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	<title>RAZZA E RAZZISMO Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>RAZZA E RAZZISMO Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>Scuola e disabilità: il caso dei bambini rom a Reggio Calabria.</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/07/22/scuola-e-disabilita-il-caso-dei-bambini-rom-a-reggio-calabria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2024 11:17:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo un&#8217;inchiesta sull&#8217;eccesso di medicalizzazione nella scuola primaria con particolare riferimento agli alunni rom nel territorio reggino e calabrese. Nella città di Reggio Calabria l&#8217;eccesso di medicalizzazione nelle scuole sta producendo da anni, nel silenzio assordante di tutti, un numero incredibile di diagnosi di disabilità (Legge 104/92) degli studenti, principalmente degli alunni rom [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-104b3ce5cfea8472a5e3d080f634a16e"><em>Riceviamo e pubblichiamo un&#8217;inchiesta sull&#8217;eccesso di medicalizzazione nella scuola primaria con particolare riferimento  <strong>agli alunni rom</strong> nel territorio reggino e calabrese.</em></p>



<p><strong>Nella città di Reggio Calabria l&#8217;eccesso di medicalizzazione nelle scuole sta producendo da anni, nel silenzio assordante di tutti, un numero incredibile di diagnosi di disabilità (Legge 104/92) degli studenti, principalmente degli alunni rom ma anche degli altri alunni. &nbsp;</strong><strong></strong></p>



<p>Per l&#8217;anno scolastico 2023/2024, appena concluso, dai <a href="https://www.iccatona.edu.it/carte-della-scuola?id=69">dati</a> forniti dall&#8217;Istituto Comprensivo &#8220;Radice Alighieri&#8221; del quartiere di Catona, risulta che dei 115 alunni rom italiani iscritti presso l&#8217;Istituto Comprensivo 48 alunni sono stati certificati con disabilità ai sensi della Legge 104/92.</p>



<p><strong>Quindi al 41,8% degli alunni rom di questo Istituto Comprensivo è stata rilasciata una certificazione di handicap ai sensi della legge 104/92. Un dato incredibile se si considera che la percentuale nazionale equivalente che si può ricavare <a href="https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Principali+dati+della+scuola+-+Focus+avvio+anno+scolastico+2023-2024.pdf">dai dati forniti dal Miur</a> per l&#8217;avvio dell&#8217;anno scolastico 2023/2024 è del 4,86%.</strong></p>



<p>Mentre la stessa percentuale per la Regione Calabria è del 4,23%. Pertanto, la percentuale degli alunni rom con certificazione Legge 104/92 di questo Istituto Comprensivo risulta essere quasi dieci volte superiore sia di quella nazionale che di quella regionale. Se consideriamo che le due percentuali, nazionale e regionale, delle certificazioni vengono considerate da diversi  esperti troppo alte in quanto una buona parte di queste sarebbe errata, come gli stessi esperti valuterebbero una percentuale che supera il 40%?<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a><strong> </strong></p>



<p>Oltre ai 115 alunni rom italiani iscritti per l&#8217;anno scolastico 2023/2024 presso l&#8217;Istituto Comprensivo &#8220;Radice Alighieri&#8221; di Catona (che sono residenti con le loro famiglie nel quartiere di Arghillà) gli altri alunni rom italiani, circa 210, residenti negli altri quartieri della città di Reggio Calabria iscritti per lo stesso anno scolastico in altri Istituti Comprensivi ed Istituti Superiori, hanno ricevuto una percentuale di certificazioni di disabilità, Legge 104/92, di circa il 35%. Pertanto, nella complessiva popolazione scolastica rom della Città, relativa all&#8217;anno scolastico 2023/2024, che è stata di circa 325 alunni hanno avuto una certificazione ai sensi della L. 104/92 circa 122 alunni. Quindi il 37,55% di tutti gli alunni rom ha avuto una certificazione di handicap. Anche questo dato generale è molto allarmante perché, secondo la letteratura scientifica, la gran parte di queste certificazioni non potrebbe che essere errata per diversi motivi scientifici. Difatti una percentuale di handicap tanto elevata (37,55%) se corrispondesse a reali patologie negherebbe una serie di scoperte scientifiche consolidate. Negherebbe perfino la scoperta dell&#8217;inesistenza delle razze umane.</p>



<p>Ma la problematica dell&#8217;eccesso diagnostico non riguarda solo gli alunni rom. Difatti la città di Reggio Calabria presenta insieme ai dati incredibili degli alunni rom anche delle percentuali di alunni non-rom certificati ai sensi della Legge 104/92 più alte di quelle nazionali e regionali, ma inferiori a quelle degli alunni rom. A questo proposito già i dati dell&#8217;Istituto Comprensivo &#8220;Radice Alighieri&#8221; sono molto indicativi. Nell&#8217;anno scolastico 2023/2024 nello stesso Istituto gli alunni non-rom certificati (L. 104/92) sono stati 43 costituendo il 6,16% del totale degli alunni non-rom dell&#8217;Istituto. Questa percentuale &#8211; anche se è quasi un sesto (1/6) di quella degli alunni rom (che è del 41,8%) &#8211; è ugualmente  elevata, in quanto è  superiore a quella nazionale e a quella regionale di circa due punti.</p>



<p><strong>Non solo l&#8217;Istituto Comprensivo&nbsp;&#8220;Radice Alighieri&#8221;&nbsp;raggiunge questi dati elevati. Nella città di Reggio Calabria diversi Istituti Comprensivi ed Istituti di Scuola Superiore presentano, da tempo, percentuali molto alte.&nbsp;A titolo esemplificativo elenchiamo i dati percentuali di&nbsp;alcune delle altre scuole della Città&nbsp;che superano le percentuali di certificazione Legge 104/92 nazionali e regionale: IC &#8220;Lazzarino Gallico&#8221; (5,95%), IC &#8220;Falcomatà Archi&#8221; (5,22%), IC &#8220;Galluppi- Collodi –Bevacqua&#8221; (8,4%), IC &#8220;Nosside Pythagoras&#8221; (5,00%), IC &#8220;San Sperato Cardeto&#8221; (6,2%), IIS &#8220;Boccioni Fermi&#8221; (12,67%), Istituto Tecnico Tecnologico &#8220;Panella Vallauri&#8221; (5,69%).&nbsp;Le suddette percentuali sono state ricavate dagli stessi documenti pubblicati (Piani Annuali di inclusione) dalle Scuole nei rispettivi siti web istituzionali. Purtroppo, tali dati&nbsp;elevati vengono registrati dalle stesse Scuole e da altre Istituzioni come un &#8220;normale&#8221; aumento, senza porsi alcuna domanda sia sulla correttezza degli stessi dati&nbsp;in termini di evidenze scientifiche e sia sul perché i dati siano più alti anche&nbsp;di quelli regionali e nazionali. Eppure lo stesso scostamento dei dati rispetto ad altri territori costituisce, secondo&nbsp;gli esperti, uno dei&nbsp;fattori che dimostrerebbe in modo palese la poca correttezza di queste diagnosi.</strong></p>



<p>In definitiva il fenomeno che si registra nella Città è quello di un gravissimo eccesso diagnostico che oggi ha raggiunto numeri elevatissimi per gli alunni rom e che si è sviluppato con dati meno alti ma ugualmente preoccupanti anche per gli altri alunni.</p>



<p>E&#8217; una medicalizzazione delle difficoltà di apprendimento; difficoltà che dovrebbero essere affrontate attraverso la pedagogia e non attraverso le diagnosi ed il sostegno abbassando le potenziali aspettative degli alunni. Questa medicalizzazione diffusa andrebbe affrontata in modo operativo con la massima urgenza attraverso la concertazione di tutte le Istituzioni interessate e chiedendo l&#8217;aiuto degli esperti.</p>



<p></p>



<p><strong>Associazione &#8220;Un Mondo Di Mondi&#8221;</strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>NOTE</strong></p>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> (Daniele Novara,&nbsp;<em>Non è colpa dei Bambini,&nbsp;</em><em>Perché la scuola sta rinunciando a educare i nostri figli e come dobbiamo rimediare. Subito,</em>2017 Rizzoli Libri S.p.A.-&nbsp;Daniele Novara,&nbsp;<em>I bambini sono sempre gli ultimi, come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro</em>, Mondadori Libri 2020-&nbsp;Michele Zappella,&nbsp;<em>Bambini con l&#8217;etichetta. Dislessici, autistici ed iperattivi : cattive diagnosi ed esclusione,</em>&nbsp;Feltrinelli 2019-&nbsp;Benedetti G. ,&nbsp;<em>La bolla dell&#8217;autismo</em>, Self-Publishing&nbsp; 2020- Emidio Tribulato ,&nbsp;<em>Bambini da liberare – Una sfida all&#8217;autismo</em>, Centro Studi Logos – Messina &#8211; Self-Publishing 2020&nbsp; &#8211;&nbsp;<em>Associazione TreeLLLe, Caritas Italiana e Fondazione Giovanni Agnelli&nbsp; &#8211;&nbsp;&nbsp;Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte&nbsp; &#8211; 2011 Editore Erikson-&nbsp;&nbsp;</em>Michele Zappella –&nbsp;<em>Quando l&#8217;Autismo è una falsa diagnosi</em>&#8211; in Conflitti rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica nr 4 /2018 – Chiara Gazzola,&nbsp;<em>Divieto D&#8217;infanzia</em>, BFS Edizioni 2018 – Daniela Lucangeli,&nbsp;<em>Discalculia evolutiva si- Discalculia evolutiva no? Contributo delle ricerca cognitiva</em>,&nbsp; in Giovanni Simoneschi,&nbsp;<em>Annali della Pubblica Istruzione 2/2010</em>&nbsp;<em>La Dislessia ed i Disturbi specifico di apprendimento</em>, Le Monnier 2011 – Allen Frances ,&nbsp;<em>Primo, non curare chi è normale, Contro l&#8217;invenzione delle malattie</em>,&nbsp;&nbsp;2013 Bollati Boringhieri&nbsp;).</p>



