IL SENSO DI SMARRIMENTO E LA FUGA COMPLOTTARDA

Introduzione

Il fiorire di idee complottiste e di movimenti che hanno come base unificatrice l’idea che la realtà sia ben altro da quello che qualche non meglio identificata entità vuol farci credere (il ricorrente “ti stanno imbrogliando” o il “loro vogliono farti credere”), è spesso snobbato o considerato qualcosa di momentaneo, bizzarro o folkloristico. Le posizioni circa queste tendenze sono molteplici e si va da quelle più ridimensionanti che minimizzano il tutto derubricandoli a fuochi di paglia o frutto della cialtroneria, fino all’estremo opposto, di chi in una visione altrettanto distorta, pur non condividendo la radicalità della posizione né riconosce legittimità, ponendo il tutto sulla libertà di pensiero e la legittimazione a pensare il mondo secondo altri parametri. Ma vi è una similitudine di fondo tra le due posizioni estreme e tutta la casistica intermedia, ossia si tende a ragionare del fatto che tali teorie esistono e non ci si ferma spesso a chiedersi il perché del loro fiorire tanto massivo come in questi ultimi anni. La domanda alla quale tenteremo di fornire un quadro conoscitivo più che una risposta potrebbe quindi riguardare la comprensione del fenomeno complottistico. Sarà difficile fornire delle risposte, ma tenteremo quantomeno di delineare la questione cercando di comprendere quali sono i meccanismi che fanno protendere per un’ipotesi complottista invece che ricercare una spiegazione coerente con le problematiche che il genere umano sta affrontando.

Perché il complottismo e non altro?

Abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al nascere di una pletora di gruppi, pseudo movimenti e altro, facenti capo ad una serie di teorie che spesso traggono la loro genesi da un assunto, ossia quello del complotto. Quasi tutte le teorie che animano queste aggregazioni (che arrivano a contare milioni di seguaci, più o meno silenti o più o meno attivi) cominciano con una asserzione sul fatto che per anni qualcuno ha imbrogliato la maggior parte della popolazione circa un determinato fenomeno. Ora poco importa se il fatto sia che la terra è piatta, che nei vaccini infilano di tutto, che i fenomeni meteorologici siano controllabili e quindi controllati o altre dozzine di complotti tipo le scie chimiche, il 5G, i rettiliani, gli UFO, il priorato di Sion, il gruppo Bilderberg ecc., ciò che importa è che si pone a fondamento di ognuna di queste idee una verità che è stata nascosta per anni e anni e che ora è stata finalmente svelata. Il tutto ovviamente si regge su alcune premesse di partenza, una delle principali è che chiunque tenti di dimostrare il contrario è ancora sotto il condizionamento del complotto quindi essenzialmente un nemico.  Questa è la base necessaria per creare un dualismo noi/loro. Non serve che il complotto sia di per sé dimostrabile in senso scientifico, anzi il tentativo di dimostrare il contrario è immediatamente percepito e condannato come prova incontrovertibile della malafede di chi tenta un approccio logico-razionale. Anche perché spesso una teoria così strutturata si basa su logiche circolari che il più delle volte si autosostengono contando esclusivamente sul numero degli adepti. Una sorta di autoconvincimento, perfettamente in linea con la teoria della propaganda sintetizzata da Goebbels, la presunta veridicità di un fatto che si autoalimenta man mano che questo diventa “cosa nota a tutti”. Un caso su tutti: spopolano sul web le citazioni attribuite a qualcuno che non ha mai detto nulla di simile e ci si ritrova con qualcuno che in un convivio fa sfoggio della sua “cultura” citando gente a sproposito. Se si prova a correggere l’attribuzione della citazione, può capitare che molti altri convitti abbiano letto e spammato quella stessa citazione convincendosi della sua veridicità. Il punto è quindi il fatto che la maggioranza dei presenti crede a quella citazione, ma  parte lo scettico, nessuno si è mai peritato di appurare se quel personaggio storico abbia mai proferito quella frase. Questo la dice lunga sul significato che le persone attribuiscono alla verificabilità di un fatto. 

