè nell’aggiornamento della sua iniziativa politica, questo è non solo in sé un grosso fatto storico in quanto occasione di organizzazione di forze alternative, ma su questa base diventa modello ripetibile in altre situazioni e avendo davanti altri obiettivi. Oggi che questo ritardo è stato imposto da una rete di particolari lotte operaie generalizzatesi in tutto il contesto della forza-lavoro sociale, questo modello in questo solo senso torna d’attualità. Così dall’esistenza storica dell’Unione Sovietica dobbiamo prendere non la costruzione del socialismo in un paese solo, ma la rottura dell’equilibrio mondiale del capitalismo, quel lungo periodo ormai quasi concluso che ha visto questo pezzo di mondo sfuggire al controllo del capitale internazionale, e contrapporre al suo dominio fino ad allora incontrastato una nuova forma di dominio autonomo e alternative. È su questa base, poggiando su questo dato di forza reale, che il movimento comunista in alcuni paesi ha potuto crescere a potenza organizzata, in grado di riorganizzare il resto delle disperse forze rivoluzionarie. Di nuovo, non dobbiamo guardare al movimento comunista internazionale per quello che rappresenta oggi di organizzazione per la rivoluzione. No, dobbiamo guardarvi per quanto ha lasciato di valido nel tentativo di riportare su scala internazionale quella che era stata la rottura della catena capitalistica nel suo anello più debole. Correttamente il partito comunista nasce come Internazionale comunista. Non però in astratto come erano state e come saranno poi le internazionali dei socialisti e dei trotzkisti, ma partendo da un’esperienza rivoluzionaria concreta, realizzatasi di fatto, in un determinato paese. La cosa che ogni socialdemocratico rifiuta nell’esperienza comunista, questo internazionalismo di stampo sovietico, è nella natura storica stessa di quell’esperienza: non vi si può rinunciare senza mettersi fuori di essa, fuori delle sue grandi tradizioni di lotta. Il tentativo che fanno oggi i partiti comunisti dell’occidente di distanziarsi dall’Unione Sovietica è giusto e sacrosanto. Ma bisogna sapere che per questa via si arriverà molto lontano, senz’altro a cambiare nome e cognome al partito, e forse, se andrà bene, a rinnovare forme di lotta, contenuti organizzativi, strumenti tattici e obiettivi strategici.</p>



<p>Come il movimento comunista conta per la sua ricerca di una terza via tra le soluzioni organizzative estremiste e riformiste, così l’Unione Sovietica conta per il suo tentativo di superare con larga anticipazione storica l’alternativa che si sarebbe posta in seguito tra capitalismo classico e sottosviluppo. Una società industriale avanzata che nasce sulla base di un processo di accumulazione socialista, un’accumulazione cioè di capitale pubblico, non a caso imposta da un alto grado di violenza statale, questa è la grande iniziativa che fa capo a Stalin e che può ben stare a livello della grande iniziativa rooseveltiana degli anni trenta. Ambedue trovano la loro origine non remota nei moti operai del ’17-’20, ambedue elaborano una risposta insieme realistica e strategica, ambedue rilanciano un ciclo internazionale di nuove lotte operaie tra loro in modo incredibile oggettivamente complementari, sul salario, sulle condizioni di lavoro, sul potere. Gli Stati Uniti hanno esportato le nuove lotte operaie in tutta l’area di influenza americana, con le caratteristiche della rivendicazione economica gestita dal sindacato, in assenza di obiettivi politici portati dal partito. Dall’Unione Sovietica è venuta sempre l’istanza del potere: il tipo di lotta che è partito di lì è stato sempre formalmente politico, mobilitazione di massa su obiettivi non immediatamente di classe, ma ora popolari ora statuali. I paesi che offrono oggi il terreno più avanzato per la lotta di classe sono quelli dove si presentano ambedue questi filoni di lotta, economica e politica, di classe e di massa, contro il padrone e contro lo stato, i paesi dove <em>salario e potere </em>si incontrano non come armi dell’iniziativa capitalistica, ma come momenti di una sua crisi permanente, che dev’essere fatta servire alla riorganizzazione del partito operaio. Stiamo così parlando di nuovo dell’Italia e di tutti quei paesi, nel nostro senso privilegiati, dove sono venuti a diretto contatto grande capitale e movimento comunista, due fatti storici che in gran parte dei paesi e per lunghi periodi sono rimasti purtroppo divisi. Va esattamente rovesciata la vecchia tesi piagnona dell’Italia afflitta dal duplice male, del capitale e della sua arretratezza. In realtà l’Italia gode oggi del doppio vantaggio di un alto sviluppo della lotta operaia e di un vasto appoggio di massa ai contenuti e alle forme di questa lotta. Prende per così dire dai due massimi sistemi il momento della reciproca contrapposizione, da un lato il capitale come sistema di sviluppo indotto dalle lotte operaie, dall’altro il movimento comunista come forma di potere alternativo nell’interesse delle masse. Così in nessun paese come qui da noi conta la dimensione internazionale della lotta di classe, e la prospettiva di una ricomposizione strategica del movimento operaio a livello mondiale risulta qui una di quelle premesse senza le quali è impossibile portare a soluzione il problema che più ci sta a cuore, il problema del partito. E non è vero quanto si dice oggi, che le difficoltà maggiori per la lotta di classe starebbero nelle cittadelle del capitalismo.<br>Mentre qui, secondo le più proprie indicazioni marxiane, e in assenza di un’aggiornata iniziativa capitalistica, diventa di nuovo possibile rimettere in moto un meccanismo di crisi politica del sistema a partire da classiche contraddizioni economiche, di là, nei paesi a basso livello di sviluppo, a tal punto si è ingarbugliata la ricerca di una via rivoluzionaria, causa la confusione fatta da improvvisati guerriglieri-teorici su natura e funzione delle forze motrici, che difficilmente si ritroverà il bandolo dell’organizzazione senza un aiuto dal di fuori dell’area e dall’alto dello sviluppo. Sullo scacchiere mondiale quella che abbiamo chiamato la particolare forma politica della crisi del capitale oggi, ha avuto questa paradossale conseguenza: nei paesi del sottosviluppo, dove solo un’iniziativa capitalisticamente moderna avrebbe potuto far nascere un’organizzazione di forze veramente alternative, proprio l’improvviso venir meno di quella iniziativa ha disperso insieme al problema dell’organizzazione le forze stesse che dovevano costituirla; nei paesi a grande capitalismo invece, dove la lotta operaia poteva essere imbrigliata solo da uno scatto strategico del potere istituzionale, il mancato ammodernarsi del comportamento del capitale ha liberato l’azione di forze che già c’erano, le ha rimesse in movimento tutte quante, parzialmente collegandole fra loro. Così l’attuale crisi, o meglio la particolare sua caratteristica, noi diciamo che raccorcia e stringe i tempi di riorganizzazione di tutti i movimenti anticapitalistici e aggiunge invece altre tappe necessarie ai processi di rivolta così detta antimperialistica.</p>



<p>È tanto falsa la tesi sull’accerchiamento delle città quanto è vera la tesi opposta: solo la ripresa di una strategia di attacco alle più sviluppate strutture capitalistiche può dare senso tattico ai moti insurrezionali dei popoli oppressi, così come solo la lotta operaia può dare significato politico ai movimenti di contestazione delle istituzioni di potere. Quello che si tratta di vedere oggi e se i processi avvenuti <em>dentro </em>la classe operaia &#8211; modifica dei rapporti tra parti avanzate e parti arretrate, tra avanguardia e masse, nel senso di una tendenziale massificazione &#8211; si sono ripetuti o si possono ripetere nei rapporti tra operai dei paesi a grande capitalismo e forze in rivolta dei paesi sottosviluppati e strati sociali in crisi degli stessi paesi più sviluppati. Certo, anche qui la classe operaia, senza strumenti organizzativi di carattere politico, ha offerto il modello e così ha tirato tutto il processo delle rivolte anticoloniali, delle rivendicazioni antimperialistiche, dei tentativi di costruzione <em>subito </em>di uno stato sociale, e oggi di tutto quel complesso di lotta antistituzionale che rappresenta la malattia del giorno del capitale maturo a livello internazionale. Mai verrà abbastanza sottolineato il grande ruolo di punta, anticipatore e modellatore, che la classe operaia e soprattutto le sue lotte hanno giocato nel costruire l’attuale processo di accusa all’intera storia del capitale. La diffamazione dell’integrazione operaia nel sistema è quanto di peggio ha prodotto la tradizione del marxismo volgare: questo è il suo naturale punto d’approdo, qui si doveva arrivare poiché si era partiti dal generale, l’uomo, la società, lo stato, per arrivare al particolare, le classi e la lotta di classe. A queste ideologie della sconfitta, secondo le quali si integra chiunque vince una battaglia sul campo dell’avversario, va sostituito il grande principio pratico di pura marca operaia: <em>chi ha ottenuto di più vuol dire che ha lottato meglio. </em>È su questa base, sulla base della forza con cui gli operai sono in grado di strappare concessioni al nemico di classe, che va ricostruita la prospettiva di una internazionale delle lotte operaie come prezzo che il capitale deve pagare per avanzare sulla strada del mercato mondiale. Non importa se una prima fase dell’organizzazione prenderà la forma di internazionale sindacale: gli operai hanno imparato da tempo a far fare al sindacato il mestiere del partito. E non importa se l’etichetta di tutti i sindacati non sarà «di classe»: la FSM, così com’è, ha fatto il suo tempo e ci sembra buona la proposta CGIL di un processo al tempo stesso di organizzazione delle lotte e di unità sindacale che vada avanti per aree internamente omogenee. Primo obiettivo deve essere la continuità della lotta a livello internazionale, attraverso quell’altalena di articolazione e generalizzazione tra categorie, tra settori, tra aree geografiche, che il modello italiano degli ultimi anni ha così bene sperimentato. Certo processi nuovi di ricomposizione politica del movimento operaio sul terreno dell’organizzazione devono accompagnare, anzi a ben guardare non possono che seguire questo particolare sviluppo delle lotte. È inutile cercare già una soluzione internazionale al problema del partito. Sarebbe commettere lo stesso errore dei capitalisti, o meglio dei loro rappresentanti nei singoli governi, che per anni hanno inseguito la chimera dell’Europa politica, quando ancora il mercato europeo veniva lasciato lì come una realtà irrealizzata. Il partito nuovo della classe operaia deve nascere qui da noi avendo chiaro in testa: 1) il disegno di un determinato evolversi dell’iniziativa politica del capitale internazionale; 2) il progetto di spostare con la sua stessa esistenza e con le sue proprie azioni il rapporto di forza tra le classi in lotta su scala mondiale; 3) la previsione strategica del continuo ricambio di forze rivoluzionarie fresche che vengono dai paesi del sottosviluppo man mano che diventano secondo la dizione borghese «paesi in via di sviluppo»; 4) la fredda capacità tattica di utilizzare la presente divisione del mondo ai fini di una futura unità di classe.</p>



<p>Questi ultimi due punti, nella loro apparente oscurità, chiedono di essere spiegati. Noi viviamo nell’epoca che si può definire della maturità del capitale. È il capitale maturo che governa il mondo. E l’unicità del mondo sotto il governo del capitale giunto a uno stadio di vita piena e dispiegata, questo è il presupposto storico su cui occorre fondare fattuali ipotesi di lavoro politico. Governo non vuol dire ancora controllo. Maturità non è aver risolto una volta per tutte tutti i problemi. Che il capitale sia un fascio di contraddizioni, non è necessario spiegarlo qui. Ma che tra queste contraddizioni una sola vive per tutta la vita del capitale, mutando solo forma di esistenza, e tutte le altre continuamente cambiano, nel senso che muoiono le contraddizioni vecchie e nascono quelle nuove, tutto questo è ancora lontano dall’essere acquisito dalla coscienza soggettiva del punto di vista operaio. La scoperta della specificità della contraddizione che nel momento dato inchioda il capitale al dover governare e nello stesso tempo a non poter controllare il proprio sviluppo su scala mondiale, è appunto il compito della scienza operaia. L’uso pratico, nella lotta, di questa scoperta è appunto la funzione del partito operaio. L’errore è sempre quello di scambiare una contraddizione reale del capitale internazionale con un’alternativa ideologica al suo sistema di sviluppo. E quanto è avvenuto nel movimento operaio di fronte all’esistenza storica dell’Unione Sovietica. È chiaro che bisognava far sopravvivere il paese dei soviet, rompere il suo accerchiamento, rilanciarlo all’attacco delle strutture montanti del capitalismo classico con un nuovo esperimento insieme di gestione economica e di potere politico, tutto questo però non per alimentare tra le masse oppresse l’ideologia del socialismo realizzato, ma solo per far vivere il più a lungo possibile una contraddizione mondiale del capitale, in funzione della lotta di classe degli operai più avanzati. Correttamente la cinghia di trasmissione tra paese del socialismo e lotta di classe in occidente andava rovesciata, ma per far questo proprio dall’alto dell’Internazionale comunista doveva scendere la fredda definizione del socialismo in un paese solo come contraddizione del capitalismo mondiale, realtà dunque interna e contraddittoria al capitale, tanto più minacciosa quindi nei suoi confronti. Mentre la classe operaia, ammaestrata da sanguinose sconfitte, imparava il senso di una lotta contro il capitale condotta dall’interno del suo stesso sistema di produzione, di consumo e di scambio, il socialismo si contrapponeva dall’esterno al capitalismo con un atto di fede nei propri autonomi valori ideologici. Nasceva di lì quel divario di sviluppo, quel distacco storico tra socialismo e classe operaia che ha portato oggi a questa conclusione paradossale: gli operai sembrano integrati perché accettano di lottare dentro il capitale, in realtà minacciandolo di morte da pochi passi di distanza; il socialismo che ha voluto stabilire una lontananza astrale, per mezzo di blocchi e di sistemi, dal capitalismo, è sembrato fin qui l’unica alternativa valida, ma sempre più lo vediamo vittima di una logica ferrea che lo recupera entro le leggi classiche del capitale. Che oggi il socialismo realizzato, cioè l’Unione Sovietica con i suoi alleati, non rappresenti più neppure una contraddizione del capitale, &#8211; è fin troppo facile dirlo e facile dimostrarlo; che non sia neppure più tatticamente utilizzabile nell’ambito di una strategia di lotte operate -, questo l’hanno capito perfino i comunisti dell’occidente, quindi ormai lo possono capire tutti. Si pone oggi il problema: questo tipo di contraddizione non si è spostata e quindi rinnovata in un altro spazio geografico, cioè in un’altra esperienza altrettanto macroscopica e altrettanto isolata di costruzione del socialismo in un paese solo? In altre parole: la Cina di oggi non rappresenta quello che rappresentava l’Unione Sovietica di ieri? Non è essa la contraddizione nuova del capitale a livello mondiale? Di contraddizione nuova noi pensiamo che in questo caso <em>non </em>si possa parlare. Secondo questo modo di vedere la Cina rappresenta piuttosto il residuo di una vecchia contraddizione. Talmente corposo e materiale e al tempo stesso funzionante a livello soggettivo è stato il fatto storico dell’Unione Sovietica per decenni fuori dell’iniziativa e del controllo del capitale internazionale, che non poteva estinguersi sul medio periodo, doveva ripetersi e restaurarsi su altri terreni, magari con diverse forme di espressione. Siccome non ci interessa in questa sede il modello di costruzione di una società alternativa a quella del capitalismo, ma ci interessa il modo di funzionamento di queste esperienze sul terreno della lotta di classe internazionale, possiamo senz’altro dire che la Cina ripete una storia già vissuta, ovvero più precisamente fa rivivere una contraddizione morente del capitale e in questo gioca un ruolo complesso ancora tutto da chiarire, di ritardo dell’iniziativa capitalistica a livello mondiale ma anche di accelerazione del processo di ricomposizione unitaria tra i due massimi sistemi, USA e URSS, di accelerazione nei passaggi di sviluppo dei movimenti antimperialistici ma anche di ritardo nel cammino di riconquista di una strategia internazionale delle lotte operaie anticapitalistiche. II fatto che si tratti di un residuo di contraddizione storica aumenta la complessità del suo funzionamento politico. Il punto di vista operaio deve con cautela rilevare il dato della sua esistenza materiale, seguirne lo sviluppo e di già abbozzare un comportamento pratico in conseguenza. Certo dall’interno della presente faticosa fase di crescita della scienza operaia a tutti noi capita di sorridere alla lettura delle massime di Mao. Ma non bisogna reagire alla incomprensione che da quella parte viene nei confronti delle lotte di classe operaia, con una incomprensione di senso opposto nei confronti di tutte le lotte che di classe operaia non sono, e ciononostante sono lotte vere e proprie. Non c’è solo la specificità delle contraddizioni singole del capitale, c’è anche e forse in conseguenza la specificità dei singoli movimenti di lotta contro il capitale. Ognuno ha il suo ambito di azione, il suo modo di sviluppo, i suoi obiettivi e la sua particolare forma di organizzazione. Ma alla contraddizione fondamentale corrisponderà &#8211; deve corrispondere &#8211; il momento fondamentale della lotta. A questo assolutamente non si può rinunciare. <em>Scegliere la classe operaia </em>è un imperativo per qualsiasi tipo di rivoluzionario, in qualsiasi parte del mondo si trovi appunto a lottare. Scegliere la classe operaia è il modo pratico di azione di ogni militante nei movimenti di lotta contro il capitale, sia che abbia il nemico di fronte a sé, sia che lo combatta da lontano, nei suoi effetti indiretti. Scegliere la classe operaia è il compito politico dell’organizzazione per la rivoluzione, non solo quando le forze direttamente operaie sono lì a portata di mano, ma anche quando vivono e lottano in un altro continente, con altre armi tattiche, per altri obiettivi strategici. Dall’interno del cosiddetto terzo mondo, a livello di coscienza soggettiva, c’è da augurarsi che scatti in un futuro molto prossimo la molla di una scoperta geniale, quella di una dimensione nuova della lotta su quel terreno, una visione globale, mondiale, delle rivendicazioni anticapitalistiche, con dentro una voluta parzialità delle proprie posizioni, delle proprie proposte, delle proprie richieste. Bisogna capire, in una sorta di escalation teorico-pratica, che oggi come oggi 1) le guerre nelle campagne del mondo devono servire alle lotte operaie nelle cittadelle del capitale; 2) non devono servire alla classe operaia perché scateni l’attacco finale alle fortezze del suo nemico, in quanto da questo siamo ancora lontani; 3) devono servire alla classe operaia perché risolva i suoi presenti problemi di organizzazione. Aggredire il capitale sulle sue ali esterne, specialmente in un momento di prolungata crisi dell’iniziativa politica, vuol dire soltanto mettere in difficoltà il suo potere di riassorbimento delle contraddizioni interne, specialmente di quella fondamentale che lo vede impegnato sul terreno del salario operaio. È inutile, e sarebbe puro volontarismo ideologico, tentare di trovare un’affinità di contenuti tra lotta operaia sul salario e guerra di guerriglia per il controllo delle singole ricchezze nazionali. Non è questo il punto. Su contenuti del tutto diversi, a diversi livelli di sviluppo, anche senza diretto significato di classe, lo scontro anche violento nelle retrovie del capitale, deve servire a creare un clima internazionale di crescente tensione politica, deve esasperare la specificità dell’attuale crisi capitalistica, deve far intravvedere la presenza di nuove possenti forze non certo neutrali nella lotta di classe, in modo da ambientare la parte operaia sul terreno più favorevole per affrontare il tema dell’organizzazione nuova, il problema del partito.</p>



