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QUAL È IL PUNTO

Condividiamo una nostra breve riflessione a partire dall’invito, lanciato dalle pagine di «Machina», da Gigi Roggero attraverso un recente articolo dal titolo Facciamo il punto con l’intento – anche per noi necessario – di aprire un dibattito intorno al significato che oggi può assumere l’organizzazione di una nuova resistenza.

Il contributo è stato pubblicato su Machina.

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La prima constatazione è che negli ultimi quattro lustri si sta affacciando un nugolo di iniziative, percorsi e pratiche che spesso si rifanno a tendenze più o meno locali o internazionali, le quali sovente e ciclicamente si addensano in tentativi di realizzare micro o macro contenitori. Stagionalmente si assiste al lancio di campagne mediatiche, percorsi ecc. spesso in controfase rispetto alle emergenze, spesso in sincrono con le scadenze elettorali, quasi mai però centrando il delicato e complesso punto analitico sulla fase.

La seconda, e forse la meno scontata ma la più interessante, è che recentemente cominciano a fare capolino alcuni ragionamenti che sembrano porre sotto la lente della critica il passato più o meno recente della storia del movimento antagonista. Non possiamo che condividere tutto il percorso di messa in discussione del valore attuale di esperienze storiche come i centri sociali, il mutualismo, la cooperazione. Il problema di queste esperienze è che dallo slancio profetico iniziale si sono accomodate in una routine autoassolutoria.

È così per tutte le cose umane, ci si accontenta; di fronte alle difficoltà e alle sconfitte si prova a tesaurizzare il poco o il molto che si è riuscito a fare. Tutte le esperienze, dai social forum ai centri sociali, dai gruppi d’acquisto solidale al mutualismo, passando per gli appuntamenti fissi dell’«autunno caldo», rischiano di perdere il loro senso se da grido contro il sistema diventano esse stesse piccole costellazioni chiuse e autoreferenziali, spesso tese a trovare colpe nell’altro da sé, piuttosto che analizzare il contesto e muovere critiche alle pratiche utilizzate, risolvendo spesso il tutto in processi autoassolventisi.

Non sono i soviet a essere in discussione, non le forme partito, non i tentativi di movimento, non i piccoli e grandi comitati in difesa del territorio e a tutela dei cosiddetti beni comuni. Tutti contenitori che vanno bene e possono essere usati, se la fase lo richiede, senza barricate ideologiche o celodurismi teorici.

Fin qui la convergenza con le analisi sulla crisi della militanza e con la volontà di confrontarsi con le sfide perse e le batoste subite. A nostro modo di vedere però, molte delle critiche in atto difettano nella conclusione.

Di esperienze sane, generose e spesso innovative, ce ne sono tante lungo lo Stivale e va da sé sperimentarne di nuove e sostenerle attivamente ma intravediamo un limite nella sola ricostruzione dal basso di una soggettività antagonista e potenzialmente rivoluzionaria soprattutto se i nostri tentativi per ricostruirla ripartono puntualmente da dove ci siamo lasciati, dagli stessi luoghi e con gli stessi contenitori mutati solo nell’esoscheletro.

Migliaia di persone si impegnano con passione e audacia nella costruzione di nuove esperienze che sempre riecheggiano e tentano di innovare, in qualche modo, quelle antiche. Durante la prima fase della pandemia si è tentato, da più angolazioni, di investire le variegate soggettività, di utilizzare le tecnologie per non fermarsi di fronte all’isolamento dei corpi e sperimentare momenti assembleari virtuali che provassero a fare il punto e stimolassero una qualche forma di convergenza. Il risultato è apparso molto frammentario (come sempre) e, nella maggior parte dei casi, non ha prodotto nulla di interessante. Diciamo questo perché pensiamo che a difettare in questa fase non sia la mancanza di esperienze, micro o macro – partitiche, sindacali, centrosocialiste, benecomuniste – ma un orizzonte di possibilità diffusa che richiami alla mente la necessità dell’approccio rivoluzionario.