<p></p>
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		<title>BRACCIANTATO FEMMINILE E MIGRANTE AL SUD</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/05/14/bracciantato-femminile-e-migrante-al-sud/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2022 08:33:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È da poco uscito il report curato da ActionAid (Cambia Terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura, 2022. Il Report può essere consultato al seguente url: https://actionaid-it.imgix.net/uploads/2022/04/Cambia-Terra_Report_2022.pdf) relativo a una ricerca condotta sul campo per raccogliere dati e disegnare il modello di sfruttamento delle donne nell’agricoltura meridionale. Il territorio studiato è stato quello dell’Alto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/14/bracciantato-femminile-e-migrante-al-sud/">BRACCIANTATO FEMMINILE E MIGRANTE AL SUD</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È da poco uscito il report curato da ActionAid (<em>Cambia Terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura</em>, 2022. Il Report può essere consultato al seguente url: <a href="https://actionaid-it.imgix.net/uploads/2022/04/Cambia-Terra_Report_2022.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://actionaid-it.imgix.net/uploads/2022/04/Cambia-Terra_Report_2022.pdf</a>) relativo a una ricerca condotta sul campo per raccogliere dati e disegnare il modello di sfruttamento delle donne nell’agricoltura meridionale. Il territorio studiato è stato quello dell’Alto Ionio che va da Corigliano-Rossano (CS) &#8211; e quindi la Piana di Sibari &#8211; per continuare nella fascia litoranea della Basilicata e della Puglia.</p>



<p>“ActionAid ha concentrato le sue attività nell’Arco ionico, in particolare nei Comuni di Grottaglie e Ginosa in Puglia, Scanzano Jonico e Matera in Basilicata e Corigliano-Rossano in Calabria. [&#8230;] L’Arco ionico è un’area geografica lambita dal mar Ionio, comprendente 51 comuni delle province di Taranto, Matera e Cosenza. È caratterizzato da un’ampia superficie agricola destinata principalmente all’ortofrutta (fragole, angurie, pesche, albicocche, pomodori, cavolfiori, finocchi, peperoni, asparagi, mandorle, etc.), all’agrumicoltura e alla viticoltura. La scelta di intervenire in particolare in quest’area dell’Italia meridionale è legata alla grande rilevanza a livello nazionale delle filiere agricole che la caratterizzano, in cui la componente lavoro è fondamentale per realizzare le produzioni più diffuse” (ActionAid, <em>Cambia Terra</em>, cit., p. 45).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh6.googleusercontent.com/UoOxPYocz-PL3YzeY1Jn6qVvgA08sI5Tlb4dRWY_13tCrUSiYgDBnAft7rn5Wj_8NkH6b1cOggEM0eWEz9ZKTkwrZW-KsoAwum12ggahX91129EvxEnPq_j3-3IyvPNp3B2scAYiml-grSo_EQ" alt=""/></figure></div>



<p>Chiaramente il dato ufficiale dei braccianti agricoli impiegati in questi territori non tiene conto dell’esercito degli invisibili che vivono di lavoro nero, irregolari e alloggiati in maniera precaria negli stessi territori di produzione. Braccianti spesso senza permesso di soggiorno e privi di una qualsiasi forma di tutela contrattuale, nonostante il blocco imposto dalla pandemia abbia favorito un maggior utilizzo di braccianti comunitari viste le “maggiori” misure di controllo. Nella fase pandemica, infatti, si è registrata anche un’inversione di tendenza delle politiche occupazionali in agricoltura. La paura del blocco produttivo per l’impossibilità di raggiungere i campi da parte della manodopera comunitaria ed extracomunitaria ha dato luogo alla sperimentazione di iter burocratici semplificati per l’ottenimento di permessi di soggiorno e contratti lavorativi. Da forme di apartheid a forme “inclusive” a solo vantaggio dei proprietari terrieri. Nonostante ciò, molti studi fanno emergere la sostanziale inadeguatezza di tali politiche rispetto al problema del lavoro nero svolto spesso in condizioni di schiavitù e, visti i livelli retributivi, in un regime che potremmo definire di lavoro gratuito. Più che la legge, come sempre, ha potuto la solita tecnica del voltarsi dall’altra parte delle istituzioni votate al controllo della legittimità e della legalità dei rapporti di lavoro nelle campagne. In effetti, secondo le analisi più approfondite, la flessione del numero di braccianti impiegati in agricoltura durante la pandemia è presente solo nelle statistiche ufficiali; ciò è legato allo scivolamento dei lavoratori agricoli da situazioni regolari a situazioni di forte irregolarità.</p>



<p>Come rilevato in un <a href="https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>nostro</strong> <strong>articolo</strong></a> del 2021 e meglio dettagliato nel report del <em>Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria</em> (crea) curato da Maria Carmela Macrì, il settore primario negli ultimi decenni ha subìto una profonda ristrutturazione. Dalla lettura dei dati raccolti dai censimenti agricoli si evidenzia una drastica riduzione di aziende agricole e una diminuzione, meno evidente, di superficie agricola utilizzata (SAU), che confermano il “fenomeno di concentrazione dei terreni agricoli e degli allevamenti in un numero sensibilmente ridotto di aziende [&#8230;] dove la principale dinamica strutturale è stata quella della ricomposizione fondiaria. [&#8230;] Le trasformazioni intervenute nel corso degli anni nel settore primario hanno comunque avuto un impatto sulla composizione e sull’intensità del lavoro agricolo. Alla riduzione del numero di aziende e della superficie agricola utilizzata, oltre che ai cambiamenti organizzativi intervenuti (si pensi ad esempio all’incremento e miglioramento della meccanizzazione), è comprensibilmente seguita <strong>una minor esigenza di impiego di lavoro</strong>. <em>(sottolineatura nostra)</em>. La diminuzione complessiva delle giornate di lavoro impiegate in agricoltura ha riguardato tuttavia prevalentemente la componente lavorativa familiare, mentre quella non familiare, e in particolare quella saltuaria, è aumentata. Quindi alle aumentate dimensioni aziendali è corrisposto un minor contributo della famiglia alla manodopera agricola e un maggior ricorso a manodopera extraziendale, in</p>



<p>particolare quella avventizia di provenienza straniera” (<em>L’impiego dei lavoratori stranieri nell’agricoltura in italia. Anni 2000-2020</em>, Roma 2021, pp. 13-14).</p>



<p>La tendenza del lavoro, anche in agricoltura, segue un medesimo canovaccio. Raggruppamento delle aziende, meccanizzazione dei campi, diminuzione delle ore lavorative, aumento della produttività, precarizzazione del lavoro. A questo si unisce il dato sistemico della concentrazione dei capitali in mano a gruppi sempre più esigui di aziende familiari o gruppi societari e la pauperizzazione della classe media. La maggiore produttività e il minor lavoro necessario grazie alla meccanizzazione non si spalma uniformemente ma, da una parte, crea la necessità per il capitale di un soccorso statale al reddito con misure di sostegno ai cittadini bisognosi e, dall’altra, crea forme di concentramento del lavoro su una residua parte della classe lavoratrice, anche migrante, che vede diminuire il salario e aumentare o intensificare le ore di lavoro (vedi i turni stringenti, pianificati ed eterodiretti delle piattaforme della logistica come Amazon, Deliveroo, ecc.).</p>



<p>Il report di ActionAid sulla situazione dell’agricoltura nell’Arco ionico si focalizza sulla condizione femminile e migrante. “Nello specifico, le operaie agricole sono 22.702, 16.801 italiane e 5.901 straniere, di cui il 76% è costituito da comunitarie, soprattutto rumene e bulgare, con una netta prevalenza delle prime sulle seconde. Nel periodo 2012-2018, le lavoratrici rumene costituivano il 15% della forza lavoro femminile, mentre le lavoratrici bulgare il 2,7%, percentuali che nel 2020 hanno registrato una significativa contrazione, rispettivamente del 25% e del 42%, ulteriormente aumentata a seguito dello scoppio della pandemia. <strong>Tale trend è interpretato non tanto come una fuoriuscita dal mercato del lavoro tout court, ma come uno scivolamento in situazioni di irregolarità lavorativa</strong>, <em>(sottolineatura nostra) </em>di difficile misurazione. Spinte dalle difficoltà economiche e dalle scarse opportunità lavorative, le donne rumene e bulgare arrivano generalmente nell’Arco ionico direttamente dal Paese di origine, senza conoscere la lingua e con scarse informazioni. Trovano subito un impiego grazie all’intermediazione di un/a conoscente o di un/a familiare già impiegato/a in agricoltura nell’area. A volte sono gli stessi caporali che operano in Puglia a reclutare le donne andando personalmente nelle zone agricole della Romania. [&#8230;] La loro giornata lavorativa inizia tra le 4.00 e le 4.30 del mattino. Per raggiungere il posto di lavoro utilizzano la corriera o macchine spesso gestite dagli stessi caporali. Circa la metà delle 119 donne incontrate attraverso il Programma Cambia Terra ha dichiarato di lavorare in più aziende contemporaneamente, nonostante le difficoltà di spostamento tra i diversi luoghi di lavoro” e di avere condizioni lavorative al limite della sopportazione umana, senza servizi igienici, pause, presidi di sicurezza e altre tutele. “Hanno in sostanza rilevato la loro subalternità agli occhi di caporali e datori di lavoro sleali che – danneggiando lavoratrici e buone pratiche di filiera – le considerano numeri perché, come una lavoratrice ha sottolineato, «non siamo donne, siamo le cassette che riempiamo»” (ActionAid, <em>Cambia Terra</em>, cit., p. 48).</p>



<p>Inutile dire che i turni di lavoro e le precarie condizioni di vita non permettono, per le donne ancora di più che per gli uomini, forme di organizzazione collettiva per rivendicare migliori condizioni di lavoro.</p>



<p>Le braccianti spesso lavorano in più aziende, distanti tra loro anche centinaia di chilometri. Questo dato estende considerevolmente l’orario di lavoro. La condizione è aggravata dalla difficoltà ad accedere ai servizi pubblici sia a causa della mancanza di tempo libero sia per problemi linguistici. La condizione femminile si aggrava ancora di più in presenza di minori da accudire. Se alcune lavoratrici, specie comunitarie, preferiscono lasciare la prole nei paesi d’origine – in particolare le donne rumene – quelle che invece sono costrette a spostare l’intero nucleo familiare sopperiscono alla mancanza di asili o comunque di servizi pubblici, grazie all’aiuto di madri, suocere o altre parenti. Alcune volte sono costrette a organizzarsi differentemente creando privatamente in alcune case piccoli asili irregolari gestiti a pagamento da connazionali. In casi estremi “c’è poi chi, in mancanza di alternative, in alcune giornate si ritrova costretta a portare con sé le figlie o i figli sul posto di lavoro”. Per le braccianti, accanto alle difficoltà lavorative, compaiono spesso le molestie sessuali da parte degli sfruttatori. Le donne che si oppongono ai tentativi di abuso hanno successivamente maggiori difficoltà a trovare lavoro anche presso altre aziende. “Mi è capitato tantissime volte e me ne sono sempre andata. All’inizio sembrano cortesi, dicono frasi che possono sembrare dei complimenti, come se non ci fosse niente di male. Però, poi, una parola tira l’altra e si arriva sempre a quello. Ormai me ne accorgo subito. Allora saluto con educazione e me ne vado via. A volte insistono, anche telefonicamente. Mi chiamano e chiedono: «Ma non vuoi accettare il lavoro?». Sono uomini italiani quelli che fanno così. Sanno che siamo straniere e siamo in forte difficoltà economica. Pensano che io sia una poverina buttata lì, una morta di fame e che il bisogno mi spinga a fare altro” (ActionAid, <em>Cambia Terra</em>, cit., p. 56).</p>