<p>La classe operaia si cerca dunque i suoi <em>alleati </em>anche fuori del proprio ambito specifico di lotta. Se sul piano interno le alleanze si pongono tra partito operaio e altre forze organizzate che in quel momento contestano aspetti singoli del sistema, sul piano internazionale le alleanze sono tra lotte operaie e singole situazioni di crisi del capitale provocate da movimenti di rivolta contro gli effetti del suo dominio, neocolonialismo, imperialismo, ecc. Come dal terzo mondo deve salire oggi la proposta di una voluta subordinazione ai contenuti e alle forme delle lotte operaie, così dall’alto della classe operaia deve scendere il riconoscimento pratico che il capitale può essere aggredito da varie parti da varie forze che contrastano il suo sviluppo, ritardano l’ammodernamento della sua iniziativa, lo mettono in difficoltà proprio per tutto quel periodo che serve agli operai per rimettere in moto il meccanismo di passaggio ora rimasto bloccato: <em>lotte nuove &#8211; nuova organizzazione. </em>Questo riconoscimento può avvenire a livello di massa operaia ad una sola condizione: se da parte delle forze soggettive che sono in gioco per rinnovare il partito si porterà avanti prima ancora che un internazionalismo di tipo nuovo la critica del vecchio internazionalismo. Anche qui i miti devono morire. Le ideologie vanno fatte cadere, perché da sole non cadono, da sole si restaurano, da sole si riproducono. Che gli operai siano per natura internazionalisti è una favola ottocentesca come quella degli operai che in quanto tali combattono per il socialismo. Il proletario che si sdraia sui binari per non lasciar passare il convoglio che porta armi ai bianchi nella giovane Russia rivoluzionaria, è un’immagine che non si ripete più nella realtà odierna. Non a caso oggi sui binari ci trovate lo studente: è un segno dei tempi, del cammino che ha fatto la coscienza di classe fuori della classe operaia e di un’altra cosa importante: gli operai lasciano volentieri che facciano altri adesso quello che loro hanno fatto nel passato, specialmente quando si tratta di manifestazioni esteriori, gesti simbolici, atti di sfida ai potenti, solidarietà con gli oppressi, ecc., tutte cose che ricordano alla classe operaia matura la propria romantica infanzia. Diciamolo chiaramente. Pochi sono stati gli operai nel mondo che hanno lottato per la pace nel Vietnam e ancora più pochi quelli che hanno lottato per la vittoria dei Vietcong. Prima di condannare, bisogna capire. Un internazionalismo generico, formale, puramente retorico, «operai di tutto il mondo unitevi» e giù la banda che suona l’internazionale, «per una strategia mondiale della lotta di classe» e cioè gli operai per le guerre di liberazione nel sud-est asiatico, gli operai per la guerriglia nell’America latina, gli operai per le pantere nere, &#8211; con queste cose in questo modo ci si deve mettere in testa che non ci si tira dietro la classe operaia. Meglio quando si trattava di difendere l’Unione Sovietica dall’assedio e dall’odio dei capitalisti di tutto il mondo: almeno l’internazionalismo aveva un riferimento di fatto a un paese preciso, che non solo non coincideva per gli operai con la propria patria, ma era il nemico stesso della propria patria. Non a caso questa forma storica di internazionalismo prendeva le mosse dall’alta indicazione leninista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, con l’appello agli operai di rivolgere le armi contro i propri governi. In questa che è stata finora la sua forma più avanzata, più internazionalismo e irripetibile. L’internazionalismo di oggi deve essere un fatto pratico, concreto, non ideologico, non umanitario, soprattutto non dato per scontato, come se esistesse innato nella mente dell’operaio. Lo spontaneismo dell’internazionalismo è uno dei tabu più diffusi, forse in assoluto quello più diffuso tra i tabu del militante di partito. Per questa via si va incontro a cocenti delusioni. La diffidenza &#8211; di parte, di classe &#8211; molto semplicemente espressa come indifferenza, nei confronti del discorso internazionalista è infatti una delle realtà di fatto più corpose della massa operaia oggi. L’internazionalismo va portato agli operai dall’esterno, attraverso lo strumento del partito. Come è il partito che fa ormai le alleanze con le organizzazioni affini, così è il partito che stabilisce il legame internazionale con le lotte parallele. Dalla spontaneità di classe il partito può oggi rilevare, e deve rilevare, la critica distruttiva del vecchio internazionalismo. Ma l’internazionalismo di tipo nuovo, la nuova strategia mondiale della lotta di classe, dal punto di vista operaio, deve essere una scoperta soggettiva da far nascere coscientemente a livello di partito. Sarà così per tante altre cose. Il rapporto <em>classe-partito – </em>il punto di partenza di tutto &#8211; è soprattutto il momento della distruzione del passato e si tratta qui del passato del partito. Il rapporto <em>partito-classe &#8211; </em>il passaggio obbligato per tutti &#8211; è il momento della scoperta del nuovo, la finestra sul futuro, sul futuro della classe. Così l’internazionale nuova, proposta dal partito, non sarà più l’internazionale dei partiti, ma della classe, &#8211; <em>internazionale </em>prima di tutto <em>delle lotte operaie. </em>Non più quindi un ideale per cui combattere, né un organismo di vertice che cerca di convincere gli operai a combattere per l’ideale, ma un semplice fatto politico, un bisogno di organizzazione che sale dal basso, come dal basso salgono le lotte, e che si incontra con una strategia internazionale di queste lotte che viene dall’alto. Bisogna capire che la dimensione internazionale della lotta di classe è un fatto che ci viene imposto dallo sviluppo mondiale del capitale. L’iniziativa politica, istituzionale, dei capitalisti a livello mondiale può anche restare ferma, come oggi, nel medio periodo, ma la natura del capitale veramente non conosce confini e quanto più avanza lo sviluppo economico tanto più questo sviluppo diventa internazionale. La lotta operaia non può che adeguarsi a questo cammino, pena atroci sconfitte. Gli operai devono essere dunque internazionalisti non per scelta ideale, ma per i bisogni pratici della loro lotta. Se è vero che gli operai non hanno patria, allora per patria non vogliono nemmeno avere il mondo, e il destino di questo come di altri pianeti potete stare sicuri che li lascia completamente indifferenti. Internazionalisti non per vocazione ma per necessità, la classe operaia da una parte il capitale dall’altra, a un certo punto della storia che ambedue li comprende, trovano questo terreno obbligato di lotta. Prima abbiamo detto: quello dei due avversari che avanzerà con l’organizzazione a questo livello conquisterà punti per la vittoria. Adesso dobbiamo aggiungere: organizzazione delle lotte da parte operaia, organizzazione del mercato da parte capitalistica, è il punto da cui riparte il prossimo ciclo della lotta di classe internazionale. Stato borghese e partito operaio, solo adattando i propri problemi alla dimensione ancora sconosciuta di questa terra di nessuno, possono sperare di superare presto la rispettiva crisi. E del resto: chi per primo risolve la crisi in un punto significativo sposta dalla sua parte le migliori capacità di movimento sullo scacchiere mondiale. Così, nuovo internazionalismo e partito nuovo fanno una cosa sola, un solo fatto e al tempo stesso un solo problema, un circolo che non si chiude per un solo anello mancante.</p>



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<p>GLI ALTRI DUE SAGGI DI MARIO TRONTI SONO CONSULTABILI AI SEGUENTI LINK:</p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I) – ESTREMISMO E RIFORMISMO</strong></a></p>



<p><strong><a href="https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (II) – IL PARTITO COME PROBLEMA</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/12/12/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-iii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA &#8220;CONTROPIANO&#8221; (III)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 15:44:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[TRONTIANA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che segue è il secondo saggio (il primo è consultabile sulla nostra rivista qui) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista Contropiano diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/23/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-ii/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (II)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quello che segue è il secondo saggio (il primo è consultabile sulla nostra rivista <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>qui</strong></a>) di Mario Tronti pubblicato nel 1968 sulla rivista <em>Contropiano</em> diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari e fondata proprio in quell&#8217;anno. Tronti vi pubblica solo tre articoli, ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia e Quaderni Rossi.</p>



<p>I tre articoli, <em>Estremismo e riformismo </em>(CONTROPIANO, N. 1/1968, pag. 41-58),  <em>Il partito come problema</em> (CONTROPIANO n.2/1968, pag. 297-317) e <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em> (CONTROPIANO, N. 3/1968, pag. 505-526) rappresentano una lunga e attenta disamina su alcuni concetti quali l’organizzazione, la teoria del partito, la funzione del sindacato e il ruolo del movimento, soprattutto quello studentesco. In calce al primo articolo lo stesso autore scrive: <em>Questo discorso avrà un seguito, probabilmente in due parti: una dedicata a quella che si dice la teoria del partito, con annesso il problema del sindacato, oggi; l’altra dedicata a quella che si dice la strategia internazionale della lotta di classe, compreso il momento mondiale odierno del movimento operaio</em>. Necessariamente i testi proposti risentono del periodo storico e politico nel quale sono stati prodotti ma ancora oggi, in essi, si possono individuare elementi di assoluta attualità che ci hanno spinto alla pubblicazione sulla nostra rivista.</p>



<p>Quello che segue, <em>Il partito come problema</em>, è il secondo dei tre contributi.</p>



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<p class="has-medium-font-size"><strong>IL PARTITO COME PROBLEMA</strong></p>



<p>Ci sono momenti in cui sale lo scontro di classe, mentre arriva ancora a muoversi nella forma del partito: momenti in cui, mutati i contenuti delle lotte operaie, non c’è niente nella vecchia organizzazione che riesca a registrare le condizioni nuove. Dagli anni trenta ad oggi abbiamo vissuto un lungo momento, un’epoca, di questo genere. Gli operai a contatto diretto con l’iniziativa capitalistica, dopo la grande crisi, hanno via via modificato la gerarchia interna delle loro rivendicazioni, fino ad assumere il cammino più corretto e il modo d’attacco più efficace di tutta la storia della lotta di classe, quello che oggi si riassume nella parola d’ordine: dal salario al potere. II partito rivoluzionario, il movimento comunista, era nato sull’indicazione opposta &#8211; che bisognasse prendere il potere per migliorare le condizioni di vita dei lavorala -, e anche quando ha modificato questa prospettiva, non ha mai avuto il coraggio di rovesciarla. Che puntando la lotta sul salario, sulle condizioni economiche degli operai nel capitalismo, e ottenendo successi su questo terreno, si possa arrivare non a stabilizzare ma a mettere in crisi l’attuale macchina politica del capitale, &#8211; è questa l’ipotesi sempre più ricca di fatti che mette in situazione critica la presenza del partito così com’è e rende problematica la sua stessa sopravvivenza. Non esiste d’altra parte un modello già pronto di nuova organizzazione, tanto meno quindi la possibilità di una sua esistenza già tutta dispiegata. Esistono solo tutte le ragioni di una ricerca, tutte le condizioni di una sperimentazione, che offra un ponte di transito tra il vecchio e il nuovo, un punto di contatto storico, un rapporto, una struttura intermedia di passaggio dalla più vicina e più praticabile forma di partito agli ultimi altissimi e avanzatissimi livelli di classe.</p>



<p>Poniamoci la domanda: è necessario oggi rivedere e aggiornare quella che si dice la «teoria del partito»? Pochi, credo, avranno il coraggio di rispondere <em>no </em>a questa domanda. I cosiddetti dogmatici sono in fondo solo dei revisionisti che si vergognano. Per quanto li riguarda sono disposti a cambiare la forma del partito se rimane intatta la sostanza del loro potere. I revisionisti espliciti, invece, i riformisti moderni, sono i più pronti ad assumere l’istanza di un aggiornamento nella teoria dell’organizzazione, sulla base dei bisogni più recenti del capitale, sull’onda delle sue più correnti ideologie. È di nuovo per sfuggire a queste vecchie alternative che noi vogliamo rimettere in discussione il concetto stesso di «teoria del partito». Se teoria, dal punto di vista marxista, si dà di un fatto reale della produzione, che si mostra permanente per tutto l’arco di esistenza di una formazione economico-sociale, e condiziona le condizioni sociali, e impone una sua vita autonoma nei confronti dell’insieme, in termini di lotta, di insubordinazione, di antagonismo, &#8211; allora si dà teoria di una classe &nbsp; e non della sua organizzazione formale. Se teoria è conoscenza e giudizio di una parte sul tutto, della classe sulla società, se è non solo coscienza di classe ma coscienza della lotta di classe, &#8211; allora si deve parlare di punto di vista operaio sul capitale e non di quel balordo concetto di «partiticità», che a pensarci bene era inevitabile si riducesse al punto di vista del partito sui fatterelli della vita quotidiana. Estremismo e riformismo che in comune hanno l’assenza di una teoria della classe operaia, in comune hanno anche la presenza di una teoria del partito. E non si sa chi ha combinato più guai, se l’idea socialdemocratica di una organizzazione aperta per la raccolta del consenso e per la gestione del potere nell’interesse generale, o la teoria bolscevica del partito come circolo chiuso di rivoluzionari di professione che vanno in mezzo al popolo per sollevarlo, secondo la codificazione di principio del catechismo staliniano. Ma una sola classe, tanti partiti: questo è e rimane il fatto decisivo. Che la storia interna della classe operaia possa dar luogo a un concetto di classe che leghi insieme le fasi passate e preveda e prepari quelle future, &#8211; questo è il lavoro di oggi del pensiero teorico. Ma che le molteplici forme del partito, fin qui vissute e tuttora in gran parte conviventi (perché niente più del partito si presta ad essere eredità passiva) diano poi luogo a quella forma che più ci serve in questo momento, &#8211; questo è un fatto pratico, un’azione politica, un lavoro sulle cose. Altrimenti sarebbe come prendere per buona e adattare ai nostri bisogni la pretesa di parte borghese a una «dottrina dello stato»: e riconoscere così autonomia a una realtà che per definizione è derivata, non ha vita propria, vive di luce riflessa. Il partito non ha, non può, non deve avere autonomia rispetto alla classe: questo è l’unico punto teorico fermo, che può essere elaborato, ma mai, in nessun caso, né rivisto né tanto meno negato. Per il resto, <em>teoria della classe </em>e <em>pratica del partito </em>è il primo ancoraggio di metodo su cui bisogna fermare la ricerca.</p>



