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LA SPERANZA È L’ULTIMA A MORIRE: GOVERNARE LO STATO D’EMERGENZA

Eravamo in piena pandemia, una minaccia oscura si affacciava nel nord-est del paese con i primi casi accertati. Il panico, le immagini dell’esercito schierato a Bergamo per movimentare con i camion militari le innumerevoli bare che ingombravano vaste aree degli edifici sanitari. Le schede quotidiane che intasavano l’informazione di massa con il numero quotidiano dei nuovi contagiati, dei guariti e soprattutto dei morti.

Siamo nel gennaio 2020 quando il Consiglio dei Ministri decreta lo stato di emergenza sanitario nazionale proprio a causa della diffusione di un virus sconosciuto che cominciava ad essere segnalato in Occidente, in particolar modo in Italia, dopo che da tempo imperversava in Cina.

È del 22 febbraio il provvedimento del Consiglio dei Ministri riguardante le misure di contenimento di quella che sarà definita come una pandemia mondiale, provvedimento che prevedeva restrizioni alle libertà con l’istituzione di una prima “zona rossa” a Codogno, zona che poi si estese a tutto il territorio nazionale, inaugurando il famoso periodo di lockdown che ci ha visti chiusi in casa con la libertà di circolare solo previa attestazione delle motivazioni e con tanto di mascherine. L’eccezione diventava rapidamente realtà che si trasformava in uno scenario distopico che solo la fantasia di un eccelso romanziere avrebbe potuto tratteggiare.

Era il tempo del governo Conte II, seguito da quello Draghi e non poteva esserci ministro più azzeccato, in una fase di così grande tragedia e depressione, del Ministro Speranza che almeno nel cognome alleggeriva e rincuorava gli animi degli italiani. Ma si sa, chi di Speranza vive disperato muore! Con il Decreto del Capo Dipartimento della Protezione Civile n. 371 del 5 febbraio 2020 si è istituito il Comitato Tecnico-Scientifico “con competenza di consulenza e supporto alle attività di coordinamento per il superamento dell’emergenza epidemiologica dovuta alla diffusione del Coronavirus”:

Dobbiamo assumere una decisione senza precedenti. Il Coronavirus circola ufficialmente in Italia da quasi un mese e i numeri del contagio continuano a crescere. Una persona è morta. Le ordinanze del ministero della Salute, firmate anche dai governatori delle Regioni, sono molto forti, ma stavolta si tratta di blindare con le forze dell’ordine intere aree del Paese, c’è bisogno di una scelta collegiale del Consiglio dei ministri. Non è una decisione che possiamo prendere a cuor leggero. Non è mai stata presa, nella storia repubblicana. […] Limitare la libertà di movimento dei cittadini, inviare l’esercito a controllare che le chiusure siano rispettate. La tutela del diritto alla salute, riconosciuto dall’articolo 32 della Costituzione, può portarci a restringere altri diritti fondamentali, garantiti dalla stessa Costituzione? […] Ma dirò anche chiaramente che, alla fine, la responsabilità è nostra. È della politica[1].

Nello stesso testo, il Ministro Speranza sottolinea come ci si trovava in una situazione emergenziale, eccezionale, di cui non c’erano altre esperienze nei paesi occidentali. L’unica altra risposta era stata data dal governo Cinese attraverso un lockdown severo e generalizzato ma questa esperienza era giudicata con sospetto provenendo da un paese “totalitario”. Siamo in pieno stato di eccezione, non esiste una guida, scrive il Ministro, non ci sono leggi già applicabili. La politica deve decidere in questo stato di eccezione e giudicare se il diritto alla tutela della salute è prevalente su tutti gli altri diritti. Si possono sospendere tutte le libertà costituzionali a partire dall’art. 32 della Costituzione? Chi lo decide?

La risposta del Ministro è chiara: la responsabilità è della politica. Una risposta un po’ evanescente. Chi è la politica? Quale il soggetto decisore in uno stato d’eccezione? Il Presidente della Repubblica come garante della Costituzione Repubblicana? Il Consiglio dei Ministri? Il Ministro della Salute? Ai più è parso chiaro che il decisore politico, in questa fase di chiara matrice teologico-politica, ha posto fede nel principio scientifico, ha riposto la sua fiducia nei tecnici diffidando di se stesso, anzi facendosi legittimare da un Comitato Tecnico-Scientifico. Un Comitato non eletto ma incaricato dalla politica, legittimato e forte a causa della sua natura tecnica. Ma in un sistema che si basa sulla logica della rappresentanza (anche questo un principio teologico-politico), in un sistema che si dice democratico perché basato sul sistema elettorale e quindi sulla delega popolare alla politica, come si giustifica questo potere ‘eccezionale’ conferito ad un Comitato non eletto e quindi non rappresentativo della delega popolare? Al di là del tecnicismo giuridico per cui si dirà che il CTS è semplicemente un organo consultivo del decisore politico, nell’opinione pubblica il discorso burocratico-legislativo sembra quasi rovesciarsi. Il Consiglio dei Ministri traduce in Decreti le opinioni tecniche del CTS. Questo nell’immaginario pubblico è stato il vero centro decisionale, il vero luogo della sovranità in questo stato d’eccezione in cui la democrazia italiana è piombata. 