<p><strong>I dati sulla Calabria nel Report del Crea</strong></p>



<p>Nel rapporto citato<em>, </em>si evidenziano alcuni cambiamenti emblematici. In linea con i dati nazionali, anche in Calabria il numero di aziende negli ultimi dieci anni è diminuito del 28% mentre è aumentata del 4% la superficie totale lavorata. Meno soggetti, maggiore produzione. Un peso rilevante in termini produttivi è rappresentato dalle coltivazioni arboree con il 41% della SAU complessiva regionale e con un incidenza di manodopera (soprattutto nella fase della raccolta) elevata. “All’interno delle legnose ben 172.210 ettari sono rappresentati dall’olivo (73% della SAU investita a colture arboree), presente nell’83% delle aziende calabresi”.In effetti il 57% della produzione ai prezzi di base dell’agricoltura calabrese “è composta da soli 3 prodotti: quelli olivicoli (19%), quelli agrumicoli (10%), patate e ortaggi (27%)” (<em>L’impiego dei lavoratori stranieri…</em>, cit.,<em> </em>p. 175<em>)</em>.</p>



<p>Proprio in questi ambiti, nella raccolta di olive ma soprattutto in quella d’agrumi fra le piane di Sibari e Gioia Tauro, si registrano il maggior impiego di manodopera e la gran parte dei casi di sfruttamento di lavoratori migranti. Secondo i dati della Banca d’Italia del 2019, in Calabria il settore agricolo assume un peso rilevante in quanto “rappresenta circa il 6 per cento del valore aggiunto, oltre il doppio del corrispondente dato nazionale. In esso trova impiego circa il 15 per cento degli occupati, l’incidenza più alta tra le regioni italiane” (Banca d’Italia, <em>L’economia della Calabria</em>, n. 18, giugno 2019).</p>



<p>“Negli ultimi 40 anni in Calabria la popolazione straniera è cresciuta enormemente. Si passa dai 2,5 mila nel 1981 agli oltre 100 mila del 2019 che rappresentano il 5,5% della popolazione calabrese. La popolazione straniera più numerosa è quella dei romeni con il 31,8%, seguita da quella del Marocco (13,8%) e dai bulgari (6,1%). Nel 2019 è la provincia di Cosenza (35.559 unità) seguita da quella di Reggio Calabria (32.870) ad avere il maggior numero di stranieri soggiornanti. Seguono nell’ordine le province di Catanzaro (19.140), Crotone (12.789) e Vibo Valentia (8.136). [&#8230;] Negli ultimi anni la presenza di lavoratori stranieri nell’agricoltura regionale si è sostanzialmente stabilizzata e si aggira intorno alle 30mila unità in larga parte comunitarie (70%).Sono il settore agrumicolo nella Piana di Rosarno e di Sibari, seguito da quello orticolo (cipolle lungo la costa tirrenica da Vibo a Cosenza, finocchi nel Crotonese) i comparti che richiedono il maggiore impiego di manodopera straniera” (<em>L’impiego dei lavoratori stranieri…</em>, cit.,<em> </em>p. 208).</p>



<p>Il meccanismo di formazione dei prezzi, sostanzialmente imposti dalla Grande Distribuzione Organizzata, non consente la remunerazione dei costi di produzione “spingendo” gli imprenditori agricoli allo sfruttamento della manodopera irregolare e non contrattualizzata: “La presenza di questa manodopera a basso costo e flessibile permette agli agricoltori di tenere il costo del lavoro all’interno dei limiti dettati dai bassi margini di profitto. Molti agricoltori si ritengono “costretti” ad abbassare il costo del lavoro perché soffocati dalla grande distribuzione organizzata e dalle imprese di trasformazione (degli agrumi) che pagano la materia prima al di sotto di un prezzo equo (le arance per la trasformazione vengono pagate soltanto 3 centesimi al chilogrammo)&#8221; (ivi<em>, </em>p. 183).</p>



<p>In realtà, quello che avviene è soltanto un ripresentarsi ciclico dei meccanismi di produzione e riproduzione del capitale lungo tutta la filiera del valore. Nessuna “costrizione”, dunque. Ma è, quasi sempre, un’accettazione <em>sic et simpliciter</em> del modello di produzione imposto.</p>



<p>Come a livello nazionale, anche in Calabria la pandemia ha preoccupato molto le sigle sindacali e le Organizzazioni Professionali, non tanto per le condizioni dei lavoratori, quanto per le sorti economiche del comparto. Anche qui, però, i dati lasciano intendere che evidentemente il minor afflusso di manodopera comunitaria proveniente dai Paesi dell’Est Europa (Romania, Bulgaria, Polonia) è stata azzerata dai lavoratori extracomunitari semplicemente irregolari. Anche in questo caso, quindi, più che a politiche di emersione dello sfruttamento, ci troviamo di fronte a politiche di immersione nella sabbia, come gli struzzi, delle teste dei responsabili istituzionali che, lo ricordiamo, proponevano di impiegare in agricoltura i percettori di reddito di cittadinanza, dimentichi del fatto che oggi l’agricoltura sta subendo un processo di forte meccanizzazione e di specializzazione della (poca) forza lavoro.</p>



<p>Insomma, la valorizzazione del capitale passa attraverso l’automazione in tutti i campi dell’economia, generando, oltre che un minore impiego di forza lavoro, un aumento delle ore lavorate per quei “pochi” lavoratori che subiscono anche un peggioramento delle condizioni di base. L’ampliamento, nel settore agricolo, delle dimensioni aziendale, attraverso processi di accorpamento e spossessamento forzato, produce una concentrazione di capitale &#8211; una sorta di “americanizzazione” del comparto &#8211; che condurrà inevitabilmente ad un mercato monopolizzato da pochissimi gruppi societari.</p>



<p>Se pensiamo che già in alcune grandi città Amazon si occupa di recapitare a casa anche la cassetta di ortofrutta, abbiamo un quadro di quello che sarà il prossimo sviluppo del comparto agricolo in Italia e nel mondo. Molto probabilmente anche l’italianissima idea dei Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) verrà sussunta e integrata (come già avvenuto per il cosiddetto “commercio equo e solidale”) nelle grandi piattaforme della logistica: avremo grandissimi magazzini colmi di alimenti organici e biologici pronti per essere consegnati a prezzi concorrenziali attraverso team di riders.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
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		<title>PER UNA CRITICA DELLA CATTIVA COSCIENZA BIANCA*</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2021 12:15:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il razzismo e il colonialismo sono parti integranti del processo di costruzione e narrazione del capitale. È questo l&#8217;assunto, chiarito già nell&#8217;Introduzionedi Tommaso Palmi, dal quale prendono le mosse tutti i saggi raccolti in Decolonizzare l&#8217;antirazzismo[1], l&#8217;ultimo lavoro inserito nell&#8217;interessante collana Input, diretta da Gigi Roggero per DeriveApprodi. I contributi, firmati da Miguel Mellino, Anna [&#8230;]</p>
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<p>Il razzismo e il colonialismo sono parti integranti del processo di costruzione e narrazione del capitale. È questo l&#8217;assunto, chiarito già nell&#8217;<em>Introduzione</em>di Tommaso Palmi, dal quale prendono le mosse tutti i saggi raccolti in <em>Decolonizzare l&#8217;antirazzismo</em>[1], l&#8217;ultimo lavoro inserito nell&#8217;interessante collana <em>Input</em>, diretta da Gigi Roggero per DeriveApprodi. I contributi, firmati da Miguel Mellino, Anna Curcio, Jamila Mascat, Alvise Sbraccia, Dhanveer Singh Brar e Houria Boutedja, hanno origine da un corso di formazione politica svolto nel 2019 a Bologna, presso la Media- teca Gateway.</p>



<p>Sono molti gli autori che denunciano una certa immaturità della riflessione italiana su razza e razzismo, per lo più praticata, anche dalla sinistra radicale e dai movimenti sociali, mediante un approccio pedagogico e culturalista che, di fatto, la spoliticizza, la limita alla sola dimensione culturale. La speculazione accademica italiana dedicata agli studi postcoloniali, dal canto suo, spesso non si è rivelata altro che un «insipido repertorio di argomenti <em>trendy </em>e alla moda» (p. 7) tesa a risolvere in termini di deficit culturale o di <em>forma</em><em>mentis</em>del soggetto «un sapere altrimenti denso di ambivalenze e contraddizioni» (<em>ibidem</em>). L&#8217;educazione all&#8217;intercultura e l&#8217;invito al ri- spetto dei diritti umani non bastano se non si provvede a decostruire «le gerarchie razziali che segnano il corpo sociale» (p. 10). L&#8217;antirazzismo umanitario della sinistra bianca ha senz&#8217;altro una valenza etica, ma è quello politico il solo in grado di «individuare chi promuove la natura razzista della società» (p. 115). Ma l’antirazzismo politico va agito su un piano squisitamente tattico, come «una prima tappa nel percorso che conduce verso l’orizzonte decoloniale» necessario per mettere in crisi l’impalcatura fondante dell’imperialismo. Una prospettiva politica e organizzativa ineluttabilmente anti-integrazionista, dunque, perché «chi ha come obiettivo l’integrazione, ambisce in ultima istanza a diventare bianco» (p. 117). Lo dice Houria Bouteldja, attivista politica e scrittrice franco-algerina, nella bella conversazione con Anna Curcio posta in chiusura del volumetto.</p>



<p>È ancora Tommaso Palmi a spiegare quanto sia urgente vincere la rimozione dell&#8217;esperienza coloniale frutto dell&#8217;autoassoluzione della cattiva coscienza bianca. Essa, tra l&#8217;altro, ha prodotto diversi guasti, persino nel sistema dell&#8217;accoglienza che è divenuto una vera e propria industria uniformata a logiche assistenzialistiche d&#8217;emergenza quando è ormai chiaro che il razzismo sia una costante dell&#8217;intera società capitalistica. A questa costante deve far fronte una disposizione militante che non smetta mai di crescere e di formarsi ma che, al contempo, non pretenda di insegnare a nessuno cos&#8217;è il razzismo: «non saremo noi, dall&#8217;alto del nostro paternalismo bianco e coloniale, a fornire ai soggetti razzializzati gli strumenti necessari a risollevarsi dalla propria condizione materiale e soggettiva» (p. 11).</p>