<p>Pratica del partito, ovvero ricerca di quella forma di partito che più ci serve in questo momento: vediamo se è un modo corretto questo di porre il problema. Non è il caso di impegnarsi adesso in una professione di fede metodologica. Ma certo bisogna partire dal fatto che il problema del partito ha per sua natura una soluzione di breve periodo, non in senso assoluto ma relativamente ad altro e l’altro in questo caso sono i problemi più direttamente di classe che seguono il passo delle grandi epoche storiche. La soluzione va cercata quindi già in una dimensione temporale provvisoria, con una autolimitazione nel tempo, che non può certo essere calcolata al millimetro, ma che deve tenere in sé una controllata approssimazione. Va cercata inoltre in uno spazio geografico ben delimitato, non in senso grettamente nazionale, come capita oggi<em> </em>spesso di sentire, ma sulla base di una situazione di classe omogenea, che copre livelli di lotte se non eguali, almeno simili tra loro. Dire una volta per tutte e come principio valido per tutti: ecco il partito della classe, &#8211; è non solo errore di metodo, è errore pratico, politico, che si paga duramente sul tempo lungo della lotta. Non sappiamo ancora se dal punto di vista operaio dovrà elaborarsi un nuovo moderno concetto di <strong>«</strong>politica», se l’attività pratica in senso sovversivo dovrà essere sistemata secondo nuove leggi. Sul momento tutto lascia credere di no. E a questo punto siamo quasi convinti che <em>leggi </em>della tattica non se ne possono dare, a meno di non dare veste strategica, e quindi significato non politico, al comportamento pratico. Il problema è sempre quello di trovare i modi concreti di organizzazione delle forze in lotta in questo momento dato e nello spazio che ci è concesso. Per questo occorre cominciare a mettere in circolazione una figura del partito come armamento leggero della classe, che si possa in breve assumere e in breve abbandonare, che dia duttilità di movimento e rapidità di esecuzione alle istanze di base, che abbia in sé quella capacità di autocontrollo che lo spinge a cambiare forma man mano che i nuovi livelli di sviluppo degli operai impongono mutamenti all’iniziativa del capitale. Il partito come funzione della classe non basta: questa <em>funzione </em>deve ora diventare una struttura elastica, agile, moderna, aggiornata, facile da usare, maneggevole cioè nel suo meccanismo consapevolmente provvisorio, e soprattutto ricca di complesse articolazioni.</p>



<p>L’articolazione non sarà soltanto e non sarà tanto <em>nel</em> partito, ma <em>del </em>partito con altre istanze organizzate, da esso autonome e con esso, diciamo così, <em>alleate. </em>Il concetto di alleanze sembra più propriamente spostarsi oggi dal terreno sociale a quello istituzionale. Un blocco storico, nel senso appunto di organica alleanza politica, e più facile oggi che si realizzi tra forze istituzionalmente diverse, ognuna nel proprio campo organizzata, che tra ceti sociali spontaneamente in lotta ognuno per i propri particolari interessi. Alla società del pluralismo democratico non si può rispondere con il settarismo di un’organizzazione unica e monolitica, rappresentante degli interessi di più classi e della nazione intera. Occorre anzi avere più pedine da muovere, contemporaneamente e nella stessa direzione, più forze organizzate da impegnare, alcune subito e in primo piano, altre di riserva e come sorpresa per l’avversario. Tutto lascia prevedere che ci troveremo a che fare, nel periodo immediatamente prossimo, non con una guerra di posizione, ma con una guerra manovrata e di movimento. Gli sviluppi degli ultimi anni, le vicende degli ultimi mesi indicano questa direzione oggettiva. Ma anche se così non dovesse essere, bisognerebbe comunque imporre soggettivamente al nemico di classe questa condotta nella lotta, perché è quella che più lo mette in difficoltà, lo costringe alla difesa, toglie spazio alla sua iniziativa, gli lascia come unica via d’uscita la risposta disordinata di chi sa che non può non perdere. Al partito spetta di esercitare l’egemonia più che la direzione sulle forze alleate. E l’egemonia è fatta di consenso spontaneo, e questo va fondato sul prestigio, sulla maggiore capacità di analisi e di coscienza della situazione complessiva, sulla migliore possibilità di incidere in forme aggressive sul potere del capitale: tutte cose che restano in mano al partito quando il partito funziona. Su questo terreno esterno i vecchi metodi di direzione sono invecchiati più in fretta che all’interno del partito, non funzionano più, vengono rifiutati con una giusta violenza. Da qui bisogna andare avanti a stabilire dovunque, dentro e fuori il partito, nuovi rapporti tra chi momentaneamente si trova a dirigere e chi momentaneamente è diretto. Uomini nuovi devono continuamente salire al vertice del movimento e fare esperienza di sé, a rinnovare tutto. È per la sommità del partito che vale prima di tutto la parola d’ordine: <em>bisogna cambiare!</em></p>



<p>Il sindacato è il primo degli «alleati» del partito. Il supporto tra i due, le reciproche competenze, la diversità dei compiti e al tempo stesso il terreno di classe che li unisce e talvolta li confonde, sono questi i problemi di sempre che oggi hanno avuto un decisivo e speriamo fecondo ritorno di attualità. A noi sembra che tra sindacato e partito non si possa parlare di un diverso terreno di lotta, ma di una diversa estensione di questo terreno. L’uno e l’altro vivono e lottano &#8211; devono vivere e lottare &#8211; sul campo della produzione sociale. Il sindacato gestisce quei contenuti della lotta che si rivolgono contro il padrone singolo o contro la somma dei padroni singoli. L’organizzazione sindacale padronale cura niente più che l’associazione degli interessi economici dei singoli capitalisti: è questo che gli dà forza politica; ma non bisogna confondere la confindustria con lo stato, come si fa spesso, rozzamente, da sinistra. Così, similmente, restano in mano al sindacato operaio la difesa del livello elementare della forza-lavoro, i tempi di lavorazione del prodotto, l’orario, i cottimi, ma anche tutto il resto, compreso il salario. Il sindacato gestisce nella sua tensione tutta la lotta e ne assicura la continuità. Il partito sceglie tra i contenuti della lotta quello che ha la maggiore incidenza sull’iniziativa politica del capitale nel suo complesso e fin un particolare momento. Sceglie e revoca a sé e prende in mani proprie quel contenuto spontaneo della lotta operaia che investe direttamente ed è capace di mettere in crisi l’equilibrio <em>statuale, </em>la stabilità politica del potere capitalistico: cosa che deve risultare dall’analisi scientifica del proprio avversario di classe, dal calcolo esatto delle forze in campo, dalla misura del livello dei bisogni della propria parte. Il sindacato comprende e tiene presente tutti i contenuti della lotta, ma tutti dentro il terreno della produzione diretta, arrivando al massimo alle condizioni <em>sociali </em>in cui si presentano i problemi operai: nella fabbrica e dalla fabbrica alla società. Il partito isola uno di questi problemi, volta a volta politicamente determinato, e lo porta dalla fabbrica alla società <em>fino allo stato. </em>Uno di questi problemi, una di queste richieste operaie di base, uno di questi bisogni collettivi di massa, in grado oggi di coprire tutta la traiettoria che porta la minaccia di sovversione nel cuore del sistema, &#8211; è il salario. Sul salario operaio, non solo da oggi, è possibile e diventa sempre più necessaria una lotta| politica generale, in cui il partito impegna i quadri della propria organizzazione e verifica la sostanza della propria linea di alternativa al sistema, con un attacco a fondo non alla politica economica del governo ma alla stabilità politica dello stato negando il controllo capitalistico sui redditi da lavoro, facendo saltare prima ancora che il piano nel suo complesso, le sue stesse premesse di valore. Questo vuol dire la frase in sé non del tutto chiara: <em>il salario in mano al partito.</em></p>



<p>Di questi tempi non si può parlare di sindacato senza parlare di autonomia e di unità. Bisogna dire subito che anche dal punto di vista qui trattato l’autonomia e l&#8217;unità del sindacato non sono delle concessioni tattiche, sono e devono essere, meno oggi, vere e proprie scelte strategiche da parte del partito. L’<em>autonomia </em>assicura al sindacato la funzione di specchio delle condizioni della forza-lavoro in un dato momento, riflesso diretto e immediato, misura economica, quantitativa, della situazione di classe della forza-lavoro, dei suoi bisogni elementari di fronte al padrone. L’<em>unità </em>sindacale, oltre a rendere possibile una vera autonomia, garantisce una visione appunto unitaria dei problemi dei lavoratori, media già in sé e ricompone in una linea di tendenza unica rivendicazioni specificamente operaie e rivendicazioni genericamente lavoratrici, cercando e trovando un’espressione di nuovo economica delle rispettive istanze politiche. Il partito ha bisogno di questa <em>conoscenza diretta e subito complessiva </em>della situazione di classe a livello economico-materiale, ha bisogno del sindacato per averla. Il sindacato è infatti <em>specchio della spontaneità </em>operaia; e non solo di quella operaia, ma anche dell’iniziativa padronale diretta sul luogo di produzione. Solo su questa base materiale il partito può costruire una <em>politica di classe. </em>È chiaro che perché il sindacato serva in questo modo al partito deve poter seguire tutto quanto e in piena libertà il suo compito specifico, funzionare quindi concretamente come organo di difesa della forza-lavoro di contro all’iniziativa padronale e come strumento di attacco delle richieste operaie al potere economico capitalistico. Il sindacato in quanto arma della lotta economica operaia assolve già e tutta intera la sua funzione politica e non ne deve cercare nessun’altra.</p>



<p>Si pone il problema: questo specchio sindacale non serve anche al capitale per conoscere i movimenti oggettivi della forza-lavoro e per aggiornare quindi la iniziativa politica generale sul terreno di classe? Il sindacato non diventa così un istituto neutro di ricerche sociali? o peggio una struttura formalizzante del problema di classe a favore di chi tiene il potere? Il pericolo dell’istituzionalizzazione è reale. La funzione istituzionalizzante che il sindacato esercita sulle lotte operaie per conto del capitale, in una parola l’uso capitalistico del sindacato, non è un’invenzione fantastica di gruppetti estremisti, è una scoperta scientifica di forte impronta marxista. È l’altra vera e reale faccia del sindacato a livello di capitalismo sviluppato. Questa faccia non si potrà mai completamente cancellare; ma come si può ridurre a fatto secondario? Come si può caricare di senso politico opposto l’organizzazione capitalistica della forza-lavoro? Due condizioni sembra necessario a questo proposito predisporre e salvaguardare. La prima riguarda la struttura democratica del sindacato al suo interno: la spinta dal basso verso l’alto deve essere più forte del controllo del vertice sulla base; il vertice di qualsiasi organizzazione in una società capitalistica è sempre pericolosamente sensibile alle necessità del capitale; per correggere questa tendenza non c’è altra via che curare di tenere sempre bene aperti i canali di passaggio delle richieste operaie di massa; oggi torna di moda l’assemblea operaia ed è una fortuna, ma bisogna stare attenti, la democrazia diretta così come stanno le cose non è un modo molto efficiente di direzione e di organizzazione; non si tratta di negare qualsiasi funzione ai dirigenti come tali; per adesso si tratta ancora di cambiare quelli che non si possono utilizzare e di utilizzare quelli che non si possono cambiare. La seconda condizione si chiama partito di classe fuori dal sindacato: l’iniziativa politica sempre in mano al partito e attraverso il partito in mano alla classe operaia; strategia di attacco al potere del capitale, mai sulla difensiva, mai dare tregua; spostare sempre in avanti gli obiettivi in modo che quello che viene istituzionalizzato dal capitale sia già il livello passato, quello immediatamente precedente, dell’organizzazione materiale della forza-lavoro, mentre il livello presente e quello che sta per sopraggiungere deve sfuggire alla conoscenza e alla presa del capitale stesso; la forza della previsione deve rimanere gelosamente in mani operaie, attraverso lo strumento dell’organizzazione politica; l’istituzionalizzazione capitalistica deve essere condannata a un generico riflesso di ciò che irrimediabilmente è stato.</p>



<p>Cade qui un appunto di metodo sulla differenza concettuale tra organizzazione e istituzionalizzazione. Specialmente dall’interno delle forze giovanili oggi in lotta è facile notare una certa confusione su questi concetti. Ogni e qualsiasi tipo di organizzazione, anche propria, anche fatta da sé stessi, viene rifiutata per i pericoli che presenta di essere strumentalizzata dall’avversario, attraverso i canali ufficiali di un movimento di opposizione formale. C’è qui un’istanza di principio giusta e corretta, di chiara origine operaia. Anche gli operai, quando non c’è ancora lo scontro di massa, quando si tratta di prepararlo, quando il nuovo ciclo di lotta è agli inizi e si devono raccogliere le forze e stabilire i piani d’attacco, &#8211; anche gli operai non li troverete disposti a scoprire le carte di fronte al padrone, a prefigurare cioè in modo aperto le forme della loro prossima struttura organizzata. Ma la lotta operaia si iscrive sempre in una continuità di organizzazione che non viene mai bruscamente interrotta: e qui sta la differenza. Gli operai possono permettersi il lusso di non passare alla nuova forma di organizzazione finché possono usare lo strumento di quella vecchia. Ma chi deve pensare per la prima volta a organizzarsi, chi dietro di sé non ha modelli se non da distruggere, chi dunque non ha tradizione di organizzazione, allora non può tardare a salire ai nuovi livelli adatti a un movimento che vuole camminare sulle proprie gambe, reggersi cioè su proprie strutture, lasciando alle neo-avanguardie artistiche, che se lo meritano, il gioco intellettuale dei discorsi «informali». Il ritardo nel passaggio all’organizzazione può compromettere oggi la crescita del nuovo movimento giovanile, la sua maturazione politica, la sua funzione prossima di <em>forza d’urto </em>dello schieramento di classe contro il sistema del capitale. Accettare l’organizzazione, rifiutare l’istituzionalizzazione: questo è il programma. Riuscire a costruire una struttura funzionante di espressione delle esigenze di massa e di direzione della nuova spontaneità senza lasciarsi iscrivere nell’elenco delle associazioni che ufficialmente raccolgono le spinte di base e pacificamente le convogliano nel mare inquieto dello stato borghese: questo è il problema. Con ciò non vogliamo dare credito alle illusioni della guerriglia cittadina nelle metropoli del capitalismo, o peggio, alle romanticherie dell’apparato semiclandestino che sempre ricorrono di fronte alla dura realtà della repressione poliziesca. Ripetiamo che tutto intero il terreno democratico tradizionale va utilizzato fino in fondo, e che è la possibilità di questa utilizzazione che va prima di tutto imposta all’avversario. <em>Organizzazione senza istituzionalizzazione </em>vuol dire autonomia e libertà di movimento per forza propria e non per graziosa concessione della carta costituzionale, vuol dire imporre anche sul terreno formale la presenza organizzata di una potenza politica alternativa senza che il sistema ne faccia un elemento di stabilità dei suoi meccanismi autoregolatori, vuol dire controllo alla luce del sole della crescita del movimento di classe ma dal solo punto di vista operaio, mentre il capitale non deve vedere, non deve capire, soprattutto non deve poter utilizzare quel poco che per sbaglio, e di riflesso, a stento, riesce a vedere e a capire.</p>



