LUCANO, GIUSTIZIA È FATTA!

Un’altra volta, siamo tutti Mimmo Lucano. Ieri palestinesi, ieri l’altro curdi, domani zapatisti, stamane LGBTQ+, ma oggi ci caleremo la maschera del primo cittadino riacese condannato a 13 anni di reclusione.

La maschera sì, perché Mimmo pagherà (speriamo di no) sulla sua pelle il tentativo di rendere più umano il sistema ministeriale dei Cas e degli Sprar. I fans di Lucano, al contrario, faranno l’ennesima manifestazione di solidarietà, acquisteranno l’ennesima maglietta e poi torneranno alle loro case, pensando alle loro cose.

Il termine più (ab)usato nei facili articoli di solidarietà è “ingiustizia”. No, non si tratta di ingiustizia: questo è il vero volto della giustizia di sistema. Parlare di ingiustizia significa porsi dalla visuale dei potenti. Il sistema va bene, la legge ci tutela, i magistrati sono i nostri campioni insieme agli avvocati, la polizia e i carabinieri. Quante volte nelle terre desolate del reggino il commento più facile dei sinistri è stato: “ci vorrebbe l’esercito”? Quanti magistrati antimafia, antifrodi, anticasta, la sinistra ha candidato negli ultimi anni?

Nessuno più del procuratore Gratteri oggi è icona eroica di tutela degli ultimi e dei tartassati. La ricetta: mettere in galera il malfattore per innumerevoli anni. Seguendo una tale dottrina, nata da “mani pulite”, poi usata per combattere Berlusconi e infine cavalcata dai pentastellati, oggi Lucano dovrebbe lasciare la campagna elettorale. Solo persone senza pesi nel casellario giudiziale possono cimentarsi nell’agone politico. Ovviamente tale regola vale solo per i nemici, per gli amici scattano le attenuanti.

Dicevamo: giustizia è fatta! Ma ogni volta il sinistro cade dalle nuvole. È convinto che il sistema sia sostanzialmente buono. Il sinistro è divenuto semplicemente e convintamente riformista. Basta mettere le persone giuste al posto giusto, votare persone oneste in luogo di quelle disoneste, ragazzotti inediti al posto dei vecchi maneggioni e la rivoluzione è fatta! Sì, perché di rivoluzione parlano.

I tredici anni inferti a Mimmo Lucano non rappresentano un’ingiustizia, una svista dei giudici, un errore di sistema; rappresentano in pieno la giustizia così come è voluta dalle classi dominanti. La legge non è più quella scritta da Dio su tavole di pietra o quella che la supera dopo Cristo perché incisa, secondo San Paolo, direttamente nei cuori, grazie allo spirito. La legge non è, se lo fosse mai stata, un corpus di regole oggettive che basta applicare per ottenere la felicità. La legge, in un mondo secolarizzato, in uno stato laico, è il frutto dei ragionamenti di chi la pensa; è il frutto, come tutta la società, di rapporti di forza.

La legge è fatta dalla classe egemone, dai potenti del momento, che scrivono i vari codici a loro uso e consumo. Cosa interessa alla legge che Lucano abbia inscenato matrimoni fittizi solo per aiutare un migrante a rimanere in Italia e non essere espulso? Cosa interessa alla legge che Lucano abbia assegnato a cooperative locali il sistema di raccolta di rifiuti per sottrarlo al bando che avrebbe consegnato il servizio a qualche grande azienda molto probabilmente prestanome di qualche ‘ndranghetista di spicco? Di contro, Lucano ha fatto l’errore di pensare che il sistema si possa cambiare dall’interno, che la legge possa essere forzata anche senza avere dietro di noi una coscienza diffusa e di massa, che la rivoluzione possa avvenire per un moto individuale spontaneo di spirito. Appunto, basta uno spirito buono, una persona dalle mani pulite, un cuore solidale, per cambiare le cose. Certo, nel piccolo, questo può anche avvenire ma per tempi brevi e in territori circoscritti. A Riace molti cittadini hanno trovato lavoro sfruttando le pieghe delle leggi sull’accoglienza e molti migranti hanno trovato per qualche tempo un luogo accogliente e vivibile. Ma il modello non è riuscito a consolidarsi, non si è fatto sistema (e come poteva diventarlo?), non si è incarnato localmente ancor prima che ad altre latitudini.

Oltre la caparbietà dell’ex sindaco di Riace, quanti suoi fans dalle magliette rosse serigrafate con il viso di Che Guevara, una volta tornati a casa dall’ennesima manifestazione a sostegno di Lucano, hanno dichiarata guerra ai potentati locali nel nome della giustizia sociale, della solidarietà e contro il razzismo e il progetto coloniale che lo accompagna? In quanti hanno messo in discussione le forme del controllo sociale che si esercita attraverso l’accoglienza di Stato, anche quella più “umana”? Quanti oggi insieme a Lucano spartiscono denunce e anni di galera?

La realtà virtuale è una bella cosa se saputa usare, ma diventa “oppio dei popoli” se si pensa che l’onda dei post di sconcerto per la sentenza siano realtà concreta e verificabile nei territori. No, Mimmo Lucano oggi non è in compagnia dei tanti che scrivono “complice”, “solidale”, “io sono con Mimmo”! Mimmo Lucano è rimasto solo con la sua battaglia che non ha trovato ulteriori riproduzioni perché, in tutta evidenza, irriproducibile. A Riace ha vinto la Lega e tutto si è smontato quando l’afflusso dei denari ministeriali si è fermato.

Per bloccare la prevaricazione della giustizia di classe non basta volerlo fortemente, non basta indignarsi sui social, rimanere scioccati di fronte alla richiesta di 13 anni di galera. Bisogna che nascano tanti esperimenti territoriali, strada per strada, quartiere per quartiere, città per città, connessi da un pensiero rivoluzionario che guardi al diritto, all’economia e alla politica da un’altra prospettiva, quella di classe. Senza teoria e senza pratica generate nel conflitto non è dato nessun cambiamento sistemico. No, non è stata fatta un’ingiustizia: è stata applicata la giustizia della classe egemone. Per bloccarla non basta sperare in un magistrato più umano nel secondo grado di giudizio (certo speriamo che ci sia!). Per bloccarla bisogna essere in tanti, avere una nuova coscienza dello stato presente delle cose, dotarsi di un nuovo sguardo di parte capace di generare le energie necessarie per ribaltarlo, non per riformarlo. E questa cosa non parte dalla cabina elettorale, né tantomeno da progetti di accoglienza ministeriali, ma dalla strada, dalla vita, dalla conflittualità dentro le condizioni materiali di subalternità.

Come dice De Magistris in queste ore, citando Borsellino, la rivoluzione si fa con una matita nelle urne! Purtroppo non è così, caro Luigi. La rivoluzione non passa dalle urne ma deve essere praticata tra le masse, nelle strade e nei quartieri delle nostre città! Non occorre un salvatore della patria, ma una controsoggettività reale, di massa e rivoluzionaria che renderà del tutto superfluo il passaggio elettorale perché reso insignificante dall’eccedenza di classe. Fino ad allora il ripiegamento sarà sempre su un buonismo di maniera, su una solidarietà senza conflitto e su un finto riformismo che porti al governo il meno peggio, il meno ladro o qualche anima bella.

La redazione di Malanova

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