<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>PENSIERI AD ALTA VOCE Archivi | MALANOVA</title>
	<atom:link href="https://www.malanova.info/category/pensieri-ad-alta-voce/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.malanova.info/category/pensieri-ad-alta-voce/</link>
	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Nov 2023 11:12:57 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/09/cropped-tondo_malanova_rev1-32x32.jpg</url>
	<title>PENSIERI AD ALTA VOCE Archivi | MALANOVA</title>
	<link>https://www.malanova.info/category/pensieri-ad-alta-voce/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>PALESTINA E ISRAELE: NOTE SULL’ATTACCO DEL 7 OTTOBRE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/11/03/palestina-e-israele-note-sullattacco-del-7-ottobre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2023 11:12:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10401</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Lorcon Pubblichiamo il contributo giuntoci come collaborazione esterna nell’ottica redazionale di stimolare il dibattito anche su alcune tematiche da noi poco elaborate, il tutto all’interno di un nostro personale percorso di critica del presente. I contributi possono anche non rappresentare necessariamente le posizioni del collettivo redazionale di Malanova. * * * * *&#160; L’attacco [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/03/palestina-e-israele-note-sullattacco-del-7-ottobre/">PALESTINA E ISRAELE: NOTE SULL’ATTACCO DEL 7 OTTOBRE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Lorcon</p>



<p><em>Pubblichiamo il contributo giuntoci come collaborazione esterna nell’ottica redazionale di stimolare il dibattito anche su alcune tematiche da noi poco elaborate, il tutto all’interno di un nostro personale percorso di critica del presente. I contributi possono anche non rappresentare necessariamente le posizioni del collettivo redazionale di Malanova.</em></p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *&nbsp;</p>



<p>L’attacco perpetrato da Hamas nei confronti delle città e dei villaggi Israeliani che si trovano a ridosso del confine e la risposta dell’IDF sono l’ennesimo capitolo di un conflitto pluridecennale. Non staremo qua a ricostruire la storia di quel conflitto, compito verso cui non siamo all’altezza e verso cui altri hanno diretto produttivi sforzi. Nel seguente scritto proveremo a delineare alcuni possibili scenari e ad analizzare quanto accaduto.</p>



<p>Il governo di Netanyahu è in profonda difficoltà da un anno. Per ottenere una coalizione governativa stabile in un paese che storicamente è invece caratterizzato da una certa instabilità parlamentare, il Likud si è dovuto alleare con gli elementi più oltranzisti del panorama politico, nello specifico con il variegato mondo del sionismo religioso e con raggruppamenti politici ultra-ortodossi. Nella storia politica israeliana tali gruppi non hanno mai goduto di peso politico come in questo momento. Il sionismo, sia nella sua componente socialista che in quella revisionista, ovvero liberale, nasce come progetto politico laico nelle sue componenti maggioritarie, e, soprattutto, trainanti, e tale rimane per decenni anche dopo la nascita dello stato di Israele. Le componenti religiose di estrema destra cominciano a guadagnare trazione a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Elettoralmente avevano un peso relativo ma riescono a influenzare pesantemente lo scacchiere politico fornendo una base di voti per il Likud. É da quegli stessi ambienti che arriverà l’assassino di Rabin nel 1995. Facciamo un salto avanti di una decina di anni. A metà anni 2000 il governo &#8211; per ironia della sorte del Likud &#8211; nell’ambito del processo di pace decide il ritiro dalla striscia di Gaza e la demolizione degli insediamenti dei coloni sul territorio che viene restituito alle autorità palestinesi. Bisogna qua chiarire alcuni passaggi: quegli insediamenti erano roccaforti dell’estrema destra religiosa e nulla avevano a che fare con Kibbuzim e Moshav dei pionieri e quel momento segna una frattura tra quei settori, dalla sinistra fino al centrodestra, della società israeliana che volevano un processo di pace con l’ANP e il movimento dei coloni che teorizza la necessità di stabilire l’autorità di uno stato con un’identità religiosa e politica &#8211; e non solo culturale &#8211; ebraica sull’intera area del cosiddetto Grande Israele. Il processo di pace di quegli anni naufragò ma la frattura, logicamente, non venne mai sanata.</p>



<p>Ma alla fine degli anni dieci del 21° secolo il Likud ha dovuto recuperare quella base elettorale per poter tornare al governo con una parvenza di stabilità, dopo anni di legislature instabili. Per farlo ha innalzato al potere una serie di personaggi parafascisti della destra religiosa che mai avevano avuto accesso alla stanza dei bottoni.</p>



<p>La contropartita che Netanyahu ha offerto a questa masnada è quella della sottomissione del potere giudiziario al potere legislativo. Da un lato permetterebbe di riaprire la partita degli insediamenti nella striscia di Gaza e di dare maggiore garanzie a quelli nella West Bank. Dall’altro permetterebbe allo stesso Netanyahu di cavarsi di impiccio dalle accuse di corruzione che rischiano di mandarlo in galera. Ma la partita non si ferma a uno scambio di favori tra personaggi inqualificabili: alla base del disegno dell’estrema destra religiosa vi è la necessità di sovvertire le basi stesse dello stato liberale per andare verso la costruzione di uno stato quasi teocratico. Forse si potrebbero tracciare dei paralleli tra questo progetto e il progetto bannoniano che ha caratterizzato le prime fasi della presidenza Trump basato sulla critica da destra allo stato liberale, sintetizzato nello slogan “<em>We have to dismantle the administrative state</em>” ripreso da J. Burnham collaboratore dell&#8217;amministrazione Trump. Anche se non disponiamo di tutti gli elementi per affermarlo il paragone è degno di approfondimento.</p>



<p>Fatto sta che gli afferenti all’ideologia Hardal, ovvero ebrei ortodossi e sionisti &#8211; i cultori della materia ci perdonino se tagliamo con l’accetta la questione -, sono arrivati alle leve del comando. Le premesse di una tempesta perfetta c’erano tutte e questa si è avverata.</p>



<p>Avventatisi con voracità ad occupare qualsiasi carica pubblica possibile e attaccato il potere giudiziario hanno causato una frattura senza precedenti nella storia politica israeliana.</p>



<p>Le proteste di massa contro il governo Netanyahu hanno caratterizzato l’ultimo anno e hanno coinvolto anche ampi settori delle IDF con molti riservisti che si sono rifiutati di presentarsi ai periodici richiami. Molti di coloro che in questo periodo hanno protestato contro la svolta autoritaria impressa dal governo Netanyahu, hanno anche ben chiaro che è necessario risolvere il conflitto con la popolazione palestinese. La sinistra israeliana e tutti coloro che si riconoscono nei valori liberal-progressisti su cui è stata costruita non solo l’immagine ma anche parte dell’identità nazionale si sono trovati ad essere additati dal governo come elementi nemici, escrescenze infette, amici dei terroristi.</p>



<p>Netanyahu ha costruito la sua immagine pubblica come quella del Signor Sicurezza, &#8220;<em>Mr. Security</em>&#8220;. Questo passava da buffi spot elettorali come dal ricordare che è stato membro delle Sayeret Matkal con una esemplare carriera militare, al pari dei suoi fratelli, tra i quali spicca uno dei maggiori eroi militari israeliani, caduto a Entebbe. Bene, il 7 ottobre 2023 il Signor Sicurezza si è mostrato essere un Signor Imbecille. Un totale idiota che in un anno di governo ha abbattuto l’efficienza di quelle che sono considerate tra le migliori agenzie di sicurezza e intelligence del mondo sotto la soglia minima dell’accettabile.</p>



<p>L’operazione terroristica condotta da Hamas non è stata tanto un successo militare, non ha minimamente portato l’apparato militare Israeliano sull’orlo del collasso come l’attacco congiunto Egiziano e Siriano del 1973 ma è stato un enorme successo di immagine. Da un punto di vista puramente militare Hamas ha già &#8211; probabilmente – perso l’iniziativa. Certo sarà lo stillicidio degli ostaggi, vi sarà la penetrazione nella striscia delle divisioni corazzate e meccanizzate dell’IDF con una copertura aerea e un dispositivo di artiglieria che non si vedeva dalla guerra del 2006 nel sud del Libano. Ma intanto rimane il fatto che un gruppo che pratica la guerra asimmetrica è riuscito a compiere una serie di attacchi ben coordinati e sanguinosi contro la popolazione civile e le installazioni militari del nord del Negev e della fascia costiera. E’ un fallimento a tutto tondo e Mr. Sicurezza ne è il responsabile politico.</p>



<p>Proviamo a delineare alcuni possibili scenari sia inerenti alla situazione interna che alla più generale situazione internazionale.</p>



<p>In questi casi è d’uopo formare governi di unità nazionale. Ma in questo caso l’accordo con il Partito Laburista e le altre componenti di centro e centro-sinistra significa necessariamente seppellire per sempre la riforma giudiziaria e mandare al diavolo, prima o poco dopo, l’estrema destra religiosa. In ogni caso la carriera politica di Netanyahu difficilmente si riprenderà da un tale smacco. Golda Meir, che pure era una leader enormemente più carismatica e intelligente di Bibi, terminò la sua carriera dopo la guerra dello Yom Kippur. E la guerra dello Yom Kippur terminò con le divisioni guidate da Sharon che varcavano il canale di Suez degradando in modo totale le capacità offensive egiziane sul fronte del Sinai mentre la controffensiva israeliana si fermava a 30 km da Damasco sul fronte del Golan. Nonostante l’oggettiva vittoria la carriera della Meir finì lì. La guerra portò all’accordo di pace con l’Egitto che spaccò il mondo arabo e il resto è storia. Ma oggi non vi sono né Meir o Dayan né Sadat. Da un lato vi è una banda di islamofascisti che considerano reali i Protocolli dei Savi Anziani di Sion e dall’altra una banda di fascisti con la stella di David che sono capaci giusto di bombardare un territorio sotto assedio quale la striscia di Gaza, facendo ogni volta strage di civili non combattenti mentre salmodiano qualche passo biblico. Per inciso parte della dirigenza della destra religiosa israeliana non ha neanche svolto il servizio militare: non per nobili obiezioni etiche e politiche come i refusnik ma perché imboscatisi con la scusa di dover studiare la Torah in qualche scuola ultra ortodossa, uno dei pochi motivi per cui si può evitare la coscrizione.</p>



<p>Certamente per il momento le manifestazioni contro il governo sono sospese. I riservisti che nell’ultimo anno si sono rifiutati di prestare servizio si sono ripresentati ai richiami. Buona parte dei villaggi, dei moshav e dei kibbutzim attaccati elettoralmente, ma soprattutto culturalmente, non sono dalla parte di Mr. Sicurezza ma, come notava Yossi Verter in un suo pezzo su Haaretz a poche ore dagli attacchi:</p>



<p>“[…]<em>Chi sono i primi che si sono presentati per rispondere agli attacchi? Sono stati i cosiddetti “anarchici” [il riferimento è all’uso del termine come epiteto da parte del governo contro certi settori dei dimostrante, anche verso le organizzazioni dei riservisti militari come Brothers in Arms, ndt], “elementi infetti”, quelli a cui è stato detto di andare all’inferno, appellati come “non sionisti, non israeliani, non patrioti”. Chi sono stati i primi a imbracciare le armi per combattere i terroristi [di Hamas, ndt]? Sono stati i residenti delle comunità che si trovano sul confine con Gaza, comunità che nella loro totalità non hanno votato per questo governo e di cui Netanyahu si è disinteressato per anni, che per anni non si è interessato di visitare o dialogarci. Loro sono stati la prima linea di difesa e i primi ad assorbire colpi letali.</em> <em>Sono passati quindici anni da quando Netanyahu promise di rovesciare il governo di Hamas. In questi anni è riuscito a rovesciare la società israeliana, la sua capacità di deterrenza militare e di governance mentre Hamas è divenuta un esercito addestrato e capace. Nessun governo al mondo può uscirne indenne. E’ un fallimento storico, un totale collasso di tutti i sistemi</em>.”</p>



<p>Per rincarare la dose il principale quotidiano della sinistra israeliana ha pubblicato un editoriale, firmato dal suo Editorial Board, in cui si accusa esplicitamente Netanyahu di essere il principale responsabile della situazione. Responsabile sia per non aver portato avanti uno straccio di processo di pace con i palestinesi, ovvero con i diretti interessati, preferendo tentativi di accordo con i vari paesi arabi, sia per essere a capo del governo che ha permesso una tale mattanza di civili.</p>



<p>Ma l’espulsione dalla scena politica di un tale inetto non sarà questione di giorni. Se la sua leadership è indebolita è probabile che le opposizioni decidano di rimandare la <em>redde rationem</em> a una fase in cui la situazione militare sarà ribaltata con il ristabilirsi della supremazia militare israeliana.</p>



<p>Questo si traduce in alcune conseguenze molto concrete: la necessità di ridurre ai minimi termini le capacità operative di Hamas e della Jihad Islamica, l’omicidio dei suoi dirigenti e di buona parte dei quadri, e colpi fermi e feroci a gli attori che hanno dato supporto ai due gruppi.</p>



<p>Non sarà semplice. La prassi militare israeliana prevede l’applicazione della così detta dottrina Dahiya, ovvero la distruzione sistematica delle infrastrutture in grado di fornire supporto a gruppi terroristici comprese le strutture civili con capacità dual-use, ovvero civile e militare. Questo comprende infrastrutture dei trasporti, infrastrutture energetiche, industriali, residenze dove si sa essere presenti sedi o abitazioni di quadri politici e militari. In un’area ad altissima densità abitativa &#8211; come è Gaza – questo si traduce nell&#8217;accettare di colpire la popolazione civile non combattente.</p>



<p>Forse Hamas ha scommesso sulla presa di ostaggi per mitigare i bombardamenti. Ne dubitiamo. Hamas sa benissimo dell’esistenza della Procedura Hannibal (o Hannibal Directive), ovvero delle regole di ingaggio delle unità militari davanti alla presa di propri prigionieri da parte di un nemico asimmetrico e sa che queste regole non pongono la vita dei prigionieri al primo posto. Ed è molto probabile che – almeno in una prima fase – questo si applicherà anche a una situazione in cui molti ostaggi sono civili israeliani. La presenza di molti cittadini dalla doppia cittadinanza &#8211; tra cui almeno una decina di israelo-statunitensi – complica il quadro in quanto moltiplica gli attori interessati e rende la partita un possibile campo minato per la dirigenza israeliana. Non si può assolutamente escludere che la presenza di così tanti cittadini statunitensi porti a un maggior coinvolgimento delle risorse militari, anche solo in funzione logistica, e di intelligence a stelle strisce. L’intero medio oriente ricade sotto i dispositivi militari della Quinta e della Sesta flotta della Marina, cosa che permetterebbe anche di tenere a bada possibili interventi iraniani.</p>



<p>Sul fronte palestinese sicuramente i vertici Israeliani, così come i quadri intermedi, dovranno rivedere l’intero dispositivo di difesa. Ancora una volta nella storia una difesa statica, per quanto imponente, si è dimostrata vulnerabile e bucabile da nemici dotati di creatività e determinazione. Si porrà la questione di costruire un sistema di difesa di profondità, maggiormente elastico e dotato di elementi celermente mobili in forze, capace di evitare simili smacchi. Uno stravolgimento dell&#8217;intera dottrina difensiva israeliana dai tempi del governo Sharon, uno stravolgimento che accelererà le dinamiche di militarizzazione della società già ben presenti nel paese.</p>



<p>Il governo israeliano è sicuramente in difficoltà, sfiduciato da buona parte della popolazione, con interi segmenti sociali che hanno solo rimandato il momento di uno scontro frontale ma che torneranno ad esso con una maggiore carica di rabbia. Bisognerà vedere se gli eventi di questi giorni faranno coagulare questa rabbia verso elementi politici guerrafondai, anche se di opposizione, o se il tema del processo di pace riuscirà a essere imposto.</p>



<p>In ogni caso alla crisi politica va aggiunta la crisi economica, che ha visto erodere i salari, e che la crisi militare di questi giorni ha acuito, con il corollario di quote di forze lavoro richiamate dalla riserva per servire sotto le armi. La partita per il governo israeliano è estremamente difficile.</p>