<p>Il mondo giovanile in genere e il movimento studentesco in particolare sembrano oggi il campo più proprio di sperimentazione di un’organizzazione non istituzionalizzata. Una larga fascia di questo mondo e di questo movimento vive ora un momento di tensione acuta e di estrema ribellione nei confronti del modo di vita capitalistico. Guai a non rilevare il fenomeno nella sua consistenza e a non inserirlo nei programmi di attacco al sistema. Non si tratta di teorizzare una condizione giovanile eternamente in lotta col presente e su questa base con diritto a una perenne positiva autonomia; né tanto meno si tratta di fare la minima concessione alle nuove ideologie premarxiste sui giovani «come classe», che avrebbero raccolto dalla polvere le bandiere rivoluzionarie lasciate cadere dagli operai ormai integrati, &#8211; patetiche senilità marcusiane che bene si incontrano con le presunzioni infantili di ogni movimento agli inizi della sua storia. Le cause di questa tensione giovanile noi diciamo che sono politiche, quindi con una forte immediatezza, quindi di breve periodo. Non c’è spazio qui per discorsi strategici, per visioni storicistiche. Tutto nasce da questa crisi di oggi dell’iniziativa capitalistica a livello mondiale, tanto più grave in quanto vera e propria crisi di ritorno, dopo che le soluzioni nuove, queste si di lungo periodo, erano state intraviste e appena impostate nel cervello del capitalismo internazionale, negli Stati Uniti, sulla base del primo esperimento kennedyano. Crisi quella di oggi non della macchina economica che produce profitto, crisi non ancora delle strutture statuali che garantiscono l’equilibrio, ma crisi appunto politica nel senso più tradizionale del termine, assenza di iniziativa, mancata comprensione dei fenomeni nel loro complesso, attività puramente tecnica dei ceti dirigenti e passività di fondo e sulla prospettiva. È ormai provato che senza una sua propria strategia mondiale il capitale vive una vita molto inquieta. Non a caso il riverbero di questa crisi lo troviamo con tanta violenza proprio in quelle parti del corpo sociale che più direttamente<em> </em>sono a contatto con le forze stesse della crisi: gli studenti sono i più vicini al ceto politico. Non è allora la solita rivolta dei figli contro i padri, è un preciso e determinato processo di invecchiamento politico dei gruppi dirigenti al vertice dei due massimi sistemi di fronte alla nascita e alla crescita di nuovi problemi, di nuove intelligenze adatti a capirli, di nuove forze pronte per risolverli. Spaventosa è l’arretratezza del livello politico formale dinanzi alla sostanza moderna dello sviluppo civile, cioè, diciamo pure, dello sviluppo economico. Il divario politico tra società e stato, tra sviluppo e potere, è oggi una contraddizione di fondo che coglie tutta intera la vita del capitale, supera la divisione in blocchi contrapposti e riunifica potenzialmente le linee maestre del discorso alternative. Sono fallite le grandi risposte ai piccoli problemi. E non è vero che i giovani hanno fame di ideali. Per fortuna, non ne vogliono più sapere. Vogliono cose concrete ma esplosive, armi leggere ma mortali per il sistema di vita che li circonda. Orazioni in morte del capitale ne hanno sentite tante, ma articolate azioni materiali per batterlo sul suo proprio campo ne hanno viste poche e sanno che qui c’è ancora tutto da inventare. Solo ora il terreno sembra aprirsi e si dà forse l’occasione del vero grande balzo. A ben guardare, la situazione è eccellente, per dirla in linguaggio cinese. Il gioco è fatto, perché tutti i miti sono caduti. Le nuove frontiere del modo di vita americano si erano da tempo impaludate nelle risaie del sud-est asiatico quando s’è pensato di celebrare i cinquant’anni di potere sovietico puntando i cannoni dell’armata rossa sui comunisti di Praga. A questo punto, chiedete ai giovani d’oggi che cosa sono per loro capitalismo e socialismo. Vi diranno: vecchie risposte a nuove domande.</p>



<p>Un movimento giovanile, né a livello operaio né a livello studentesco, può mai avere autonomia rispetto ai movimenti delle forze produttive sociali nel loro complesso: è qualche cosa che sta in mezzo tra il potere specifico di queste forze (le classi) e l’opinione pubblica generica (quella che si dice impropriamente la società civile), porta su quest’ultima la spinta in quel momento vincente sul terreno della lotta di classe. Attraverso l’immagine riflessa sullo stato attuale del movimento giovanile tutti possono vedere come e quanto viene aggredito oggi il sistema del capitale, come e quanto sia in crisi l’iniziativa dei capitalisti riguardo al governo della loro società. In una moderna articolazione pluralistica delle forze di classe, a livello politico formale, l’organizzazione della rivolta dei giovani è, con una lunga provvisorietà, un momento adesso essenziale. Un movimento politico giovanile unitario, non di partito, ma alleato del partito, accanto al sindacato, è appunto una di quelle armi semplici e offensive richieste dal nostro tempo. Il suo posto non è tra la classe e il partito: tra classe e partito il rapporto deve essere diretto, senza mediazioni. Il suo posto è tra partito e stato quando sono ancora divisi, prima della presa del potere, e tra lo stato e le masse dopo. La sua funzione e cioè eminentemente politica, non sociale, &#8211; strumento di classe solo indirettamente. La fabbrica è per i giovani la loro propria università di classe, non il luogo di organizzazione specifica dei loro propri interessi. Gli studenti che vanno verso gli operai devono consapevolmente andare alla scuola della lotta di classe, e niente più di questo o poco più di questo: mai cadere nella presunzione di dirigere le lotte mai nell’illusione di portarle ad uno sbocco, come si dice, «politico». Per i bisogni di oggi basta concepire la nuova forza giovanile come un fatto di movimento, un’organizzazione per sua natura dinamica, un canale di comunicazione politica sempre rinnovantesi, uno strumento di conoscenza delle esigenze nuove chi maturano in basso e in più fucina di quadri politici per il partito, ma qui non nel senso vecchio del funzionario che raggiunti i limiti di età diventa pensionato in un ufficio della direzione, ma nel senso di una continua crescita di dirigenti nuovi che sostituiscono quelli vecchi man mano che questi diventano inutili, sorpassati, ridicoli. Un’organizzazione giovanile unitaria, autonoma, indipendente dal partito e una necessità di oggi dello schieramento di classe. Come non si tratta di condannare in astratto il sindacato-cinghia di trasmissione, ma di riconoscerlo come la necessità storica di un periodo ormai passato per sempre, così si tratta di vedere nelle federazioni giovanili comuniste una forma di organizzazione che ha fatto il suo tempo e che ora non serve più. Tra i giovani il partito ha bisogno adesso di uno stimolo esterno e contraddittorio, per conoscere le cose nuove e prevederle, per aggiornare continuamente la propria linea, per rinnovare sempre e con facilità il proprio quadro dirigente. La massima autonomia deve essere quindi assicurata al movimento giovanile. Conviene puntare sulla spontaneità nel medio periodo del rifiuto e della rivolta a livello di masse giovanili: educare semmai queste masse al senso geloso dell’organizzazione autonoma dei propri movimenti spontanei, al gusto dell’opposizione sempre organizzata al sistema di potere in quanto tale, da chiunque cioè esso sia gestito, compresa dunque la gestione del partito. Per la lotta presente degli studenti e dei giovani il termine di opposizione extraparlamentare e abbastanza corretto: anche se solo con significato negativo, rende bene il senso di una opposizione di tipo nuovo non istituzionalizzata, eppure organizzata, proprio per questo sensibilissima, viva, mobile, attiva, non formale ma reale. Di nuovo, e anche da questa parte, per la dirigenza di partito è tempo invece di ricostruire tutto un nuovo modo di direzione politica. E ammettiamo pure che ci vuole coraggio. Riconoscere che un’organizzazione amica, quando esiste, sa dirigersi da sé e deve dirigersi da sé, che le masse in certe occasioni sono più mature dei loro capi presunti, che gli alleati della lotta bisogna saperseli conquistare con il prestigio delle proprie azioni e non con l’imposizione delle proprie verità, che quando si comincia a rimanere indietro bisogna allora rinunciare a stare avanti, perché vuol dire che per essere noi i dirigenti il tempo è scaduto, &#8211; riconoscere questo è qualcosa d’altro simile a questo è di nuovo una di quelle cose che spingono il movimento comunista ad andare oltre il movimento comunista, al di là di se stesso, verso nuove esperienze di organizzazione. Come camminare effettivamente in avanti, come non tornare indietro verso soluzioni liberali o democratiche, mensceviche o socialdemocratiche, &#8211; questo è il problema di oggi che ancora non ha soluzione.</p>



<p>La soluzione va prima di tutto cercata nell’ambito del rapporto partito-classe. È il punto più delicato e al tempo stesso il più decisivo. Da quando Lenin ha detto «non si deve confondere il partito, reparto d’avanguardia della classe operaia, con tutta la classe», è passato molto tempo. Che cosa rimane valido di questa affermazione? Come si può riparlare di reparto d’avanguardia, se la scissione partito-classe è avvenuta proprio sul fatto che il partito è rimasto indietro rispetto alla classe? se negli ultimi decenni politica e organizzazione del partito non sono riusciti non dico a precedere ma neppure a seguire i movimenti di lotta della classe? Certo, l’identificazione tra partito e classe non è tuttora possibile, neppure nei punti più alti dello sviluppo; si potrebbe dire che non è ancora matura, non esistono ancora le condizioni sociali, le premesse politiche per la sua realizzazione, e forse non esisteranno mai; è purtroppo ancora <em>no </em>la risposta alia domanda leninista: ogni scioperante può considerarsi membro del partito? D’altra parte la concezione bolscevica del piccolo, chiuso, ma agguerrito gruppo avanzato di rivoluzionari professionisti che decidono per la classe, in quanto parte più cosciente, e talvolta sola parte cosciente di essa, è ben superata dai fatti, non corrisponde più ai tempi, rimane legata a condizioni storiche precise e irripetibili, e da ultimo continua ad essere fonte di tali, come si dice, «tragici errori», che non è il caso di farla sopravvivere oltre. Dunque, <em>il partito non può essere ancora tutta la classe, d’altra parte non può essere più solo una parte della classe: questo è oggi il problema del partito. </em>Accanto all’inattualità delle concezioni classiche sta il fallimento di tutti i loro aggiornamenti. Le soluzioni cosiddette moderne sono sempre le meno nuove, sono state sempre aggiustamenti dell’organizzazione per far passare la rinuncia alla lotta. Le svolte di Salerno sono solo servite a portare alle ultime conseguenze pratiche le premesse sbagliate di un discorso teorico fatto una volta per tutte. La vecchia soluzione al problema del partito è stata aggiornata, non superata, adattata cioè a condizioni nazionali diverse, come fosse legge universale valida per sempre e dappertutto. È un vizio storico del movimento comunista che sembra non ancora superato: richiamarsi all’autorità ultima in ordine di tempo per cambiare tutto senza cambiare niente. Si trova sempre nell’oggi la conferma a quello che s’era detto ieri. Mentre l’esperienza politica consiglia e la condizione dell’oggi del rifiuto e della protesta ci insegna che quello che vai ripudiato è sempre il proprio immediato passato, quello che s’è fatto poco prima e che risulta sempre incredibilmente invecchiato rispetto a quello che facciamo ora. Nella polemica col presente, per chi non vuole ricorrere ai futuribili utopici ora di moda, il passato remoto è semmai più del passato prossimo ricco di possibilità pratico-critiche. In questo senso, la riscoperta di Marx, quando adesso viene dalle giovani generazioni è un fatto polemicamente positivo di avanzamento e di svolta; il ritorno a Lenin, da parte degli eredi di Stalin, è stato uno sprazzo di audacia politica, fecondo, se fosse stato veramente praticato, di grandi imprevedibili sviluppi; ma il querulo richiamo a Togliatti dell’attuale dirigenza del partito è solo segno di pigrizia mentale e prova di una impressionante mancanza di fantasia. La storia ultima del movimento comunista in occidente non gioca certo oggi come campo di riferimento positivo per le forze rivoluzionarie. L’epoca post-leninista non vogliamo dire che sia qui da noi una sequela di errori; può darsi anche &#8211; questo bisogna sempre essere pronti ad ammetterlo &#8211; che non si potesse fare altrimenti. Ma una cosa preliminare bisognerebbe intanto ammettere insieme: sembra veramente che vada chiudendosi, con ritardo ma per sempre, quel periodo storico che prese le mosse dal VII congresso dell’Internazionale, quando l’intera organizzazione del partito venne adattata alle esigenze della lotta contro il fascismo e a difesa del socialismo in un solo paese. Bisogna studiare a lungo questo periodo, puntando su di esso le armi della ricerca, recuperando quella parte di eredità che neppure noi respingiamo, ma senza false pacifiche continuità, anzi con quel gusto della rinuncia permanente alla propria tradizione, anzi con quella ricorrente decisione di rompere col proprio passato, che deve sempre sorprendere l’avversario, deve tenere sempre giovane e vivo il nostro movimento, deve in una parola diventare, da questo momento in poi e per la prima volta nella storia degli apparati organizzativi, la caratteristica politica dominante dell’organizzazione di classe della lotta operaia.</p>



<p>Andiamo dunque verso una forma di partito aperto? È presto per inventare formule nuove al posto di quelle vecchie. Se è vero che quello del partito è un vecchio problema che cerca una soluzione nuova, &#8211; allora conviene per adesso limitarsi a <em>cercare, </em>diffidando innanzi tutto di quelli che hanno già trovato. Un tempo di sperimentazione diventa sempre più necessario. E anche quando la soluzione ci sarà, bisognerà guardarsi dalla tentazione di fissarla in una definizione definitiva. Vediamo intanto, per processo negativo, che cosa il partito non deve essere. Non deve essere partito socialdemocratico di opinione, &#8211; meccanismo di controllo delle masse, apparato di governo o di opposizione in funzione delle esigenze razionalizzatrici del capitale. Non deve essere partito rivoluzionario minoritario, &#8211; palestra di esercitazioni estremistiche, dove si distrugge il sistema a parole, ma nei fatti non si arriva a colpirlo. Non deve essere partito «storico» del movimento operaio, con tutto quello che ha comportato e comporta: autonomia della macchina burocratica, manovra centralizzata del consenso di base, eternità dello schema organizzativo, irrevocabilità dei dirigenti. Vediamo invece quali sono i connotati positivi che ci rimangono dal passato e che dobbiamo prendere in eredità. Non si deve trattare di principi teorici astratti, ma di premesse politiche concrete, di fatto. La prima di queste premesse politiche è il <em>partito di massa. </em>Di qui non si può tornare indietro. Si deve anzi spingere avanti questa realtà, verso una sua effettiva piena realizzazione. Un partito di quadri, un’organizzazione chiusa di specialisti della politica, è oggi improponibile, contrasta con le tendenze di fondo a una politicizzazione sempre più vasta che sale dal basso. La politica come specializzazione, il mestiere del politico come professione, sono residui borghesi che vanno aspramente combattuti. La nozione di «ceto politico» è una necessità da capitale che non può essere, non deve essere, una necessità per la classe operaia. Dal punto di vista operaio la politica è un interesse di massa e una funzione sociale esercitata dalle masse. La classe operaia è classe politica per sua natura storica. Quanto più avanza la crescita della classe, tanto più chiede di realizzarsi questa sua propria natura. Ecco perché ogni forma di democrazia indiretta, rappresentativa, delegata, ogni tipo di separazione istituzionale tra dirigenti e masse, ogni modello di organizzazione centralizzata, professionistica, burocratica, se sono cose che valgono per livelli arretrati di sviluppo della classe operaia quando e in atto il processo materiale della sua formazione, non valgono più e entrano in crisi e provocano rotture violente se non vengono abbandonate quando lo sviluppo ha consegnato alla classe la sua autonomia, la sua interna coesione, la sua figura esterna di minaccia politica <em>diretta </em>al sistema. Sopra abbiamo detto: non si può fare a meno subito di chi dirige. Si può cominciare però a fare a meno della funzione di direzione per rappresentanza degli interessi. Qual è il difetto del centralismo democratico? È di essere ancora nei casi migliori, una forma di democrazia rappresentativa, cioè un tipo di organizzazione politica pre-operaia. Questo cammino oggettivo, di fondo, interno alla nostra classe, di abbandono delle elites politiche, di assunzione in proprio, al limite da parte di ogni membro della classe, della funzione di direzione, questa tendenza rivoluzionaria nel senso più alto della parola, non bisogna rinviarla, perché si realizzi, alio stato operaio. Una politicizzazione universale, come interesse di massa <em>alla </em>politica e come esercizio di massa <em>della </em>politica, non ci sarà nello stato operaio se prima non ci sarà stata nel partito operaio. È oggi che s’impone, e subito, la fine della distinzione tra <em>partito legale </em>e <em>partito reale. </em>Vuol dire tutto questo rinuncia all’organizzazione? No. La seconda premessa politica che dobbiamo riprendere e salvaguardare è la macchina organizzativa, un meccanismo provvisoriamente stabile di decisione, di controllo e di esecuzione dell’interesse di classe, della volontà di classe. Questa macchina deve rispondere ai requisiti della produttività politica e dell’efficienza pratica. Soprattutto qui «è necessario essere assolutamente moderni». Qualcosa dalla prodigiosa macchina economica del capitale maturo dobbiamo pure imparare. E allora. Dal basso verso l’alto: razionalizzazione nelle fasi di passaggio per la conoscenza di ciò e, cioè del livello reale della lotta di classe, dell’interesse particolare degli operai in quel momento dato; eliminazione dei tempi morti che ritardano questa conoscenza; lotta contro lo spreco di materiale umano nella formazione sempre provvisoria del gruppo dirigente. Dall’alto verso il basso: calcolo il più possibile scientifico della consistenza di una situazione, dell’efficacia di una decisione e della sua corretta praticabilità; spirito non più pionieristico da vecchio capitalismo concorrenziale, ma iniziativa che segue l’analisi, scelta che viene fuori dalla ricerca, in una condizione che sarà sempre più oligopartitica, e entro un processo al tempo stesso di diffusione della proprietà dell’organizzazione tra le masse di lavoratori generici e di concentrazione del controllo nelle mani della sola classe operaia. Partito di massa dunque e non di quadri da un lato, efficienza produttivistica della macchina organizzativa dall’altro lato. Sembrano obiettivi contraddittori. Ma se pensiamo al partito di massa effettivamente diretto dalla classe operaia, allora vediamo la contraddizione sparire.</p>



