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INFLAZIONE: OVVERO QUANDO LA RAZIONALITÀ DEL MERCATO ELIMINA I PIÙ DEBOLI (I)

Introduzione

L’inflazione è un problema che affligge la vita quotidiana, erodendo la capacità di spesa delle persone[1]. Pur essendo, da manuale, una questione generalmente risolvibile con le leve della politica macroeconomica, questa espleta il suo influsso a livello microeconomico, andando cioè ad influire sugli equilibri tra domanda e offerta di beni e servizi. Rispetto ai fenomeni inflattivi degli anni ‘80 e ‘90 oggi le leve per arginare il problema a livello europeo, non sono in mano ai singoli stati ma sono demandate alle scelte della BCE. Questo aspetto non è secondario all’interno di un consesso economico a velocità multiple. Ma cos’è in parole semplici l’inflazione? Il fenomeno si presenta, in estrema sintesi, come un generalizzato e costante aumento dei prezzi di beni e servizi. Se è quindi relativamente semplice comprenderne gli effetti, è invece alquanto complicato definirne le cause, soprattutto in una società complessa come la nostra. In queste pagine, senza scendere troppo nei tecnicismi, tenteremo una disamina dei principali fattori che, dal nostro punto di vista, determinano l’inflazione.

Cominceremo la trattazione esaminando ciò che accadde immediatamente dopo il lock-down per descrivere una sorta di linea temporale del recente cambiamento dei prezzi di alcuni prodotti. Cercheremo poi di analizzare un processo che viene da un po’ più lontano e che ha visto un innalzamento dei costi energetici, già prima della pandemia, e come poi l’effetto combinato di questi fattori sia stato, almeno a livello europeo, moltiplicato dal conflitto scatenatosi in Ucraina. Un commento a parte, ma significativo, è destinato alla speculazione (parte che sarà trattata nella seconda uscita relativa a questo pezzo) e alle modalità che le industrie e i fornitori di beni e servizi impiegano per deviare i costi scaricandoli sui cosiddetti “utenti finali”, cioè individui, nuclei familiari e utenti in genere.

Prima di addentrarci nella trattazione vera e propria è importante sottolineare alcuni punti chiave  del fenomeno inflattivo. Il primo è che l’inflazione è sempre presente ma a determinare preoccupazione è quanto crescono i prezzi in tempi troppo rapidi. Da qui gli obiettivi della BCE di riportare il tasso inflattivo attorno al 2% definito in qualche modo “fisiologico”. Il secondo punto è che l’aumento dei prezzi in qualche modo si autosostenta e tende a crescere in maniera più che proporzionale. Quando un’economia si trova una fase di inflazione elevata, la reazione da manuale è quella di evitare che si inneschi una spirale prezzi-salari, cioè che gli operatori economici finiscano con l’incorporare nei contratti delle proiezioni future riguardanti livelli inflattivi più consistenti, creando quindi un ciclo che si autoalimenta. Le “medicine” per curare il male le stiamo vedendo,  cioè interventi molto incisivi delle banche centrali (aumento del tasso di interesse)  dagli esiti indiscutibilmente recessivi.  Attualmente però il discorso sull’inflazione si concentra sul rapporto prezzi-profitti invece del “tradizionale”, rapporto fra prezzi e salari. In quanto i salari sono bassi e lo sono da troppo tempo. 

É chiaro che, dal nostro punto di vista, l’inflazione che si abbatte su un tessuto socio-economico già provato da una decennale fase di stagnazione crea non pochi problemi. A tal proposito prendiamo a prestito una definizione interessante che può fornire una cornice descrittiva alla fase che stiamo analizzando. L.H. Summers parafrasando Alvin Hansen, descrive la stagnazione secolare come “la tendenza cronica degli investimenti privati ad essere insufficienti ad assorbire il risparmio privato, la quale porta, in assenza di politiche straordinarie, a tassi di interesse estremamente bassi, inflazione inferiore a quella auspicabile e crescita economica lenta”[2]. Verrebbe immediatamente da chiedere come mai si parla di tasso di inflazione minore di quello auspicabile in un articolo nel quale si dovrebbe discutere dei problemi legati alla crescita repentina dei prezzi. La questione è che se si vuole tentare di spiegare qualcosa di complesso non ci si può abbandonare a spiegazioni semplicistiche o peggio banali. 