<p>La ierocrazia di Teheran e i suoi alleati/proxy di Hezbollah potrebbero essere tentata di approfittare del concentrarsi Israeliano su Gaza per lanciare ampi attacchi missilistici verso il nord di Israele, come nel 2006. Inutile dire che anche in questo caso la reazione del fuoco di controbatteria israeliano e, soprattutto, dell&#8217;aeronautica sarebbe esponenziale. Le guerre contro apparati militari come quello israeliano si basa sull’essere disposti a sacrificare un altissimo numero di combattenti e di civili che hanno la sventura di vivere nell’area. Se i secondi vanno inseriti in un cinico calcolo &#8211; puoi sempre costringerli ad appoggiarti anche se diventassi meno gradito – i primi, tra cui molti volenterosi martiri, vanno comunque dosati con cautela.</p>



<p>Teheran lancia messaggi ambigui su quanto sia stata direttamente coinvolta nella pianificazione e nell’esecuzione. Sicuramente sapeva molti dettagli, sicuramente ha fornito molti degli asset militari usati e copertura finanziaria. Se emergesse anche un coinvolgimento diretto nell’esecuzione degli attacchi è inutile dire che questo sarebbe un casus belli sufficiente e bastante anche a norma di diritto internazionale. E lo sarebbe non solo per Israele ma anche, e soprattutto, per gli Stati Uniti.</p>



<p>Ma sul campo rimangono anche altre incognite: Gaza condivide il confine terrestre con l’Egitto. Questo è corresponsabile dello stato di assedio decennale della striscia ma dai tunnel sotto il confine sono transitate tonnellate di attrezzatura per Hamas. Hamas è organizzazione gemella della Fratellanza Musulmana egiziana e contro questa è concentrata la quasi totalità degli sforzi delle potenti agenzie di sicurezza egiziane. Come non hanno fatto ad accorgersi di nulla? Come mai hanno sottovalutato la situazione? E se si sono accorti e non hanno sottovalutato perché non hanno avvisato i servizi israeliani con cui sono in buoni rapporti, come le economie dei due paesi?</p>



<p>E ancora, ci si può chiedere, quale è stato il ruolo del regime di Damasco, che ancora deve riconquistare parte dei territori che da un decennio sono finite sotto il controllo di altri attori &#8211; Jihadisti, opposizione laica, SDF, milizie filo-turche &#8211; e che proprio negli ultimi mesi sta aumentando il conflitto con le SDF?</p>



<p>Ma soprattutto: che influenza avrà quanto sta succedendo sugli accordi trilaterali israelo-sauditi-statunitense in corso di trattativa? L’architettura di un Medio Oriente sotto nuova guida statunitense, condito con il riconoscimento reciproco tra le due maggiori potenze militari ed economiche dell’area e un’alleanza formalizzata in funzione anti-iraniana è l’obiettivo strategico della diplomazia statunitense da anni. È una questione complessa, prevederebbe anche uno sblocco del processo di pace israelo-palestinese che l’attuale governo israeliano ha dimostrato di non volere, pur anelando a un’accordo con i Sauditi, e ampissimi segnali vi sono stati in questo senso, ma prevederebbe anche un colpo alla Cina, paese che si é inserito con un ruolo di mediazione sulla faglia geopolitica del Golfo tra Iran e Arabia Saudita.</p>



<p>Le variabili in gioco sono diverse e le diverse classi dirigenti dovranno essere in grado di affrontare la sfida della complessità e l’emergere di possibili cigni neri. La compagine governativa israeliana al momento non è palesemente in grado di farlo e grosse saranno le spinte per togliere centralità agli elementi più oltranzisti ma palesemente incapaci.</p>



<p>Abbiamo però alcune certezze: chi pagherà il prezzo immediato delle manovre sarà la classe subalterna di tutti gli attori in gioco, classe che al momento non è nelle condizioni di farsi classe per sé.</p>



<p>Questo dato di fatto permane anche a fronte della feticizzazione del lottarmatismo palestinese operato da buona parte delle sinistre di derivazione emmelle e terzomondista o di quel variegato calderone del post-tutto, formatosi più a botte di meme su Instagram che sullo studio della situazione mediorientale.</p>



<p>Coloro che hanno fatto finta di non vedere &#8211; quando non hanno direttamente esultato vedendole &#8211; le immagini di ragazze israeliane esposte come trofeo al pubblico ludibrio e stuprate in diretta social da una banda di islamisti che le avevano rapite, che hanno fatto finta di non vedere i quasi trecento giovani massacrati a un rave party o le centinaia di civili, di tutte le età, tra cui vecchi inermi rapiti insieme agli infermieri che li accudivano, ammazzati nei kibbutz, nei moshav e nei villaggi vicino al confine non sono differenti rispetto agli amanti dei bombardamenti punitivi sulla popolazione di Gaza “perché tanto forniscono il terreno fertile per Hamas”, affermazione per altro tutta da dimostrare data la sempre maggiore insofferenza di molti giovani davanti al regime islamofascista.</p>



<p>Alla completa ignoranza della questione, assolutamente centrale, del rapporto tra mezzi e fini, si aggiunge l’incapacità di riconoscere l’elemento antisemita alla base dell’ideologia islamista, in tutte le sue declinazioni, elemento presente &#8211; anche se meno visibile &#8211; anche nelle società europee, come nodo centrale nell’azione dei gruppi che di questa ideologia sono i portatori. Hamas e Hezbollah non combattono per la liberazione della Palestina, combattono per l’espulsione da un Medioriente arabo di quello che è rappresenta un unicum: un territorio in cui a dominare non è un élite araba di osservanza musulmana con gli altri gruppi sociali-religiosi relegati a posizioni subordinate.</p>



<p>È possibile ipotizzare che le comunità di confine attaccate con violenza da Hamas il sette di ottobre non siano state attaccate solo per una questione di opportunità geografica, sono quelle più vicine al confine, ma anche perché rappresentano l’antitesi dell’ordine sociale proposto dall’islamismo. Il movimento dei kibbutzim, nonostante l’oramai trentennale declino, ha rappresentato una sfida costante a chi propone, sia nel campo islamista che nel campo del sionismo religioso, un’ordine sociale basato sulle comunità escludenti. Gli islamisti non possono accettare l’esistenza di comunità con una forte eguaglianza di genere, in cui per altro per decenni si è destrutturato il concetto stesso di famiglia, e in cui i rapporti sociali sono messi in discussione. Lo stesso è inaccettabile anche per le componenti reazionarie della società israeliana per cui i kibbutzim sono stati una deviazione secolarista e di estrema sinistra rispetto a quello che per i sionisti religiosi dovrebbe essere il cuore dell’identità ebraica, la pratica religiosa entro i canali dell’ortodossia Haredi. Per costoro così come per gli islamisti i kibbutzim sono inaccettabili così come sono inaccettabili i giovani che vanno a ballare a un festival psy-trance.</p>



<p>Islamisti e sionisti religiosi non possono neanche accettare ciò che quelle comunità secolariste e progressiste &#8211; e non nella declinazione liberal del termine &#8211; continuano a esprimere a livello politico e anche militante: l’opposizione agli elementi guerrafondai israeliani, che con Hamas hanno un oggettivo rapporto di reciprocità, il movimento dei refusnik, l’appoggio ai raggruppamenti politici che sostengono un processo di pace, i tentativi, in alcuni momenti coronati anche da locali successi, di creare rapporti con la popolazione araba.</p>



<p>Chi si illude dell’esistenza di una soluzione militare che non prenda le forme di una pulizia etnica, e in questo ci rientrano dagli imbecilli del Likud che pensa di poter barattare la pace con i Sauditi e i Qatarini trasferendo lì quota parte della popolazione palestinese, in paesi che “hanno bisogno di manodopera” come i dementi che cianciano di distruzione dello stato Israeliano da parte di una banda di feroci antisemiti come Hamas e suoi alleati, gente il cui massimo successo militare nella propria storia è stato il massacro di un migliaio di civili, non ha capito nulla per quanto ami &#8211; magari &#8211; costruire sofisticate narrazioni teleologiche sulla necessità storica di questo o quello, siano esse supportate da qualche versione postcoloniale del DiaMat o da qualche ubriacatura sulla necessità storica del suprematismo israeliano, magari a nome d tutte l’Occidente.</p>



<p>Alla fine gli unici che danno un segnale che non sia di accettazione della mortifera politica degli apparati statali sono quelle centinaia di migliaia di persone che in terra israeliana e iraniana in questo ultimo anno sono scesi in piazza contro i loro governi, individuando nello stato di guerra permanente promosso dai propri governi la causa dell’immiserimento delle proprie vite, sono i giovani palestinesi che anche sotto l’assedio militare israeliano e il governo diretto di una banda di schifosi reazionari islamici, o della corrotta e marcescente ANP nella West Bank, cercano la loro via di uscita. Se dobbiamo augurarci qualcosa ci auguriamo che un giorno saranno loro a spezzare le multiple cinte di assedio e lo faranno con chi vive, anche se in modo diverso, simili assedi nel resto della regione. Se qualcosa di buono un giorno verrà, verrà da loro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/11/03/palestina-e-israele-note-sullattacco-del-7-ottobre/">PALESTINA E ISRAELE: NOTE SULL’ATTACCO DEL 7 OTTOBRE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>PER LA VERA LIBERTÀ</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/10/05/per-la-vera-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Oct 2023 16:17:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10374</guid>

					<description><![CDATA[<p>di &#8216;Gnazio Pubblichiamo il contributo giuntoci come collaborazione esterna nell&#8217;ottica redazionale di stimolare il dibattito anche su alcune tematiche da noi poco elaborate, il tutto all&#8217;interno di un nostro personale percorso di critica del presente. Il contributo non rappresenta necessariamente le posizioni del collettivo redazionale di Malanova. * * * * * Il progetto sociale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/10/05/per-la-vera-liberta/">PER LA VERA LIBERTÀ</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di<strong> &#8216;Gnazio</strong></p>



<p><em>Pubblichiamo il contributo giuntoci come collaborazione esterna nell&#8217;ottica redazionale di stimolare il dibattito anche su alcune tematiche da noi poco elaborate, il tutto all&#8217;interno di un nostro personale percorso di critica del presente. Il contributo non rappresenta necessariamente le posizioni del collettivo redazionale di Malanova.</em></p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>Il progetto sociale &#8220;Fuori dalle Gabbie&#8221; portato avanti dall&#8217;associazione &#8220;Cave Canem&#8221; in alcune case circondariali d&#8217;Italia cerca di fare connettere persone detenute con cani randagi (inselvatichiti di primo grado) reclusi nei canili. Al di là del progetto in sé, che può importare il giusto, quello che trovo interessante è questo spunto di riflessione tra animali privati della libertà, umani o non umani che siano.</p>



<p>In questo senso, per capire quanto sia drammatica la perdita di libertà, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il suicidio rimane tra le cause di morte più diffuse in carcere. Confrontando ciò che avviene tra fuori e dentro le sbarre, è possibile asserire che i casi di suicidio tra gli individui in piena libertà siano nettamente in minoranza rispetto a quelli che avvengono tra i reclusi.</p>



<p>Le carceri sono sistemi di amministrazione della coercizione, in cui la forza necessaria alla restrizione delle libertà gioca un ruolo essenziale. E&#8217; forse più immediato cercare di entrare nell&#8217;ottica della privazione di libertà (come forma di tortura sadica) analizzandola in ottica specista, e precisamente nella logica per la quale alcuni esseri umani si arrogano il diritto di privare altri esseri umani della loro libertà (e di sottoporli, di conseguenza, a violenze e torture psichiche o, peggio ancora, psicofisiche).</p>



<p>Oltre ai noti problemi di sovraffollamento delle carceri, della mancanza di luce o refrigerazione accettabile, ecc., i gesti violenti (manganellate, calci, pugni, schiaffi, strattoni, umiliazioni, stupri, tentati omicidi, ecc.) ripetuti in modo seriale e organizzato anche dal punto di vista scenico (i corridoi umani di agenti) accadono non per un’improvvisa incapacità dei carcerieri di gestire i propri eccessi emotivi, ma come strategia di controllo sociale per ristabilire simbolicamente un ordine che si è percepito violato. E l’ordine di cui si parla non è certo astratto: è l’ordine carcerario, quello che stabilisce i rapporti gerarchici di potere e di subordinazione presenti in un determinato istituto di pena. Anche una gestione interna dichiarata democratico-repubblicana si basa su una logica della sottomissione violenta come unica modalità di relazione con le persone ristrette. Che, è bene ricordarlo, rimangono esseri umani aventi diritto giuridico (quelle persone che prendono il nome di &#8220;cittadine e cittadini&#8221;). E sono cittadine e cittadini anche coloro che compiono le violenze perpetrate nelle carceri e negli uffici delle forze dell&#8217;ordine, che si ritrovano ad avere un arbitrario potere&nbsp; di vita o di morte delle persone già private della libertà.</p>



<p>Così, il rapporto tra umani &#8211; che in questo caso si possono dividere in due categorie, carcerati e carcerieri &#8211; diviene lo specchio della qualità della nostra specie e, ovviamente, riguarda anche il rapporto con le altre specie animali. Sebbene lo scopo principale della detenzione umana, a differenza di quella nei confronti di altri animali, sia teoricamente quella del reinserimento nella società (almeno in occidente), gli istituti atti a svolgere questo compito sono blindati e isolati dalla vita quotidiana, lontani dallo sguardo dei &#8220;comuni cittadini&#8221;, generando di fatto in questo modo una sorta di discarica sociale su cui è meglio non posare lo sguardo esattamente come avviene nella logica degli allevamenti intensivi.</p>



<p>E&#8217; preferibile per un agente penitenziario, così come per un mattatore, lavorare in un contesto silente e isolato, quasi privato, lontano dai giudizi delle altre persone, invece che all&#8217;aria aperta e alla luce del sole, così che il suo ambiente dominato da violenza e paura non possa essere giudicato o messo in discussione da altri ambienti intrisi di cultura del rispetto e della dignità (sia essa umana o antispecista).</p>



<p>Negli allevamenti intensivi gli animali sono spesso pesantemente maltrattati, ospitati in ambienti inadeguati, nutriti male e uccisi in modo disumano: che siano grandi o piccoli, a nord o a sud del mondo, qualsiasi animale allevino, che siano fornitori di grandi marchi o meno, tutti gli allevamenti intensivi sono luoghi di profondo dolore e stress per gli animali.</p>



<p>Ma il problema non è la gestione etica dell&#8217;allevamento, ma è il concetto stesso di allevamento come struttura di privazione di libertà. Qualsiasi gabbia, anche se dorata, rimane sempre una gabbia. E in questo concetto si può inserire qualsiasi tipo di struttura carceraria, sia esso una casa circondariale, un centro d&#8217;accoglienza per migranti (cpr, cara, ecc.), un mattatoio, un delfinario, un recinto all&#8217;aperto, un allevamento estensivo o una casa privata. E ne potrei citare tantissime altre soprattutto se si estende il concetto non solo alle strutture fisiche, ma anche quelle psicologiche oppure, peggio ancora, a quelle di manipolazione genetica; ed è questo ultimo l&#8217;aspetto, forse quello meno conosciuto, che è sempre più difficile da sensibilizzare: l&#8217;animale oggettivizzato per lo sfogo specista dell&#8217;aumento esponenziale della produzione (latte, lana, miele, uova, ecc.), del divertimento, della compagnia e del surrogato genitoriale.</p>



<p>Queste ultime categorie vedono milioni di pet, con nomi buffi e caratteri particolari, che sono costretti a vivere in un habitat costruito per esigenze di un&#8217;altra specie, quella umana: negli ultimi anni il desiderio di sottomettere amorevolmente un animale domestico, preferibilmente un mammifero, acquistandolo o adottandone uno, è aumentato in modo esponenziale, soprattutto cani e gatti che sono stati reclusi in una casa.</p>



<p>Il giro d&#8217;affari di questo segmento di mercato miliardario ha finanziato e moltiplicato anche studi e ricerche in campo zootecnico: l’avvento della genomica ha moltiplicato esperimenti per la diversificazione di caratteri genetici di diversi animali, sia d&#8217;allevamento che, direi soprattutto, da compagnia.<br>La selezione genomica è stata implementata a livello internazionale nel 2009 e ha avuto un enorme successo su tutta la &#8220;produzione&#8221; di pet e di animali destinati al settore alimentare. Il tasso di diversificazione genetico di moltissimi pet è quadruplicato, anche grazie sia ad un significativo accorciamento dell’intervallo di generazione, sia ad una più alta accuratezza degli indici genetici (grazie a un’ampia popolazione di riferimento utilizzata per produzione, morfologia e fertilità).</p>