<p>Certamente bisogna lottare «ciascuno dalla propria collocazione all&#8217;interno delle gerarchie della razza» (p. 12) e non si può certo dire che lo si stia facendo. L&#8217;antirazzismo europeo viene fortemente criticato da Miguel Mellino, ricercatore di studi postcoloniali e relazioni interetniche all&#8217;Università di Napoli L&#8217;Orientale, tanto nel suo intervento incluso nel libro che qui si recensisce, quanto nel lavoro che, di recente, ha curato insieme ad Andrea Ruben Pomella, intitolato <em>Marxneimargini.Dalmarxismoneroalfemminismocoloniale</em>(Roma, Alegre, 2020) e nel suo, di poco precedente, <em>Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberismo, razzismo e accoglienza in Europa</em>(Roma, DeriveApprodi, 2019). Rifacendosi a Jacques Rancière, Mellino rimprovera, infatti, l&#8217;abitudine acritica «a prendere parola in nome degli altri, ad appropriarsi […] della causa dell&#8217;altro» (p. 17) e osteggia quell&#8217;antirazzismo, incistato dalla <em>metafisicabianca</em>, che resta incentrato su un principio di solidarietà e non «su una pratica teorica interpretativa volta alla comprensione della composizione simbolica e materiale delle formazioni sociali contemporanee» (p. 29). In ragione di ciò, la lotta antirazzista non può concentrarsi soltanto sui confini «poiché il razzismo sta al centro della società e riguarda un intero dispositivo di gestione di territori e popolazioni» (p. 31). Dunque, nella prospettiva adottata in <em>Decolonizzare l&#8217;antirazzismo </em>il razzismo è cosa ben più estesa rispetto alla degenerazione nazifascista: è una specifica funzione capitalistica che gestisce, per così dire, l&#8217;arretratezza, secondo le indicazioni fornite, per esempio, dall&#8217;importantissimo studio di Cedric Robinson, intitolato <em>Black Marxism. The making of the Black Radical Tradition</em>(University of North Carolina Press, Chapel Hill-London 1983). È fondamentale, per sottrarsi a una società passiva e immutabile ma fondata su un razzismo che non è mai uguale a se stesso, iniziare a pensare che esso non sia soltanto una questione di permessi di asilo e di soggiorno negati a migranti e rifugiati o che si consumi esclusivamente ai confini, negli hotspot, nei Cara o nelle altre strutture detentive del dispositivo di governo delle migrazioni (cfr. p. 31). Il razzismo va riconosciuto nelle disuguaglianze che si producono «nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei comportamenti giovanili, nelle sedi sindacali e politiche, negli spazi del consumo» (p. 51) e, una volta identificato, riconcettualizzato. La strada dell&#8217;antirazzismo decoloniale e, in generale, quella della militanza passano dalla rinuncia al narcisismo che disciplina i rapporti produttivi e le relazioni sociali e dal contrasto di tutte le forme di razzismo di Stato. Nella misura in cui la società capitalistica produce soggettività razziste, le pratiche di lotta antirazzista devono cercare, insomma, di individuare chi promuove questa natura razzista e non è escluso che, nelle more delle acquisizioni qui delineate, tale processo materiale di inferiorizzazione non possa essere analizzato percorrendo, come detto, contrappuntisticamente i suoi caratteri simbolici e inconsci. Inoltre, la decolonizzazione dell’antirazzismo non può non tenere conto della capacità di proiettarsi in un immaginario altro. L’antirazzismo non può essere una melensa litania di necessaria ma banale contrarietà alle ipotesi xenofobe che sorreggono l’impalcatura dello sproloquio razzista. L’antirazzismo non può permettersi di essere il contraltare del razzismo, un dispositivo che finisce per fare ragionamenti simili ma di segno opposto. La xenofobia non può estinguersi se le si oppone una semplicistica xenofilia. Questo gioco delle parti serve solo per dare a vedere che si sta lottando in qualche modo: il problema è che lo si fa in nome e per conto di soggettività discriminate, senza spesso che se ne abbia davvero contezza. È in questa contraddizione che continua ad annidarsi il pensiero coloniale, in questo imporsi come “portavoce” senza sapere quale voce si stia portando nel dibattito. D&#8217;altronde, si tratta di un passaggio essenziale se è vero ciò che lo stesso Marx ha scritto nell&#8217;VIII capitolo del Libro I del <em>Capitale</em>: «Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi, in un paese dove viene marchiato a fuoco quand&#8217;è in pelle nera». L&#8217;assunto di Marx, malinteso da quel marxismo tradizionale che non è riuscito ad approfondire la propria riflessione sulla materialità culturale ed economica di razza e razzismo, può essere riscattato da un antirazzismo finalmente decolonizzato.</p>



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<p><em><strong>*</strong></em>Recensione di G. Cantafio, A. Gaudio, G. Montuoro pubblicata su <em>Materialismo Storico</em>, n° 1/2021 (vol. X, pp. 366-367). La rivista è consultabile al seguente URL: <a href="https://journals.uniurb.it/index.php/materialismostorico/issue/view/298/101">https://journals.uniurb.it/index.php/materialismostorico/issue/view/298/101</a>.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>note</p>



<p>[1] T. Palmi (a cura di<em>), Decolonizzare l&#8217;antirazzismo. Per una critica della cattiva coscienza bianca</em>, DeriveApprodi, Roma 2020, 128 pp., € 9, ISBN 978-88-6548-339-8.</p>
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		<title>LUCANO, GIUSTIZIA È FATTA!</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2021 08:32:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un’altra volta, siamo tutti Mimmo Lucano. Ieri palestinesi, ieri l’altro curdi, domani zapatisti, stamane LGBTQ+, ma oggi ci caleremo la maschera del primo cittadino riacese condannato a 13 anni di reclusione. La maschera sì, perché Mimmo pagherà (speriamo di no) sulla sua pelle il tentativo di rendere più umano il sistema ministeriale dei Cas e [&#8230;]</p>
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<p>Un’altra volta, siamo tutti Mimmo Lucano. Ieri palestinesi, ieri l’altro curdi, domani zapatisti, stamane LGBTQ+, ma oggi ci caleremo la maschera del primo cittadino riacese condannato a 13 anni di reclusione.</p>



<p>La maschera sì, perché Mimmo pagherà (speriamo di no) sulla sua pelle il tentativo di rendere più umano il sistema ministeriale dei Cas e degli Sprar. I fans di Lucano, al contrario, faranno l’ennesima manifestazione di solidarietà, acquisteranno l’ennesima maglietta e poi torneranno alle loro case, pensando alle loro cose.</p>



<p>Il termine più (ab)usato nei facili articoli di solidarietà è “ingiustizia”. No, non si tratta di ingiustizia: questo è il vero volto della giustizia di sistema. Parlare di ingiustizia significa porsi dalla visuale dei potenti. Il sistema va bene, la legge ci tutela, i magistrati sono i nostri campioni insieme agli avvocati, la polizia e i carabinieri. Quante volte nelle terre desolate del reggino il commento più facile dei sinistri è stato: “ci vorrebbe l’esercito”? Quanti magistrati antimafia, antifrodi, anticasta, la sinistra ha candidato negli ultimi anni?</p>



<p>Nessuno più del procuratore Gratteri oggi è icona eroica di tutela degli ultimi e dei tartassati. La ricetta: mettere in galera il malfattore per innumerevoli anni. Seguendo una tale dottrina, nata da “mani pulite”, poi usata per combattere Berlusconi e infine cavalcata dai pentastellati, oggi Lucano dovrebbe lasciare la campagna elettorale. Solo persone senza pesi nel casellario giudiziale possono cimentarsi nell’agone politico. Ovviamente tale regola vale solo per i nemici, per gli amici scattano le attenuanti.</p>



<p>Dicevamo: giustizia è fatta! Ma ogni volta il sinistro cade dalle nuvole. È convinto che il sistema sia sostanzialmente buono. Il sinistro è divenuto semplicemente e convintamente riformista. Basta mettere le persone giuste al posto giusto, votare persone oneste in luogo di quelle disoneste, ragazzotti inediti al posto dei vecchi maneggioni e la rivoluzione è fatta! Sì, perché di rivoluzione parlano.</p>



<p>I tredici anni inferti a Mimmo Lucano non rappresentano un’ingiustizia, una svista dei giudici, un errore di sistema; rappresentano in pieno la giustizia così come è voluta dalle classi dominanti. La legge non è più quella scritta da Dio su tavole di pietra o quella che la supera dopo Cristo perché incisa, secondo San Paolo, direttamente nei cuori, grazie allo spirito. La legge non è, se lo fosse mai stata, un corpus di regole oggettive che basta applicare per ottenere la felicità. La legge, in un mondo secolarizzato, in uno stato laico, è il frutto dei ragionamenti di chi la pensa; è il frutto, come tutta la società, di rapporti di forza.</p>



<p>La legge è fatta dalla classe egemone, dai potenti del momento, che scrivono i vari codici a loro uso e consumo. Cosa interessa alla legge che Lucano abbia inscenato matrimoni fittizi solo per aiutare un migrante a rimanere in Italia e non essere espulso? Cosa interessa alla legge che Lucano abbia assegnato a cooperative locali il sistema di raccolta di rifiuti per sottrarlo al bando che avrebbe consegnato il servizio a qualche grande azienda molto probabilmente prestanome di qualche ‘ndranghetista di spicco? Di contro, Lucano ha fatto l’errore di pensare che il sistema si possa cambiare dall’interno, che la legge possa essere forzata anche senza avere dietro di noi una coscienza diffusa e di massa, che la rivoluzione possa avvenire per un moto individuale spontaneo di spirito. Appunto, basta uno spirito buono, una persona dalle mani pulite, un cuore solidale, per cambiare le cose. Certo, nel piccolo, questo può anche avvenire ma per tempi brevi e in territori circoscritti. A Riace molti cittadini hanno trovato lavoro sfruttando le pieghe delle leggi sull’accoglienza e molti migranti hanno trovato per qualche tempo un luogo accogliente e vivibile. Ma il modello non è riuscito a consolidarsi, non si è fatto sistema (e come poteva diventarlo?), non si è incarnato localmente ancor prima che ad altre latitudini.</p>