C’è bisogno di tenere in considerazione la fase attuale del sistema come prodotto di stati pregressi. E lo stato pregresso è descritto abbastanza adeguatamente da un elemento tutto sommato noto, ossia la sproporzione fra detentori di ricchezza e il livello di ricchezza pro capite. Quando all’indomani dello scoppio della bolla speculativa che ha dato origine alla big recession, urlando slogan in piazza si sosteneva che il 90% della ricchezza era detenuto dall’ 1% della popolazione non si stava esprimendo nulla di assurdo. Certo le ragioni del perché della sproporzione e le conseguenze di tale fenomeno erano lungi dal potersi esprimere in uno slogan ma oggi quelle conseguenze si possono toccare con mano. 

La contrazione degli investimenti spiega una pre-condizione alquanto paradossale, cioè una altissima liquidità presente nel circuito bancario e una scarsa propensione ad elargire credito, non solo ai piccoli risparmiatori ma anche alle imprese di cabotaggio medio e  medio piccolo, che nella maggior parte dei casi sono l’ossatura dei sistemi economici locali. Questo crea quella difficoltà di assorbimento del risparmio. Ma ancor peggio, crea una situazione di sostanziale “rigidità” del sistema nel rispondere a perturbazioni economiche. 

Senza l’accesso al credito in buona sostanza non c’è l’anticipo di capitale che innesca la produzione, ma esso funge anche da volano per le fasi negative, come prestito per estinguere debiti e sbloccare la produzione. Se il circuito si ferma o la moneta prende vie differenti, dettate dalla preferenza per l’estrazione di valore dall’economia finanziaria invece che da quella produttiva, il sistema si ritrova nel paradosso di cui sopra. Ossia molta ricchezza e liquidità circuitante solo in determinati canali e gestita da un numero ridotto di soggetti, nel contempo si indebolisce la cosiddetta economia reale fatta di produzione, vendita e consumo di merci, materie prime, beni durevoli o di prima necessità. 

Questo sbilanciamento rende il sistema instabile ed estremamente sensibile alle perturbazioni anche di piccola entità o su scala locale, figuriamoci una pandemia su scala globale con l’ interruzione di intere filiere produttive e il contraccolpo che questo può generare. La pandemia con tutte le sue conseguenze ha quindi chiarito quanto poco duttile e resiliente fosse il sistema. Senza accesso al credito sono bastati pochi mesi di lockdown per far chiudere battenti ad attività in equilibrio già precario. Il resto lo hanno fatto l’impennata dei costi energetici e la carenza di materie prime o semilavorati cruciali per determinate filiere produttive. 

C’è da dire che in Italia è stato assestato un colpo destabilizzante nel maldestro tentativo di rilanciare l’economia con gli incentivi per l’adeguamento energetico (il famoso superbonus 110%). Quel tentativo ha accelerato un iniziale aumento dei costi di servizi e beni strumentali aumentandone la domanda esattamente in una fase di contrazione del settore delle costruzioni. Abbiamo avuto un primo assaggio di shortage.

Post Lock-down e Shortage

Shortage è un termine col quale abbiamo nostro malgrado familiarizzato a ridosso della fase di lockdown, nulla di astruso solo un nome un po’ più “cool” per definire la penuria, piú o meno prolungata, di alcuni prodotti che ne caratterizza quindi l’aumento dei prezzi. Ma andiamo per ordine, rispolveriamo brevemente un po’ di concetti economici elementari. Uno shortage può essere causato o da una carenza produttiva (contrazione dell’offerta) o per un eccesso di domanda, l’esito è praticamente sovrapponibile, ossia i prezzi legati a quel determinato bene o gruppo di beni aumentano. Le possibili cause sono molto diverse, che in parte analizzeremo più avanti, ma il loro effetto é sempre l’aumento del prezzo finale di prodotti e lavorazioni.  Qual è quindi il meccanismo che sta dietro alla contrazione di offerta o al rapido innalzamento di domanda che fa lievitare il prezzo?

Quando lo shortage si determina come una minore disponibilità di determinati beni, nel momento in cui la domanda resta invariata ma la disponibilità diminuisce, per effetto del meccanismo stesso di formazione del prezzo (incontro fra curva di domanda e curva dell’offerta), questo aumenta. La velocità di lievitazione del prezzo dipende dalla velocità con la quale la disponibilità diminuisce o nel caso inverso con la velocità di crescita della domanda. Un esempio su tutte le mascherine ad inizio pandemia, non si trovavano e quelle poche che c’erano costavano uno sproposito (effetto combinato shortage più speculazione). 