<p>L’antispecismo politico rappresenta la logica espansione del movimento anarchico e libertario in un rapporto di integrazione con l&#8217;ecosistema e supera quello di adattamento ad esso. In questo modo va ad affrontare la questione di devastazione ambientale e distruzione dell&#8217;habitat perpetrati dal capitalismo, dai neofascismi e da tutti i movimenti malavitosi; contrapponendosi ad essi con principi di libertà e di rispetto nei confronti della diversità, contrasta qualsiasi idea che la specie umana possa imporre un potere egemone su tutte le altre specie del mondo animale e che possa schiavizzarle. L&#8217;antispecismo politico prospetta percorsi naturali dell&#8217;anarchismo sociale e, proprio per questo, è etimologicamente in opposizione allo specismo: l’appartenenza ad una determinata specie non può giustificare la predominazione sulle altre, limitandone la libertà e la dignità. Di conseguenza, affermare scientificamente che ogni animale ha capacità cognitive (e quindi anche di sentire e provare dolore e piacere) comporta, politicamente, che ogni essere senziente ha aspirazioni di libertà e diritti esistenziali basati sulle proprie caratteristiche.</p>



<p>Il veganismo nasce come conseguenza socioculturale di un antispecismo che prende piede in un ambito più ampio di quello anarchico; ma, quest’ultimo, si può affermare che ne sia il “genitore”: la scelta vegana, infatti, non solo prevede l’astensione dal mangiare animali, ma anche dai prodotti derivati da essi. Ciò comprende non sfruttare, in qualunque modo, gli animali e perciò non privarli della loro natura e della loro libertà. Come tutte le tendenze socioculturali che si sviluppano anche in settori ideologici differenti dall&#8217;anarchismo sociale, si sono formate nel tempo diverse posizioni vegane, anche interne al capitalismo e spesso individuali, per cui è difficile fare una categorizzazione. Si può dire però che il veganismo inglobato dal capitalismo, per così dire &#8220;welfarista&#8221;, si basa sul concetto di come gli animali vengano usati (con l’eccezione dei primati non umani e forse poche altre specie). In questo modo non vedono la cattività degli animali come un problema primario ma si teorizza che ciò possa essere accettabile se perpetrato in modo rispettoso, consono e civile e su questo si sviluppano leggi e controlli sul &#8220;mercato etico&#8221;, compreso quello dei pet. I welfaristi che promuovono il veganismo spesso schiavizzano anche animali nelle loro case (soprattutto cani e gatti) e argomentano che sarebbe effettivamente difficile ricavare prodotti animali in modo moralmente accettabili non curanti della privazione della libertà, dal momento che sono focalizzati sul trattamento piuttosto che sulla pratica in sé. Il veganismo “politico” non anarchico, invece, o si distingue dal veganesimo “welfarista”, perché non è basato su principi esclusivamente nutrizionistici, ma si ripropone di escludere dal consumo qualsiasi prodotto non solo della macellazione o dalla caccia o pesca, ma anche dello sfruttamento degli animali: quindi anche la lana, la seta, la cera o il miele, e i prodotti medicinali o cosmetici che contengano componenti animali o frutto di sperimentazione sugli animali, ma anche qui manca in modo sostanziale tutta la disquisizione sulla liberazione totale.</p>



<p>Esista, poi, una stretta associazione tra veganismo anarchico e antispecismo, che è in contrasto alle varie forme di violenza basate sullo stesso pregiudizio di superiorità della propria specie a scapito di un’altra. Dalla concezione abramitica (secondo la quale solo agli esseri umani si possa attribuire una completa considerazione morale) nasce la presunzione di poter disporre delle altre specie animali per il bene della specie umana, l’unica meritevole di rispetto. Questa logica viene alimentata da quel concetto &#8220;dio=padrone onnipotente / figlio=agnello sacrificale&#8221; presente nelle logiche speciste di coercizione fisica (come le carceri, i delfinari, gli allevamenti, ecc.) o in quelli psicologici (l&#8217;idea di una vita dipendente da un creatore e padrone e la sofferenza come valore di vita per avvicinarsi al dio, ecc.), cosicchè ci si confronta con un vasto campionario di animali che vivono nelle abitazioni o negli allevamenti, nati in cattività da diverse generazioni; questi animali, esattamente come i devoti e ferventi credenti, non hanno mai affrontato la vita in totale libertà senza la dipendenza da un umano, sia esso un allevatore, un addestratore o un intercessore del dio. Questi animali, umani e non umani, nei templi o negli allevamenti, dipendono completamente da quell&#8217;essere umano, non hanno proprio la concezione di libertà o di liberazione da esso perché ne hanno bisogno per vivere ed hanno comportamenti, traumi e abitudini che non permettono tale liberazione immediata.</p>



<p>Senza una base teorica di gradualismo anarchico sociale, o quantomeno libertario, su cui basare la prassi della liberazione totale, il veganismo politico potrebbe sfociare in una sorta di religione dove vengono elevati a sacri, ossia intoccabili, solo alcuni determinati animali. Il concetto di &#8220;sacralità della vita&#8221; porta a contraddizioni teoriche evidenti soprattutto quando si estende alle relazioni tra animali di specie diverse. Perciò il concetto di evitare di mangiare ad esempio una mucca o un pesce, attraverso la caccia e la pesca, perché uccidere un animale è aprioristicamente sbagliato, viene meno, ad esempio, per la famiglia dei ditteri o dei muridi quando infestano il cibo o l&#8217;habitat umano. In una prospettiva anarchica, a mio avviso, il concetto di &#8220;vita&#8221; è relazionato al cambio di paradigma da un sistema antropocentrico verso uno ecocentrico e rifiutare lo specismo nel suo complesso significa opporsi ai modi in cui tutti gli animali, umani compresi, vengano discriminati e sfruttati, non sfruttare gli animali unicamente diventando vegani, anche provando a non discriminarli in altri modi, non può essere sufficiente per aspirare ad una liberazione.</p>



<p>Inoltre, anche quegli animali arrivati dalla &#8220;natura&#8221; esattamente come gli individui gettati improvvisamente in una prigione, che vivevano quindi in libertà in un determinato habitat, si ritrovano improvvisamente gettati in un contesto molto diverso da quello d&#8217;origine<em>.</em> Nel rilasciare un animale immediatamente liberato in natura, come fatto da diverse realtà antispeciste, anche anarchiche, si rischia di condannarlo a morte certa per incapacità di riadattarsi immediatamente al proprio habitat o addirittura ad un altro habitat, così come avviene per un detenuto che rilasciato dopo decenni di detenzione.</p>



<p>Lo specismo è diffuso culturalmente in tutte le società autoritarie e gli animali sono vittime di ingiustizie anche quando non vengono sfruttati per la macellazione. Ci sono molti modi attraverso i quali si può dare origine ad un cambiamento: tutti gli animali, e non solo, soffrono la devastazione ambientale e tutte le cause che la determinano (come le guerre continue finanziate e foraggiate dagli Stati e dai venditori di armi, il nucleare, l&#8217;inquinamento delle falde acquifere, le estrazioni petrolifere, la cementificazione di aree urbane e industriali, l&#8217;alta velocità, le mega corsie autostradali, gli impianti energetici ecc.). L&#8217;intersezionalità tra la lotta ambientale, antirazzista, antimilitarista, antiautoritaria, notav ecc. non possono non essere parte integrante di una liberazione dall&#8217;oppressione e dal genocidio animale e questo aspetto non può essere ignorato e trascurato. Rifiutare lo specismo significa non solo rifiutare di causare danno agli animali, ma anche cercare di aiutarli, quando possibile, riducendo le cause del loro genocidio e cercando di evitarne la morte prematura attraverso la lotta continua per l&#8217;abbattimento di potere costituito e di ogni forma di autoritarismo.</p>



<p>A volte si pensa che, di per sé, l’ecologismo, il veganismo e la lotta antispecista siano collegati ma, senza una base anarchica, sono cose completamente diverse e possono avere conseguenze opposte.</p>



<p>Se è vero che il veganismo politico non anarchico rifiuta alcune forme di sfruttamento, ciò non è vero per le altre forme, come ad esempio lo sfruttamento di pet, acquistati o ottenuti gratuitamente per schiavizzarli, che implica la loro privazione di libertà. L&#8217;autorità democratica e le sue forme di sfruttamento sistemico capitalista vengono, anche inconsapevolmente, totalmente accettate da diversi vegani non anarchici. Per queste motivazioni, promuovere unicamente cambiamenti nella dieta alimentare come unica ragione sociale può portare a incoraggiare lo sfruttamento di alcuni animali piuttosto che altri. Gli animali dovrebbero essere rispettati tutti nella loro individualità e libertà e va da sé che, dato che l’interesse per gli animali e quello per l’ambiente possono avere obiettivi e conseguenze che non devono essere in conflitto tra loro, fare appello ai principi autoritari potrebbe essere un problema per chi promuove l&#8217;antispecismo.</p>



<p>Ciò non significa che chi si occupa di veganismo debba per forza spostarsi verso il movimento anarchico, bensì che debba preoccuparsi di non agirvi in contrasto. Quest’orbitare attorno al cibo e ai pasti, oltre a rendere più difficoltoso un cambiamento di dieta, limita fortemente le nostre libertà. La prospettiva dovrebbe essere quella di superare culturalmente l’antropocentrismo e raggiungere una coscienza antiautoritaria dove l&#8217;individualità rifiuta il sistema gerarchico specista e si riconosce come parte di un ecosistema ciclico; anche perché oggi la campagna diffamatoria nei confronti del movimento anarchico induce molti vegani a percorrere la strada opposta: si cerca di arrivare al veganesimo senza abbandonare la prospettiva capitalista antropocentrica e specista.<br>Così ci si ritrova a comprare prodotti vegan venduti da ditte incentrate sullo sfruttamento animale (umano compreso) e si rimane intrappolati in un sistema capitalista intrinsecamente basato sullo specismo e sull&#8217;accumulo. Spesso si aggirano solo alcuni problemi, con grande sforzo e scarsi risultati. Paradossalmente è molto più antispecista una tribù incontattata che vive in un sistema ecocentrico ed ha una dieta onnivora basata sulla caccia e la pesca ma rifiuta il concetto capitalista di accumulo e di coercizione in allevamenti, piuttosto di un vegano welfarista che è parte integrante del sistema produttivo e specista ma acquista prodotti presentati come vegan o eco-frendly.</p>



<p>Unire invece le varie lotte per la libertà è l&#8217;unico strumento per poter emanciparsi e riuscire a sradicare i gangli del sistema che ci tiene schiavi e assuefatti dal potere e le sue coercizioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/10/05/per-la-vera-liberta/">PER LA VERA LIBERTÀ</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>NEL MONDO MA NON DEL CAPITALISMONDO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 May 2023 16:15:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
		<category><![CDATA[militanza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10271</guid>

					<description><![CDATA[<p>Militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione. Un contributo di Wolf BUKOWSKI* in risposta al nostro articolo &#8220;SPOSSESSAMENTO E CONFLITTO&#8220; La pandemia è stata la cartina di tornasole della militanza, o più probabilmente il tracciato della fine dei suoi parametri vitali. Le aporie e anzi le miserie della militanza del tempo prepandemico, osservate [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/">NEL MONDO MA NON DEL CAPITALISMONDO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Militanza e coscienza di sé al tempo della sussunzione</strong>.</p>



<p class="has-black-color has-text-color">Un contributo di <strong>Wolf BUKOWSKI*</strong> in risposta al nostro articolo &#8220;<a href="https://www.malanova.info/2023/05/02/spossessamento-e-conflitto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">SPOSSESSAMENTO E CONFLITTO</mark></strong></a>&#8220;</p>



<div style="height:77px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>La pandemia è stata la cartina di tornasole della militanza, o più probabilmente il tracciato della fine dei suoi parametri vitali. Le aporie e anzi le miserie della militanza del tempo prepandemico, osservate col senno di poi, sembravano fatte apposta per incastrarsi e incastonarsi nella narrazione pandemica, cioè nella narrazione di una <em>fine del mondo</em> che non conduceva in alcun modo a una <em>fine del capitalismo</em>, anzi piuttosto promuoveva a un grado inedito la sussunzione integrale di ogni atto umano, produttivo o riproduttivo, al capitalismo stesso.</p>



<p>Ma andiamo per gradi. Ho fatto uso, in questo <em>incipit</em>, della semplicistica giustapposizione popolarizzata da Mark Fisher tra i concetti di <em>fine del mondo</em> e <em>fine del capitalismo</em>. Tale giustapposizione è espressione tarda delle aporie, dei <em>detti-per-non-dire</em>, del confusismo teorico che ci ha accompagnato negli ultimi almeno due decenni. L’arco temporale non è causale: il 2001 genovese non ne era affatto scevro, benché il suo finale tragico abbia comprensibilmente messo in ombra le sue premesse claudicanti. “It’s easier to imagine an end to the world than an end to capitalism”: di tale formula ci si è beati; in essa ci si è rigirati, e tale rigirarsi era già segno inequivocabile della fine del mondo della militanza. Inizialmente l’ho usata anche io, per pigrizia mentale e incapacità a resistere alla sua forza evocativa. Ma poi, mentre la pandemia acuiva i sintomi della malattia della militanza, ho iniziato a riguardarla con dubbio crescente. Perché ci piace così tanto?, mi domandavo. Forse perché tace su punti dolorosi (le aporie di cui sopra), e spinge invece sul proscenio una dualità facile da afferrare, quella tra mondo e capitalismo.</p>



<p>In un testo del 2021, pubblicato da Ortica edizioni in coda alla ristampa del mio racconto <em>Il grano e la malerba, </em>avevo messo in forma la riflessione su quella frase; ne riporto tra un momento alcuni passaggi. Il presupposto di quel testo era nella coincidenza a tre tra: capitalismo, tecniche del capitalismo e l’intero mondo di cui facciamo esperienza. Capitalismo e mondo, tramite le tecniche del capitalismo che tutto innervano, finiscono per essere la stessa cosa, allo stesso modo in cui Dio e Natura (<em>natura</em> nel senso secentesco di “ogni cosa che esiste”) si equivalevano in Spinoza.</p>



<p>Mi domandavo in quel testo: «cosa ci dice la formula, e soprattutto il consenso che riscuote?». La risposta che mi davo si incuneava nei non detti della frase, piuttosto che in ciò che essa rendeva esplicito: «se la tecnica è forma e sostanza del capitalismo avanzato (tecnica di calcolo, finanziaria, estrattiva, disciplinare, mediatica…), e tale tecnica del capitalismo coincide con il tutto della nostra esistenza, cioè col <em>mondo</em>, risulta di conseguenza chiaro che non possiamo pensare la fine del mondo e quella del capitalismo, cioè della sua tecnica, in modo separato e indipendente. Pensare la fine del mondo diventa così il solo modo di pensare la fine del capitalismo, poiché una fine (della tecnica) del capitalismo condurrebbe in effetti a una fine del mondo; mentre al contrario una fine del capitalismo che non sia anche al tempo stesso una fine del mondo è impossibile da pensare».</p>



<p>E ancora: «Ecco perché è più semplice immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo: senza capitalismo non c’è mondo residuo (la sua tecnica ha già occupato interamente il solo mondo disponibile, e va in cerca di altri mondi oltre la sfera terrestre), e dunque sul piano razionale meglio che non finisca, questo capitalismo, perché tale fine sarebbe appunto <em>la fine del mondo</em>». Ma il piano scelto dalla formula fisheriana non è il razionale quanto l’immaginario (“it’s easier to <em>imagine</em>&#8230;”), e dunque per veder soddisfatta l’esigenza di fantasticare la fine del capitalismo «ci arruoliamo al <em>binge watching</em> di un numero enorme di <em>fini del mondo</em> sotto forma di narrazioni distopiche. Esse sono infatti la sola fine del capitalismo che sia consentito immaginare».</p>



<p>Il nesso tra distopie e critica politica (più o meno militante: diciamo provvisoriamente “radicale”) è meno occasionale di quanto si possa pensare. La critica radicale oggi, infatti, non dispone di un’adeguata teoria e soprattutto di un adeguato rapporto tra teoria e prassi. Sul piano teorico, la dissoluzione dei confini tra stato e capitale ha confuso definitivamente tutta la parte genericamente comunista della critica radicale, che in una grossa sua componente continua a invocare uno stato che possa almeno concedere qualcosa, uno stato da cui si possa strappare qualcosa (spesso nelle forme indicate dal testo della Redazione, al punto 2) come se lo stato fosse qualcosa di radicalmente altro dal capitalismo. Da parte sua la componente anarchica della critica radicale, che alla comprensione di questa dissoluzione arrivava più preparata, si trova però nella dolorosa necessità di ammettere a sé stessa che i luoghi di autonomia degli individui e delle comunità risultano spesso incapaci di esprimere un’alterità che sia all’altezza di sé stessa. Come è stato ampiamente dimostrato dalle posizioni di subalternità alla narrazione pandemica del potere che si sono affermate anche in diversi luoghi “autogestiti” e “orizzontali”.</p>