L’urgenza, dal nostro punto di vista, sta tutta nella capacità di affinare le armi teoriche che da molto tempo il corpo militante ha riposto in un cassetto. Lo definiamo, per semplicità, un lavoro dall’alto senza per questo intendere un processo verticistico e coatto. Nel mentre si attraversano orizzontalmente i territori, c’è bisogno di intraprendere un’arrampicata in verticale affinché all’attuale confusione delle lingue e delle prassi rituali, si sostituisca un linguaggio e una nuova prassi capaci di produrre discontinuità e fratture. In questa fase non occorre fermarsi nelle oasi desertiche ma occorre voltarle le spalle e, nell’attraversamento, trovare compagni di carovana e nuove soggettività. La rincorsa all’agenda del sistema, per un pezzo di mondo oramai minoritario e fuori dai radar della stragrande maggioranza della popolazione, rischia di tradursi in un impegno improbo per pochi militanti che rende il tutto incapace di farsi percepire.

Per quanto a livello teorico le forme organizzative storiche siano comunque valide, oggi tali forme si danno in maniera del tutto autoreferenziale. È quindi insufficiente un partito partorito in laboratorio, figlio della convergenza elettorale di diversi soggetti, con una forte spinta alla personalizzazione della politica e dove le «virtù» del leader vengono persino impresse nel simbolo (qui ci scuseranno i compagni sinceramente impegnati in questa direzione). Diventa surreale la lotta senza quartiere tra piccoli e grandi sindacati che si contendono le tessere degli ultimi operai superstiti. Come risulta altrettanto grottesca la guerra per la conquista dell’egemonia su un movimento che non esiste, operata senza esclusione di colpi tra collettivi, comitati e piccole soggettività, quando la percezione che la gente comune ha di noi (e di ciò che ci sforziamo a far muovere intorno a noi) è prossima allo zero. A riprova di ciò, basta fare un piccolo esperimento per capire come siamo percepiti: per qualche giorno togliamo i «mi piace» e i «segui» alle nostre numerose pagine Facebook, ai tanti gruppi social e alla nostra cerchia «militante», insomma smettiamo di ricevere le «notifiche» amiche per qualche giorno e vedremo che, come per magia, il nostro mondo, fatto di lotte epiche, non esisterà più. Anche nell’ultima oasi del mondo virtuale.

Rispetto a questa forma di autosufficienza della parte, occorrerebbe un’alta forma di umiltà del tutto: rendersi conto dell’inefficacia dei nostri sforzi, della nostra non rappresentatività delle istanze di classe. Questa forma di «lenta impazienza» implicherebbe il fermarsi (senza arretrare), abbandonando, per un tempo indeterminato, le scadenze imposte dalle altrui agende, riflettere sulla nostra inconsistenza, affilare le armi teoriche della critica per renderle strumenti di una nuova prassi, continuare il lavoro dal basso inaugurando al contempo una nuova stagione dall’alto per provare a tracciare, con chi ci sta, l’attraversamento del deserto e possibilità di fratture sistemiche, senza ansie egemoniche, senza scadenze elettorali, senza ricette d’annata condite con ingredienti di sicura ortodossia. Dotarsi di strumenti per scorgere scenari lontani e scandagliare (anche in maniera parziale) la profondità dell’orizzonte per porsi all’altezza dei compiti che il tempo presente ci pone dinanzi.

Vanno bene, dunque, i Punti Input, va bene qualunque dei nostri luoghi e qualsiasi nostra esperienza, piccola o grande che sia, ma il punto resta come rendere, prima, tutto ciò palese alla coscienza popolare e, poi, farlo diventare un’arma utile per la rivoluzione. Questo resta per noi il grande cruccio, la domanda urgente e inevasa.

A nostro avviso è il nodo teorico-politico che va sciolto (e poi ripensato) e al quale va data centralità come parte essenziale dell’organizzazione, attraverso cui provare a ricercare quali forme di vita siano possibili oltre quelle che sono morte, consci del fatto che nessuno ha soluzioni da dispensare e, men che meno, nessuna soggettività può essere costruita a tavolino. Lo sforzo collettivo che, a nostro modo di vedere, occorre dispiegare è quello capace, alla fine del processo, di assumere e fare sintesi delle elaborazioni e delle prassi sperimentali (dei prototipi, come vengono definiti nell’articolo) per poi provare a dargli gambe e fiato. Un lavorio che noi immaginiamo di carattere nazionale e non soltanto territoriale (si intende con questo il nostro «dall’alto», non gerarchico ma geografico) capace di costruire progressivamente i suoi addentellati dentro una prospettiva internazionale.

La redazione di Malanova

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