L’effetto speculativo è un fattore determinante nel definire il prezzo nel momento di scarsità, possiamo immaginarlo un po’ come l’effetto mercato nero in periodo bellico, non si trovano i prodotti più elementari e quei pochi che girano hanno costi esorbitanti. La speculazione nella fase di shortage avviene attraverso il rallentamento dell’immissione dei beni nel circuito per farne aumentare i prezzi, trattenendo, ad esempio, la merce in deposito per tempi prolungati con l’effetto di una ridefinizione del prezzo reale. 

Il sistema produttivo globale

Chiariti i punti fondamentali del meccanismo di formazione del prezzo e di come questo vada sù e giù in funzione di fattori che influenzano tanto la domanda quanto l’offerta, ora possiamo concentrarci sulla complessità del nostro sistema produttivo il quale spesso genera da sé le fluttuazioni di prezzo in virtù della sua stessa complessità strutturale. Qui dobbiamo richiamare alcuni concetti chiave del sistema di integrazione globale cioè le Global Value Chains (GVCs) dette in italiano Catene di Valore Globali. Queste rappresentano la struttura produttiva così come oggi la conosciamo. 

Un esempio può chiarire la faccenda. Per produrre un paio di scarpe io divido il prodotto nelle sue componenti (suola, tomaia, tacco ecc.) cerco di capire dove mi conviene produrre (o acquistare) ogni singolo componente in termini di costo (costo che si compone  di lavoro, materie prime, energia, trasporti e leggi sulla salvaguardia ambientale). Quindi fatte le mie scelte decido di assemblare il prodotto e piazzarlo sul mercato ad un determinato prezzo che tenga conto del costo e del mio profitto. In estrema sintesi questo è il processo decisionale che influenza tutte le fasi produttive e l’allocazione di risorse lungo catene di valore che si dipanano in lungo e in largo per il pianeta. 

Questo dovrebbe far capire quanto la complessità della filiera produttiva renda un prodotto sensibile agli aumenti dei costi di trasporto che sono spesso intimamente legati al costo energia[3]. Quindi l’aumento di costi in filiera o anche solo un’interruzione nelle catene di approvvigionamento possono rendere un determinato bene estremamente più costoso o diminuire la sua disponibilità. Quando ad essere in carenza è una singola categoria di prodotto alcuni soggetti economici possono anche non accorgersi di nulla. Ma quando lo shortage diventa sistemico la questione cambia tanto a livello qualitativo quanto a livello quantitativo. 

Se la carenza interessa più prodotti chiave e/o più filiere produttive, riguardanti ad esempio beni di largo consumo e prima necessità, ovvero materie prime essenziali alla produzione, le cose cambiano e si assiste a quello che gli economisti anglo-americani chiamano “the snowball effect”. La pandemia ha imposto restrizioni e blocchi della produzione, ma ha anche generato panico da accaparramento di risorse, una manna per gli speculatori. Il problema dei problemi è che la pandemia ha lasciato a casa parecchia gente, ha accelerato alcuni processi di delocalizzazione e ha stimolato lo sviluppo di cicli produttivi automatizzati per limitare al minimo la presenza umana e reagire ai futuri lockdown in maniera più agile. Quindi ci ritroviamo a ragionare con la sovrapposizione di alcuni effetti. 

Aumento dei prezzi e disoccupazione vanno spesso a braccetto nelle crisi economiche, innescando un circolo vizioso rotto solo da interventi pubblici di tipo Keynesiano, con l’uso dell’indebitamento pubblico per stimolare la domanda. Nei casi di inflazione per surriscaldamento dell’economia in una fase espansiva che vede un incremento di produzione e aumento del reddito medio le scelte macroeconomiche sono di innalzamento dei tassi di interesse. L’innalzamento dei tassi dovrebbe avere effetti di raffreddamento dell’economia e contrastare l’impennata dei prezzi in special modo quando c’è una estrema tendenza a spendere. Non ci sembra che sia questo il caso, o meglio a spendere e spandere non sembra la classe media che invece nel corso degli ultimi tre decenni si è progressivamente impoverita. Quindi bisogna cercare di capire questa inflazione da dove arriva e se l’innalzamento dei tassi di interesse ha uno scopo più indirizzato ai mercati e all’economia finanziaria che alla produzione e alla cosiddetta economia reale.

Inflazione: come e perché

La nostra ipotesi è che l’attuale perturbazione inflattiva sia dovuta alla sovrapposizione di alcuni effetti particolari rintracciabili, tra gli altri, nell’influenza del settore finanziario su quello produttivo, quindi, non accidentali ma sistemici. Senza scendere troppo nel dettaglio, anche se consentirebbe una descrizione più accurata del fenomeno, possiamo dire che quota parte del mercato finanziario, cioè quello più comunemente legato alle azioni societarie (quindi teniamo fuori azioni e prodotti finanziari legati all’andamento di beni o scommesse sul futuro valore di alcuni titoli), è come ovvio che sia, legato alle performances delle aziende quotate in borsa. In estrema sintesi maggiore è il fatturato maggiore sarà il valore del titolo. 