<p>Ancora di più l’inadeguatezza della critica radicale si esprime nell’articolazione tra teoria e prassi: se piccoli gruppi riescono per esempio a evitare di precipitare nel vortice della comunicazione <em>social</em>, quello che era invece l’“antagonismo” diffuso (per esempio i centri sociali), che vi era già dentro prima con un piede, ora vi è sprofondato. Ricordo l’eterno ritorno, nelle assemblee del centro sociale che frequentavo, della questione del rapporto con Facebook, in cui era necessario ogni volta riaffermare che non bisognava avere una pagina del social, ma poi questa saggia decisione si risolveva con il fruire passivamente di pagine Fb altrui, o di pagine “civetta” dai nomi creativi e strampalati (cioè pagine in cui la creatività e la stranezza erano esercitate nel momento stesso in cui venivano sussunte dal capitale digitale). Nel quotidiano poi di compagni e compagne dell’antagonismo diffuso si manifestava anche anche una sorta di dissociazione, perché non riuscivano e neppure volevano rinunciare alla loro propria pagina Facebook personale. In essa postavano ovviamente anche pezzi della propria vita militante, a testimonianza del fatto che l’ultimo stadio&nbsp; della dissociazione tra teoria e prassi è sempre quello personale, soggettivo; direi esistenziale.</p>



<p>Ultimo stadio o forse primo? Nasce prima l’accomodamento per pigrizia o la sua giustificazione in chiave personale e collettiva? Al giustificazionismo di ogni tipo di comportamento personale, compreso forse persino lo svaccamento e lo sdraiamento in posture gradite al potere, temo di aver nel mio piccolo contribuito anche io, insistendo in diversi scritti degli anni dieci sul fatto che “non si combatte il capitalismo con scelte personali, di consumo”, eccetera. Ora vedo la cosa sotto una diversa angolatura, e ritengo che se continua a essere vero che con i comportamenti personali non si cambia il mondo (ed è davvero così!), è altrettanto vero che senza una costante critica e revisione dei propri comportamenti personali si lascia infine che sia il mondo (e cioè il capitalismo, vedi sopra) a cambiarci integralmente, a fare di noi ogni cosa esso desideri; a fare dei nostri desideri niente più che uno specchio dei suoi. Ma non è questa la sede per illustrare la mia metanoia, anche se sul punto tornerò, in qualche misura, in conclusione di questo contributo.&nbsp;</p>



<p>Ho fin qui detto dell’inadeguatezza della teoria e dell’inconsistenza della prassi, ma mi pare rimanga irrisolta la domanda sul nesso <em>non occasionale</em> tra distopie e critica radicale. Poiché appunto non c’è teoria adeguata, e non c’è prassi conseguente, per indicare i guasti estremi del capitalismo dobbiamo ricorrere ad altro. E cioè alla distopia. La narrazione così copre e sostituisce la teoria (vedi al punto 4 del testo della Redazione): è la narrazione a far capire le storture del mondo, per come le vede il/la militante, a chi militante non è. La nostra critica radicale non ha alcuna “parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe” (esse, le parole, ci sono state rubate dal capitalismo, e le poche residue le abbiamo stoltamente consegnate al decostruzionismo, che le ha letteralmente <em>fatte a pezzi</em>), né tantomeno abbiamo una “formula che il mondo possa aprir[ci]”: tutto ciò che possiamo dire è, col Montale di un secolo fa quasi preciso, “ciò che non siamo [e] ciò che non vogliamo”. Dunque per questo dire in negativo dobbiamo chiamare in ballo le distopie. A volte sono quelle nobili, come Huxley e Orwell (imprevedibilmente, quest’ultimo, il meno profetico della coppia); ma nel più dei casi useremo di preferenza i prodotti del più avanzato capitalismo, quelli di Netflix, come strumento narrativo per illustrare la nostra contrarietà al più avanzato capitalismo, cioè quello stesso di Netflix. Ovviamente questo produce un cortocircuito e non attiva alcun processo di soggettivazione: difficile credere il contrario. Induce invece solo a cibarsi di ulteriori distopie sullo schermo per trarne nuovo materiale di apparente critica radicale, ovviamente in chiave sempre più <em>pop</em>. Cosa che ha fatto la relativa fortuna di diversi siti di informazione suppostamente “militanti” e di “critica radicale”, che leggono la realtà attraverso le serie televisive, finendo così (come il <em>detective</em> che tende a somigliare al <em>serial killer </em>in un altro tipo di prodotti hollywoodiani), per fare da megafoni inconsapevoli ai contenuti ideologici del capitalismo più <em>à la page</em>; compresa, come ultima tra le mode da cui il capitalismo trae profitto e legittimazione sociale, la negazione della biologia, nella fattispecie la negazione del binarismo sessuale della specie cui apparteniamo.</p>



<p>Mancando teoria e prassi, ed essendo sprofondati in uno <em>storytelling</em> manovrato da altri, non possiamo, come militanti, agire in modo consapevole all’interno di un mondo e di un capitalismo che sono in realtà fusi, e le cui <em>fini</em> sono in opposizione solo nei desiderata (vedi Fisher) ma non nella realtà. Può accadere infatti che finisca il mondo senza che finisca il capitalismo; mentre non può finire, alle condizioni attuali, il capitalismo senza trascinarsi dietro una qualche fine del mondo. A fronte di questo legame si deve necessariamente ammettere che il solo modo di approssimarsi a una fine del capitalismo sia quello di separarlo con metodi brutali dal mondo, cosa quasi impossibile perché il mondo è innervato e irrorato di capitalismo, ma appunto<em> cosa quasi impossibile</em> alla quale deve essere all’altezza la militanza anticapitalista, pena la sua vanità e insussistenza. E invece, proprio al contrario, la pandemia, tracciato di un collasso epocale, ha prodotto in gran parte della militanza l’illusione di essere davanti a una “fine del mondo” che si sarebbe quasi spontaneamente risolta in una “fine del capitalismo”: questo il substrato concettuale del “nulla sarà come prima”, “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”, eccetera. Nel frattempo, mentre l’intelletto collettivo si beava di questa illusione ottica, molti dei compagni e delle compagne, singolarmente o a grappoletti, si costruivano una profonda tana nelle apparenti comodità del capitalismo digitale, portando la dissociazione tra ciò che si pensa e ciò che si è a livelli vertiginosi, alimentando la confusione tra l’inazione indotta dall’abuso di <em>app</em> con il nobile “rifiuto del lavoro salariato” e con l&#8217;elogio dell’ozio. Ogni richiamo al tenere la schiena dritta e a non ascoltare le sirene assiepate sugli scogli dell’isola del silicio, legandosi all’albero maestro quando necessario, veniva e viene derubricato a “senso di colpa cattolico” e “vabbè tutti viviamo nella contraddizione”, e poi subito via di corsa a rotolarvicisi, in quella contraddizione, affinché il suo incavo prenda una forma ancor più confortevole, come i materassi in <em>memory foam</em>.</p>



<p>L’accogliere, anche in ambito militante, senza conflitto alcuno, nemmeno interiore, le innovazioni tecniche del capitalismo (e tali innovazioni sono oggi la stessa essenza del capitalismo, come detto), nonché le “comodità” che esse offrono, impedisce altresì di trarre le necessarie conseguenze di fronte alla sempre rinnovata <em>accumulazione per spossessamento</em> – fenomeno da cui peraltro muove il testo dei nostri curatori. La parte prevalente delle spoliazioni che il capitalismo realizza nei nostri luoghi di vita (intendo in questo paese e continente) avviene infatti per via tecnologica e di “comodità” indotta. I servizi, gli uffici pubblici, i luoghi di cura sanitaria&#8230; non spariscono mai <em>sic et simpliciter</em>, il che causerebbe forse scompiglio e reazione popolare (<em>forse</em>, ripeto), ma sono già da prima sostituiti da un qualche <em>app</em> ben propagandata, da un “fascicolo telematico” o “identità digitale”, da una qualche minchiata online per mezzo della quale si otterrà faticosamente e con logorio nervoso e oculare qualcosa di vagamente simile a ciò che si cercava, rimanendo frustrati dal risultato, che malamente cela l’espropriazione e la conseguente privatizzazione di un bene pubblico, ma anche, in qualche modo, trovandosi sedotti dalla capacità della tecnologia, vieppiù tramite il feticcio <em>smart</em> che ci parassita e che abbiamo sempre in mano o in tasca, di penetrare questo ennesimo servizio che fino a un attimo prima era incarnato da nostri simili che si guadagnavano uno stipendio dietro uno sportello, con le loro simpatie, antipatie e variabili umori, e ora risulta annesso al regno magico e cosale degli schermi retroilluminati. Dimenticando così facilmente, oppure ricordando ma in modo sterile, che la “comodità” ottenuta non è assoluta ma solo relativa a disservizi creati appositamente (innanzitutto con tagli al personale) proprio per rendere “comoda” e favorevolmente accolta la soluzione digitale. Se si aggiunge che la stessa creazione di consenso attorno a questo inganno clamoroso è in sé una tecnologia sociale (i passaggi sono di fatto standardizzati, la propaganda è studiata con approccio rigoroso, eccetera), l’incapacità di metterla al centro di una lotta anticapitalista, <em>il cui obiettivo minimo sia quella di respingerla in toto</em>, mi pare ancor più grave.</p>



<p>Ineluttabile giunge qui il momento di una parte costruttiva del discorso. Se la biologia non è un opinione non lo è neppure del tutto la biografia. Il mio tempo sulla Terra, fin qui, ha conciso con mezzo secolo di trionfi del capitalismo, trionfi realizzatisi attraverso le sue crisi (attraverso, cioè, le sue apparenti <em>fini del mondo</em>), da quella petrolifera del 1973 fino a quelle, incontabili, di oggi. Da ognuna di queste crisi il capitalismo è uscito rafforzato; e il concetto stesso di crisi risulta sottoposto in conseguenza al suo uso ripetuto a continue torsioni, al punto che alcune crisi sono vere e verissime, altre false, altre ancora sono fatte di una sostanza mista, impossibile da sceverare una volta miscelata, come il latte e il caffè nel cappuccino. Da una tale biografia si esce necessariamente zavorrati, visto che non si è esperito altro che sconfitte; eppure un tale gravame, nel procedere delle generazioni che è oggi contestuale all’estendersi incessante dei confini del capitalismo, potrebbe farsi condizione generalizzata, col rischio che le sconfitte neppure siano più percepite come tali, perché a ogni sguardo, generazione dopo generazione, non si troverà che “ingiustizia e nessuna rivolta” (Brecht). Non dispongo quindi di alcuna rotta, né indicazione, eppure sento (accontentatevi di questo <em>sento</em>, ve ne prego) che solo riannodando i fili dell’esistenza con le ragioni dell’anticapitalismo si può riconquistare uno strumento di navigazione. Solo operando su di sé, su di sé come persona e su di sé come parte di contesti collettivi, in modo da far emergere il discrimine tra esistenza (cioè mondo <em>in potenza</em>) e capitalismo, solo così si può almeno riacquistare coscienza di ciò di cui il capitalismo ci sta derubando, e di ciò che invece potremmo essere e che, almeno in parte, siamo stati. E poiché il capitalismo <em>si</em> e <em>ci</em> nutre della nostra presunta comodità, della nostra passività indotta tecnologicamente, della nostra mollezza posturale, questi sono i primi luoghi in cui il bisturi deve agire.</p>



<p>Non si può stare comodi e autogiustificati nel capitalismo ed essere pienamente anticapitalisti. Bisogna starci solo per quanto è necessario, non un’unghia in più, e sempre con l’obiettivo di essere sì nel mondo ma mai del <em>capitalismondo</em>. È solo rinnegando la cittadinanza del Paese dei Balocchi che Pinocchio si è fatto persona, da burattino qual era. La strada per divenire un anticapitalista militante in carne e ossa è ancora lunga, ma senza quel primo passo resterà per sempre sbarrata.</p>



<div style="height:59px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>*Wolf Bukowski </strong>ha scritto per <em>Giap</em>, <em>Internazionale</em>, <em>Napolimonitor</em> e altre testate. I suoi libri sono pubblicati da Alegre ed Edizioni Ortica; il più recente è <em>Perché non si vedono più le stelle</em> (2022, Eris)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/05/09/nel-mondo-ma-non-del-capitalismondo/">NEL MONDO MA NON DEL CAPITALISMONDO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>GLI ANNUNCI SUL PONTE: UNA BUFALA ZOPPA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/03/24/gli-annunci-sul-ponte-una-bufala-zoppa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 13:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[Ponte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10253</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Alberto ZIPARO* 1 Parte dell’opinione pubblica scambia l’uso esasperato di annunci sulla “Balla ad alto impatto mediatico” di Matteo Salvini sul Ponte sullo Stretto per novità di chissà quale rilievo, politico e programmatico. In realtà visto che la cosa mediaticamente paga, il neo ministro delle infrastrutture ha intensificato frequenza e quantità di annunci, anche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/03/24/gli-annunci-sul-ponte-una-bufala-zoppa/">&lt;strong&gt;GLI ANNUNCI SUL PONTE: UNA BUFALA ZOPPA&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Alberto ZIPARO<strong>*</strong></p>



<p><strong>1</strong></p>



<p>Parte dell’opinione pubblica scambia l’uso esasperato di annunci sulla “Balla ad alto impatto mediatico” di Matteo Salvini sul Ponte sullo Stretto per novità di chissà quale rilievo, politico e programmatico. In realtà visto che la cosa mediaticamente paga, il neo ministro delle infrastrutture ha intensificato frequenza e quantità di annunci, anche perché aumenta la quota di inadempienze e incapacità che l’agitare della figurina del ponte deve coprire. Se all’inizio era solo l’ignoranza e il vuoto di conoscenza e azione rispetto ai problemi e alle necessità del Sud, nonché di Calabria e Sicilia, da occultare sventolando il Ponte, poi si sono aggiunte le due autentiche catastrofi sociali per i territori meridionali, significati dalla cancellazione del Reddito di Cittadinanza e dalla avanzata dell’Autonomia Differenziata. Negli ultimi giorni, poi, ci sono da coprire anche le liti interne alla maggioranza di governo, non solo per la cascata di nomine in arrivo; anche inventandosi riunioni appunto sul Ponte, che permettono di evitare quelle scomode di governo.</p>



<p><strong>2</strong></p>



<p>Ma come? Chiede qualcuno: &#8211; se l’Esecutivo Presieduto da Giorgia Meloni ha emanato apposito Decreto? Non è così: il Verbale del Consiglio dei ministri in cui si è trattato l’argomento chiarisce che si è approvata una determinazione non formalizzata, “Salvo Intese” che potrà essere definita una volta che i problemi legali, normativi, economici, tecnici e programmatici della questione siano stati affrontati e risolti. Forse tra altri cinquant’anni, ma non è sicuro. Fonti informali, ma più che confermate, di governo specificano la natura di tali problemi, peraltro noti non solo alla politica istituzionale, ma a chiunque abbia seguito la questione con un po’ di attenzione.</p>



<p>Il mancato decreto risultava “Privo di Fondamenti” normativi e legali, prima che tecnici e programmatici, e quindi&nbsp; avrebbe dovuto eseguire più di qualche “magia”: “resuscitare” la società concessionaria del progetto e dei lavori del Ponte, già liquidata; ripristinare i diritti di affidamento dei lavori al Contraente Generale (che intanto non esiste più, essendo cambiate natura giuridica e caratteristiche della impresa Capofila, che prima era Impregilo ed adesso è un Consorzio, Webuild); riattivare la procedura ex Legge Obiettivo (cosa possibile per la procedure già in corso al momento dell’abrogazione della stessa legge, ma non in questo caso, in quanto la caducazione di tutti i contratti di appalto e la cancellazione ufficiale del Progetto ha chiuso anche la continuità di procedura ex Legge Obbiettivo e cancellato quindi la indispensabile Fonte Normativa dell’operazione). Oggi riaffidare i lavori alla società in cui è parzialmente presente la società ex Capofila di General Contractor significherebbe affidare un contratto d’appalto di una decina di miliardi a trattativa privata, in barba a tutte le norme nazionali e comunitarie. Come irregolarità e illegalità non c’è male. Peraltro, sono circostanze già sottolineate da chi conosce appena un po’ della questione.</p>