<p>Si riducono a due oggi i grossi filoni su cui si tenta con una certa serietà la soluzione al problema del partito: li possiamo definire democratico l’uno, tecnocratico l’altro. Il filone democratico vive in questo periodo una sua nuova giovinezza. In ogni lotta, anche la più lontana dal terreno operaio, troviamo ormai momenti di democrazia diretta, di regime assembleare, istanze consiliari o soviettiste, esigenze autodecisionali e autogestionali. La lotta operaia di questi ultimi anni, che ha senz’altro implicita in sé questa tematica, è riuscita a trasportarla poi fino al livello politico formale. In essa va intanto salvata la richiesta politica egualitaria che vi sottende, la rinuncia a qualsiasi tipo di organizzazione burocratica, la critica a ogni direzione delegata del movimento. Ma risulta ancora molto impreciso il discorso sull’effettivo funzionamento pratico, moderno, di questa democrazia di base, e quindi invecchiato proprio il richiamo ideale, da prima parte degli anni venti, che non tiene conto di quanto è mutato da allora il volto della società capitalistica e di quanto è cresciuto il livello della classe operaia. La soluzione tecnocratica al problema del partito è meno visibile ad occhio nudo, si fa vedere meno in giro, non sembra esattamente questo il suo momento, vive nascosta negli uffici della direzione, si sviluppa nei centri-studi, esce allo scoperto solo nei seminari. Ma un’ala manageriale è pronta a prendere tutto il potere nel partito quando la vecchia guardia bolscevica sarà materialmente sparita. Non tutto è naturalmente da respingere. Anche qui c’è qualche cosa da salvare: la volontà ammodernatrice delle strutture organizzative, l’attenzione ai criteri di economicità, l’uomo giusto al posto giusto, e in più l’empirismo, la fine di ogni credo ideologico, quello che una volta si elogiava come «spirito pratico americano». Ma certo per questa via il legame con gli interessi immediati ed elementari della classe si perde e svanisce, l’autonomia del gruppo dirigente dalle spinte di base diventa molto più assoluta che in qualsiasi direzione paleoburocratica, il momento della lotta diventerà sempre meno importante rispetto al momento della contrattazione, la contestazione meno importante della gestione, l’opposizione meno importante del governo, e si sa di qui dove si finisce per arrivare. Verso queste due soluzioni-principe al problema del partito occorre tenere lo stesso atteggiamento che verso i lasciti ereditari delle due grandi correnti storiche del movimento operaio. L’egualitarismo democratico di base e di massa è quanto residua, malgrado tutto, dalla tradizione migliore del movimento comunista: è necessario riferirsi ad esso, spingerlo avanti e semmai correggerlo per farlo esprimere in forme e dentro strutture moderne. L’efficienza tecnocratica di vertice è quanto di meglio ci rimane del passato di organizzazione della socialdemocrazia: è conveniente prenderla freddamente nelle nostre mani, rovesciandola poi in una funzione pratica dei movimenti di lotta dell’interesse di classe. Partito di massa diretto dalla classe operaia vuol dire appunto che, al suo interno, proprio tutto il potere direttamente agli operai garantisce le strutture produttive, efficienti e moderne di questo potere, vuol dire un’organizzazione di base che riesce a tenere dentro di sé l’obiettivo della rivoluzione e il modello dell’industria, una sorta di meccanismo industriale per una politica rivoluzionaria. È per questa via che va forse cercata la forma del partito nuovo. Il discorso politico sulla classe operaia, su dove cadono i confini che la separano dal resto delle masse del popolo, sul nuovo rapporto di oggi tra operai e lavoratori nel capitalismo maturo, &#8211; questo discorso non mancheremo di riprenderlo a tempo opportuno, dopo questa galoppata sui problemi di linea, di organizzazione e prossimamente di strategia internazionale del movimento operaio. Ma le tre connotazioni intanto di produttività, di efficienza, di modernità, credo nessuno sia in grado di toglierle alla classe operaia. Si pone piuttosto qui l’altro problema: in che modo la classe operaia arriva a dirigere effettivamente il partito di massa. È noto come la formula della «funzione dirigente della classe operaia» non è mai sparita, almeno finora, dal rituale giaculatorio dei partiti comunisti e dei paesi socialisti. Come darle ancora, malgrado questo, un significato di verità? La cosa è tutt’altro che facile. Prima di tutto perché gli operai, ammaestrati dalle passate esperienze, diffidano di questa formula, come di tutte le formule che vogliono imbarcarli in un tipo di attività direttamente politica, ma completamente formale. In secondo luogo perché i canali di comunicazione, nelle attuali istituzioni, sono interrotti proprio e fondamentalmente nel passaggio che va dalla fabbrica al partito, dalla classe operaia alla sua cosiddetta organizzazione politica. S’è già detto una volta che il partito non entrerà in fabbrica se prima la fabbrica non sarà entrata nel partito, se non sarà salita cioè al centro della politica del partito. Si può aggiungere che effettivo rinnovamento di quadri non ci sarà se una nuova leva di dirigenti di estrazione direttamente operaia non salirà ad occupare posti di responsabilità nell’organizzazione di partito. Il che non vuol dire trasformare l’operaio singolo in rappresentante del popolo, vuol dire mettere in grado la massa operaia di esprimere dei dirigenti operai. Se è vero che la classe operaia è la <em>nuova classe politica </em>del mondo moderno, se è vero anzi che <em>il concetto di classe politica è proprio esclusivamente della classe operaia, &#8211; </em>allora dentro di questa, e soltanto dentro di questa, è risolto il problema della rappresentanza politica, perché potenzialmente non solo ogni operaio è membro del partito, ma è dirigente del partito. Il partito deve quotidianamente scavare entro questa inesauribile miniera di quadri, in modo da rinnovare sempre sé stesso, la propria organizzazione, il materiale umano della propria direzione. Questa è la grande superiorità del partito operaio sulle formazioni politiche di parte capitalistica. La crisi del ceto politico capitalistico, di cui sopra abbiamo parlato, è oggi crisi di reclutamento di personale politico che sia al tempo stesso efficiente e fidato, ed è anche crisi di formazione di questo personale che non possiede mai immediatezza di azione politica ma deve ottenerla dall’iniziativa in grande del capitale in quel momento dato. Di fronte a questo bisogna far risaltare le immense riserve di materie prime politiche che il partito operaio possiede nella sua classe, e la facilità con cui può lavorarle subito nell’azione pratica, mettendo in movimento il naturale, storico, immediato, istintivo comportamento politico delle masse operaie come tali. È vero e c’è da ripeterlo: gli operai vogliono il potere per garantire l’avanzamento del livello di vita, il miglioramento delle condizioni di lavoro. Questo è il rapporto di lotta di classe che oppone oggi gli operai al capitale. Più salario, meno lavoro, quindi il potere. Qui la classe operaia è il movimento concretamente sovversivo, in un dato momento, della categoria economica che mette in crisi lo stato del capitale. Diverso è il rapporto di organizzazione tra gli operai e il partito. Qui la politica sta veramente al primo posto. La questione del potere precede. La prima istanza operaia nei confronti del partito è un’istanza di direzione del partito. È qui che la classe operaia vale immediatamente come realtà politica. Donde due conseguenze: il partito è necessario alla classe operaia perché qui essa può esprimere direttamente la propria natura politica; il partito per la classe operaia è il contrario di quello che sono le istituzioni politiche in genere per il capitale. Distinzione, neppure formale, di un ceto politico dalla classe che lo esprime, non si dà più. Si dà anzi, appunto, l’opposto: unificazione, sempre in processo, tra composizione di classe e organismi di partito, che si realizza attraverso un continuo ricambio organico di uomini tra classe e partito. È soprattutto la separazione tra dirigenti e popolo, in quanto rapporto di governo, che assolutamente non deve ripetersi nel rapporto tra il partito e gli operai. Quando questo si ripete, questo è il segno della subordinazione politica dell’organizzazione cosiddetta di classe alle istituzioni della società capitalistica, è il segno della più paradossale contraddizione del nostro tempo, quella che fa stravedere tutti oggi sulla realtà di lotta della classe operaia: proprio questa che è la <em>classe politica </em>si trova <em>senza partito. </em>È<strong> </strong>necessario a questo punto ripetere che la soluzione pratica, diciamo pure tecnica, da dare poi a questi problemi è ancora tana dall’essere raggiunta, e che qui si vuole solo preparare un terreno di ricerca, sgombrando il campo dai detriti del passato e delimitando di nuovo l’orizzonte generale entro cui iscrivere in seguito concrete forme di funzionamento di una nuova macchina organizzativa. Questo vogliono dire le cose fin qui dette: che per il partito il luogo di nascita dell’iniziativa politica, il luogo di formazione della decisione politica va tutto trasportato a livello di grande fabbrica; che compito del centro è l’elaborazione dei dati di base e la loro sistemazione in una visione complessiva della situazione di classe compresa la misura delle forze in campo; che il problema delle alleanze tra la classe operaia e le altre parti del popolo si risolve oggi nel rapporto tra partito e altre organizzazioni sue alleate; che caduta del monolitismo all’interno e articolazione pluralistica di organizzazioni di lotta anticapitalistica all’esterno sono un medesimo e unico processo; che la democrazia diretta deve soprattutto imparare a funzionare e da organo di discussione deve diventare strumento d’azione; che l’assemblea operaia di massa solo così ha diritto di crescere a istituto politico fondamentale dell’organizzazione di partito, organo tassativo di controllo e di ratifica di ogni continuità e di ogni mutamento della linea, istanza deliberativa ed esecutiva nello stesso tempo; che gli operai devono cominciare a guidare la lotta dal vertice del partito e i dirigenti del partito dalla base della classe, &#8211; da queste e da altre cose, da questo decalogo incomplete e da completare si dimostra come e perché il partito si pone oggi come problema.</p>



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<p>IL PRIMO ARTICOLO È CONSULTABILE AL SEGUENTE LINK:</p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/"><strong>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I) &#8211; ESTREMISMO E RIFORMISMO</strong></a></p>
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		<title>MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 08:56:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[TRONTIANA]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo per la ns sezione Kritik, a partire da oggi, alcuni saggi di Mario Tronti pubblicati nel 1968 sulla rivista Contropiano, fondata proprio in quell&#8217;anno e diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari. Tronti vi pubblica solo tre articoli (che la ns redazione proporrà con cadenza settimanale), ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/07/mario-tronti-e-la-rivista-contropiano-i/">MARIO TRONTI E LA RIVISTA “CONTROPIANO” (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Proponiamo per la ns sezione <strong><a href="https://www.malanova.info/category/kritik/">Kritik</a></strong>, a partire da oggi, alcuni saggi di Mario Tronti pubblicati nel 1968 sulla rivista <em>Contropiano</em>, fondata proprio in quell&#8217;anno e diretta da Alberto Asor Rosa e Massimo Cacciari. Tronti vi pubblica solo tre articoli (che la ns redazione proporrà con cadenza settimanale), ritagliandosi, probabilmente per scelta, un ruolo più defilato rispetto a Classe Operaia e Quaderni Rossi.</p>



<p>I tre articoli, <em>Estremismo e riformismo </em>(CONTROPIANO, N. 1/1968, pag. 41-58),  <em>Il partito come problema</em> (CONTROPIANO n.2/1968, pag. 297-317) e <em>Internazionalismo vecchio e nuovo</em> (CONTROPIANO, N. 3/1968, pag. 505-526) rappresentano una lunga e attenta disamina su alcuni concetti quali l&#8217;organizzazione, la teoria del partito, la funzione del sindacato e il ruolo del movimento, soprattutto quello studentesco. In calce al primo articolo lo stesso autore scrive: <em>Questo discorso avrà un seguito, probabilmente in due parti: una dedicata a quella che si dice la teoria del partito, con annesso il problema del sindacato, oggi; l’altra dedicata a quella che si dice la strategia internazionale della lotta di classe, compreso il momento mondiale odierno del movimento operaio</em>. Necessariamente i testi proposti risentono del periodo storico e politico nel quale sono stati prodotti ma ancora oggi, in essi, si possono individuare elementi di assoluta attualità che ci hanno spinto alla pubblicazione sulla nostra rivista.</p>



<p>Quello che segue, <em><em>Estremismo e riformismo</em></em>, è il primo dei tre contributi.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * * </p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>ESTREMISMO E RIFORMISMO</strong></p>



<p>Per agganciare una forma più generale di discorso politico vediamo di partire da un tema preciso: le modifiche intervenute nel contenuto delle lotte operaie a livello internazionale dagli anni trenta agli anni sessanta. Quello che era un dato costante, legato all’esistenza sociale degli operai di fabbrica, e cioè la lotta sul salario, ha perso il carattere di lotta per la sopravvivenza fisica dell’operaio singolo e della sua specie, per acquistare una funzionalità politica che gioca direttamente sul terreno dello scontro fra le classi. Quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, tanto più la categoria salario approfondisce la sua specificità operaia e diventa per questa via il perno attorno a cui comincia a girare il rapporto di classe.</p>



<p>Dovrebbe ormai essere noto come questo nuovo ciclo della lotta di classe sia nato dalla grande iniziativa capitalistica che ha fatto seguito alla grande crisi del capitale. In questi ultimi tre decenni, nell’occidente capitalistico, la «rivoluzione dei redditi» è stato il più grosso fatto pratico e il più importante passaggio storico. La classe operaia, da qui, è saltata al grado più alto finora raggiunto dalla sua crescita politica. Il capitale ha afferrato quella coscienza di sé che inseguiva invano dagli anni della sua infanzia e ha trovato qui tutta intera la sua verità. La riscoperta capitalistica del salario è stata la molla che ha rimesso in moto il meccanismo dello sviluppo economico dopo il crollo degli anni trenta. L’uso operaio della lotta salariale può diventare il punto di svolta per avviare a soluzione i problemi dell’organizzazione politica dopo gli anni sessanta. Nella lotta sul salario si misurano oggi i nuovi rapporti tra spontaneità e organizzazione. La spontaneità operaia &#8211; la classe divisa dal partito &#8211; vede una faccia sola del salario, quella del reddito. La spontaneità capitalistica &#8211; l’imprenditorialità privata divisa dallo stato &#8211; vede solo l’altra faccia, quella del costo. Soltanto i due livelli dell’organizzazione &#8211; il partito e lo stato &#8211; sono in grado di cogliere le due facce insieme, per utilizzarle secondo gli interessi delle due classi. Perché oggi il capitale vince? Perché il rapporto grande industria-potere pubblico è più forte del rapporto classe-partito. Di qui alcuni compiti urgenti per il movimento: rovesciare questo processo, rimettere in contatto classe e partito e al tempo stesso puntare a dividere il capitale dal suo stato. In particolare quest’ultimo obiettivo, tutt’altro che transitorio ma anzi strategico e di lungo periodo, è quello che dobbiamo cominciare qui ad analizzare. È un punto delicato e bisogna stare attenti a non aggiungere altri equivoci ai tanti che già esistono. Isoliamo intanto il problema. Interrompere gradualmente il rapporto potere politico-grande industria, e cioè togliere l’organizzazione ai capitalisti, costringerli alla spontaneità, inchiodarli a movimenti ciechi:<br>questo è l’obiettivo. Ma questo non si può fare portando gli operai in un partito genericamente rivoluzionario, perché questo partito non esiste e se esistesse gli operai non ci andrebbero lo stesso: il partito della «frase rivoluzionaria» giustamente oggi fa solo sorridere. Questo non si può fare nemmeno però portando il partito alla testa del riformismo borghese: il riformismo è ormai storicamente provato che non serve a introdurre gli operai nella macchina dello stato, serve a far arrivare l’iniziativa capitalistica, attraverso lo stato, fino agli operai. Altre strade dunque bisogna battere nella ricerca di contenuti nuovi per la linea politica, di nuove forme per l’organizzazione, di un’altra prospettiva per l’azione concreta.</p>