Se quindi milioni di persone sono convinte di una cosa, questa diventa un’evidenza e il passaggio dall’evidenza alla “verità” è assai breve, soprattutto per individui continuamente alle prese con problemi estremamente concreti e materiali e abituati a digerire spiegazioni molto immediate ed estremamente semplificate circa la natura ei problemi. C’è la delinquenza minorile? Colpa delle famiglie che non stanno dietro ai ragazzi. C’è la droga? Colpa degli spacciatori. C’è la prostituzione? Multiamo le prostitute, ecc. Altro principio della propaganda di gebelsiana memoria, idee e spiegazioni estremamente semplici, inculcate con una logica estremamente rigida di causa ed effetto fra fenomeno e causa unica dello stesso. C’è la delinquenza? Colpa dei migranti (di qualunque provenienza geografica basta che sia qualcuno che viene da fuori). In questo fa buon gioco una cultura basata più su una sorta di “fiducia dell’evidenza” ,un po’ una reminiscenza aristotelica, che sulla deduzione razionale, nella quale l’evidenza non è un processo di dimostrazione ma segue un percorso inverso, da ciò che appare io deduco un fatto. Dietro la coda degli aerei si forma una scia bianca, siccome non ho idea di cosa possa essere, se qualcuno mi dice che stanno spruzzando “roba” dall’alto, mi viene un dubbio. Ma se questo qualcuno mi porta come esempio gli aerei per la concimazione dei campi e le pattuglie acrobatiche con le loro belle scie colorate, prendo due “evidenze” che non fanno una piega e “deduco” che la terza sia qualcosa di simile.  In realtà quella che ho operato non è una deduzione logica, ma un’induzione, ossia non estraggo una spiegazione analizzando dati, confrontando fatti e trovando delle similitudini e delle discordanze in un gruppo di fenomeni apparentemente correlati o simili, ma per assonanza di concetti attribuisco un giudizio di verità o verosimiglianza a qualcosa sulla base di un convincimento, ossia che la scia bianca degli aerei debba nascondere qualcosa. Anziché chiedermi perché si forma e come si forma quella scia, io costruisco una spiegazione su cosa c’è dentro. Questo vale come per centinaia di altri complotti, non ci si ferma a capire se quel che si dice sia verosimile, basta che questa “verità” sia incapsulata all’interno di una rivelazione; l’ormai famoso mantra, “nessuno ti dirà mai che…”.

Il concetto di rivelazione ha a che fare con quegli atavismi ancestrali, quasi i mattoni costitutivi della cultura umana, che hanno radici profonde nella formazione del pensiero o di un’idea. Quasi un moto fideista,  qualcosa di assai pervasivo. E maggiore è l’incertezza nelle strutture codificate della società, maggiore è la ricerca di rivelazioni, che diano una spiegazione, seppur tragica, ma che individuano la causa dei mali e dei patimenti quotidiani. Una posizione che ha strette relazioni con una visione arcaica della vita. Si cercano spiegazioni a qualcosa che non si riesce ad inquadrare in quanto inesplicabile con gli “strumenti a disposizione”. Eppure almeno apparentemente gli strumenti per comprendere la complessità del mondo ce li avremo tutti, anzi mai come oggi l’accesso all’informazione è tanto facilitato. Eppure invece di articolare un pensiero critico, investigando il proprio presente, si preferisce sintetizzare i mali e le angosce in un progetto complottistico.

Questo è un elemento che va analizzato con una certa serietà. Essere messi a conoscenza di una rivelazione, ci fa sentire parte di un gruppo, una sorta di comunità di riferimento, si concorda ciecamente su qualcosa e difficilmente ci si litiga sopra. Questi ultimi fattori, comunità, concordia e distensione, sono esattamente quei fattori che mancano nella nostra società fatta di monadi immerse in un unicum di incomunicabilità. C’è quindi un’esigenza latente di fare gruppo, ma sempre con la discrezionalità che il gruppo sia qualcosa di isolabile dal quale svincolarsi a piacimento, quindi un qualcosa di coinvolgente ma non troppo impegnativo, che fornisca quel senso di appartenenza, ma senza il peso di una abnegazione militante quotidiana e pervasiva. Un impegno quotidiano minimo, qualche post sul social preferito, una firma su una petizione online. Qualche sit-in o un corteo e non perdere occasione per rendere edotti gli astanti, in qualsivoglia occasione, del proprio convincimento e di come gli altri si stiano facendo abbindolare da menzogne istruite ad arte per celare la verità più evidente e cristallina di sempre.

Il complesso narrativo del complotto è qualcosa di affascinante; da un lato si usa l’evidenza come rivelazione e dall’altra come menzogna. L’evidenza empirica dei sensi torna ad essere la via maestra che disvela il vero, la ragione e l’intelletto vengono invece declassati ad astuta menzogna per cui la terra è “evidentemente” piatta e se percepisci un deja-vu è un errore nell’algoritmo che comanda il tuo cervello, se vedi una linea bianca in coda ad un aereo è in atto un’irrorazione e prima o poi pioverà, e via dicendo.