<p><strong>3</strong></p>



<p>Il punto è che, non solo e non tanto per quanto sopra, la storiella del Ponte non è così facile da prendere sul serio. Gli attuali animatori del – molto presunto quanto annunciato – “rilancio” del progetto omettono infatti un passaggio fondamentale, che fu decisivo nel 2013 per la sua cancellazione ufficiale dalla lista di opere strategiche e l’annullamento di tutti i contratti allora in essere con&nbsp; la messa in liquidazione della società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A.: lo stesso Coordinatore tecnico-scientifico del progetto, prof. Remo Calzona, aveva ammesso che, a fronte delle numerosissime edizioni di un progetto infinito, la sua versione esecutiva, quella cruciale per dimostrare la reale fattibilità dell’opera, non era mai stata redatta perché <strong>avrebbe provato l’esatto contrario della fattibilità</strong>, ovvero che <strong>il Ponte non si può fare</strong>.</p>



<p>Non è che sia difficile, problematico, complicato, arduo o pieno di incognite: è semplicemente impossibile. Il progetto è giudicato “allo stato non realizzabile” – dalla massima autorità tecnica competente, non da un gruppuscolo di ostinati luddisti – sia nell’ultima versione con campata unica di 3,3 chilometri, sia nella versione con i piloni nello Stretto, bocciata anni prima proprio dai luminari coinvolti all’uopo dalla Società e dal Ministero, che avevano stabilito l’impossibilità di poggiare il manufatto su pile “nel mare” proprio per le condizioni sismo-tettoniche e meteo-climatiche dello Stretto. Non parliamo poi delle soluzioni in tunnel, subalveo o sotterranea, definitivamente bocciate già da lustri. E sempre dai progettisti, non da tecnici critici né da parsimoniosi ragionieri.</p>



<p>Il perché di tutto ciò è semplice: a oggi non esistono ancora materiali che assicurino le prestazioni tecnologiche necessarie per costruirlo. Questo problema insormontabile, ovviamente, non è mai menzionato da politici e decisori pubblici locali e nazionali; che probabilmente, come oggi Salvini, non avendo alcuna voglia né alcuna capacità di fare i conti con i reali bisogni e le vere prospettive di Calabria, Sicilia e Mezzogiorno, ripiegano su un’imitazione ancor più esilarante di Cetto La Qualunque, e coprono la propria insipienza continuando a urlare a squarciagola “facciamo il Ponte”.</p>



<p><strong>4</strong></p>



<p>“Facimu U Ponti!”: sono tre parole, semplici, chiare e vistose anche per chi guarda distrattamente i media. Quante di più ne servirebbero per prospettare il risanamento del territorio, il recupero dell’armatura eco-paesaggistica, la riqualificazione socio-ambientale, la valorizzazione di territori impareggiabili per ecologia, storia, cultura e – soprattutto – bellezza? Peccato che le <strong>tre paroline magiche </strong>funzionino soltanto con chi (e <em>per</em> chi) di quel territorio (e <em>del territorio</em> in generale) non sa nulla. Non funzionano, per esempio, con chi vive in Calabria e Sicilia. Dove invece prevale ormai l’insofferenza, insieme ad una certa umana comprensione e sopportazione, per una politica che continua a contorcersi e a balbettare parole senza senso per tentare di sopravvivere, ingannando chi invece dovrebbe servire. Ma che i “luogotenenti “locali della politica istituzionale non possono permettersi di segnalare ai “Grandi Leader”, che devono invece ricorrere alla figurina del Ponte per coprire il proprio nulla, specie rispetto ai contesti interessati.</p>



<p>La stessa stupefacente insistenza di questa politica sul ritornello pontista rappresenta un’<strong>autodenuncia della sua ignoranza e incapacità</strong>.&nbsp; È questa la “politica” che, per annunciare “i cantieri tra un paio di anni” è costretta ad ignorare il problema capitale della non costruibilità; per non parlare delle gravissime criticità territoriali, ambientali, economiche, sociali, trasportistiche emerse in decenni di studi sul progetto che ne hanno ripetutamente evidenziato inutilità e negatività. Oltre che, oggi, le enormi contraddizioni e gli immani conflitti, rispetto al Green Deal europeo e alle azioni richieste dall’emergenza ecoclimatica.</p>



<p><strong>5</strong></p>



<p><strong>Il Ponte è un annuncio perenne</strong>, e questo non per caso né per una strategia comunicativa difettosa, ma perché non potrebbe essere nient’altro, perché <strong>è questa la sua vera natura</strong>: quella di immagine &#8211; paravento di mancanze e insipienze della politica istituzionale rispetto alle regioni coinvolte e in generale al Mezzogiorno. Più di questo, è stato una formidabile fonte di sprechi e sparizione di risorse pubbliche (mezzo miliardo di euro in cinquant’anni) che hanno fatto la fortuna di qualche protagonista della politica e di molti affaristi e speculatori. Sarebbe bene smetterla davvero con questa costosissima barzelletta diventata una piaga sociale.</p>



<div style="height:82px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>*</strong> Ingegnere Urbanista, Alberto ZIPARO è professore associato di&nbsp;<em>Tecnica e pianificazione urbanistica</em>&nbsp;presso la Facoltà di Architettura di Firenze. Fa parte del Consiglio direttivo della&nbsp;<em>Società dei Territorialisti/e</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2023/03/24/gli-annunci-sul-ponte-una-bufala-zoppa/">&lt;strong&gt;GLI ANNUNCI SUL PONTE: UNA BUFALA ZOPPA&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I PADRONI DELL’ACQUA E DELL’ENERGIA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/12/29/i-padroni-dellacqua-e-dellenergia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 12:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[ACQUA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10196</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Pino FABIANO* Periodo movimentato per la bresciana multiutility A2A in terra di Calabria. Lo scorso 17 ottobre il presidente di A2A Marco Patuano ha presentato la prima edizione del Bilancio di sostenibilità territoriale della Calabria con i risultati del 2021, in un incontro con gli stakeholders locali (assente il governatore Occhiuto). A detta di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/12/29/i-padroni-dellacqua-e-dellenergia/">I PADRONI DELL’ACQUA E DELL’ENERGIA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Pino FABIANO<strong>*</strong></p>



<p>Periodo movimentato per la bresciana multiutility A2A in terra di Calabria.</p>



<p>Lo scorso 17 ottobre il presidente di A2A Marco Patuano ha presentato la prima edizione del Bilancio di sostenibilità territoriale della Calabria con i risultati del 2021, in un incontro con gli stakeholders locali (assente il governatore Occhiuto). A detta di Patuano, il momento di restituzione dei risultati rappresenta un ulteriore passo nel percorso di collaborazione di A2A con la Regione Calabria, per fornire insieme un contributo concreto alla transizione energetica e all’economia circolare del territorio.</p>



<p>Tutto questo, perché venisse a dirlo in Calabria direttamente il presidente di A2A, appare di un certo peso. Può starci dentro la previsione di qualche progetto da finanziare con il PNRR, può starci la previsione di qualche possibile rogna nella gestione dei bacini imbriferi. Di certo, A2A è strategicamente determinata a tenersi ben cara la Calabria, esibendo l’immagine, la mission di una Life Company che si prende cura ogni giorno della vita delle persone, utilizzando correttamente le risorse, proponendo azioni positive sull’ambiente per assicurare una migliore qualità della vita.</p>



<p>In sintesi qualche dato: venti milioni di euro di valore economico distribuito sul territorio; sei milioni di euro investiti in infrastrutture ed impianti; 247mila tonnellate di CO2 evitata grazie alla produzione idroelettrica e 598 GWh di energia rinnovabile prodotta.</p>



<p>Le solite narrazioni quelle di Patuano, come quelle di qualsiasi azienda protesa al profitto, ovvero sul come siamo belli e come distribuiamo ricchezza sul territorio. Mai che presentassero un dato riguardante gli utili, il profitto. Giusto per fare qualche comparazione.</p>



<p>Ma non è questo il problema.</p>



<p>Pochi giorni dopo scoppia una guerra dell’acqua con la questione laghi silani e, guarda caso, l’immagine e la mission di A2A ne esce frantumata, altro che la cura delle persone, l’ambiente e la qualità della vita.</p>



<p>Infatti, si scopre che l’acqua dei laghi non è in grado di soddisfare usi agricoli e domestici perché pochissima. Per ammissione di A2A, dei 130 milioni possibili di invasamento ne restano soltanto 4 milioni. La Regione Calabria pare cadere dalle nuvole, quando invece doveva obbligare A2A a conservare l’acqua negli invasi, nati principalmente come serbatoi artificiali di accumulo.</p>



<p>Robuste accuse sono arrivate da Roberto Torchia, presidente del Consorzio Ionio crotonese, che ha messo in risalto l’assurda e vergognosa situazione, oltre alla mancata valorizzazione di uno dei principali beni di cui dispone la Calabria.</p>



<p>Qualcuno ha scritto che i padroni, quelli di A2A, si sono bevuti l’acqua dei laghi. In senso metaforico rende l’idea. I laghi sono stati svuotati per lo sfruttamento intensivo a fini energetici. Per tutta l’estate, nonostante la siccità persistente, le turbine delle centrali di Orichella, Timpagrande e Calusia hanno ruotato a pieno regime perché il business, il profitto è più importante di tutto il resto, più importante delle vuote narrazioni sulle persone, sull’ambiente, sulla qualità della vita in terra di Calabria.</p>



<p>Adesso, sperando che il cielo possa restituire pioggia e neve durante l’inverno per riempire sufficientemente i bacini, quanto accaduto dovrebbe rappresentare un momento di separazione sul prima e sul dopo, sul passato e sul futuro. La Regione Calabria, le amministrazioni comunali dei territori compresi nei bacini imbriferi, i consorzi di bonifica e quant’altri, devono posizionare i paletti sul rispetto delle regole. A2A deve attenersi alle regole sull’utilizzo dell’acqua, perché sulle riserve di quella stessa acqua si reggono gli equilibri dell’ambiente e della qualità della vita delle persone. Diversamente bisogna intervenire sulla risoluzione anticipata della concessione. Non esistono alternative.</p>



<p>Quanto accaduto dovrebbe anche suggerire un diverso approccio sulla valorizzazione delle riserve idriche. I tre salti delle centrali rilasciano a valle l’acqua prelevata dai laghi: in una minima parte viene confluita in bacini di raccolta e tutto il resto scorre inutilizzata nel fiume Neto per arrivare a mare. Occorrono altri bacini, altri punti di raccolta lungo il fiume, per garantire costantemente l’acqua per uso irriguo e potabile. Sembra facile a dirsi, complicato forse per quanti si ritrovano le leve del comando e i poteri decisionali.</p>



<p>Andiamo oltre.</p>



<p>Nell’ultimo semestre, giusto per non farci mancare nulla, i costi dell’energia e del gas sono schizzati alle stelle. Bollette a dir poco vergognose sono arrivate alle famiglie, alle attività produttive e commerciali, agli enti, dappertutto. Inizialmente l’operazione è stata spacciata come conseguenza della guerra in Ucraina. Dopo si è scoperto che gli aumenti sono stati determinati dalle speculazioni nella borsa di Amsterdam, con tanto di ammissione della UE. Ci viene da chiedere in quali mani hanno consegnato la sovranità dei popoli, la democrazia, i diritti sanciti in dozzine di trattati. Altre storie.</p>



<p>L’insostenibilità dei costi dell’energia rendono ancora più fragili le economie dei calabresi: non è possibile consentire l’ulteriore impoverimento delle famiglie e la chiusura delle attività. Questo preciso momento storico implica una presa di coscienza collettiva per cambiare lo stato delle cose attuali.</p>



<p>La Calabria possiede l’autosufficienza energetica, producendo il triplo dell’energia che consuma. Le centrali termoelettriche e idroelettriche, gli impianti eolici e fotovoltaici producono circa 16mila gigawattora a fronte dei 5mila necessari alla regione. Il resto viaggia sugli elettrodotti per immettersi nelle reti di altre regioni.</p>



<p>Tutta questa energia prodotta non comporta ricadute economiche sulle popolazioni. Escludendo qualche prebenda a beneficio dei comuni in cui sorgono le centrali, i calabresi non portano nulla in saccoccia pagando le bollette come tutte le altre regioni italiane, perché il prezzo dell’energia elettrica nel “mercato tutelato” è uguale in tutta la penisola.</p>



<p>Anche il gas &#8211; estratto dall’Eni al largo di Crotone in un quantitativo consistente per il fabbisogno nazionale – non è soggetto al prezzo devettoriato, cioè abbattuto dei costi di trasporto e fiscali: il “cane a sei zampe” si comporta con l’arroganza dei peggiori privati, come del resto continua a fare nel crotonese almeno dagli ultimi trent’anni.</p>



<p>Tempi infami quelli che viviamo. Quanti gestiscono il potere politico e amministrativo in questa regione devono guardare alle esigenze economiche della popolazione e sottrarre parte dei guadagni ai padroni del vapore, perché il profitto è un venir meno al valore della produzione, alla qualità della vita delle persone, all’ambiente, al benessere collettivo in terra di Calabria.</p>



<div style="height:81px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>* </strong>Pino FABIANO lavora nel settore delle telecomunicazioni, giornalista, è direttore responsabile del periodico <a href="http://cotroneinforma.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Cotroneinforma</strong></a>. Ha pubblicato: <em>Nessun rimpianto. Storia di Rosa la Rossa</em> (Sicilia Punto L, 2020); <em>Periferie. Storia minima di Crotone e della cooperativa Agorà</em> (Sensibili alle foglie, 2016); <em>Come il bue di Rembrand</em>t (Sensibili alle foglie, 2015); <em> Novantanove. Idealisti e sognatori nel ricordo della Repubblica napoletana</em>, (Città del Sole, 2010); <em>Contadini rivoluzionari del Sud. La figura di Rosario Migale nella storia dell&#8217;antagonismo politico</em> (Città del Sole, 2010)<em>.</em></p>



<p>L&#8217;editoriale è tratto dal n.146/2022 della rivista.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/12/29/i-padroni-dellacqua-e-dellenergia/">I PADRONI DELL’ACQUA E DELL’ENERGIA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DONNE IN AFGHANISTAN: TESTIMONIANZE DI HAFIZA MOHIBE, SALEHA YAQUBI E BASERA MUZAFFARI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/06/17/donne-in-afghanistan-testimonianze-di-hafiza-mohibe-saleha-yaqubi-e-basera-muzaffari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 16:24:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9987</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ciò che segue è la sintesi di tre testimonianze di donne e attiviste afgane &#8211; Mohibe Hafiza, Yaqubi Saleha, Mazuffari Basera &#8211; raccolte durante l’iniziativa di SudAlterno a Rende (CS) “The forgotten War”, che tracciano una panoramica della situazione attuale e generale in Afghanistan: il divieto all&#8217;istruzione per le donne afghane, la nuova imposizione del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/06/17/donne-in-afghanistan-testimonianze-di-hafiza-mohibe-saleha-yaqubi-e-basera-muzaffari/">DONNE IN AFGHANISTAN: TESTIMONIANZE DI HAFIZA MOHIBE, SALEHA YAQUBI E BASERA MUZAFFARI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Ciò che segue è la sintesi di tre testimonianze di donne e attiviste afgane &#8211; Mohibe Hafiza, Yaqubi Saleha, Mazuffari Basera &#8211; raccolte durante l’iniziativa di SudAlterno a Rende (CS) “The forgotten War”, che tracciano una panoramica della situazione attuale e generale in Afghanistan: il divieto all&#8217;istruzione per le donne afghane, la nuova imposizione del burqa, le persecuzioni degli hazara (le attiviste sono tutte e tre di etnia hazara), le responsabilità dei paesi imperialisti nell&#8217;attuale situazione in cui versa il paese dopo la smobilitazione militare Occidentale nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan.</em></p>



<p><em>Bisogna premettere che qui non si vuole minimamente porre in essere una sorta di nostalgia per l’occupazione NATO della regione, se mai queste testimonianze, con il loro portato di oppressione e repressione dovrebbero servire a comprendere come vent’anni di governi compiacenti agli occupanti non abbiano avuto la forza di sradicare una certa visione della donna. Nonostante due decenni e ingenti fondi spesi, siamo davanti ad un totale fallimento delle politiche di emancipazione femminile e non solo. L’evidenza è che la presenza militare garantiva probabilmente interessi di ben altra natura piuttosto che la possibilità di una ridefinizione degli equilibri sociali e culturali in un paese ridotto in macerie e governato per ben due volte da un regime religioso e integralista. Non va dimenticato che fu proprio per esplicito volere dell’alleanza atlantica che si supportarono gli integralisti islamici, dai mujaheddin ad </em><em>&nbsp;al-Qāʿida</em><em>, fino ai Talebani.&nbsp;</em></p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *&nbsp;</p>