<p>Qual è l’errore fondamentale delle posizioni di sinistra nel movimento operaio? È quello di proporsi l’unificazione della parte operaia senza misurare il grado di unità già raggiunto dalla parte capitalistica, che impedisce, proprio esso, finché esiste, di ristabilire il rapporto classe-partito: di qui quella che si dice l’astrattezza delle posizioni rivoluzionarie. Qual è invece la colpa storica che ricade sulla destra del movimento? È quella di non aver mai conquistato autonomia rispetto all’iniziativa capitalistica, di aver sempre seguito e mai anticipato le mosse del capitale, di non possedere una strategia di attacco al sistema: di qui quello che si dice l’opportunismo del riformismo. Qual è infine il contenuto che unifica queste due tradizionali forme di organizzazione? Forse solo oggi lo possiamo vedere con chiarezza: manca nell’uno e nell’altro caso una <em>teoria della classe</em> <em>operaia. </em>Una teoria, cioè una rilevazione realistica e pratica del suo attuale momento di lotta, e non una ideologia, cioè una predica dall’esterno sui suoi compiti universali. Guardate appunto che blocco di ideologie si è recentemente creato intorno al tema salario. Ci sono i critici romantici della società del benessere: vedono negli aumenti salariali solo un mezzo di integrazione nell’attuale sistema di bisogni e agli operai lanciano la parola d’ordine «non monetizzate tutte le vostre rivendicazioni!». È l’ideologia dei bassi salari &#8211; metà cristianesimo delle origini, metà comunismo di guerra &#8211; che affida al malessere dei lavoratori singoli il fervore rivoluzionario delle masse. Ci sono poi gli amatori dello sviluppo economico nazionale: vedono nella dinamica salariale lo strumento più idoneo per la crescita accelerata del sistema della produzione e raccomandano ai padroni «sostenete la domanda interna!». Alti salari per il bene del paese, cioè per lo sviluppo del capitale, è l’ideologia keynesiana che va passando oggi dal riformismo governativo della vecchia socialdemocrazia al riformismo all’opposizione dei comunisti più moderni. La verità è che le <em>ideologie del salario </em>hanno una funzionalità specifica nell’attuale iniziativa capitalistica di gestione diretta del proprio sistema. Il salario deve muoversi, ma non deve muoversi senza controllo. Deve complessivamente salire, ma non deve salire oltre i limiti imposti dalla produttività media del sistema. Deve tirare dietro di sé la dinamica di tutte le paghe non operaie, ma senza che gli operai diventino la guida di tutti i lavoratori. Quanto più si fa elastica la domanda interna, tanto più deve farsi rigido il rapporto di lavoro. Più apparente autonomia alle contrattazioni centralizzate, meno slittamenti di fatto alla base. <em>Rivoluzione permanente dei redditi e al tempo</em> <em>stesso sviluppo equilibrato del sistema. </em>Queste sono le antinomie entro cui si muove, ed è costretta a muoversi, l’iniziativa politica, la capacità di governo, tutta l’esperienza statuale finora accumulata del capitale moderno. Le ideologie del salario servono a mediare questa iniziativa a livello operaio, servono a far passare in fabbrica le soluzioni elaborate sul terreno del governo, servono a tenere divisi e contraddittori fra loro strati diversi della classe operaia e delle altre forze lavoratrici e popolari, verticalmente in ogni singolo paese e in una dimensione geografica orizzontale quando si guarda al piano internazionale della lotta di classe. Per questa via non bisogna prendere per buone le difficoltà che i capitalisti accampano sul loro terreno: concorrenzialità fra gruppi di nazioni, divari tecnologici e soprattutto difficoltà monetarie, come se tutto oggi si risolvesse con una buona nuova organizzazione di scambio della moneta mondiale. Bisogna avere il coraggio marxista di riportare tutte queste difficoltà alla loro radice prima, al contenuto concreto, oggi, del rapporto di classe. E se qualche sfumatura andrà perduta per il livello della scienza economica, pazienza; se ne guadagnerà in funzionalità pratica, in capacità di attacco ai pilastri su cui si regge il sistema, per esasperare gli squilibri veri e non per risolvere quelli falsi. È chiaro che la lotta sul salario non può esaurire oggi tutto il terreno della lotta e tanto meno può farci comprendere tutta la realtà nel suo complesso. Ma è un fatto di metodo: ogni volta, in ogni momento, occorre scegliere un punto a cui riferire tutto il resto, un terreno intorno a cui organizzare tutto quanto; e deve essere un punto nevralgico per l’iniziativa capitalistica e un terreno di massa per la mobilitazione operaia. Ci vuole un bisogno del capitale e la possibilità di parte operaia a farne una contraddizione, per un certo periodo, insolubile. La odierna politica dei redditi non è una statica, è una dinamica economica. È nata dallo sviluppo capitalistico e lo sviluppo capitalistico è rinato quando s’è rimesso in moto il reddito da lavoro. La necessità del controllo sul salario nasce quando è già acquisita da parte padronale e già sfruttata da parte operaia la necessità di farlo muovere e in qualche caso anche correre. Il movimento dei salari il capitale è disposto a pagarlo concedendo un margine alle lotte operaie, il controllo è disposto a pagarlo concedendo una fetta di potere al vertice dello stato. Ambedue questi terreni, lotta operaia e potere politico, vanno utilizzati con abilità: la lotta, per unificare partito e classe; il potere, per dividere capitale e stato. In mezzo, tra i movimenti del salario e il suo controllo si apre così il più concreto, il più realistico, il più praticabile campo di azione politica per la sinistra nell’occidente.</p>



<p>Sono pesanti, è vero, e sentite da parte operaia e investite dall’iniziativa padronale, quelle che si dicono le «condizioni di lavoro». L’industria moderna vive in uno stato di eterno sommovimento tecnologico, che con una aggressione continuata ai tempi di lavorazione del prodotto, rimette in causa senza soste i rapporti fin lì raggiunti dalle macchine fra loro e in più lo stadio di organizzazione del lavoro vivo. Una storia del capitale come storia del risparmio di lavoro deve ancora essere scritta e non si capisce perché si studino tante cose inutili invece che questa, così essenziale. Ma questa, appunto, è la storia eterna del capitale; non è iniziativa politica di oggi che scopre i bisogni presenti del potere capitalistico. Nel rituale dei discorsi di partito, chiunque dice fabbrica, deve poi affrettarsi ad aggiungere che non si tratta di rimanere chiusi nella fabbrica, ma di arrivare da qui alla società. Bene. La via che porta dalla fabbrica alla società è soprattutto allo stato non è certo quella della denuncia dei ridimensionamenti tecnologici che aumentano e approfondiscono la produttività del lavoro. Questo è infatti uno dei pochi campi che rimangono alla decisione spontanea del capitalista singolo, all’interesse di impresa sul mercato delle grandi concentrazioni; poco o nulla vi interviene la mano pubblica, e gli operai si trovano di fronte su questo terreno sempre e solo il padrone diretto. Le condizioni di lavoro sono un motivo permanente della lotta operaia, sono il pane quotidiano di questa lotta, non bisogna mai dimenticarle, pena il distacco da quel livello di condizione elementare della forza-lavoro in fabbrica che è il punto da cui tutto il resto comincia. Ma farne oggi il centro della lotta di classe, o pensare di ristabilire per questa via il rapporto partito-classe, questo è il tipico errore politico che nasce da una deformazione ideologica. Errore politico, perché non si arriva così a colpire il potere generale del capitale, che è sempre la particolare iniziativa politica di un determinato momento, la sua necessità di risolvere una contraddizione prima delle altre, la sua volontà di dominio così e così organizzata per un periodo preciso della sua storia. E la deformazione ideologica è un cattivo concetto della classe operaia, è di nuovo la mancanza di una teoria della classe operaia. Il pianterello, anche questo di rito, sull’aumentato sfruttamento degli operai, sulle loro sempre più disagiate condizioni di produzione, sulla loro sempre più penosa situazione di umiliati e offesi, e questo il contributo che crede di portare alla lotta di classe chi oggi mostra simpatia per gli operai. Il vecchio cuore garibaldino della nostra sinistra democratica, si sa, è disposto a battere solo per la causa degli oppressi in qualunque parte del mondo essi si trovino: naturale che anche nella società industriale moderna si vada in cerca di: un ceto subalterno da emancipate con gli appelli morali di una nobile coscienza civile. Naturale e molto «umano». Ma queste piccole vergogne umanitarie che vengono respinte ormai persino dai negri nei ghetti, dai guerriglieri nelle foreste, dagli studenti nelle università, come volete che vengano prese sul serio dagli operai in fabbrica? È ora di convincersi che in fabbrica ha trovato da tempo la sua giusta morte ogni ideologia.</p>



<p>Gli operai moderni, e non da oggi, vogliono soprattutto due cose: lavorare poco e guadagnare molto; in più vogliono il potere per garantire queste due conquiste dai flussi e riflussi a cui li sottopone il dominio incontrastato dell’interesse capitalistico. Vogliono lavorare poco perché odiano il lavoro e odiano il lavoro più di tutto, più del padrone, perché il lavoro nei loro confronti è padrone due volte, una volta come sfruttamento capitalistico e una volta come ideologia socialista, una volta come profitto iniquo del capitalista singolo e una volta come profitto equo del capitale sociale: l’etica del lavoro è un’etica cristiano-borghese, quanto di più lontano e nemico per la coscienza operaia. Vogliono guadagnare molto perché amano il benessere; hanno imparato dal socialismo che si può eliminate la miseria dal capitalismo, che si può ben usare della ricchezza, e non hanno nessuna intenzione di rinunciare a queste promesse profane; amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche dei prodotti intellettuali e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani: sono una rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza morale. E vogliono il potere, il potere come dispotismo, cioè come possibilità di disporre in modo assoluto della ricchezza delle nazioni piegando l’interesse sociale generale a servire il loro stretto interesse di classe, &#8211; sfruttamento operaio della ricchezza e dei portatori di essa, i capitalisti e i funzionari loro servi, sfruttamento operaio del capitale; il potere quindi <em>con segno rovesciato, </em>ma senza più ideologie, senza le mascherate democratiche dei diritti dell’uomo e del cittadino. Già all’interno del capitale e sfruttando il suo bisogno di lavoro, deve nascere, dal lavoro produttivo industriale al lavoro produttivo non industriale al lavoro indirettamente produttivo al lavoro non produttivo, deve nascere una nuova gerarchia non di valori, ma, appunto, di potere, che lungo un provvisorio periodo storico, deve riorganizzare e tenere il filo dei nuovi rapporti sociali e coincidere con la distribuzione della forza e del dominio sul terreno della politica diretta. Dobbiamo assumere con coraggio il principio che non solo il capitale ha bisogno della classe operaia, ma la classe operaia ha bisogno del capitale, e non solo per la propria crescita politica, ma per lo sviluppo economico della società. Il capitale moderno è <em>sviluppo, </em>la classe operaia moderna è <em>potere. </em>O meglio, queste devono diventare <em>le condizioni nuove della lotta di classe. </em>È vero che sono crollate tutte le contrapposizioni arcaiche fra le due classi sociali: ma in questo senso è finita solo la preistoria della lotta di classe. Non più proletariato e borghesia, non più sfruttati e sfruttatori, non più una classe subalterna e una classe dominante, ma <em>sviluppo economico capitalistico </em>da una parte e <em>potere politico operaio </em>dall’altra, &#8211; due forze, ognuna nel suo campo, di pari potenza, con caratteri storici molto simili fra loro, con eguale vocazione al dominio della parte sul tutto, che si battono, con l&#8217;abilità e la violenza, in una lunga guerra di cui non si intravede né quando sarà la fine né di chi la vittoria. Dobbiamo disporre i nostri problemi in questa dimensione strategica moderna, se vogliamo cogliere con esattezza i compiti del momento. Comprendiamo come questa dimensione sia per tutti la cosa più difficile da assumere oggi. E per questo diciamo: importante non è mai la visuale strategica in sé, ma il modo con cui da questa si può arrivare a toccare i termini concreti della lotta. Il nemico da battere subito è l’astrattezza delle posizioni rivoluzionarie. Il compito urgente è trovare la via che porta al <em>concreto. </em>Ma bisogna stare attenti: l’astrattezza di cui si parla qui non è solo quella delle affermazioni estremistiche, ma anche quella della politica riformista. Non bisogna infatti concedere a quest’ultima la virtù della concretezza. Il riformismo è per gli operai la massima utopia. E proprio questa dimensione utopistica, questo essere fuori dell’interesse operaio diretto, lo fa simile all’estremismo. Alla fine di questa tradizione, che tristemente si ripete, di posizioni falsamente contrapposte, fra le ultime morenti ideologie di destra e di sinistra, si tratta di aprire la strada a una nuova <em>Realpolitik </em>di parte operaia.</p>



<p>Se l’estremismo é la malattia infantile del comunismo, nel riformismo ci sono già gli acciacchi della vecchiaia. Come in tutti i movimenti storici, i passaggi che si susseguono nel tempo si presentano poi anche contemporaneamente nello spazio. Così oggi il riformismo comunista è la senilità precoce di un movimento che è stato strozzato nel crescere, più che da tutto il resto, da questa prodigiosa seconda giovinezza del suo avversario di classe, il capitale, passato dall’epoca della sua crisi mondiale all’epoca del suo sviluppo internazionale. E l’estremismo di oggi è la forzata e attardata sosta nell’infanzia, come riflesso di situazioni, marginali anche se macroscopiche, di arretratezza e di sottosviluppo dello stesso avversario di classe, del capitale, che non ha risolto alcune sue contraddizioni secondarie, che non riesce a risolverle, che non le risolverà comunque da solo, senza l’aiuto del suo nemico interno, la classe degli operai salariati. È su questo aiuto che si può dare e non dare – in alcuni casi sì e in altri no – è il discorso che può portare alla ricomposizione di una strategia internazionale della lotta di classe. Questo discorso non mancheremo di farlo. Ma adesso ci interessa sottolineare il riprodursi della spaccatura, all’interno del movimento comunista, oggi, tra estremismo e riformismo. È questo che rende possibile la ricerca della nuova soluzione politica dell’organizzazione in un superamento di sé del movimento comunista, che va preso, qui da noi, come punto privilegiato, come perno, come soluzione già tentata e non riuscita. Noi stessi, dobbiamo venire fuori dal movimento comunista, come la classe operaia viene fuori dal proletariato. Mai bisogna dimenticare che questo movimento ha una origine proletaria diretta, non mediata da nessuna iniziativa capitalistica, anzi nata come risposta tutta alternativa alla soluzione socialdemocratica in quanto mediazione capitalistica sui problemi di organizzazione del movimento operaio. Come nessuna parte della classe operaia, anche la più avanzata, può rinunciare alla sua nascita proletaria, così nessuno di noi ha<strong> </strong>il diritto di dimenticare che a livello di masse lavoratrici c’è stata una soluzione comunista ai problemi di organizzazione. Attraverso questa soluzione bisogna passare, se veramente si vuole arrivare al di là. È il cammino dell’Europa continentale e dell’Italia in mezzo ad essa. Questo ci interessa. Ed è inutile dire: questo discorso non vale per il resto, che è poi la parte più consistente e più qualificata della classe operaia in occidente, tutto il movimento operaio inglese e americano e giapponese. È inutile dirlo: perché noi siamo fuori dalla tradizione operaia anglosassone &#8211; e non ci saremo dentro per adesso &#8211; e ogni tentativo di adattarsi subito ad essa è di nuovo astrattezza e modellistica. In mezzo a tanta sacra polemica contro 1’eurocentrismo, una prima soluzione <em>mitteleuropea &#8211; </em>che faccia perno sul movimento operaio italiano, francese e tedesco più qualche democrazia popolare &#8211; sembra tuttora quella che ha più possibilità di espansione: se è attiva e moderna e avanzata, può riproporre in blocco il problema della linea e dell’organizzazione al movimento operaio anglosassone; e se è concreta, se è pratica, se è politica, può mettere in crisi, e rilanciare a nuovi livelli, organizzazione e linea già esistenti nell’URSS di oggi e nella Cina di domani.</p>



<p>Ecco il perché di questa scelta del movimento comunista, come punto di partenza per andare oltre. Non ci devono essere ragioni sentimentali, che pure talvolta contano e giocano un ruolo inconscio nelle decisioni dell’uomo singolo, e cioè nelle prospettive che può crearsi il politico isolato. Le fotografie dei bolscevichi che abbiamo rivisto nel cinquantenario della rivoluzione ci sono troppo care, sono gli uomini che stanno dietro di noi e prima di noi, non ne potremmo comunque fare a meno, neppure volendo. Ma sono già lontani da noi come i comunardi, come gli insorti di giugno, un periodo eroico del nostro movimento che non ritorna, l’epoca delle illusioni rivoluzionarie che però avevano un significato positivo, una funzione dirompente, di rottura e di svolta. Adesso che son finite anche le cantilene delle commemorazioni, dobbiamo convincerci che <em>no, </em>qui da noi, in occidente, nel pieno del capitalismo, <em>rivoluzioni d’ottobre non ce ne saranno più. </em>Ma non ci devono essere nemmeno motivi di opportunismo. Il rapporto pratico con l’immediato passato dell’organizzazione non deve diventare culto della continuità, non deve essere la scelta della via più comoda e contemporaneamente non deve ridursi a chiacchiericcio ipercritico contro tutto ciò che è e che è stato. Certo, la condizione attuale del movimento comunista non è fatta per entusiasmare. Ed è necessaria una notevole dose di freddezza per scegliere questo come campo sperimentale più proprio.</p>