Complessità e specializzazione

Per spiegare alcuni fenomeni basta una piccola “esperienza sperimentale” come per accendere un fuocherello con metodi primitivi o creare un flusso di corrente con un paio di limoni, ecc. Spiegare altri fenomeni, come ad esempio quelli socio-economici non è così semplice, come non lo è spiegare perché si forma un fulmine e perché esso cada in un posto e non in un’altro. La nostra società è sempre più complessa e in essa convivono svariati campi del sapere ognuno dei quali è a sua volta costituito da sottosistemi sempre più raffinati e complessi. Oggi è molto difficile avere uno sguardo ampio sui problemi del mondo, in quanto sono intimamente concatenati gli uni agli altri, in un groviglio apparentemente inestricabile. Il clima, con i suoi mutamenti, è legato alla produzione industriale di beni, servizi ed energia e ai trasporti, ma da questo dipendono problemi sociali e sanitari, come povertà, diffusione di malattie, malnutrizione, ecc. Questi generano altre questioni di carattere economico e politico, per far fronte alle quali si operano delle scelte che spesso non sono risolutive ma creano perturbazioni in tutto il sistema che finiscono quasi sempre per fornire dei palliativi e spostare il problema nel tempo o nello spazio.

L’individuo medio non ha né tempo né probabilmente voglia di analizzare la complessità del mondo, ma non può con la stessa facilità esimersi dal fare l’esperienza delle problematiche. Disoccupazione, criminalità, siccità, alluvioni, instabilità politiche, guerre e molto altro, fanno parte del mondo nel quale suo malgrado è costretto a vivere. Ora dare una spiegazione semplice a questi fenomeni è inutile oltre che assolutamente improbo. Si può sintetizzare un fenomeno comprendendone la complessità relazionale, ma dire ad esempio che il cambiamento climatico è tutta colpa delle fonti fossili, è sicuramente un discorso sensato, ma lascia fuori alcuni elementi che seppur non presi in considerazione continuano a fornire un contributo al processo. Dire più genericamente che i cambiamenti climatici sono legati al riscaldamento globale il quale è sostenuto in gran parte dalle emissioni dei cosiddetti gas serra, è già una spiegazione assai meno banale è più corrispondente alla realtà del fenomeno.

In questo processo intervengono molti altri fenomeni e fattori apparentemente slegati dalla sola produzione di gas serra. Se presi individualmente sembrano quantitativamente insignificanti, ma sommati su scala globale concorrono in maniera rilevante a scaldare il pianeta o a variare il microclima locale. Ad esempio le aree urbane (che aumentano di giorno in giorno in numero e in estensione) costituiscono una sorta di accumulatore termico che localmente spostano in alto il termometro delle medie di temperatura per il solo fatto di essere ammassi di calcestruzzo, acciaio, vetro, asfalto e mattoni.  Quindi abbattere le sole emissioni di CO2 non elimina definitivamente il rischio di surriscaldamento. Ma nella narrazione comune l’eliminazione delle fonti fossili è l‘obiettivo centrale. Anche questa modalità narrativa implica scelte monodirezionali che poi devono essere supportate da una narrazione convincente. Semplificare il problema individuando un solo responsabile è utilissimo per delineare una strategia che, pur ammettendo sacrifici, diventa inevitabile. Qui passiamo da Gebbels a Naomi Klein, con la shockterapia, ossia una serie di azioni di convincimento collettivo che rendono politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile. Nel caso del global warming, quello che viene fatto digerire è che la transizione dal fossile alle rinnovabili la paghiamo tutta noi, cari vecchi contribuenti, mentre chi ha lucrato sul fossile se la cava con qualche investimento (riassorbito dalla fiscalità come interventi di innovazione) e la patente green. È molto difficile operare delle scelte consapevoli o informate in un mondo complesso e iperspecializzato, a ciò si affianca il rumore di “informazioni” che spesso riesce a coprire quel che di verosimile c’è occultandolo sotto una comunicazione martellante o virale in grado di distogliere l’attenzione dal reale oggetto del contendere. 

Tra complessità e complotto

Ma la teoria dei complotti come si inserisce in questo discorso? Crediamo che la complessità di un fenomeno, nel momento in cui non viene per varie ragioni sondata, porti a considerare gli effetti di quel fenomeno un po’ come poteva essere il fulmine per i nostri antichissimi progenitori fino a che Franklin e Faraday non cominciarono a dare qualche spiegazione più razionale rispetto alla volontà di un Dio che scaglia saette a destra e a manca per svariati motivi.