<p><strong>La situazione delle donne in Afghanistan sotto il governo dei talebani</strong></p>



<p>Nella corrente e brutta situazione che si vive nel nostro paese, l&#8217;Afghanistan, una delle questioni più calde è quella relativa alla condizione delle donne, i loro diritti e i problemi che devono affrontare sotto il nuovo governo dei talebani</p>



<p>Tra il 1996 e il 2001, durante il governo precedente dei talebani, hanno imposto leggi rigorose che vietavano alle donne di andare a scuola, avere un lavoro e di viaggiare senza una scorta maschile. Nel 2001, a causa dell’intervento americano, i talebani lasciarono il paese e si è costituita la Repubblica Islamica dell&#8217;Afghanistan. In questa fase, alcune organizzazioni internazionali hanno aiutato e sostenuto le donne e i loro diritti e le hanno&nbsp; coinvolte a partecipare in tutti gli aspetti sociali, politici ed economici del paese.</p>



<p>Pertanto, durante questi 20 anni, le donne afghane hanno cercato di ottenere e avere un proprio ruolo all&#8217;interno della comunità nel Paese. Finalmente ci sono state molte donne insegnanti, dottoresse, imprenditrici, ingegneri, avvocati e molte altre hanno svolto incarichi politici, mentre il resto delle ragazze frequentava&nbsp; la scuola e l&#8217;università. Ma il 15 agosto 2021, per la seconda volta, l&#8217;Afghanistan è passato sotto il controllo del più ricco e crudele regime talebano.</p>



<p>Una volta stabilito il loro nuovo governo in Afghanistan, le ragazze e le donne corrono un rischio molto serio e hanno perso i loro diritti umani fondamentali ossia:</p>



<p>1. Le ragazze e le donne non possono prendere i mezzi pubblici se non in compagnia di un parente&nbsp; maschio (Mahram). In poche parole, non possono più uscire di casa da sole.</p>



<p>2. Dall&#8217;arrivo dei talebani le donne hanno perso i loro posti e non possono più andare a lavorare. Solo alcune di loro possono farlo, ma con uno dei loro parenti maschi vicino o nello stesso ufficio. In particolare, le giornaliste non possono più lavorare né in televisione né in radio.</p>



<p>3. A causa del governo dittatoriale dei talebani, il 65% delle organizzazioni che lottavano per i diritti delle donne sono state chiuse. D&#8217;altra parte, le donne attiviste sono a rischio di misure repressive da parte del regime terroristico. Rischiano di essere uccise.</p>



<p>4. Ma, Nonostante questa minaccia molto reale, le attiviste afghane hanno ripetutamente organizzato azioni di protesta contro la politica misogina dei talebani. Ma purtroppo la maggior parte&nbsp; di queste coraggiose donne sono state rapite o uccise.</p>



<p>5. L&#8217;istruzione delle ragazze è stata vietata, non possono frequentare&nbsp; la scuola e le università. Solo le bambine possono studiare dai 6 anni ai 12 anni, e questo corrisponde alla scuola primaria italiana,&nbsp; oppure possono iscriversi alle scuole religiose.</p>



<p>6. I matrimoni precoci sono aumentati. I genitori&nbsp; stanno costringendo le loro giovani figlie a sposarsi a 12 anni di età, praticamente bambine. Altre sono state costrette a vendere i propri figli a causa della povertà.</p>



<p>7. Recentemente hanno annunciato che le donne in Afghanistan devono nuovamente indossare un abito che le copra dalla testa ai piedi, il famigerato burqa. E’ un abito lungo che copre tutto il corpo, facendo intravedere solo gli occhi, tristi.&nbsp; A nessuna donna è permesso&nbsp; di muoversi&nbsp; senza il burqa, pena una punizione esemplare ad uno dei suoi familiari (padre, fratello o marito): la prigione per mesi o anni o la fustigazione.</p>



<p>8. Hanno impedito a ragazze e ragazzi di sedersi insieme in un ristorante&nbsp; per mangiare. Il 13 maggio i notiziari hanno riferito che un gruppo di ragazzi e ragazze che erano seduti in un ristorante a Dasht Barchi, Kabul, e stavano mangiando insieme sono stati arrestati dai talebani. Prima sono stati picchiati a sangue e poi li hanno portati in una delle stazioni di polizia. In seguito si è saputo che quelle ragazze sono state violentate dai talebani.</p>



<p>La situazione è molto grave e preoccupante, ma negli ultimi tempi sembra che il resto del mondo abbia dimenticato tutto questo. La comunità internazionale e i difensori delle donne dovrebbero costantemente mantenere nelle proprie agende la questione afgana, prestare maggiore attenzione ai diritti riguardanti il lavoro negato alle donne, dovrebbero continuare a sostenerle facendo pressione sui talebani, affinché smettano di opprimerle.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Grazie</p>



<p><strong>Hafiza Mohibe</strong></p>



<p>* * * * * *  </p>



<p>Sono <strong>Saleha Yaqubi</strong> vengo da un luogo antico,&nbsp; famoso per i suoi buddha, chiamato Bamyan, una delle province dell’Afghanistan.</p>



<p>Sono passati quasi nove mesi da quando il nostro Paese è caduto sotto il dominio dei talebani. Tutti nel mondo hanno visto come le persone sono scappate dal paese e la maggior parte delle organizzazioni ha smesso di operare in Afghanistan. Da allora, il popolo afghano ha vissuto ogni tipo di sofferenza. La gente ha perso il lavoro e il reddito e ha passato un inverno molto difficile. I bambini morivano di fame e di freddo e non c&#8217;era carbone e legna per riscaldare le case. La situazione di povertà è talmente tragica che&nbsp; alcune famiglie hanno persino venduto i loro figli per sfamare il resto della famiglia.</p>



<p>D&#8217;altra parte, ci sono state restrizioni imposte dai talebani alle persone, in particolare alle donne. Hanno chiuso le scuole femminili e quest&#8217;anno hanno aperto solo le scuole primarie e hanno imposto una forte restrizione all’educazione femminile perché&nbsp; le ragazze potranno studiare solo fino ai 13 anni.&nbsp; Inoltre, hanno annunciato che le donne non devono uscire senza un accompagnatore maschile. Quando le donne e le ragazze hanno provato a ribellarsi alle assurde imposizioni dei talebani, manifestando nelle strade, battendosi per i loro diritti, i talebani hanno reagito brutalmente picchiandole e imprigionandole. In pochi mesi hanno cancellato&nbsp; i progressi in materia di diritti delle donne, che erano&nbsp; tra i principali risultati dello sforzo di ricostruzione post-2001. Di recente i talebani hanno annunciato che tutte le ragazze e le donne devono indossare il burqa blu.</p>



<p>Inoltre, ci sono stati molti attacchi mortali nel paese che hanno preso di mira principalmente la popolazione hazara e sciita. Le bombe sono esplose nelle scuole, nelle moschee e nei centri educativi.</p>



<p>Centinaia di persone innocenti e bambini hanno perso la vita a causa delle esplosioni. Negli ultimi giorni stanno arrestando e uccidendo la gente della provincia del Panjshir (dove vivono 169 mila persone)&nbsp; per la loro resistenza dell&#8217;ultimo anno al governo dei talebani. La gente di Panjsher che ha tentato di difendersi dall’invasione talebana non è più al sicuro in ogni parte del paese e non ha un posto dove nascondersi. I talebani commettono molti crimini e violenze nel Paese, ma la maggior parte non viene riportata dai media perché anche i media sono gestiti da loro.</p>



<p>La situazione in Afghanistan sta peggiorando di giorno in giorno, ma sfortunatamente il mondo ha dimenticato il nostro popolo. Il resto del mondo pensa che i talebani abbiano preso il controllo del Paese e che non ci sia guerra in corso. In realtà la guerra è in corso, perquisiscono le case e catturano e uccidono coloro che erano nell&#8217;esercito dell&#8217;ultimo governo. Le persone hanno perso la pace e non hanno speranza per il futuro e, d&#8217;altra parte, la brutta situazione economica sta peggiorando.</p>



<p>E se guardiamo alla condizione dei rifugiati, anche loro devono affrontare molte sfide. In paesi come Iran, Pakistan, Turchia, Grecia e Indonesia, i rifugiati afgani stanno subendo umiliazioni e vengono persino picchiati dalle forze armate. Inoltre, la maggior parte di loro non ha alloggio e cibo e molti vengono rimpatriati. Anche nei paesi che forniscono asilo le sfide esistono. Il processo legale per il riconoscimento dello status di rifugiato è molto lento, alcune famiglie ricevono alloggi in periferia dove hanno meno opportunità di integrarsi nella società e imparare la lingua più velocemente e ci sono meno opportunità di lavoro e di continuare gli studi.</p>



<p>Questa è la situazione del popolo afghano dentro e fuori il paese. Le persone non hanno il potere di difendere se stesse e il mondo ha dimenticato che la guerra è in corso nel nostro Paese. Da ragazza che ha trascorso la sua infanzia in guerra e ha vissuto l&#8217;esperienza di essere una rifugiata in Iran, dopo 20 anni di duro lavoro per lo studio all&#8217;università, il lavoro nei servizi sociali, ancora una volta ha dovuto abbandonare il Paese, vorrei, quindi, suggerire al mondo e a chi ha il potere di non dimenticare e lavorare per la pace degli afgani. Siamo stanchi di essere uccisi e torturati, e costretti a partire con paure, povertà e umiliazioni&#8230;</p>



<p><em>Ascolta.</em></p>



<p><em>Siamo le voci di sotto.</em></p>



<p><em>Siamo le voci di dentro.</em></p>



<p><em>Fermati e ascolta. Ascoltateci.</em></p>



<p><em>Non siamo ombre.</em></p>



<p><em>Non lo eravamo e non lo siamo.</em></p>



<p><em>Siamo veri, vivi, mai morti.</em></p>



<p><em>Siamo carne, siamo spirito.</em></p>



<p><em>Siamo quelli che alzano la mano prima di andare giù.</em></p>



<p><em>Che urlano il proprio nome e poi non tornano più su.</em></p>



<p><em>Ascolta. Ascoltateci.</em></p>



<p><em>Noi resteremo. Resteremo dopo.</em></p>



<p><em>Resteremo quando, un giorno, ci cercherete.</em></p>



<p><em>E non ci troverete.</em></p>



<p><em>Ci interrogherete.</em></p>



<p><em>E non vi risponderemo.</em></p>



<p><em>Ci implorerete.</em></p>



<p><em>E non potranno perdonarvi. Perché prima non lo avete fatto voi.</em></p>



<p><em>Non ci avete perdonato.</em></p>



<p><em>Perché c’era un confine e c’era un muro. C’erano confini, garitte. C’erano muri.</em></p>



<p>M<em>a c’erano anche donne, madri.</em></p>



<p><em>C’erano bambini.</em></p>



<p><em>C’erano straniere, vedove, orfani.</em></p>



<p><em>Deboli. Umili, oppressi.</em></p>



<p><em>C’erano gli ultimi.</em></p>



<p><em>E c’erano croci, vangeli e rosari in quei gommoni. </em></p>



<p><em>C’era l’oro, l’oro più fino. L’oro più puro in quei barconi.</em></p>



<p><em>E lo avete lasciato andare giù con tutto il suo peso.</em></p>



<p><em>Ascoltateci, sorelle e fratelli straniere.</em></p>



<p><em>Come stranieri siamo noi.</em></p>



<p><em>Ascoltateci.</em></p>



<p><em>E guardateci. Vedeteci.</em></p>



<p><em>Perché il vostro tempo non è ancora finito.</em></p>



<p><em>Non lo avete inventato voi, il vostro tempo.</em></p>



<p><em>Lo avete avuto in dono ma non ne siete i padroni.</em></p>



<p><em>Non lo controllate il tempo ma lo avete ancora in mano.</em></p>



<p><em>Ascoltateci.</em></p>



<p><em>Il vostro tempo non è scaduto.</em></p>



<p><em>Alzate i vostri pugni, alzate le vostre voci.</em></p>



<p><em>Alzate le vostre teste.</em></p>



<p><em>E guardate. E vedete. E spezzate, spezzate le vostre catene, uscite dalle vostre grotte.</em></p>



<p><em>Perché siete, ancora, uomini liberi.</em> [Maurizio Moscara]</p>



<p>Grazie</p>



<p><strong>Saleha Yaqubi</strong></p>



<p>* * * * * *</p>



<p><strong>Informazioni sull&#8217;istruzione delle ragazze sotto il regime talebano dell&#8217;Afghanistan.</strong></p>



<p>Il regime talebano segue una versione estremista della legge islamica e l&#8217;ultima volta che sono stati al potere in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, hanno applicato leggi severe, ad esempio:&nbsp; le donne e le ragazze non potevano più lavorare fuori di casa, continuare l&#8217;istruzione superiore, non potevano uscire di casa senza un uomo e una burqa. Un burqa è una lunga maschera che copre l&#8217;intero corpo di una donna, compreso il viso tranne gli occhi. Le donne afghane sono sopravvissute in una situazione molto fragile per circa cinque anni.</p>



<p>Nel frattempo, se una donna avesse infranto le regole, sarebbe stata punite molto duramente, con&nbsp; umiliazioni pubbliche o lapidate con le pietre in pubblico. Data la situazione di violenza nessuna donna era stata in grado di fare nulla e di immaginare un futuro migliore in quel momento.</p>



<p>Dopo cinque anni di regime talebano, quando l&#8217;America ha preso il controllo dell&#8217;Afghanistan e si è stabilito un nuovo governo, la situazione è cambiata ed è migliorata.</p>



<p>Le ragazze potevano proseguire l&#8217;istruzione e andare a scuola, studiare all&#8217;università, lavorare negli uffici e assumere ruoli di alto livello in incarichi politici e ministeriali e persino lavoravano come membri del parlamento.</p>



<p>Secondo l’UNICEF, la frequenza scolastica è aumentata rapidamente, con oltre 3,6 milioni di ragazze iscritte entro il 2018, più di 2,5 milioni nelle scuole primarie e oltre un milione nelle scuole secondarie. Particolarmente marcato è stato l&#8217;aumento dell&#8217;istruzione secondaria femminile, con quasi il 40% di iscritte nel 2018 rispetto al 6% nel 2003.</p>



<p>Alla fine, dopo 20 anni di duro lavoro e lotte, ora tutto è perduto, tutte le donne e le ragazze istruite e non istruite hanno perso le loro speranze e desideri, e devono stare a casa giorno e notte pensando a un futuro oscuro e facendo incubi.</p>



<p>Un&#8217;enorme quantità di persone, in particolare le donne, nel paese soffre di depressione, stress post-traumatico, disturbi mentali e ansia; alti sono i casi di suicidio.</p>



<p>Quando i talebani hanno ripreso il controllo del Paese il 15 agosto 2021, hanno introdotto forti limitazioni sulle libertà personali delle persone, in particolare donne e ragazze. Impediscono che le ragazze e le donne ricevano un&#8217;istruzione e si aspettano che le donne seguano i ruoli tradizionali imposti con la violenza e non vivano come desiderano. Ragazze e donne hanno difeso i loro diritti, hanno manifestato per le strade, ma i talebani fanno di tutto per fermarle; ad esempio, hanno fatto esplodere le aule e le scuole. Solo due settimane fa sono esplose bombe in 10 posti in due giorni, e la maggior parte di quei posti erano scuole e aule. Migliaia di studenti sono stati uccisi in esplosioni, migliaia di studenti sono ora disabili e migliaia di madri e padri perdono i propri figli ogni giorno, ma a nessuno importa. Al mattino gli studenti sono vivi, con tante speranze vanno a scuola, ma al pomeriggio mamme e papà vanno a scuola per prendere i loro corpi feriti o morti. Essere vivi è un miracolo in Afghanistan.</p>



<p>Inoltre, hanno costretto gli studenti ad accettare la nuova condizione. Ragazze e ragazzi dovrebbero studiare separatamente e gli insegnanti uomini non possono insegnare alle studentesse, anche se tutti sanno che ci sono meno insegnanti donne nel paese.</p>