<p>È tanto facile guardare con simpatia la figura del vecchio bolscevico, quanto è facile sentirsi respinti dalla figura del comunista moderno, dirigente «di tipo nuovo» del partito. Eppure tra l’uno e l’altro corre un filo tenuto insieme dalle esperienze preziose di più di una generazione di militanti: esperienze che si sono tutte raccolte intorno a un tentativo di portata storica, anche se dalle infelici conseguenze politiche. No, non parliamo della costruzione del socialismo in un paese solo: questo non ci interessa qui, è un altro discorso e non è il caso di affrontarlo in questa sede. Il tentativo e quell’altro, che ha visto il movimento comunista, nell’Europa occidentale, impegnato nella ricerca di una <em>terza via </em>tra la socialdemocrazia da una parte e l’estremismo di sinistra dall’altra, maggioritaria ma riformista la prima, rivoluzionario ma minoritario il secondo. Non a caso proprio la Germania al centro dell’Europa aveva dato insieme il fallimento del riformismo e della rivoluzione. Questa lezione, al contrario di quanto si crede, non andò perduta. L’errore politico del movimento comunista, la sua colpa storica, non è stata quella di aver cercato una terza via, <em>ma di non averla trovata. </em>E non fu per tradimento dei capi, fu semmai per la loro incapacità e mediocrità e piccolezza, e neppure questo poi conta molto. La verità è che due grosse, formidabili e terribili, condizioni si abbattevano quasi contemporaneamente sull’Europa, cioè sul terreno che anche allora doveva servire all’esperimento, &#8211; due condizionamenti nuovi, non previsti e tremendamente dotati di forza: Stalin al posto di Lenin, il fascismo al posto del capitalismo. Lasciamo agli storici l’indagine dei particolari nell’influenza di questi due fattori sui contenuti politici, sulle forme organizzative della lotta di classe, e andiamo avanti. Questi due condizionamenti sono caduti, e ormai non da oggi, sono cadute le eredità passive che li hanno fatti rivivere con la guerra fredda, vanno cadendo gli ultimi residui di questa e su questa via nei prossimi anni ne vedremo delle belle. Ma i comunisti, almeno finora hanno continuato ad agire come se quelle due condizioni fossero ancora vive e presenti: di qui l’impossibilità di riconoscere o la volontà di non riconoscere il fallimento del loro stesso tentativo centrista. Bisogna riprendere questo tentativo nel suo <em>momento leninista, </em>del Lenin degli ultimi anni, capo del potere socialista in Russia e della rivoluzione operaia in Europa. È in questo che dobbiamo farci eredi del movimento comunista, riconsegnando ad esso l’ultima iniziativa pratica prima del suo tramonto in occidente. Per dirlo in altre parole: è necessaria una grande <em>NEP politica </em>se vogliamo puntare a rimettere in mani operaie il filo dell’iniziativa storica.</p>



<p>Non ci si può mettere invece nel solco delle tradizioni socialdemocratiche. Neppure qui vale il discorso sul tradimento dei capi. Ma neppure si può parlare di errori della socialdemocrazia come si parla di errori del movimento comunista. La socialdemocrazia è fin da principio un’iniziativa del capitale, a differenza &#8211; abbiamo visto &#8211; del movimento comunista che si presenta all’inizio come un’iniziativa direttamente di parte operaia, anche se ad un livello e in una condizione storicamente proletaria. All’opposto, la base materiale della socialdemocrazia non è quella parte di classe operaia che raggiunge condizioni borghesi. Il concetto di «aristocrazia operaia» è di nuovo un errore che nel movimento comunista ha avuto molta fortuna. Oggi, nel linguaggio diffamatorio dell’estremismo contemporaneo, copre non più gruppi di operai privilegiati, ma l’intera classe operaia dell’occidente. Per questo non bisogna concedere che all’inizio una parte della classe operaia, entrata nel campo del capitale, abbia dato il via alla socialdemocrazia classica; perché allora bisognerebbe concedere che nel seguito della storia l’intera classe operaia ha seguito questo esempio, con le conseguenze appunto evidenti sul movimento comunista dell’occidente e dell’oriente russo. Per questa via si arriva a dire che contro il capitale ci rimangono solo quelli che sono ancora fuori di esso, che non vi sono ancora entrati, non sono stati ancora ammessi, malgrado la parabola evangelica, al banchetto dei ricchi. Si arriva così a cambiare volto al proprio nemico, ed ecco al posto della solida macchina ben funzionante del capitalismo contemporaneo farsi avanti il mostro malefico dell’imperialismo. Si discute oggi sulle tattiche della lotta, se dare la preferenza al fucile o alle elezioni, se organizzare un esercito di guerriglieri o una rete di consiglieri comunali, ma la visione strategica è la stessa, copre un largo arco di forze, è comune alla nuova sinistra dei professori di università e alla vecchia sinistra dei funzionari di partito. Non si può fare a meno di rimanere sorpresi a vedere quanta strada hanno fatto <em>le ideologie antioperaie nel movimento operaio. </em>Ma quelli che teorizzano un nuovo blocco storico di forze rivoluzionarie arretrate non si accorgono di diffamare le forze stesse che vogliono organizzare, condannandole ad un’azione di disturbo alla periferia del sistema capitalistico mondiale e, peggio, non si accorgono di portare a una sconfitta storica queste stesse forze, perché se il loro nemico diventa il capitale più la classe operaia, operai e capitale insieme, allora le parti chiaramente si rovesciano, è la rivoluzione che diventa una tigre di carta di fronte alia macchina di ferro della moderna società industriale; e si potrà vincere qualche guerra d’indipendenza, ma la lotta di classe è perduta in partenza per il semplice fatto che non è neppure cominciata. La verità è che già negli ultimi decenni del secolo scorso la classe operaia iniziava un cammino storico prodigioso, che doveva portarla ad abbandonare la condizione proletaria a cui l’aveva inchiodata il basso livello dello sviluppo capitalistico, che doveva portarla dunque a strappare, con la lotta e con l’organizzazione, concessioni su concessioni al suo nemico di classe, e a conquistare per sé e per il resto del popolo nuove condizioni di lavoro, nuove condizioni di vita, nuove condizioni di potere. La politica e l’organizzazione socialdemocratica del movimento operaio sono state la risposta capitalistica a questo salto in avanti che la forza-lavoro industriale aveva imposto a tutta la società. La socialdemocrazia ha dunque, se volete, un’origine operaia <em>indiretta </em>&#8211; di nuovo a differenza del movimento comunista &#8211; <em>mediata </em>da un’iniziativa capitalistica sulle organizzazioni operaie e come uso capitalistico delle organizzazioni operaie. Questo è il cammino, la crescita, lo sviluppo, la storia interna, anche solo sul terreno istituzionale, delle forze di classe degli operai e del capitale, ognuna per proprio conto e l’una di fronte all’altra, come potenze politiche abituate a misurare la propria forza sulle debolezze dell’altra, e con l’occhio sempre ai problemi di fondo non alle situazioni marginali, alle prospettive di sviluppo che un’accorta condotta pratica può accelerare e non ai residui del passato che il tempo, da solo, con la sua lentezza, basta a bruciare.</p>



<p>Il problema primo è di linea politica. È chiaro che occorre una nuova dimensione strategica rispetto a quella che si citava sopra con ironia. Ma è perlomeno inutile che sia del tutto alternativa ad essa. Non possiamo pensare di creare prima nuove forze per poi organizzarle. Intorno all’esigenza del mutamento della linea vanno riorganizzate le forze che già ci sono. Per questo il mutamento della linea non può essere un’astratta proposta di rovesciamento. Occorre una <em>nuova strategia, </em>ma <em>di breve periodo; </em>un nuovo programma politico, ma concretamente transitorio; una nuova forma di organizzazione, ma prima di tutto sul terreno istituzionale. In questo senso, tutto quanto c’è stato, specialmente nelle esperienze più recenti del movimento operaio, deve essere messo a frutto positivamente. L’esperienza del movimento comunista ci insegna che è possibile far giocare a livello di massa una linea di globale alternativa al sistema capitalistico, ci insegna che un movimento rivoluzionario non è destinato a rimanere minoritario. Il residuo storico che ci lascia il movimento comunista è <em>un’opposizione di massa </em>al capitalismo. L’esperienza della socialdemocrazia ci insegna che è possibile arrivare a manovrare le leve del potere dall’alto dello stato, e che il movimento operaio può porsi come obiettivo il governo del capitale. Il residuo storico che ci lascia la socialdemocrazia: è un <em>controllo di vertice </em>su tutta la società. Questi due residui sono due possibilità di fatto non realizzate. Il movimento comunista in occidente non è mai riuscito a mettere seriamente in pericolo il potere capitalistico, perché ha reso sempre più generico l’arco di forze che andava organizzando, perché qui dentro non ha mai scelto gli operai, cioè non ha mai usato l’arma della minaccia direttamente operaia, l’unica che il capitale è disposto a subire: eppure questa scelta, quest’uso erano possibili. La socialdemocrazia non è mai arrivata a conquistare un’autonomia al suo governo dello stato, non ha mai posseduto una forza indipendente per prendere un’iniziativa appena diversa da quella del capitale, è stata e rimane gestione passiva del potere, registrazione delle esigenze di sviluppo della società in un momento provvisorio di crisi politica dell’interesse capitalistico: questo suo destino non poteva essere diverso. Di nuovo balza in primo piano la differenza tra queste due grandi esperienze storiche: il movimento comunista ci lascia lo spazio di una iniziativa operaia da organizzare, la socialdemocrazia lo spazio di una iniziativa capitalistica da utilizzare. Mai mettere dunque sullo stesso piano i due movimenti, mai confonderne le origini di classe, ne pensare ad una sintesi dialettica che li superi entrambi. Da ognuna trarre invece l’indicazione positiva per la lotta di oggi e per l’organizzazione di domani: assumerne i risultati storici portandoli oltre i limiti politici che li hanno bloccati. E allora: <em>opposizione di massa al sistema, ma guidata di fatto e non a parole dalla classe operaia; controllo di vertice sulla società, ma con le mani libere dai lacci dell’interesse capitalistico. </em>Fino a che punto è possibile oggi proporsi concretamente questi obiettivi e raggiungerli nella pratica, è ancora difficile da dire. Ma certo nel modo in cui risolveremo nei prossimi anni questi problemi sta il segreto di una rinascita politica del movimento operaio.</p>



<p>In Italia e nell’area mitteleuropea si pone e si porrà con sempre maggior forza quello che si dice il grande problema dell’unità fra tutte le forze socialiste. Qui da noi la cosa è complicata dall’esistenza di un partito cattolico complesso nella sua struttura, mobile nella sua azione, abile in alcune delle sue iniziative, ben inserito ormai nelle strutture amministrative dello stato data la sua lunga esperienza di governo, forte della fiducia del ceto imprenditoriale, ma capace al momento opportuno di scavalcare a sinistra la stessa socialdemocrazia. È chiaro che questa macchina va spezzata. È chiaro che forti minoranze cattoliche sono disponibili per un’azione socialista. Ma prima di pensare a questo, o mentre si pensa a questo, non è da scartare la possibilità di un rapporto con il vertice democristiano come forma di pressione sugli stessi incerti e debolissimi socialdemocratici di oggi, perché rompano gli indugi e marcino verso una rapida unità a sinistra. Il processo di unità sindacale va anch’esso favorito e utilizzato in questo senso, come necessario rammodernamento delle strutture della contrattazione a livello di lotta economica, e come creazione di un nuovo spazio per il nuovo partito sul terreno della lotta politica. Ancora qui da noi, c’è stata, per un brevissimo periodo, un’altra possibilità: quella di isolare la socialdemocrazia subito al suo nascere, chiuderla in un angolo, renderla minoritaria togliendo ad essa l’iniziativa pratica, con un’operazione di unificazione a sinistra che avrebbe raccolto nel paese una larga eco di consensi soprattutto tra gli operai e tra i giovani, <em>le due forze che oggi contano e che sfuggono. </em>Era una via originale da tentare con entusiasmo. Ma in questo caso la tempestività era tutto; ci voleva una macchina organizzativa duttile e rapida nell’eseguire e cervelli freschi e audaci nel dirigere: proprio quello che manca. Nel modo invece in cui si ripropone oggi l’unita PCI-PSIUP è facile scorgere la prima tappa della più vasta unificazione con il resto della socialdemocrazia. A questo punto non è male che sia così. Quando un processo storico avviene, e non si hanno forze sufficienti per batterlo e rovesciarlo, è inutile puntare il dito accusatore e fare profezie di grandi sventure; conviene adattarsi al processo per controllarlo e disporsi subito nella dimensione della sua utilizzazione. Tra i massimi problemi ancora insoluti c’è anche quello di un possibile uso operaio della socialdemocrazia. Storicamente, e a un livello di pura spontaneità, si può dire che qualcosa del genere è già avvenuto, quando la classe operaia con una serie ininterrotta di conquiste parziali ha fatto quei salti in avanti di cui si diceva nelle sue condizioni di lavoro e nel suo livello di vita, anche, tra l’altro, con la partecipazione formale al potere. Storicamente, e sul terreno della più alta coscienza del capitale, è pure avvenuto, e più spesso, il contrario: la socialdemocrazia al governo come ritorno alia stabilizzazione politica del sistema &#8211; l’uso socialdemocratico, e quindi capitalistico, degli operai &#8211; rimane la forma classica di questa esperienza e, tutto sommato, non sarà facile rovesciarla. Ma è al punto d’origine che bisogna aggredire il problema. Prima di tutto è necessario ritrovare un aggancio reale, realistico, con la situazione di fatto della classe operaia, ristabilire con essa un rapporto corretto, assumere cioè a livello politico generale &#8211; di partito subito, di stato in seguito &#8211; il suo stretto interesse particolare, al di fuori di tutti gli schemi ideologici tradizionali. Dobbiamo convincerci che senza questo non è possibile oggi nessuna ripresa di contatto politico con la fabbrica, con il luogo di produzione, che è centro, motore e cuore pulsante di tutto il meccanismo sociale, al punto che chi veramente lo possiede, possiede già il dominio sull’intera società, e chi lo perde non ha altro destino che quello di ridursi, come merita, a forza subalterna. Spezzare il canale capitalistico che unisce fabbrica-società-stato e sostituirlo con un canale operaio, è questo l’obiettivo strategico per raggiungere il quale tutte le armi tattiche sono buone. L’errore non è quello di <em>utilizzare </em>le istituzioni democratiche: l’errore è di <em>credere </em>nella democrazia. Lo stesso discorso e un atteggiamento simile vale per la socialdemocrazia. Se la fonte del potere è nel processo produttivo, chi controlla questo vince. Quando interviene la mediazione istituzionale &#8211; il partito, lo stato -, quando interviene cioè il momento della diffusione del potere, il gioco è già fatto in un senso o nell’altro. Se il partito vuole veramente puntare allo stato, deve portare la minaccia sul terreno della produzione sociale. Se non fa questo, è il vecchio riformismo che dal vertice dello stato non può scendere alla base di classe, o è il vecchio estremismo che dalla base di classe non sa salire al vertice dello stato.</p>