<p>Oltre la caparbietà dell’ex sindaco di Riace, quanti suoi fans dalle magliette rosse serigrafate con il viso di Che Guevara, una volta tornati a casa dall’ennesima manifestazione a sostegno di Lucano, hanno dichiarata guerra ai potentati locali nel nome della giustizia sociale, della solidarietà e contro il razzismo e il progetto coloniale che lo accompagna? In quanti hanno messo in discussione le forme del controllo sociale che si esercita attraverso l’accoglienza di Stato, anche quella più “umana”? Quanti oggi insieme a Lucano spartiscono denunce e anni di galera?</p>



<p>La realtà virtuale è una bella cosa se saputa usare, ma diventa “oppio dei popoli” se si pensa che l’onda dei post di sconcerto per la sentenza siano realtà concreta e verificabile nei territori. No, Mimmo Lucano oggi non è in compagnia dei tanti che scrivono “complice”, “solidale”, “io sono con Mimmo”! Mimmo Lucano è rimasto solo con la sua battaglia che non ha trovato ulteriori riproduzioni perché, in tutta evidenza, irriproducibile. A Riace ha vinto la Lega e tutto si è smontato quando l’afflusso dei denari ministeriali si è fermato.</p>



<p>Per bloccare la prevaricazione della giustizia di classe non basta volerlo fortemente, non basta indignarsi sui social, rimanere scioccati di fronte alla richiesta di 13 anni di galera. Bisogna che nascano tanti esperimenti territoriali, strada per strada, quartiere per quartiere, città per città, connessi da un pensiero rivoluzionario che guardi al diritto, all’economia e alla politica da un’altra prospettiva, quella di classe. Senza teoria e senza pratica generate nel conflitto non è dato nessun cambiamento sistemico. No, non è stata fatta un’ingiustizia: è stata applicata la giustizia della classe egemone. Per bloccarla non basta sperare in un magistrato più umano nel secondo grado di giudizio (certo speriamo che ci sia!). Per bloccarla bisogna essere in tanti, avere una nuova coscienza dello stato presente delle cose, dotarsi di un nuovo sguardo di parte capace di generare le energie necessarie per ribaltarlo, non per riformarlo. E questa cosa non parte dalla cabina elettorale, né tantomeno da progetti di accoglienza ministeriali, ma dalla strada, dalla vita, dalla conflittualità dentro le condizioni materiali di subalternità.</p>



<p>Come dice De Magistris in queste ore, citando Borsellino, la rivoluzione si fa con una matita nelle urne! Purtroppo non è così, caro Luigi. La rivoluzione non passa dalle urne ma deve essere praticata tra le masse, nelle strade e nei quartieri delle nostre città! Non occorre un salvatore della patria, ma una controsoggettività reale, di massa e rivoluzionaria che renderà del tutto superfluo il passaggio elettorale perché reso insignificante dall’eccedenza di classe. Fino ad allora il ripiegamento sarà sempre su un buonismo di maniera, su una solidarietà senza conflitto e su un finto riformismo che porti al governo il meno peggio, il meno ladro o qualche <em>anima bell</em>a.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



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		<title>ROM, SINTI E CAMMINANTI: LE DINAMICHE DI INFERIORIZZAZIONE E DISUMANIZZAZIONE*</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2021 08:07:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DISAGIO ABITATIVO]]></category>
		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
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<p>Come ogni anno, l&#8217;8 aprile si celebra la Giornata internazionale dei rom, sinti e camminanti. Una Giornata che dovrebbe servire a sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica contro il razzismo subìto ancora oggi da donne e da uomini anche in quanto gruppo culturale. Nell’Europa che ha ideato e sviluppato come sua struttura sociale il razzismo moderno, i diversi gruppi rom, a partire dal XV secolo, sono stati colpiti dal razzismo in diversi modi: le azioni di sterminio come quelle del nazi-fascismo e già attuate dal 1400 al 1700, la schiavitù negli stati rumeni per circa 500 anni, le azioni di durissima persecuzione ed emarginazione e l&#8217; odierna esclusione sociale con la negazione dei diritti fondamentali. Le dinamiche del razzismo moderno sono state applicate nel corso dei secoli in modo esemplare sui diversi gruppi rom attraverso efficaci azioni di “inferiorizzazione” e “disumanizzazione&#8221; che ancora oggi, come in passato, servono per “giustificare” ogni tipo di azione contro di loro: lo sterminio e la schiavitù ieri, ogni tipo di persecuzione, di emarginazione e negazione dei diritti fondamentali oggi.</p>



<p>Le azioni di “inferiorizzazione-disumanizzazione” nel caso dei rom sono state e sono ancora oggi tanto efficaci ed esemplari da far diventare queste persone agli occhi dell’opinione pubblica dei perfetti “stranieri” (anche quando sono presenti da secoli su un territorio), la cui cultura viene rappresentata come “completamente diversa ed incompatibile” con quella del resto della comunità. Con queste premesse, il processo di “inferiorizzazione” ha potuto rappresentare come “impossibile la convivenza” con loro, mentre questo non è vero, presentando la loro emarginazione non solo come un atto “giustificato”, ma anche come l’unico possibile o addirittura come una loro “scelta culturale”. La “disumanizzazione” di queste persone è stata ed è, purtroppo, anche un espediente che li ha trasformati anche in un perfetto “capro espiatorio”, tuttora utile a nascondere le colpe della politica e addebitarle alle persone di cultura rom.</p>



<p>Il razzismo moderno, nel corso dei secoli, ha sviluppato e sperimentato con i gruppi rom l’efficacia di una grande varietà di pratiche, consentendo di applicarle successivamente ad altri gruppi sociali subalterni. Difatti il vocabolario razzista mette in chiara evidenza la grande esperienza effettuata dal razzismo moderno sui rom. Essere indifferenti, come spesso succede, verso il razzismo subìto da queste persone è un&#8217;ingiustizia e non è conveniente, perché questo trattamento può riguardare tutti i gruppi subalterni, ai quali in molti siamo destinati a farne parte, oggi e nel prossimo futuro.</p>



<p>Ma nonostante la forza che ancora oggi esercita il razzismo, le iniziative di contrasto hanno riportato qualche risultato, producendo anche un effetto collettivo. A questo proposito vale la pena ricordare che negli ultimi 20 anni nel territorio della città Metropolitana di Reggio Calabria l’impegno di un gruppo di volontari e delle stesse persone rom ha consentito di superare una parte della grave emarginazione abitativa subita da queste persone. Tutto è partito dalla richiesta delle famiglie rom di inclusione nella società abitando equamente dislocate accanto alle famiglie non rom e non più concentrati. Questa attività ha consentito, dopo decenni di grave emarginazione nelle baraccopoli, di vedere riconosciuto il diritto, per una parte delle famiglie rom, all&#8217;assegnazione di alloggi popolari, in equa dislocazione accanto ad altre famiglie non rom, garantendo l’avvio di un processo di inclusione sociale negato per troppo tempo. Nella città di Reggio Calabria, oggi, circa 130 famiglie rom (circa il 40% di tutti i nuclei familiari rom) vivono in equa dislocazione abitativa e dopo una lunga storia di ghettizzazione hanno raggiunto discreti risultati di inclusione sociale. Nella cittadina di Melito di Porto Salvo, oggi, 33 famiglie (il 78% dei nuclei familiari rom) vivono in equa dislocazione anche loro con soddisfacenti risultati di inclusione sociale.</p>



<p>Queste parziali vittorie hanno contribuito a sviluppare la consapevolezza dell’emarginazione abitativa subita dalle &#8220;classi subalterne&#8221; con il loro concentramento in quartieri ghetto e del superamento di questa condizione attraverso l’equa dislocazione abitativa che favorisce l’inclusione sociale. Da queste consapevolezze, dall’esperienza maturata con le famiglie rom e dalle loro richieste di equa dislocazione si è sviluppata nella città di Reggio Calabria un’azione per il diritto alla casa rivolta a tutte le famiglie in disagio abitativo con il diretto coinvolgimento delle persone interessate.</p>



<p><strong><em>*Un Mondo Di Mondi (RC)</em></strong></p>
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		<title>PERCHÉ NON ABBIAMO BISOGNO DI MODELLI. SUL FRAINTENDIMENTO DEL MODELLO RIACE</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2020 08:07:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
		<category><![CDATA[MIGRANTI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I recenti fatti di Amantea(1) hanno riacceso il dibattito politico intorno al fenomeno delle migrazioni seguendo la solita linea narrativa dicotomica tra chi a destra fomenta il malessere sociale buttando benzina sul fuoco e chi a sinistra vede in tutto questo la riprova di un razzismo oramai generalizzato. I primi ne approfittano per costruire teoremi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I recenti fatti di Amantea(1) hanno riacceso il dibattito politico intorno al fenomeno delle migrazioni seguendo la solita linea narrativa dicotomica tra chi a destra fomenta il malessere sociale buttando benzina sul fuoco e chi a sinistra vede in tutto questo la riprova di un razzismo oramai generalizzato. I primi ne approfittano per costruire teoremi “razzializzanti”, i secondi per dispiegare un mieloso buonismo di maniera. È inutile aggiungere che, dentro questo meccanismo di propaganda mediatica delle parti, l&#8217;intera comunità viene dipinta come antropologicamente razzista.</p>



<p>Ma è senz’altro utile analizzare quello che negli anni ha contribuito a creare questo stato di cose, una spirale discendente di populismi identitari da un lato, che attribuivano agli ultimi arrivati la causa di tutti i mali, a cui si contrapponeva una pedante e maldestra retorica del “razzismo al contrario” che opponeva al tutti dentro uno scialbo tutti fuori. A questa opposizione fra narrazioni si aggiungeva, con sempre crescente intensità, una visione del migrante come elemento di conflitto in sé, fatta salva l’esigenza di rappresentarne la conflittualità per delega. Questa “pratica” si aggiungeva alla sciarada dei conflitti estetizzanti delle lotte dei braccianti senza braccianti, a quelle dei precari giocate in nome e per conto degli stessi. La visione grottesca di un’avanguardia talmente abile a stare sul pezzo e a cavalcare l’evento che ha finito col perdere aderenza non solo rispetto alle istanze che pretendeva di rappresentare, ma, nell’ultimo lustro, ha addirittura perso aderenza alla realtà.</p>



<p>Questa trappola senza via di fuga è stata fatale non solo per la cosiddetta sinistra ma anche per l’antagonismo nostrano. Proprio dalle pagine di questo giornale la scorsa settimana abbiamo provato a costruire una prima analisi sulla fase(2) anche attraverso una critica a quello che, in molti, hanno definito il “modello Riace”. Questo è un problema generalizzato che abbiamo costantemente davanti e deriva da una diffusa spoliticizzazione delle soggettività sociali (collettive o individuali che siano); tuttavia, quando ci si imbatte in un gruppo con una precisa idea del proprio ruolo o della propria condizione, allora le criticità del contesto emergono senza bisogno di deleghe. È stato il caso dei rifugiati Curdi e Palestinesi che, pur essendo stati accolti per primi e pur avendo in qualche modo dato il la agli eventi che hanno costruito l’immaginario narrativo del modello Riace, vengono spesso citati più per dovere di cronaca, avendo avuto un rapporto critico con il sistema di “accoglienza” italiano, avendone percepito vent’anni orsono l’intento predatorio e di annullamento dell’io politico culturale dell’ospite.</p>