<p>Fatta eccezione per le scuole primarie, le scuole secondarie e superiori sono chiuse dalla caduta della Repubblica. Alle ragazze è praticamente proibito ottenere un&#8217;istruzione, tranne l`abilità di lettura e scrittura di base. Inoltre, molte famiglie tengono le figlie a casa a causa della povertà, della sicurezza, delle preoccupazioni e delle difficoltà di trasporto. A causa dei ricordi molto brutti e orribili che tutte le comunità hanno dei talebani, per lo più affermano che non sono in grado di fidarsi ancora una volta di questo regime che ha provocato nel passato a loro dei traumi, ucciso le loro figlie a scuola o ne ha&nbsp; abusato per le strade. Tutte cose che stanno succedendo di nuovo oggi.</p>



<p>Per esempio, una bambina di 10 anni che studiava in quarta elementare a scuola è stata punita dai talebani nella provincia di Bamyan alcuni mesi fa. Questo perché durante il tragitto mentre andava a scuola con le sue amiche si vedevano i capelli e i talebani l&#8217;hanno punita duramente davanti ad altre bambine. Le altre ragazze si sono spaventate e&nbsp; alcune di loro sono anche svenute.</p>



<p>Questi tipi di comportamenti spaventano le famiglie e per questo la maggior parte&nbsp; di loro non mandano più le proprie figlie a scuola.</p>



<p>Attualmente, solo il 16% degli studenti delle scuole primarie sono ragazze e non ci sono abbastanza insegnanti donne in Afghanistan per situazioni di segregazione di genere.</p>



<p>Alla fine vorrei concludere il mio intervento sui fatti che accadono nella mia terra natale evidenziando la crudeltà, le difficoltà, la situazione grave, l`imposizione di vecchie regole&nbsp; del passato da parte dei talebani,&nbsp; che uccidono persone e abusano delle donne, in nome dell&#8217;Islam, o piu` corretamente della versione talebana dell`islam. Perchè l`islam non è questo.Vorrei anche ricordare che i talebani non sono cambiati, le loro ideologie sono le stesse di 20 anni fa, le loro regole sono le stesse di prima e la loro crudeltà è la stessa di prima. Per le ragazze e le donne in Afghanistan molti diritti sono stati sostanzialmente cancellati.</p>



<p>Grazie</p>



<p><strong>Basera Muzaffari</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/06/17/donne-in-afghanistan-testimonianze-di-hafiza-mohibe-saleha-yaqubi-e-basera-muzaffari/">DONNE IN AFGHANISTAN: TESTIMONIANZE DI HAFIZA MOHIBE, SALEHA YAQUBI E BASERA MUZAFFARI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>CI HANNO TOLTO ANCHE LA RABBIA!</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/05/16/ci-hanno-tolto-anche-la-rabbia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 06:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9945</guid>

					<description><![CDATA[<p>Solo rassegnazione! Così è se vi pare, non ci sono medici, mancano infermieri, le barelle sono rotte, attendete nel corridoio. Queste le parole che si odono tra le stanze del Pronto Soccorso del nosocomio cosentino. Di domenica quando tutto il mondo della salute è chiuso, tre medici per un servizio rivolto, praticamente, a tutta la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/16/ci-hanno-tolto-anche-la-rabbia/">CI HANNO TOLTO ANCHE LA RABBIA!</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Solo rassegnazione! Così è se vi pare, non ci sono medici, mancano infermieri, le barelle sono rotte, attendete nel corridoio. Queste le parole che si odono tra le stanze del Pronto Soccorso del nosocomio cosentino. Di domenica quando tutto il mondo della salute è chiuso, tre medici per un servizio rivolto, praticamente, a tutta la Provincia di Cosenza. Un medico per i casi Covid e due per il mare magnum che arriva dalla porta principale spesso trasportato in ambulanza. Casi rossi e casi bianchi, salette piene con pazienti doloranti che aspettano per ore su una seggiola, attaccati l’un l’altro, in attesa di una parola di conforto che tarda a venire.</p>



<p>Entrato alle 12,30 con un fortissimo e intollerabile dolore allo stomaco, con la preoccupazione che fosse un infarto, presa la pressione e fatto un primo elettrocardiogramma sono stato invitato ad accomodarmi in saletta. Sarei stato chiamato dai medici. Nel frattempo via vai di ambulanze, due o tre ogni 15-20 minuti. Molte non possono ripartire perché mancano le barelle per ricevere i degenti. Nella saletta poche persone che sarebbero diventate presto molte. Incidenti, traumi agli arti e persino una persona anziana che perdeva copiosamente sangue dal naso, emorragia aggravata dall’assunzione del ‘Cumadin’. Tre ore di attesa con la figlia che chiedeva disperatamente fazzoletti per tamponare il sangue. Alla fine, non calcolate da nessuno, sono dovute andare via per cercare altrove qualcuno che fermasse l’emorragia copiosa; una guardia medica, una farmacia.</p>



<p>Nel frattempo passano le ore e il mio dolore è costante, non cessa di tormentarmi, ormai anche il cervello si era disattivato, non c’era modo di placare la sofferenza. Solo dopo le 17, dopo cinque ore di sala d’aspetto, si aprono le porte del medico che in cinque minuti mi pone le domande di rito, mi fa un prelievo per controllare gli ‘enzimi’ e finalmente una puntura che gradualmente fa scemare il dolore (forse poteva essere fatta cinque ore prima?). Poi di nuovo in salette. Ancora le stesse persone, alle quali se ne erano nel frattempo aggiunte altre, nessuno se ne era andato via se non un ragazzo che aveva un forte dolore al piede a causa di un trauma e portato via dalla madre per imbottirlo a casa di antidolorifico sperando che l’indomani mattina il dolore fosse passato oppure per ritentare la fortuna il lunedì.</p>



<p>La saletta è piena e continuano ad arrivare, irrefrenabili, le ondate di ambulanze. Codice rosso, Codice rosso. La media di attesa era ormai arrivata a sette/otto ore che diventeranno dieci per me quando finalmente si riapriranno le porte del medico. Dalla mattina ne erano già cambiati tre seguendo la consueta turnazione. Bisogna ricapitolare al nuovo medico il motivo per cui ti sei presentato e senza effettuare altri esami diagnostici vengo spedito a casa, meno dolorante ma senza capire il motivo per cui mi ero trovato, di domenica, al Pronto Soccorso. “Qui non facciamo gastroscopie se non nei casi di emorragia”, la sentenza. Visto quello che hai avuto, prendi questa pillola, in caso di dolori aggiungi un antispastico e poi prenota un esame da un privato. Dieci ore di attesa di cui cinque con dolori atroci per avere il verdetto: qui non possiamo fare nulla (ricordo che siamo in Ospedale non al cinema) prenotate una visita da un privato.</p>



<p>Questa mia disavventura personale è solo un esempio di quello che passano i cosentini e tutte le persone della provincia di Cosenza (vista la chiusura indiscriminata di tanti ospedali e Pronto Soccorso) e molti in situazioni ben più drammatiche della mia. Poco tempo fa toccò a mia madre aspettare due giorni su una panca perché non cerano posti nella terapia intensiva; aveva un infarto in corso! Per fortuna la sorte anche per lei ha voluto che resistesse. Di fatto il tempo e la fortuna sono i farmaci più utili quando si entra all’Annunziata. Pochi anni fa toccò a mio padre emigrare per un intervento al cuore che altrove facevano meglio che alle nostre latitudini. E tante esperienze, testimonianze e disavventure abbiamo raccolto e raccogliamo con le associazioni rendesi, di tempi interminabili per fare un esame urgente, alla chiusura di interi servizi… altro che PNRR, altro che resilienza. Qui si continua a smantellare la sanità pubblica per favorire il privato. Da tempo stiamo andando verso un’americanizzazione della salute, dovremmo presto ricorrere alle assicurazioni private.</p>



<p>Fatti salvi i medici e gli operatori di Pronto Soccorso che non hanno gli strumenti e i numeri per meglio operare, la rabbia sale verso le “istituzioni” che dovrebbero salvaguardare la salute della collettività e invece hanno solo sfruttato l’Ospedale per le proprie assunzioni clientelari e le proprie mazzette sulle forniture di macchinari, sulle attrezzature e sui farmaci. Attendiamo le mirabolanti novità da parte del governatore Occhiuto che al momento non si vedono in concreto: rimangono delle slide belle da vedere, ma ancora purtroppo irrealizzate. Ci auguriamo tutti che tra l’idea e la realizzazione non passi molto tempo perché nel frattempo la gente semplicemente muore! Nessun medico, mi dicevano al Pronto Soccorso, era stato sentito dal Governatore che, pare, abbia preferito la consulenza di un’azienda specializzata della Lombardia, la stessa che, pare, abbia fatto parecchi danni sia in quella regione sia in Sicilia. Caro Governatore, ora sei anche commissario, non c’è più tempo. I medici e gli operatori sanitari sono al collasso e la gente muore, non è uno scherzo!</p>



<p>Nel quadro dato, l’unica cosa che non si nota è la rabbia. Ci sarebbe da spaccare tutto, chiedere conto ai mascalzoni politici che hanno permesso tutto questo, ai grandi ‘manager’ della sanità pubblica, ai commissari che si sono susseguiti, ma le persone sono ormai abituate, scoraggiate, e pochi singoli <em>indignados</em> non servono a cambiare le carte in tavola. Alziamo la voce, ma siamo isolati e facciamo sempre la figura di <em>ciotariaddhri</em> della situazione. Tanto alle elezioni emergono sempre loro, tanto le denunce si cancellano, tanto è inutile, a loro non fanno mai nulla! Questi i commenti. E allora si continua ad arrivare al Pronto Soccorso, ad aspettare dieci ore, a tornarsene a casa senza avere una diagnosi e a prenotarsi per un consulto privato. Perché se prenoti nel pubblico passerebbe un anno!</p>



<p>VERGOGNA a voi che fate quello che vi pare, ladri e assassini, e VERGOGNA a noi che permettiamo che tutto ciò avvenga in maniera inesorabilmente ripetitiva!</p>



<p><em><strong>Stefano Ammirato</strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/16/ci-hanno-tolto-anche-la-rabbia/">CI HANNO TOLTO ANCHE LA RABBIA!</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’URBANISTICA IN TOSCANA E LA «VARIANTE AUTOMATICA»</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/05/10/lurbanistica-in-toscana-e-la-variante-automatica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 09:22:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9932</guid>

					<description><![CDATA[<p>Gli attacchi al quadro normativo e programmatico territoriale della Toscana di Alberto Ziparo* Il quadro normativo e programmatico territoriale, messo in piedi in Toscana, nella scorsa legislatura in cui l’assessore di riferimento era l’Urbanista Territorialista Anna Marson, è molto apprezzato in consessi tecnico-scientifici e politico-culturali anche internazionali: la legge urbanistica e il PIT Paesaggistico vengono [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/10/lurbanistica-in-toscana-e-la-variante-automatica/">L’URBANISTICA IN TOSCANA E LA «VARIANTE AUTOMATICA»</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Gli attacchi al quadro normativo e programmatico territoriale della Toscana</strong></p>



<p><em>di <strong>Alberto Ziparo</strong>*</em></p>



<p>Il quadro normativo e programmatico territoriale, messo in piedi in Toscana, nella scorsa legislatura in cui l’assessore di riferimento era l’Urbanista Territorialista Anna Marson, è molto apprezzato in consessi tecnico-scientifici e politico-culturali anche internazionali: la legge urbanistica e il PIT Paesaggistico vengono studiati e analizzati, quale riferimento per professionisti, pianificatori e studiosi in realtà anche assai diverse. Interpretando norme e direttive secondo regole e valori del patrimonio statutario ecoterritoriale, tali strumenti sono considerati tra l’altro in linea con l’esigenza, ormai drammaticamente urgente, di rispondere, anche con opportune strategie per i contesti spaziali, alle minacce della crisi climatico-ecologica; nonché perfettamente coerenti con i principali criteri dell’autentico Green Deal europeo e con le istanze contenute negli appelli del gruppo IPCC/UNEP.</p>



<p>Il Quadro in questione però evidentemente non va bene a gran parte della governance di riferimento, la politica istituzionale toscana, che non perde occasione per tentare di vanificare, ridimensionare, annacquare, edulcorare, l’apparato normativo e programmatico della Legge e del Piano.</p>



<p>Questa volta l’occasione è fornita dalla enfatizzata necessità di approvare “rapidamente e senza intoppi” i progetti toscani legati al PNRR; liberandoli dai meccanismi “più suscettibili di creare ritardi o impedimenti” negli iter procedurali.&nbsp; Con la scusa che si tratta di “provvedimenti singolari per esigenze eccezionali” si attaccano alcuni <em>milestone</em> della Legge urbanistica, con modifiche che, anche laddove assumessero valore unicamente contingente, costituirebbero precedenti da invocare ogni qual volta gli interessi in gioco dovessero richiederlo.&nbsp;</p>



<p>Diverse Regioni, anche gestite da giunte di centrodestra che dovrebbero essere “più veterosviluppiste” di quelle di segno opposto, come la Toscana, non hanno inteso introdurre per la circostanza modifiche permanenti ai quadri normativi o programmatici, ma semplicemente organizzare delle Commissioni di verifica e approvazione dei progetti PNRR “particolarmente attente ai possibili contrasti tra caratteristiche degli stessi e direttive esistenti in leggi e programmi, nonché alle modalità di loro superamento”. In Toscana, invece, si è usata la questione per attaccare ancora e modificare la LUR. E meno male che una prima versione di emendamenti &#8211; evidentemente incostituzionali &#8211; è stata ritirata. Tuttavia anche quella rimasta in campo segna un pesante arretramento del quadro delineato dalla Legge.</p>



<p>Con gli emendamenti approvati, infatti, viene ulteriormente ridimensionata quando non direttamente negata, la valutazione ambientale. La VIA si riduce infatti a procedimento eminentemente formale, in cui esistono scarsissime possibilità di contrastare dichiarazioni e intenzioni del proponente. La VAS viene sostanzialmente abrogata per i progetti in questione. Non si tratta nemmeno di novità assoluta, perché sia la Regione che diversi enti territoriali avevano già tentato simili escamotage in passato: si consolida una tendenza evidentemente sbagliata; tra l’altro in evidente contrasto con la dichiarata transizione o conversione ecologica. Nella stessa logica si tende ad azzerare qualsiasi partecipazione sociale, per velocizzare gli iter. Nella versione emendata della norma, si possono approvare varianti al piano vigente, senza esplicitare il quadro conoscitivo dell’assetto urbanistico di riferimento. Si può approvare un progetto in deroga, richiamando le “varianti per pubblica utilità”, se lo stesso può essere finanziato, anche solo parzialmente, con fondi di provenienza dal “Recovery Plan”. Un precedente pericolosissimo, con meccanismi che possono facilitare speculazioni anche grosse, specie per la messa a rischio di paesaggi ed ecosistemi di notevole pregio, assai appetiti per esempio dall’industria turistica sulla costa o in ambiti collinari e montani peculiari.</p>



<p>In generale si ritorna e si insiste sul concetto di “variante automatica” allo strumento urbanistico, provvedimento-escamotage già bocciato più volte dalla Magistratura competente, Tar, Consiglio di Stato e Consulta. Che in Toscana richiama la vicenda dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze: in cui la pretesa “Variante automatica” del proponente è stata cancellata dall’Autorità Giudicante, a favore del ripristino delle 142 prescrizioni del Ministero dell’Ambiente, la cui ottemperanza di fatto disegna la necessità di nuovo progetto integrale.</p>



<p>In generale la politica istituzionale toscana pare voler continuamente ricordare di non essere all’altezza dello stesso quadro normativo e programmatico territoriale e paesaggistico, assolutamente in linea con le emergenze ambientali e sociali di fase, di cui pure si era dotata. In questo atteggiamento evidentemente giocano il permanere dominante di interessi politico-finanziari che hanno significato molti errori trascorsi con altrettanti elementi di dissesto e degrado ecologico, oltre che di destabilizzazione sociale; nonché l’incapacità culturale di fare realmente i conti con problemi ed esigenze di oggi e del prossimo futuro.</p>