<p>Il discorso ritorna dunque al tema salario. A un livello più alto: il salario sì, ma in mano al partito. Con due risultati: la ripresa del rapporto classe-partito, una crisi del rapporto stato-capitale. La politica dei redditi è destinata a rimanere ancora per qualche tempo il punto più delicato nel funzionamento complessivo della moderna macchina economica. È qui che va puntata l’arma del <em>no </em>operaio, e qui che va fatta pesare la minaccia dello squilibrio. C’è una scala di priorità non solo nei bisogni del capitale, ma anche nei punti di attacco al suo sistema, e quindi nelle richieste di classe della parte operaia. Individuare questo terreno, che non è mai lo stesso, che volta a volta cambia, storicamente nel tempo e orizzontalmente nello spazio, è il compito appunto della <em>nuova politica operaia. </em>La lotta sul salario assicura da un lato a questa nuova politica un’adesione di massa della classe operaia &#8211; si presenta quindi in modo corretto come organizzazione della spontaneità -, d’altro lato fa saltare un’iniziativa storica del capitale e in questo modo mette in forse la sua stessa capacità di autogoverno. Solo così diventa utile mettere in programma la possibilità di una gestione non capitalistica del capitale, in questa forma aggressiva, che vede un attacco di parte operaia, a cui il ceto politico tradizionale non trova altra difesa che cedere per un momento le chiavi del governo. L’origine della socialdemocrazia al potere è stata, anche nel passato, sempre questa. Ma la spinta operaia che la precedeva era un fatto spontaneo, non rilevato dall’organizzazione e quindi politicamente tutt’altro che aggressivo, anzi nel suo controllo, nella sua autolimitazione, nel suo culto dell’interesse generale, elemento positivo di equilibrio e di stabilizzazione. Di qui la debolezza storica e la vocazione e battuta. Un nuovo cammino va iniziato e perseguito con costante chiarezza. Bisogna strappare il salario dalle mani del sindacato e consegnarlo a una politica di partito. Il partito sì, ma in rapporto con la classe. La classe sì, ma con una scelta di governo, con il suo senso del potere, la sua volontà di dominio. Cominciano così a precisarsi i termini di quella strategia provvisoria che la classe operaia va cercando a livello di capitale avanzato, o se volete i gradi intermedi, le tappe ravvicinate di una tattica di lungo periodo: <em>lottare sul salario, ricostruire il partito, puntare al governo. </em>Salario-partito-governo è la forma scheletrica, lo schema-guida, che assume oggi, nella congiuntura presente del capitale internazionale, il cammino storico classe-partito-stato.</p>



<p>È facile rendersi conto a questo punto della sorpresa di molti. Ma la crescita del nostro discorso ci impegna a questo sviluppo, e chi non lo aveva previsto, poco aveva capito di esso. Nel momento in cui la nuova forza dei giovani in quanto tali, puntuale all’appuntamento, arriva sulle posizioni del rifiuto e della rivolta, noi vogliamo di nuovo precedere il movimento, avanzando su questa che è la strada più ardua, esposta, secondo il solito, alle più dure incomprensioni. Ci viene rimproverato il fatto di non rendere mai esplicita la metodologia della ricerca. Facciamo una concessione anche su questo punto. E a conclusione di questa prima parte, mettiamo un’indicazione di metodo che vuole correggere la saggezza con l’ironia, a metà strada com’è tra Machiavelli e Mao. Per essere produttivi, e creativi, sul terreno della teoria, bisogna rompere con la tradizione e saltare in avanti, badando a rimanere sempre noi stessi; per essere produttivi, e pratici, sul terreno della politica, bisogna legarsi al livello ultimo raggiunta dall’organizzazione, cambiarlo gradualmente e cambiare noi con esso.</p>
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		<title>UN NOSTRO PENSIERO SU MARIO TRONTI</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Sep 2023 08:35:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come da nostra abitudine, oramai consolidata, cerchiamo di evitare per quanto possibile i commenti a caldo. Soprattutto quando sono relativi a dipartite di personalità che hanno giocato un ruolo determinante in merito alla teoria politica o all&#8217;analisi di fasi storiche particolarmente complesse. Non è facile spiegare che relazione intercorra tra la nostra redazione e la [&#8230;]</p>
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<p>Come da nostra abitudine, oramai consolidata, cerchiamo di evitare per quanto possibile i commenti a caldo. Soprattutto quando sono relativi a dipartite di personalità che hanno giocato un ruolo determinante in merito alla teoria politica o all&#8217;analisi di fasi storiche particolarmente complesse. Non è facile spiegare che relazione intercorra tra la nostra redazione e la figura di Mario Tronti per almeno due ordini di motivi. Il primo é che il pensiero di Tronti rappresenta un po&#8217; l&#8217;ossatura metodologica sulla quale costruiamo gran parte delle nostre analisi, con questo non vogliamo ovviamente definirci epigoni o ancora peggio depositari di alcun pensiero. Riteniamo di aver trovato una rara freschezza e attualità nel pensiero trontiano, cercando quindi di ravvivarlo nella prassi di &#8220;interrogare&#8221; la fase nella quale viviamo. Il secondo motivo risiede più nella natura della redazione che nel pensiero di Tronti. La strutturazione dell&#8217;indagine socio-politica fornita dalla corposa letteratura di e su Tronti, ha consentito un nostro serrato e a volte concitato dibattito interno. Pur provenendo, noi redattori, dal grande calderone della cosiddetta sinistra extraparlamentare, vi apparteniamo con sfumature marcatamente differenti. Da quella piú autonoma a quella libertaria. Il dibattito sviluppatosi attorno alla ricerca di una attualizzazione del pensiero di Mario Tronti, per altro al di là dall&#8217;essersi concluso, ha consentito un chiarimento e una riconfigurazione dei nostri parametri analitici. Un momento di maturazione e affinamento del pensiero in seno ad un processo di scrittura collettiva.</p>



<p>La dipartita di Tronti non segna ovviamente nessuna battuta d&#8217;arresto di questo processo. Se mai preclude la possibilità di conoscere il punto di vista sulla futura evoluzione della fase di una mente indagatrice e riflessiva come quella trontiana.</p>



<p>Crediamo che oltre ai grandi pensatori rivoluzionari del XIX secolo, siano ancora da approfondire un nutrito gruppo di teorici a cavallo fra la grande stagione della contestazione, l&#8217;avvento del pensiero postmoderno fino all&#8217;esaurirsi del sistema generato dalla guerra fredda.</p>



<p>Fasi storiche complesse nelle quali anche eventi geograficamente circoscritti assumevano un rilievo strategico sia dal punto di vista della narrazione del capitale sia da quella della contronarrazione di movimento. In queste poche decadi si è consumato il propellente del &#8216;900 e in pochi hanno colto cosa sarebbe accaduto &#8220;dopo&#8221;. Eppure, a volerle vedere, le traiettorie erano chiare e le analisi sulla fabbrica diffusa, sulla produzione cognitiva, l&#8217;economia immateriale e la precarizzazione erano un fatto in via di compimento piú che un&#8217;ipotesi.</p>



<p>La crisi del soggetto e la rarefazione della classe operaia, &#8220;evolutasi&#8221; in classe precaria a tutto tondo, era già visibile ai primi bagliori degli anni &#8217;90. Ebbene la capacità di intravedere le tendenze e immaginare i punti di caduta del Sistema appartiene a quegli attenti pensatori dei quali Tronti ha fatto parte.</p>



<p>Non abbiamo mai immaginato di rinverdire o ritracciare il pensiero trontiano, se mai il nostro intento è quello di abbandonare il codismo o, in termini piú nobilitanti, la prassi da retroguardia e tornare a ragionare secondo un metodo analitico per interrogare la fase. Evitando cadute da adepti del &#8220;trontipensiero&#8221;, abbiamo cercato di prendere ciò che di attualizzabile c&#8217;era e di innestarlo in un ragionamento complesso che tenesse assieme l&#8217;analisi della fase con l&#8217;inchiestare alcune evidenze processuali della stessa. Il tutto ovviamente all’interno di un&#8217;operazione con successive approssimazioni e sintesi parziali, barcamenandoci tra personali aderenze ad alcune forme pensiero e l’accettazione di contraddizioni spesso non percepite. Un processo che ci ha piacevolmente costretti a rivedere e mettere in discussione assunti che consideravamo assodati e stabili. Il confronto interno ha poi sortito i suoi primi effetti, portandoci a relazionarci con ciò che avevamo immediatamente attorno a noi.</p>



<p>Abbiamo decostruito in primis la narrazione proveniente dall&#8217;interno del movimento per decodificare la crisi che lo attraversa da almeno sei lustri, per poi giustapporre quanto ottenuto alla narrazione imperante del Sistema socio economico nel quale siamo immersi. Ciò che è facilmente osservabile è come il movimento antagonista europeo sia in balia del Sistema, avendone assorbito I canoni fondativi[1]. Nulla di eclatante dal momento che abbiamo descritto, anche se per sommi capi, un processo che è alla luce del sole, ma forse non ancora a tutti chiaro.&nbsp;</p>



<p>È nel solco dell&#8217;eterodossia del pensiero di personalità come Alquati, Tronti, Panzieri, ecc. che abbiamo cercato strumenti utili per comprendere il nostro presente. La complessità come elemento base col quale confrontarsi ed evitare la banalizzazione dei processi facendo scadere l&#8217;analisi nella narrazione. Il punto di innesto della sussunzione della struttura del movimento, a nostro modo di vedere, è quello partendo dal quale si è cominciato a retrocedere sul piano analitico per indulgere su quello narrativo, giungendo a deduzioni via via sempre piú distanti dalla realtà dei problemi. Un&#8217;auto narrazione consolatoria al posto di un’interrogazione realistica e dolorosa della fase. Alla dialettizzazione dei problemi si è sostituita la problematizzazione della dialettica. Un abbandono quasi scientifico degli strumenti utili a sondare la complessità della nostra contemporaneità. Il mantra del superamento del &#8216;900 ha avuto una presa tanto efficace da farci gettare tutto, bimbo, acqua sporca e finanche la tinozza. Proprio al contrario del pensiero Trontiano che ha origine, sviluppo ed epilogo tutti interni al ‘900, una fase storica, secondo il nostro, ancora da scandagliare per comprenderne la complessità e le intuizioni. Tutto ciò non per fare un inutile feticcio del contenitore novecentesco con le sue lotte, le sue vittorie e le sue sconfitte, ma per tenere sempre con sé la storia, senza la quale non si può ricostruire alcunché. Un procedere “con le spalle al futuro”, consci del passato nel mentre si procede nel buio del presente.</p>



<p>Abbandonare i metaracconti in virtù di una svolta epocale (la fine della storia) per abbracciarne inconsapevolmente un altro che non ha antagonisti ma indossa I panni dell&#8217;ineluttabilità. Da questo avanzare a tentoni nella “libertà dello spirito” scaturisce quella linea di pensiero &#8220;eretica&#8221; di cui Tronti faceva parte e che ha continuato fino alla fine. Mai simile a se stesso, capace di valicare più volte la palizzata ideologica, recuperando in varie fasi ciò che c’era di interessante per la causa degli oppressi nel pensiero conservatore, anche di quello troppo frettolosamente etichettato come nazista di Carl Scmitth, fino ad arrivare a fare irruzione nel pensiero teologico-politico dell’ultima fase.&nbsp; Troppo semplice rompere il suo pensiero in un prima ed in un dopo. Più difficile cogliere il fatto che mentre lui apriva nuovi scenari, il resto del mondo a sinistra rimaneva incatenato a forme politiche oramai sorpassate dalla realtà. Dalla sua postazione, stabilmente in prima linea, fatta della sostanza di un pensiero adulto e irriducibile a facili schematismi, ci aveva messo in guardia già molto tempo prima che la crisi fosse irreversibile. In molti libri si chiedeva sconfortato: “ci saranno nuove generazioni ad interessarsi del politico?” &#8211; aggiungiamo noi &#8211; senza facili sistematizzazioni e paludi ideologiche?</p>



<p>Il lascito critico e metodologico del pensiero trontiano, certamente non solo quello, merita una attenta rilettura e una sistematica messa in atto.&nbsp;</p>



<p><em>Avrei&nbsp; voluto&nbsp; che&nbsp; fosse&nbsp; questo&nbsp; il&nbsp; titolo&nbsp; del&nbsp; libro. [&#8230;] «Senza&nbsp; titolo»,&nbsp; perché&nbsp; non&nbsp; è&nbsp; tempo&nbsp; di&nbsp; grandi&nbsp; affermazioni,&nbsp; di&nbsp; parole&nbsp; che&nbsp; si caricano&nbsp; di&nbsp; senso&nbsp; futuro.&nbsp; Siamo&nbsp; stretti&nbsp; nel&nbsp; presente,&nbsp; non&nbsp; solo&nbsp; incapaci&nbsp; di&nbsp; uscirne,&nbsp; ma&nbsp; in&nbsp; difficoltà&nbsp; a&nbsp; muoverci&nbsp; in&nbsp; esso,&nbsp; con&nbsp; la&nbsp; grinta&nbsp; delle idee,&nbsp; cioè&nbsp; con&nbsp; le&nbsp; armi&nbsp; della&nbsp; critica.&nbsp; E&nbsp; tuttavia:&nbsp; c’è&nbsp; necessità&nbsp; e&nbsp; urgenza non&nbsp; soltanto&nbsp; di&nbsp; ripensare,&nbsp; come&nbsp; tutti&nbsp; sono&nbsp; disposti&nbsp; ad&nbsp; ammettere, ma&nbsp; di&nbsp; pensare&nbsp; e&nbsp; basta,&nbsp; di&nbsp; «pensare&nbsp; contro»,&nbsp; contro&nbsp; il&nbsp; mondo&nbsp; e&nbsp; contro&nbsp; l’uomo&nbsp; di&nbsp; oggi. [&#8230;] Da&nbsp; tenere&nbsp; ben&nbsp; fermo&nbsp; il&nbsp; punto:&nbsp; che&nbsp; non&nbsp; si&nbsp; tratta&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; approdo, bensì&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; attraversamento.&nbsp; Su&nbsp; una&nbsp; terra,&nbsp; per&nbsp; questo&nbsp; tipo&nbsp; di&nbsp; cultura,&nbsp; quasi&nbsp; di&nbsp; nessuno.&nbsp; All’interno&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; percorso&nbsp; e&nbsp; di&nbsp; un&nbsp; viaggio&nbsp; intellettuali,&nbsp; che&nbsp; si&nbsp; complicano,&nbsp; arretrano,&nbsp; deviano,&nbsp; cercano&nbsp; di&nbsp; spezzare l’accerchiamento,&nbsp; badano&nbsp; a&nbsp; non&nbsp; perdere&nbsp; la&nbsp; direzione:&nbsp; che&nbsp; è&nbsp; quella sempre&nbsp; del&nbsp; capire&nbsp; per&nbsp; cambiare,&nbsp; del&nbsp; comprendere&nbsp; per&nbsp; trasformare. [&#8230;]&nbsp; Essenziale&nbsp; è&nbsp; tenere&nbsp; saldo&nbsp; in&nbsp; pugno&nbsp; il&nbsp; filo&nbsp; della&nbsp; ricerca,&nbsp; superando&nbsp; e&nbsp; superandosi, pur&nbsp; non&nbsp; sapendo&nbsp; dove&nbsp; il&nbsp; tutto&nbsp; andrà&nbsp; a&nbsp; parare.&nbsp; Libertas&nbsp; philosophandi è&nbsp; rivendicazione&nbsp; che&nbsp; va&nbsp; avanzata&nbsp; da&nbsp; noi&nbsp; a&nbsp; noi&nbsp; stessi,&nbsp; rispetto&nbsp; a&nbsp; una tradizione,&nbsp; ai&nbsp; suoi&nbsp; fondamenti,&nbsp; con&nbsp; i&nbsp; suoi&nbsp; caratteri&nbsp; e&nbsp; con&nbsp; le&nbsp; sue&nbsp; componenti,&nbsp; fondamentalmente&nbsp; marxismo&nbsp; più&nbsp; movimento&nbsp; operaio.&nbsp; Stare&nbsp; su&nbsp; questo&nbsp; solco,&nbsp; ma&nbsp; sciolti&nbsp; da&nbsp; vincoli&nbsp; di&nbsp; fedeltà&nbsp; anche&nbsp; solo&nbsp; al&nbsp; metodo&nbsp; dell’analisi.&nbsp; Va&nbsp; ribadita&nbsp; un’eredità&nbsp; di&nbsp; storia,&nbsp; va&nbsp; liberata&nbsp; un’appartenenza&nbsp; di&nbsp; cultura </em>(M. Tronti, <em>Con le spalle al futuro</em>, p. IX, 1992).</p>



<div style="height:94px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>note</strong></p>



<p><strong>[1]</strong> Alcuni aspetti dei processi di sussunzione al capitale di ampie fette di movimento, sono stati affrontati recentemente dalla redazione di Malanova all’interno del saggio <em>Sussunzione e Movimento</em> pubblicato in tre separati interventi. Per chi volesse approfondire, questi sono i link:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://www.malanova.info/2023/03/14/sussunzione-e-movimento-i/">SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (I)</a></li>



<li><a href="https://www.malanova.info/2023/03/28/sussunzione-e-movimento-ii/">SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (II)</a></li>



<li><a href="https://www.malanova.info/2023/04/04/sussunzione-e-movimento-iii/">SUSSUNZIONE E MOVIMENTO (III)</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/09/16/un-nostro-pensiero-su-mario-tronti/">UN NOSTRO PENSIERO SU MARIO TRONTI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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