<p>Sia chiaro: la nostra non è una critica all&#8217;esperienza o all&#8217;efficienza amministrativa, né tanto meno alla capacità del sindaco della cittadina reggina di governare il suo territorio provando a riformare alcuni settori cruciali. Il nostro vuole essere un primo tentativo di disincagliarci dal meccanismo che sta caratterizzando questa specifica fase politica e sociale, cioè quello di “puntare sul rosso” come narrazione alternativa capace di costruire a tavolino moderni Donchisciotte perdendo però di vista ogni minima connessione con la realtà sociale di riferimento.</p>



<p>Partiamo dal presupposto e diamo, almeno in questa sede, per scontati alcuni principi fondamentali come l’antirazzismo, l’antisessismo e l’antifascismo e proviamo a imbastire un tentativo interpretativo che parta da altri presupposti.</p>



<p>La capacità di leggere il grande bluff che si nasconde dietro annunci eclatanti di “fine della povertà” e di “prima gli italiani”, è inutile ribadirlo, non è certo diffusa. Proprio per questo, se dobbiamo mobilitarci per disinnescare certe bombe a orologeria, legate a questi meccanismi sociali, allora difendere (e magari pensare di replicare) un modello socialmente dato ci dovrebbe come pratica appartenere poco, se non forse in una fase di prima istanza solidaristica, quella che prevede di offrire un piatto caldo e un tetto. Sarebbe quanto meno più interessante invece capire quale tipo di contributo possiamo apportare alla costruzione di un soggetto autonomo e meticcio del conflitto, proprio a partire da una decostruzione dell’”esperienza” di Riace.</p>



<p>In prima battuta, è indubbiamente più utile parlare di esperienza piuttosto che di “modello”, come qualcosa di contaminabile, decisamente più aperto al cambiamento e quindi più vicino a quelle che sono le nostre esigenze politiche e sociali. Probabilmente si tratta di una questione che sottende molto altro. I modelli, per definizione, sono delle strutture replicabili <em>sic et simpliciter</em> perché realizzano la convergenza di un insieme di teorie per descrivere un fenomeno in modo oggettivo; questo è soprattutto vero in campo scientifico dove comunemente si afferma che il metodo si pone come invariante rispetto all&#8217;osservatore. Ma nel campo economico e sociale sappiamo che difficilmente alcune pratiche sono riproducibili semplicemente importando e replicando modelli esterni che hanno avuto una qualche fortuna. Questo come prima risposta a chi afferma che Riace sarebbe dovuta diventare il “Chiapas della Calabria” diffondendosi, poi, nei diversi contesti territoriali. Una sorta di modello replicante.</p>



<p>Potrebbe essere invece molto più interessante, seppur in ritardo, riuscire a ragionare andando al di là di proclami e propagande, per capire come mai in vent’anni di esperienza sul campo, Riace non è riuscita a trasformarsi in quella tanto agognata comunità meticcia, rimanendo un luogo dove si è praticata una qualche forma di tolleranza da parte degli autoctoni rispetto alla popolazione migrante accolta.</p>



<p>Non è il caso di aggiungere poi che, a prescindere dalla più o meno aperta e umana esperienza di accoglienza, questi filtri di base (SPRAR, in primis) sono stati, in molti altri casi, una sorta di tampone istituzionale destinato a sistemare un po’ ovunque i cosiddetti migranti buoni nel corso delle lunghe fasi emergenziali legate ai flussi migratori durante la crisi del Nord Africa, prima, e nel corso della guerra in Siria, dopo; nient&#8217;altro che l&#8217;occasione di vedere arrivare una pioggia di milioni di euro nelle casse di associazioni e cooperative amiche o ancora peggio nelle mani della &#8216;ndrangheta. (3)</p>



<p>Qui nessuno mette in dubbio il coraggio e la buona fede del sindaco di Riace che in questi anni è divenuto, suo malgrado, un baluardo d’umanità contro le derive reazionarie e razziste della politica. Tuttavia, può esser sufficiente questo per risalire la china e invertire la rotta delle nostre pratiche sociali? Può essere sufficiente tornare alla “Riace delle origini”, senza guardarsi indietro e scansando le macerie lasciate sulla strada dai copiosi finanziamenti ministeriali per l’accoglienza? Possiamo ancora una volta decidere sulle teste altrui, pensando a un “antagonismo migrante” senza i migranti, innestando un corpo sociale su un altro? Ancora una volta blindiamo le nostre discussioni assembleari e le nostre pratiche attivando vecchi meccanismi di autorappresentazione e sostituzionismo di un corpo sociale desiderante che oggi o guarda altrove (reddito, lavoro, salute, casa) o, nella migliore delle ipotesi, è confuso. Questa ipotetica fase di ricucitura sociale che in molti hanno visto e continuano a vedere nel cosiddetto modello Riace sta invece diventando elemento tattico di visibilità politica giocato sulla pelle di migranti e comunità autoctone: alcuni hanno visto in Riace la Stalingrado dell&#8217;ex governo giallo-verde, altri la Caporetto della sinistra; in un modo o nell’altro occorre necessariamente svincolarsi da questa dicotomia per non vedersi stritolati da logiche politiciste.</p>



<p>Il fallimento di Riace può, invece, servire come innesco di processi di ripresa e ricucitura dei processi sociali nei territori se venisse inteso come momento paradigmatico di recupero da una fase di attacco dispiegato su fronti diversificati, protrattasi da oramai un trentennio ai danni dei corpi sociali subalterni e precari. Ma Riace dovrebbe soprattutto essere occasione e momento di riflessione per decostruire le pratiche istituzionali dell’accoglienza in Italia segnando al contempo un momento di rottura radicale anche rispetto a quelle logiche fondate sulla compatibilità con gli SPRAR che sicuramente risultano meno disumani, ma che vanno inquadrati all’interno di una logica istituzionale unitaria, posti come anello di congiunzione tra ciò che è meno disumano (appunto gli SPRAR) e la bestialità dei vari CARA, CAS, CIE, e HOTSPOT, che conservano come fine ultimo quello di dividere i migranti in buoni e cattivi. La retorica dualista di buoni e cattivi, vittime e carnefici, per quanto assurda, è stata in grado di assorbire la realtà delle condizioni di precarietà che hanno colpito indistintamente tutto ciò che sta al di sotto di un certo scalino sociale, riversando una massa impoverita nell’arena della guerra tra poveri. Questa immane follia dualistica ha continuato a farsi strada come opinione serpeggiante, finendo col dividere il corpo sociale in precari buoni, disposti a tutto pur di lavorare, e precari cattivi, assolutamente indisponibili a farsi trattare come bestie da soma. Da ciò non ci si libera facilmente soprattutto se si è già portatori di uno stigma sociale, che esula dal fatto di essere gli ultimi arrivati o gli ultimi di sempre: se si è ultimi si ha torto a prescindere.</p>



<p>DECOLONIZZAZIONE VS INTEGRAZIONE</p>



<p>Per rompere con queste pratiche di istituzionalizzazione dell&#8217;accoglienza occorre decolonizzare le migrazioni. Una visione tutta occidentale ovviamente, del pensiero coloniale, camuffato dal buonismo delle pratiche di integrazione che hanno come orizzonte ultimo l’assimilazione culturale, figlia legittima di una concezione neocolonialista che immagina la costruzione di una comunità solo attraverso un continuo e irrisolvibile scontro di civiltà: o ti adegui ai nostri usi e costumi (impari l’italiano, lavori gratis e ti fai accettare) oppure verrai respinto e allontanato! Ecco perché oggi dobbiamo provare a spezzare − piuttosto che alimentare − la logica dell’integrazionismo. Abdelmalek Sayad afferma che:</p>



<p>“<em>Non a caso il colonialismo ha trovato il suo ultimo rifugio ideologico negli intenti integrazionisti; in realtà, il conservatorismo segregazionista e l’assimilazionismo sono solo apparentemente in contraddizione tra loro. Nell&#8217;un caso, si invocano le differenze di fatto per negare l’identità di diritto; nell’altro, si negano le differenze di fatto in nome dell’identità di diritto. O si concede la dignità di essere umano, ma soltanto al francese virtuale, o si fa in modo di negarla, invocando l’originalità della civiltà maghrebina, ma un’originalità tutta negativa, per difetto”</em>.(4)</p>



<p>Adriano Favole, docente di <em>Cultura e Potere</em> alla facoltà di Antropologia Culturale ed Etnologia dell&#8217;Università di Torino ha affermato che:</p>



<p>“<em>da un punto di vista etimologico, integrazione è termine legato a integro, ovvero qualcosa che non ha subito danni, menomazioni, mutilazioni. È lo stesso aggettivo da cui derivano integrale (si dice di quei cibi in cui non si è provveduto a separare le componenti originarie), integrato, integrità e integralismo. In tegru(m) è l’intoccato o l’intoccabile, ovvero ciò che è incolume, casto, puro. I linguisti ci insegnano tuttavia che i termini vanno visti nel loro uso, nelle traiettorie semantiche che seguono, senza troppa ossessione per le radici e origini. In effetti, l’uso di integrazione riferito in modo particolare al modo in cui gli stranieri si incastonano nella società di accoglienza è piuttosto recente e pare che ci venga dall’inglese americano racial integration (“integrazione razziale”) e integrationist (“colui che crede in o supporta l’integrazione sociale”). Comunque sia, se guardiamo agli usi attuali del termine nel dibattito pubblico, la sensazione di ambiguità è evidente e si ha l’impressione che, pur usando lo stesso concetto, molte persone lo associno a significati molto diversi”</em>.(5)</p>



<p>Allora forse dovremmo iniziare a porci alcune domande: perché mai integrare le diversità culturali? Perché parlare di naturalizzazione? Si tratta di una nostra necessità sociale? È possibile vivere insieme e liberi pur essendo culturalmente diversi? Il problema oggi, è inutile negarlo, è tutto incentrato sull’acuirsi e sull’estremizzarsi del rapporto tra cultura e politica simboleggiato dal concetto di nazione. Le pratiche finora messe in piedi dal sistema dell’accoglienza, suffragate spesso da studi sociali elaborati dall’intellighenzia di sinistra, hanno fatto sì che si confondesse, in chiave discriminatoria, cittadinanza con nazionalità. Il concetto di integrazione sottende quindi uno squallidissimo revival dell’etnocentrismo di stampo ottocentesco; che si impieghi la parola <em>adattamento</em>, oppure <em>assimilazione</em> o, piuttosto, <em>integrazione</em>, il punto di vista etnocentrico continua a determinare la visione di quello che è o dovrebbe essere lo straniero.</p>