<p>Ciò che è dimostrato anche dalle vicende urbanistiche e trasportistiche dell’area fiorentina, in cui una reale innovazione tecnica sociale e programmatica, oltre che modalità coerenti di risoluzione dei problemi, vengono bloccate da una governance prigioniera di logiche vetuste e vecchi macroprogetti: quelli ormai evidentemente falliti, per infattibilità o obsolescenza programmatica, come il citato ampliamento aeroportuale di Firenze o il sottoattraversamento TAV; o quelli che esaltano gli interessi politico-finanziari, come la svendita, o la cessione in uso, del patrimonio costruito della città storica, o il “Pozzo di San Patrizio” rappresentato dal sistema tranviario fiorentino. Quest’ultima opera detiene una sorta di record mondiale di costi (costo/chilometro più che triplo rispetto alla media europea), che evidentemente gratifica, a scapito della collettività, il sistema di potere interessato, “felicemente legato alle ricadute incentivanti” di un modello di spesa votato agli sprechi. Che tra l’altro impedisce di muovere verso azioni di mobilità sostenibile autenticamente ecosmart, invece che subire gli impatti percettivi e funzionali di linee aeree, pali e binari, nonché dei cantieri dai disagi prolungati; scartando così alternative che risulterebbero pure &nbsp; infinitamente meno costose (ma forse è proprio questo il problema).</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * * </p>



<p>* Ingegnere Urbanista, Alberto ZIPARO è professore associato di <em>Tecnica e pianificazione urbanistica</em> presso la Facoltà di Architettura di Firenze. Fa parte del Consiglio direttivo della <em>Società dei Territorialisti/e</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/10/lurbanistica-in-toscana-e-la-variante-automatica/">L’URBANISTICA IN TOSCANA E LA «VARIANTE AUTOMATICA»</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LA RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE DELLE CITTÀ E LA RIGENERAZIONE DEI FONDI D’INVESTIMENTO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/12/06/la-riqualificazione-ambientale-delle-citta-e-la-rigenerazione-dei-fondi-dinvestimento/</link>
					<comments>https://www.malanova.info/2021/12/06/la-riqualificazione-ambientale-delle-citta-e-la-rigenerazione-dei-fondi-dinvestimento/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Dec 2021 09:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[pnrr]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9619</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Alberto Ziparo* È senza dubbio positivo che il Governo spinga per approvare &#8211; sia pure con dotazione non rilevantissima di risorse rispetto al fabbisogno totale &#8211; il “Programma Nazionale di Rigenerazione Urbana”; sancendo ancora una volta come le nostra città debbano (almeno) evitare di consumare ulteriore suolo per crescita urbana, che sarebbe ormai antistorico, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/06/la-riqualificazione-ambientale-delle-citta-e-la-rigenerazione-dei-fondi-dinvestimento/">LA RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE DELLE CITTÀ E LA RIGENERAZIONE DEI FONDI D’INVESTIMENTO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Alberto Ziparo<strong>*</strong></p>



<p>È senza dubbio positivo che il Governo spinga per approvare &#8211; sia pure con dotazione non rilevantissima di risorse rispetto al fabbisogno totale &#8211; il “Programma Nazionale di Rigenerazione Urbana”; sancendo ancora una volta come le nostra città debbano (almeno) evitare di consumare ulteriore suolo per crescita urbana, che sarebbe ormai antistorico, e che vada perseguita “l’urbanistica delle R”: riqualificazione, riuso, recupero, restauro.</p>



<p>Tuttavia il programma di rigenerazione in questione rischia di accentuare, anziché mitigare, le contraddizioni che segnano da tempo le politiche urbanistiche delle nostre città, favorendone ulteriori sfondamenti nella governance, da parte della speculazione finanziaria; con esiti sociali ed ecologici esattamente opposti a quelli di “Riconversione” dichiarati nell’apparato retorico del piano stesso; oltre che nelle dichiarazioni governative.</p>



<p>I progetti contenuti nel dossier “Rigenerazione Urbana”, infatti, risentono quasi sempre di contraddizioni e problematicità già presenti in molta programmazione istituzionale e governativa, da cui scaturiscono e discendono; e in linea con le criticità contenute in tutta l’armatura del “piano grande e miracoloso” all’ordine del giorno: quel PNRR che dovrebbe rilanciare “meravigliosamente” economia e ambiente nazionali.</p>



<p>Già il programma PINQUA, di cui la versione attuale del piano (2,8 miliardi di Euro per 159 progetti, mentre altri 400 circa restano in attesa di fondi) di rigenerazione costituisce per molti versi l’aggiornamento progettuale e il completamento di spesa, era caratterizzato da forti tendenze ad una “programmazione troppo centralizzata anche a livelli diversi dell’amministrazione”. I relativi progetti, infatti, raramente erano esito sostanziale di una pianificazione urbanistica ecosostenibile e partecipata, sempre invocata (specie nel sempre più frequente materializzarsi dei rischi da cementificazione diffusa in disastri e conseguenti permanenti dissesti dei contesti urbanizzati), ma quasi mai realmente perseguita.</p>



<p>Molti dei progetti contenuti nel PINQUA erano invece esito della “concertazione tra poteri forti” che ha marcato pesantemente le politiche urbanistiche e territoriali nel recente passato e che spesso si traduceva in maggiore o minore permeabilità dell’amministrazione ai diversi livelli rispetto ai soggetti dominanti delle relative governance, in primis gli interessi finanziari, rappresentati dai relativi fondi. La logica, centralizzatrice e “developed Oriented”, della Programmazione Operativa, comunitaria e nazionale, come quella del PNRR, fa il resto.</p>



<p>Non a caso il Ministero in questione (nel frattempo da MIT diventato MIMS, Infrastrutture e Mobilità Sostenibile) dichiara che la città da “prendere a modello” per i programmi di rigenerazione è Milano: laddove le politiche urbanistiche sono “fortemente condizionate” &#8211; per non dire direttamente determinate &#8211; dai fondi di investimento finanziari, dichiarati “irrinunciabili” non solo dagli stessi amministratori; ma anche da autorevoli urbanisti, pure sinceramente progressisti, come Sandro Balducci.</p>



<p>La rigenerazione milanese è infatti mirata soprattutto ai soggetti che Guido Martinotti definiva “MBP” (Metro Business People), cioè quella ristrettissima fascia di persone appartenenti all’alta borghesia internazionale, professionale, commerciale, finanziaria, ludico-mediatica, fino alle élite politico-istituzionali, che si muovono da agiatissimi &#8220;Globetrotter “ tra le “Città Mondiali”.</p>



<p>Laddove la Milano “modello” è una città invece preclusa a vecchi e nuovi abitanti, che subiscono gli ingombri da sottrazione degli spazi e da realizzazione di enormi volumi edificati, da guardare solo da lontano. A meno di non avere redditi da appartenenza alle soggettività citate; ovvero da essere assunti come lavoratori (spesso precari) negli esercizi commerciali, tendenzialmente per consumatori “esclusivamente” dotati, realizzati nelle aree “rigenerate” (vedi CityLife o Santa Giulia), o come “vigilantes” degli enormi volumi (semivuoti, anche se serviti da agenzie internazionali di marketing, che devono piazzarne gli spazi nel mercato mondiale dei MBP), ivi edificati. L’estetica di questi brani urbani è quella della Benjaminiana “città in vendita”, da marketing. Il Greenwashing (altro che riconversione ecologica) rende strumentali verde e apparati vegetali rispetto a simili destinazioni d’uso, con bizzarrie ambientali che diventano architetture “di successo” (“Se Dio avesse voluto i Boschi verticali avrebbe fatto le mucche coi ramponi” – ha commentato un comico assai noto).</p>



<p>Certo non tutte le operazioni di rigenerazione presentano i caratteri morfologici, dimensionali e antisociali delle recenti citate realizzazioni milanesi, ma molte di esse sono marcate dall’“urbanistica dei fondi d’investimento” già presente nella pianificazione concertata degli ultimi periodi (vedi anche le ristrutturazione per vendita ai privati di non pochi palazzi storici fiorentini); sovente sottoposta a forti critiche anche per esulare troppo spesso da qualsivoglia risposta ai problemi di degrado ecologico della città.</p>



<p>A fronte dei connotati di molta della rigenerazione citata, lo stesso “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” non presenta alcun incentivo per nuove politiche abitative. Per l’esattezza non prevede neppure un centesimo per il recupero dell’edilizia popolare (centinaia di migliaia di alloggi inagibili per perdita di abitabilità da degradi o dissesti) né promuove alcuna operazione di riuso di quel quarto di patrimonio abitativo nazionale (circa 7,5 MLN di alloggi ) vuoto o inutilizzato. Si seguita quindi ad attendere che l’ulteriore deterioramento renda tale enorme bene potenzialmente collettivo svendibile &#8211; quasi a prezzi di regalo &#8211; alla grande proprietà immobiliare e finanziaria. Un processo già in atto da lustri.</p>



<p>I programmi di riqualificazione urbanistica e socio-ambientale avrebbero senso se scaturenti da una reale svolta rispetto alle politiche del recente passato, con una pianificazione socialmente innovativa e mirata concretamente anche alla ricostituzione degli ecosistemi urbani e territoriali, che oggi, specie a scala comunale, si intravede solo in un numero limitatissimo di piccole realtà; quasi sempre grazie all’azione di abitanti e attori locali sensibili alla qualità dei luoghi. E come tra l’altro prescriverebbero di operare ormai molti piani territoriali paesaggistici, regionali e sub regionali, che dettano indirizzi di recupero ecologico anche a scala locale.</p>



<p>Certo, anche tra i 159 progetti compresi nel programma in questione, sono comprese alcune operazioni virtuose (per esempio il recupero lungamente atteso dagli abitanti di Messina di alcuni vecchi quartieri “minimi” storicamente degradati). Ma tali opzioni costituiscono eccezioni in un’operazione che, per la gran parte, ripropone molte delle dinamiche, che hanno alimentato &#8211; anziché risolvere &#8211; i problemi sociali, urbanistici e ambientali che oggi gravano sulle nostre città.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p><strong>*</strong> Ingegnere Urbanista, è professore associato di <em>Pianificazione Urbanistica</em> presso la Facoltà di Architettura di Firenze dal 1993. È titolare del corso di <em>Analisi e Valutazione Ambientale</em> e tiene il corso di <em>Pianificazione Ambientale</em> presso il corso di laurea di Architettura; insegna Pianificazione Ambientale nel corso di Pianificazione Ambientale e Progettazione del Paesaggio, nel corso di laurea specialistica, e <em>Pianificazione del Territorio e delle infrastrutture</em>, nel corso di laurea triennale di Pianificazione e Progettazione della Città e del Territorio (sede di Empoli). Dal 2004 tiene il corso di <em>Questioni Urbanistiche</em> presso il corso di laurea in Discipline Economiche e Sociali della Facoltà di Economia dell’Università della Calabria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/06/la-riqualificazione-ambientale-delle-citta-e-la-rigenerazione-dei-fondi-dinvestimento/">LA RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE DELLE CITTÀ E LA RIGENERAZIONE DEI FONDI D’INVESTIMENTO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.malanova.info/2021/12/06/la-riqualificazione-ambientale-delle-citta-e-la-rigenerazione-dei-fondi-dinvestimento/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A2A. I PADRONI DELL&#8217;ACQUA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/09/01/a2a-i-padroni-dellacqua/</link>
					<comments>https://www.malanova.info/2021/09/01/a2a-i-padroni-dellacqua/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2021 16:24:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[ACQUA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9196</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Pino FABIANO* La società lombarda A2A è la maggiore multiutility italiana, secondo produttore nazionale di energia,&#160;un colosso con circa 13.500 dipendenti e che opera nei settori dell’energia, ambiente, calore e reti. Nata il primo gennaio 2008, nell’anno successivo sbarca in Calabria acquistando da E.ON gli impianti idroelettrici. Ormai da 13 anni in Calabria, A2A [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/09/01/a2a-i-padroni-dellacqua/">A2A. I PADRONI DELL&#8217;ACQUA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Pino FABIANO*</p>



<p>La società lombarda A2A è la maggiore multiutility italiana, secondo produttore nazionale di energia,&nbsp;un colosso con circa 13.500 dipendenti e che opera nei settori dell’energia, ambiente, calore e reti. Nata il primo gennaio 2008, nell’anno successivo sbarca in Calabria acquistando da E.ON gli impianti idroelettrici.</p>



<p>Ormai da 13 anni in Calabria, A2A controlla i due impianti di Albi e Magisano, regolati dal serbatoio del Passante; gli impianti di Satriano che utilizzano i deflussi del fiume Ancinale; gli impianti della Sila con Orichella, Timpagrande e Calusia, regolati dai serbatoi Arvo e Ampollino. Le centrali producono una potenza complessiva di circa 500 MW, mentre i bacini garantiscono una quantità di acqua vicina ai 200 milioni di metri cubi. L’Arvo e l’Ampollino insieme ne contengono 135 milioni: una riserva di acqua gigantesca per una regione del Mezzogiorno.</p>



<p>I laghi sono pieni che è una meraviglia. Le turbine, lungo i diversi salti, possono girare a pieno ritmo. Gli elettrodotti possono ricevere l’energia prodotta per essere immessa nel mercato. E dunque soldoni fumanti grazie alla forza dell’acqua, dell’acqua calabrese, quella che manca alle popolazioni e all’agricoltura.</p>



<p>Fino a quando le centrali sono state sotto il controllo pubblico e con la proprietà dell’Enel, lo sfruttamento dell’acqua teneva conto delle specificità del territorio, sia per gli acquedotti comunali, sia per il sistema irriguo in agricoltura.</p>



<p>Negli ultimi anni le cose si sono un tantino complicate, forse perché A2A da buon privato cerca di massimizzare i profitti e proietta nel futuro una proprietà, quella dell’acqua, che porterà ancora più quattrini, e non soltanto con le centrali.</p>



<p>Ovviamente il meccanismo non può funzionare così, perché l’acqua è un bene collettivo e non può essere finalizzato soltanto all’interesse privato.</p>



<p>L’estate del 2021 sarà ricordata come una delle peggiori per approvvigionamento di acqua per usi collettivi, pubblici.</p>



<p>Anche i comuni che ricadono a valle dei laghi hanno sofferto per la mancanza di acqua. Certo, esistono problemi atavici riconducibili alla Sorical, ma questo è un ragionamento altro che merita ben ampie e diverse riflessioni.</p>



<p>Ci interessa adesso capire il ruolo di A2A in un territorio alla sete.</p>



<p>Fin dal mese di giugno ci sono state mobilitazioni contro A2A, a iniziare dai consorzi.</p>



<p>Il 28 giugno il Consorzio di Bonifica di Catanzaro addita A2A di comportarsi in modo presuntuoso e arrogante, inadempiente nel rilascio di acqua per uso irriguo a valle della centrale di Magisano.</p>



<p>Il 2 luglio è il presidente di Coldiretti Calabria che denuncia l’ostruzionismo, l’arroganza, i bizantinismi di A2A a danno degli agricoltori senz’acqua per l’irrigazione. E via via per tutta l’estate, in una continua estenuante rivendicazione di acqua verso A2A.</p>



<p>Il 26 agosto, infine, si sono mobilitati&nbsp;gli agricoltori di Isola Capo Rizzuto e Cutro che hanno raggiunto con i trattori la centrale di Calusia sulla SS 107, per protestare contro A2A e la discutibile gestione dei rilasci di acqua per l’irrigazione.</p>



<p>L’estate volge al termine e, forse, i problemi potrebbero diminuire. In ogni caso, le elezioni regionali e in alcuni comuni dove opera A2A (come Cotronei) posticipano la questione acqua all’autunno.</p>



<p>Sarà la madre di tutte le questioni per la Calabria, dove al riordinamento del sistema idrico regionale (il dopo Sorical) dovrà far seguito un confronto robusto con A2A.</p>



<p>Oltre alla vertenza sugli assetti occupazionali, è necessario aprire margini di rivendicazioni sull’utilizzo di acqua per gli acquedotti comunali; è necessario rimettere in discussione gli accordi sull’intera filiera di utilizzo dell’acqua, visto che&nbsp;i regolari rilasci irrigui sono contemplati in convenzioni datate, del 1968 e stipulati tra la Cassa per il Mezzogiorno e l’allora Enel. Altri tempi, altri soggetti in campo.</p>



<p>Oggi la questione è politica, civile, di democrazia, e come tale dovrà essere affrontata. Una questione che avrà anche bisogno dell’attenzione e dell’impegno del <em>Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua</em> e del <em>Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri”</em>, perché quanto si deciderà nei prossimi mesi è strettamente connesso al futuro dei calabresi.</p>



<p><strong>*Ass. Culturale Cotroneinforma</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/09/01/a2a-i-padroni-dellacqua/">A2A. I PADRONI DELL&#8217;ACQUA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.malanova.info/2021/09/01/a2a-i-padroni-dellacqua/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