Bene, fin qui nulla di anomalo è così dai tempi di J.D. Rockefeller e J.P.Morgan, ma da qualche decennio i guadagni non sono più strettamente legati a quello che si produce, ma a come e dove si produce. In estrema sintesi uno dei fattori principali che determinano le buone performance di un’impresa quindi del suo titolo azionario è il vantaggio competitivo, molto spesso inteso nel senso più banale ossia produrre a minori costi per guadagnare di più[4]. Ciò implica di andare a rintracciare aree geografiche nelle quali la produzione ha costi minori (lavoro, accesso alle materie prime, minori imposte ecc.) il che comporta di dover coordinare la produzione e trasportare merci da un capo all’altro del globo. Il processo di integrazione globale, favorito dall’implementazione delle reti di comunicazione ha fatto sì che ciò che viene prodotto in un dato contesto geografico può anche non finire nel mercato locale ma viene esportato in toto verso altre mete. Questo punto è cruciale per capire fino in fondo quali sono i fattori al contorno che possono indurre aumento di costi. 

Questa premessa, si è resa necessaria per inquadrare il problema nei suoi punti cruciali. Quindi abbiamo una produzione sparsa per il globo, la quale necessita di un circuito di distribuzione complesso che influisce non poco sui costi. Fino a qualche anno addietro il processo di produzione-vendita-consumo ammette dei tempi di stoccaggio delle merci, un sistema oggi definito obsoleto in quanto prevedeva le scorte di magazzino. Il problema con lo “storage” sono i costi di gestione, un magazzino ha dei costi fissi che i buoni imprenditori preferiscono non pagare, in primis quelli dei magazzinieri. Quindi negli ultimi vent’anni le strategie si sono orientate verso il “just in time”, ossia accelero o freno la produzione in funzione della domanda. In questo i contratti precari assolvono al loro reale compito, ossia quello di assumere per tempi brevi solo quando serve. Teniamo conto che precarietà vuol dire incertezza, redditi mediamente più bassi e una certa propensione al risparmio, tutta roba che fa a cazzotti con la crescita di domanda di beni e servizi e ben lungi dal riscaldare l’economia.

Tornando alla produzione, possiamo aggiungere che le scorte di magazzino avevano un indubbio vantaggio, fare da volano per flessioni improvvise di prodotto. Se il prezzo di un bene sale ma ne abbiamo in magazzino una certa quantità non possiamo (legalmente almeno) alzare il prezzo di un prodotto già acquistato, ma sostanzialmente la scorta impedisce che da un giorno all’altro quel determinato bene non sia più disponibile. Quindi rallentando gli effetti della perturbazione inflattiva nel caso di aumenti dei prezzi al consumo. Ora cerchiamo di mettere in ordine un po’ dei dati che abbiamo fin qui esposto, e otteniamo una bella fila di tasselli che, caduto il primo innesca un effetto a cascata (il famoso snowball effect di cui sopra).

Note

[1] La soglia di inflazione non è un dato fisso o fisiologico, dipende dalle condizioni del sistema in cui si opera, dal momento che è in un certo qual modo connessa con il tasso di occupazione, il reddito medio, il risparmio e l’accesso al credito, tutti fattori che ammortizzano gli effetti inflattivi fornendo una sorta di margine o soglia di sopportazione al rialzo dei prezzi nel breve periodo.

[2] Cfr. Rachel and Summers, “On secular stagnation in the industrialized world”, NBER Working Paper No. 26198 August 2019 JEL No. E43,E44,E50,E60,F41

[3] Per approfondire vedasi la correlazione fra Ipp (Indice prezzi di produzione) e Ipc (indice dei prezzi al consumo) nel caso di un aumento del solo Ipc siamo davanti ad un rincaro solitamente indotto da un eccesso di domanda o da un rialzo della ricchezza disponibile (salari più alti) se ad aumentare è l’Hpv abbiamo a che fare con aumento dei costi di produzione o materie base. Molto spesso le differenze non sono così nette e semplici. L’inflazione con la quale abbiamo a che fare oggi (2023) è principalmente causata dall’aumento dei prezzi indotti dall’aumento dei costi di produzione e costi di materie prime o componenti base.

[4] Per una trattazione più completa si rimanda al concetto di vantaggio competitivo e Global Value Chain analysis.

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