<p>Siamo noi bianchi a decidere come dovrà essere lo straniero per potersi definire integrato passando con una certa disinvoltura dall&#8217;idea di “<em>integrazione di”</em> a quella di “<em>integrazione a”</em> e questo segna un confine invalicabile tra gli integranti (il gruppo dominante) e i costretti all’integrazione (il gruppo dominato, vale a dire i migranti). Questa logica di dominazione di una cultura su un’altra sembra essere indispensabile per costruire e conservare la retorica del concetto di nazione. L&#8217;integrazione non è concepibile come rapporto di forza e quindi di dominazione tra soggetti attivi/dominanti/integranti (l’occidente) e un corpo passivo e da integrare (i migranti). In questo meccanismo quello che viene continuamente riprodotto è il meccanismo della differenza culturale. Un meccanismo che finisce per attribuire la responsabilità della mancata integrazione a coloro che si chiedono quando possono considerarsi definitivamente integrati per non essere più soggetti ad angherie varie. Questo paradigma dell’integrazione tende inoltre a nascondere i suddetti rapporti di forza, nonché le logiche di dominazione neocoloniali che sottendono i flussi migratori in quanto è ormai abbastanza chiaro come il fine ultimo sia il controllo dei flussi migranti indotti da crisi economiche, ecologiche e guerre, dirette conseguenze di processi di <em>accumulazione per espropriazione</em> nei paesi del cosiddetto Sud del Mondo.</p>



<p>Il discorso sull’immigrazione e sull’integrazione sta producendo un continuo processo di “etnocrazia” nella gerarchizzazione dei rapporti sociali in quanto si continua a sostenere l&#8217;esistenza di un <em>problema migranti</em>, la cui soluzione sia tutta <em>culturale</em> (leggasi razziale) e che quindi il vero ostacolo alla cosiddetta coesione nazionale è la contaminazione della cultura degli stranieri. In questa logica vengono scientificamente sottaciute le problematiche relative alle diseguaglianze socioeconomiche per puntare sulla carta vincente del problema etnico che porta allo scontro razziale: tutto viene giocato sulla <em>linea del colore</em>. Nulla a che vedere con il senso che attribuiva Durkheim al termine integrazione inteso come società integrata o nell’accezione utilizzata dalle scienze sociali classiche, come processo che rafforza i legami sociali, dove i soggetti umani, stranieri o no, tendono a unirsi in un tutto che è però sempre in divenire.</p>



<p>Ma oggi, in tempi di crisi economico-strutturale segnata da paure sociali artatamente costruite, a prevalere è con tutta evidenza l’interpretazione che vuole l’esistenza di un <em>noi</em> come comunità compatta, unica, assoluta e soprattutto autentica (integra, appunto) che si dispiega in un tessuto ben ordito nel quale devono essere aggiunte delle nuove maglie: gli altri, stranieri o diversi che siano. È un’accezione quest’ultima molto rasserenante per il bianco occidentale che vede il diverso come corpo in aggiunta che, una volta sussunto, annichilito e culturalmente normalizzato, non produrrà nessuna alterazione sociale.</p>



<p>Questo paradigma dell’integrazione ha un difetto: quello di non avere come orizzonte possibile la trasformazione della società anche solo sotto il profilo della contaminazione culturale. Muoversi sul versante dell’integrazione ci rende complici dello spostamento del conflitto di classe verso le zone oscure e pericolose dell’etnocrazia come regolatore dei rapporti sociali. Un campo minato dal quale difficilmente riusciremo a trarci in salvo e a rilanciare il conflitto.</p>



<p>Se oggi vogliamo decostruire le narrazioni nazional-populiste, ritornate in auge dopo decenni di sopore, occorre avere una prospettiva anti-integrazionista da estendere a tutte quelle condizioni di diseguaglianza tra persone costrette a integrarsi al sistema capitalista.</p>



<p>Le politiche di differenziazione razziale (prima gli italiani) possono essere combattute assumendo certamente la razza come un terreno centrale e trasversale di mobilitazione, ma non nella sua dimensione settoriale, legata esclusivamente ai migranti (o, peggio ancora, ai rifugiati) perché altrimenti, come già evidenziato, si corre il rischio di arretrare nel discorso sociale e di legittimare dispositivi di controllo e gerarchizzazione delle figure razzializzate. Dire oggi che non abbiamo ricette pronte per combattere e vincere contro il Capitale è talmente vero che risulta inutile ripeterselo in ogni consesso. Occorre invece osare. E qui entra in gioco la nostra capacità di stare nelle contraddizioni sociali − anche e soprattutto in questa lunga fase caratterizzata da una terrificante inerzia militante − costruendo relazioni nell’attuale composizione di classe.</p>



<p>Probabilmente il terreno su cui vale la pena insistere è quello di portare le promesse del Governo alle conseguenze più estreme: reddito, lavoro, redistribuzione, tutela del territorio possono essere i terreni (certamente insidiosi e scivolosi) sui quali lavorare, pur restando coscienti che questi settori d’inchiesta e di lavoro politico oggi vengono spesso piegati alle esigenze del mercato internazionale (workfare e green new deal, ad esempio).</p>



<p>Come fare? Probabilmente occorre agire e indagare più sui possibili processi di soggettivazione che puntare al risultato intermedio. Molto più semplicemente bisogna uscire dal meccanismo asfissiante della vertenza trasformata in fine ultimo e non mezzo della lotta. Questo può avvenire esclusivamente attraverso la conflittualità accantonando le diverse teorie universalistiche sulla giustizia umana, utili solo a chi finalizza la sua indignazione alla <em>caritas,</em> se non addirittura alla <em>pietas</em>, tarpando le ali alla soggettivazione conflittuale. In questo processo i cosiddetti migranti possono essere parte attiva del processo, non in quanto migranti ma, appunto, come un frammento della Classe che vive condizioni sociali di sfruttamento del tutto simili ai “bianchi” in una prassi autenticamente antirazzista perché materialisticamente antirazzista.</p>



<p><strong>Redazione di Malanova</strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong><em>Note</em></strong></p>



<p>(1) <em>Calabria, proteste ad Amantea dopo l&#8217;arrivo di 13 dei 28 migranti positivi al coronavirus</em>, disponibile al seguente URL: <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2020/07/12/news/coronavirus_positivi_28_immigrati_sui_70_sbarcati_al_porto_di_roccella_jonica-261701548/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">https://www.repubblica.it/cronaca/2020/07/12/news/coronavirus_positivi_28_immigrati_sui_70_sbarcati_al_porto_di_roccella_jonica-261701548/</a></p>



<p>(2) <em>Analizzando le macerie. Riflessioni sparse sulla fase</em>, disponibile al seguente URL: <a href="http://www.malanova.info/2020/07/16/analizzando-le-macerie-riflessioni-sparse-sulla-fase/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">http://www.malanova.info/2020/07/16/analizzando-le-macerie-riflessioni-sparse-sulla-fase/</a></p>



<p>(3) <em>&#8216;Ndrangheta, assalto ai fondi Ue e all&#8217;affare migranti; 68 arresti. Coinvolti un sacerdote e il capo della Misericordia</em>, disponibile al seguente URL: <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">https://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/</a></p>



<p>(4) <em>Qu&#8217;est-ce-que l&#8217;integration?</em>, «Hommes et immigration», n. 1182, dicembre 1994</p>



<p>(5) <em>Integrazione</em>, «Corriere della Sera (La Lettura)», 31 dicembre 2016</p>
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		<title>THEY CAN&#8217;T BREATHE TOO</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2020 14:22:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CARCERE E REPRESSIONE]]></category>
		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sandra BERARDI* Si chiamavano Artur, Salvatore, Ghazi, Haitem, Hafedeh, Ben Mesmia, Alì, Agrebi, Ariel, Rouan, Marco, Carlo Samir, Ante. A differenza di George Floyd, barbaramente assassinato da un poliziotto a Minneapolis, non abbiamo (o forse non avremo mai) riprese video di come siano morti, degli ultimi minuti, degli ultimi respiri delle loro vite. Non sappiamo [&#8230;]</p>
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<p>Sandra BERARDI*</p>



<p>Si chiamavano Artur, Salvatore, Ghazi, Haitem, Hafedeh, Ben Mesmia, Alì, Agrebi, Ariel, Rouan, Marco, Carlo Samir, Ante. A differenza di George Floyd, barbaramente assassinato da un poliziotto a Minneapolis, non abbiamo (o forse non avremo mai) riprese video di come siano morti, degli ultimi minuti, degli ultimi respiri delle loro vite. Non sappiamo e forse non sapremo mai se sia stato un ginocchio sul collo o una scarica di calci, pugni, manganellate o altre sevizie ad ucciderli; ma possiamo immaginare che abbiano implorato il loro/i loro aguzzino/i di smettere, di non ucciderli; possiamo immaginare lo stesso terrore che abbiamo potuto vedere sul volto di George Floyd, attraversare i loro volti; possiamo immaginare che anche loro, negli ultimi istanti prima di morire, non riuscissero più a respirare. Eppure sono morti nel silenzio pressoché totale. Peggio della loro morte, per certi aspetti, è l&#8217;indifferenza generale che li ha avvolti e, un minuto dopo, già dimenticati. La “società dei selfie” in questo caso, per questi morti, non ha avuto, e forse non avrà, una immagine da esibire sui social a testimoniare la propria fugace indignazione. Meglio indignarsi per gli “altrui” morti ed esaltarsi per l&#8217;esplosione dell&#8217;altrui rabbia che mettere in discussione quanto avviene in casa propria! Troppa fatica per una storia che, in assenza di immagini spendibili nelle dinamiche del consenso politico d&#8217;accatto, non avrebbe permesso la messa in campo di una “estetica del conflitto” e il conseguente pieno di like! Le dinamiche che si celano dietro la riuscita dei topic trend sono chiarissime: una immagine compassionevole e accattivante al punto giusto accompagnata da una frase ad effetto sull&#8217;argomento del giorno. Poco importa che il minuto dopo viene soppiantata da un altro argomento. Poco importa che per quel dato fatto non ci sarà mai chiarezza o giustizia, l&#8217;importante sarà aver fatto il pieno di like. Tra la società dei selfie, le immagini dei palazzi a fuoco di ieri hanno già offuscato quella di George Floyd soffocato dal ginocchio del poliziotto (<strong>mentre l&#8217;autopsia ufficiale, esattamente come per i 14 morti nostrani, già assolve il poliziotto affermando che </strong><strong>Floyd non è morto per asfissia o strangolamento!</strong><strong>).</strong><strong> </strong><strong>Immagini passate</strong> bypassando completamente la morte di un ragazzino di 19 anni sparato da un Suv in corsa per le strade di Detroit durante una delle tante manifestazioni che continuano a diffondersi in lungo e largo per le strade americane.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per la società dei selfie è difficile anche solo immaginare che dietro le morti di Artur, Salvatore, Ghazi, Haitem, Hafedeh, Ben Mesmia, Alì, Agrebi, Ariel, Rouan, Marco, Carlo Samir e Ante, ci siano state violenze e razzismo dettate da quello stesso suprematismo bianco e corporativo che in Italia, esattamente come negli Stati Uniti d&#8217;America, abbonda in diversi corpi di FF.OO..</p>