La “tecnica” appannaggio esclusivo dei “tecnici” diventa dunque il vero luogo della sovranità “democratica”. Per questo l’espressione del Ministro Speranza, “che, alla fine, la responsabilità è nostra”. È della politica!”, assume un colorito ancora più fanciullesco, semplificatorio. Del resto lo stesso Ministro sarà riconfermato anche nel governo successivo, quello del tecnico Draghi, professore, economista, banchiere centrale, chiamato proprio in quanto tecnico a decidere in un altro frangente di crisi, in un altro stato d’eccezione che come afferma Benjamin, è in realtà un’eccezionalità tutt’altro che eccezionale. Lo stato d’eccezione diventa la norma della sovranità: La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato d’eccezione’ in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo[2].

La prima misura unica nazionale è la più difficile. Quella relativa alle scuole. I nostri scienziati hanno indicato quattro grandi aree relazionali che possono favorire il contagio: la famiglia, le attività lavorative, le relazioni di comunità e la scuola. Sono i quattro poli tra i quali si svolge la vita di ciascun individuo. Bisogna ridurre il rischio che al loro interno si favorisca la diffusione del virus, ma farlo non è facile come dirlo. Si tratta di intervenire nella gestione della quotidianità delle persone, nelle loro relazioni e nei loro sentimenti. Il cambiamento che imporremo alle abitudini di tutti stravolgerà la vita di ciascun cittadino. […] I famosi quindici giorni che annunceremo inizialmente come tempo di chiusura [delle scuole ndr], e che saranno poi l’orizzonte della maggior parte delle misure, hanno un criterio scientifico: è un tempo misurato sulla fase di incubazione del virus e quindi sulla possibilità di verificare l’efficacia di ciò che stiamo facendo[3].

Scienziati, scienza, scientifico, sono state le parole più utilizzate in quella fase convulsa dell’eccezione fattasi Stato. I talk show non erano più popolati da soubrette e attori ma dalla popolare figura dell’epidemiologo, vari primari e medici, spesso neanche specializzati, che nei loro rassicuranti camici e con la mascherina leggermente scostata vaticinavano sulle fasi presenti e future della pandemia. Non importa se spesso gli scienziati fossero in disaccordo sulle misure da seguire. Anzi, tutto ciò era utile per creare, come nella miglior tradizione calcistica, una tifoseria da stadio pro Montagnier, Burioni o Crisanti, fazioni popolate da miriadi di virologi del web formatisi nella “scuola della strada” e che lavorano “presso sé stessi”. Tutti, chi in un modo, chi in un altro, ad ergersi a veri paladini della vera scienza!

Se volessimo, quindi, sintetizzare i pilastri metafisico-teologici che stanno alla base della nostra fase storica non potremmo non considerare come centrale una certa idea di messianismo che ribalta il panorama apocalittico (inteso nel suo valore etimologico di rivelazione) da distopico ad utopico. La fine del mondo in realtà si ribalta agli occhi dei contemporanei in un rinnovamento della storia, un continuo miglioramento della vita, un progresso lineare garantito dalla scienza che si traduce in tecnica, processo taumaturgico che garantirà escatologicamente la salvezza dalle pandemie, dall’inquinamento, dalle guerre, dalle malattie.

Non ci sono dubbi. Guariremo[4].  Afferma l’ex Ministro Speranza come incipit al libro da cui stiamo traendo le testimonianze per approfondire il tema dello stato d’eccezione in questo breve intermezzo. Un nuovo Principio Speranza, potremmo definirlo, che bene immortala il sentimento di fede e affidamento dell’uomo contemporaneo rispetto ai concetti teologico-politici secolarizzati come quello dell’eschaton, dell’apocalisse, della soteriologia.  

Ma rimanendo all’oggetto del presente articolo, dietro i pilastri metafisico-teologici che stanno alla base della nostra fase storica si celano i veri decisori della storia. La metafisica “struttura” la realtà attuale mistificandola in una utopica “sovrastruttura”. La politica si trasforma in amministrazione, gestione; la sovranità è occupata dal decisionismo tecno-scientifico. Non è più tempo di pensieri forti capaci di colorare la storia di rosso, di bianco o di nero. Non esistono più le ideologie travestite da diversi approcci politico-teologici-filosofici. Esiste solo la realtà, ci dicono i decisori occulti, interpretata dalla scienza e gestita dalla tecnica. Non è più tempo di rivoluzione, progressista o conservatrice che sia. La platonica repubblica dei filosofi si invera nella contemporanea dittatura degli scienziati, non importa se ispirati dagli interessi più alti della ricerca della verità o semplicemente al soldo delle forti multinazionali del farmaco, degli armamenti o dell’informatica.

Chi governa dunque lo stato di emergenza? Dove risiede la sovranità in questo nostro strano modello di democrazia?

Note: 

[1] R. Speranza, Perché guariremo, Milano, Feltrinelli, 2020, pp. 20-21.

[2] W. Benjamin, Sul concetto di storia, op. cit., p. 486.

[3] R. Speranza, Perché guariremo, Milano, Feltrinelli, 2020, pp. 94-97.

[4] Ibidem, p. 1

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