<p>Eppure basterebbe scorrere alcuni social di gruppi appartenenti alla polizia penitenziaria per averne conferma: all&#8217;abbondanza di aggettivi spregiativi e sessisti indirizzati generalmente ai detenuti e ai loro familiari, che non risparmiano neanche le associazioni e gli organismi di difesa e garanzia dei diritti dei detenuti, fanno da contrappunto aggettivi dal tono esplicitamente razzista nel momento in cui vengono rivolti specificatamente a detenuti migranti.</p>



<p>Una società che avrebbe dovuto, esattamente come a Minneapolis e nel resto degli Stati Uniti, scendere in piazza e chiedere conto di queste morti; interrogarsi, e interrogare il governo e l&#8217;amministrazione penitenziaria, sullo strano silenzio calato su ben 14 morti, “scaricati” dalla conta serale con un certificato di morte “per metadone e altro”. Certificato&nbsp; redatto prima ancora che l&#8217;autopsia venisse eseguita e che, guarda caso, molto velocemente confermerà la morte per metadone; esattamente come il risultato autoptico di George Floyd che nega l&#8217;evidente morte per soffocamento. 14 morti sui quali è stata taciuta per quasi due settimane identità e nazionalità in attesa, forse, che si “calmassero” le acque e poter fornire l&#8217;alibi del metadone a quella che potrebbe essere ricordata, se ci fosse la volontà collettiva di indignarsi e ricercare “verità e giustizia” anche per loro &#8211; morti e occultati nelle mani dello stato italiano, come una&nbsp; vera e propria strage di detenuti su base etnica avvenuta tra l&#8217;8 e il 10 marzo nelle carceri di Modena, Bologna e Rieti.</p>



<p>Ma forse è chiedere troppo ad una società la cui indignazione corre sui social al tempo di un like. </p>



<p><strong>Yairaiha Onlus</strong>     </p>
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		<title>DA SALVINI NON NASCE NIENTE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/01/10/da-salvini-non-nasce-niente/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 13:27:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi Salvini sarà a Rende per una comparsata flash promossa dalla Coldiretti. L&#8217;ex presidente e volto noto dell&#8217;associazione Pietro Molinaro è, infatti, candidato con la Lega. Conoscendo il soggetto non ci meravigliamo più di tanto. Migliaia di cosentini e cosentine hanno già dimostrato qualche mese fa che Salvini e la Lega sono e saranno sempre [&#8230;]</p>
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<p>Oggi Salvini sarà a Rende per una comparsata flash promossa dalla Coldiretti. L&#8217;ex presidente e volto noto dell&#8217;associazione Pietro Molinaro è, infatti, candidato con la Lega. Conoscendo il soggetto non ci meravigliamo più di tanto. Migliaia di cosentini e cosentine hanno già dimostrato qualche mese fa che Salvini e la Lega sono e saranno sempre un corpo estraneo a questo territorio. Abbiamo tutti ben in mente la storia e le battaglie politiche contro il Sud della Lega Nord. Oggi in Calabria Salvini verrà a parlare di cambiamento con accanto i vecchi arnesi della malapolitica calabrese sperando qualcuno gli creda. Ma, a queste latitudini, per lui diventa sempre più difficile. Il suo partito e le sue idee non hanno alcun radicamento nel nostro territorio. Si tratta solo di interessi, giochi di potere, opportunismo. Una campagna elettorale a colpi di slogan e clientele. La sua, come quella di tutti quei soggetti, da sinistra a destra, che hanno ridotto in brandelli questa regione, nel corso degli ultimi decenni. Perché Salvini è solo la faccia più farsesca di un dramma i cui attori sono molti di più. Perché, lo stiamo sperimentando da tempo, sulla nostra pelle, dai Salvini, da quelli come lui non può nascere niente di buono. E, oggi, il leader della Lega, dopo essere stato &#8220;stutatu&#8221; da un fiume di cosentini e cosentine, non merita niente di più che il dileggio e tutta la nostra schifata ironia.<br>La Calabria non si Lega</p>



<p>Foto di Giacomo Greco</p>
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		<title>COSENZA VECCHIA 1989: MATTEO SALVINI È UN NEMICO DEGLI ULTRÀ.</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/09/20/cosenza-vecchia-1989-matteo-salvini-e-un-nemico-degli-ultra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2019 11:49:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosenza Vecchia 1989, in occasione della visita dell’ex ministro dell’Interno a Cosenza ritiene doveroso manifestare il proprio dissenso nei confronti di chi ha progettato e attuato l’ennesimo attacco al movimento ultrà.Il decreto sicurezza bis è la legge-vergogna che ha come obbiettivo la violazione della libertà e la criminalizzazione del tifo organizzato e di chi manifesti [&#8230;]</p>
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<p><br>Cosenza Vecchia 1989, in occasione della visita dell’ex ministro dell’Interno a Cosenza ritiene doveroso manifestare il proprio dissenso nei confronti di chi ha progettato e attuato l’ennesimo attacco al movimento ultrà.<br>Il decreto sicurezza bis è la legge-vergogna che ha come obbiettivo la violazione della libertà e la criminalizzazione del tifo organizzato e di chi manifesti dissenso.<br>I valori sui quali abbiamo costruito la nostra trentennale storia ci impongono di far ascoltare la nostra voce a chi vorrebbe la morte del movimento ultrà, ignorando l’importanza e il ruolo sociale che svolgono per le strade e nei quartieri gruppi come il nostro.<br>Tra gli ideali irrinunciabili del nostro gruppo c&#8217;è l’antirazzismo, valore che il precedente governo, nella persona del segretario della Lega Nord, ha calpestato impunemente generando inutile allarme sociale.<br>Il 24 settembre saremo nelle strade del nostro quartiere a manifestare insieme alle associazioni, ai tanti liberi cittadini ed agli ultrà che come noi sentiranno la necessità di esserci.<br>Per la nostra libertà, per la nostra città.</p>



<p style="text-align:left"><strong>CSV 1989 OLD DRUNKARDS &#8211; DA TRENT’ANNI CON L’OROGOGLIO DI CHI NON CONOSCE RESA </strong></p>
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		<title>L&#8217;ABBANDONO DEI RIFIUTI PER STRADA E&#8217; UN FENOMENO CHE NON HA ETNIA NE&#8217; CLASSE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/09/02/labbandono-dei-rifiuti-per-strada-e-un-fenomeno-che-non-ha-etnia-ne-classe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Sep 2019 09:38:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tutela dell&#8217;ambiente e il rispetto per le persone non hanno nessuna connotazione etnica ma rammarica dover leggere sulla stampa come la frustrazione di alcuni cittadini del quartiere Ciccarello venga riproposta, senza alcuna esitazione, con toni di tipo razziale. È ben comprensibile il malcontento delle persone che vivono a Reggio, in&#160; zone sommerse dai rifiuti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La tutela dell&#8217;ambiente e il
rispetto per le persone non hanno nessuna connotazione etnica ma rammarica
dover leggere sulla stampa come la frustrazione di alcuni cittadini del
quartiere Ciccarello venga riproposta, senza alcuna esitazione, con toni di tipo
razziale. </p>



<p>È ben comprensibile il malcontento
delle persone che vivono a Reggio, in&nbsp;
zone sommerse dai rifiuti e dall&#8217;assenza delle piú elementari regole del
vivere civile, ma dare una spiegazione etnica, additando solo un gruppo di
cittadini,&nbsp; come la causa di ogni male è
fuorviante, quanto inutile. </p>



<p>L&#8217;abbandono dei rifiuti per strada
è un fenomeno che non ha etnia né classe sociale ma soprattutto colpisce la
salute di tutti, indistintamente. È un
fatto molto grave che si verifica in tutti i quartieri della città ad opera di
moltissimi cittadini, appartenenti a tutti i gruppi sociali e non ad uno
solo.&nbsp; </p>



<p>Nell’area della baraccopoli dell’ex
Polveriera di Ciccarello, poco meno di 20 famiglie convivono con rifiuti di
ogni tipo, soprattutto prodotti dalla demolizione delle baracche operata&nbsp; dal Comune . Sono soprattutto queste
famiglie, insieme&nbsp; alle associazioni
dell&#8217;Osservatorio sul disagio abitativo, a denunciare e a pretendere una
bonifica del territorio, insieme alla sistemazione abitativa delle stesse famiglie.</p>



<p>Non c&#8217;è alcun dubbio che il
conflitto su basi etniche non sia utile a risolvere il problema comune del
deturpamento ambientale e del disagio sociale, ma serve ad alimentarlo
ulteriormente e a nascondere la gran parte
delle responsabilità.&nbsp; </p>



<p>La collaborazione per la diffusione
del senso del bene comune che non implichi l&#8217;odio per categorie sociali o
etniche, insieme alle lotte per la trasparenza e la giustizia sociale,
garantirebbero, di certo, un miglioramento socio-ambientale per tutti. </p>



<p><strong>Reggio&nbsp; Calabria,&nbsp; 30 agosto &nbsp;2019 </strong></p>



<p>Osservatorio
sul disagio abitativo</p>



<p>Un
Mondo Di Mondi&nbsp; –Cristina Delfino –
Giacomo Marino</p>



<p>CSOA&nbsp; Angelina&nbsp;&nbsp;
Cartella </p>



<p>Società
dei Territorialisti/e Onlus </p>



<p>Centro
Sociale Nuvola Rossa</p>



<p>Comitato
Solidarietà Migranti </p>



<p>Reggio
Non Tace </p>



<p>Collettiva
AutonoMia</p>
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