Problemi sociali come le pandemie o l’approvvigionamento energetico se da un punto di vista squisitamente logico pongono già una serie di problemi di carattere politico, vista l’intricata struttura socio-economica e produttiva della nostra società, appena mettiamo un piede nella parte fisica o strutturale della questione l’enorme complessità si palesa nella sua terrificante evidenza. È assai improbabile per una sola persona conoscere contemporaneamente le soluzioni a tutti i problemi interconnessi, pensiamo solo all’approvvigionamento energetico, alla distribuzione e alla domanda di energia. Non basta il semplice gesto di non lasciare accesa la luce dove non serve o non giocherellare con la porta del frigorifero. Questo incide sul problema per un ordine infinitesimale a confronto con aziende di medie dimensioni che divorano un Megawatt e più al giorno.

Come possiamo essere consapevolmente liberi di operare delle scelte quando il livello di comprensione del problema è così superficiale da ritenere che spegnere la spia del televisore aiuti a risparmiare l’energia sufficiente ad accendere un forno elettrico per la fusione dei metalli. Come possiamo operare una scelta consapevole se le informazioni che abbiamo sono spesso parziali o estremamente semplificate. Esattamente in questo delicato intrico di conoscenze vere o presunte che trova terreno per innestarsi il discorso complottista. Dall’impossibilità de facto di conoscere tutto, ci si persuade che quella conoscenza sia in realtà finzione o inutile, una grande macchinazione per nascondere qualcosa, una verità. È incontestabile che non si possa sapere o conoscere tutto, e qui ci verrebbe in contro la ragione e l’intelletto, nel momento in cui per governare la complessità si deve ricercare la logica del fenomeno. Non posso dirti dove cadrà un fulmine ma posso dirti quali sono le zone maggiormente a rischio, posso dirti mediamente quale può essere la sua potenza e osservando una carta meteorologica posso dirti con una certa approssimazione quando è il caso di stare riparato. Una cosa è predire dove un fulmine cade, una cosa è fornire ragionevoli garanzie o avvertenze circa l’incedere di una tempesta di fulmini. Quindi una cosa è la descrizione e previsione dell’andamento di un fenomeno, un’altra è la comprensione dello stesso. La comprensione ci aiuta a governare la complessità senza la necessità di conoscere ogni singolo fattore e la sua variazione istantanea. Ma per arrivare a comprendere la complessità c’è bisogno di un certo impegno il quale comprende anche un certo livello di conoscenze e di studio. Ora mediamente è assai difficile che le persone si mettano a leggere trattati scientifici o libri specialistici, ci sono però ottimi divulgatori scientifici che chiariscono molti degli aspetti più difficili di alcuni fenomeni. Il problema è come distinguere un buon libro di divulgazione dalla spazzatura? Questo è un problema di non poco conto dal momento che molti dei guru dei complotti spesso si spacciano per esperti. Il problema è che se prendiamo un buon ricercatore o un docente universitario di comprovata fama e onestà che scrivono buone opere divulgative, per il solo fatto di essere all’interno dell’accademia sono automaticamente screditati dal pensiero complottista, mentre si preferisce pendere dalle labbra di qualche imbonitore con una fluida parlantina capace di usare alla perfezione magari tecniche di proiezione neurolinguistica ecc. (peraltro metodi messi a punto in facoltose università).

In questo gioco i media hanno un ruolo di non poco conto. Il fatto che spesso le trasmissioni di approfondimento siano una tiepida narrazione di fatti spesso sovraccaricati di suspance e storytelling, avvalorano l’ipotesi che i media siano un canale di disinformazione. Quindi nella comprensione generale del fenomeno ci ritroviamo con un mondo che è difficilmente comprensibile e che ben si presta ad interpretazioni fantasiose, il che lascia campo libero alle più disparate teorie e idee su forze occulte e manipolatrici del pensiero. Siamo in qualche modo convinti che la complessità della nostra organizzazione sociale e dei saperi e conoscenze ad essa connessi, abbia creato una sorta di nebbia nella quale tutto appare confuso. Le spinte e i meccanismi socio economici hanno agito da atomizzatori sociali negli ultimi quattro decenni. Tanto il crollo delle fedi politiche occidentali, le quali avevano il pregio del portato utopico di un futuro da inventare, quanto il venir meno anche della fede religiosa, che nel bene e nel male ha sempre agito come un potentissimo calmieratore degli umori popolari, non sono stati poi sostituiti da nulla. Ognuna delle grandi ideologie e finanche la religione, servivano a dare un senso al mondo, fornendo una certa qual spiegazione ai fenomeni. Il venir meno di questi supporti ha precipitato la società in un grosso problema; il fatto di aver troncato il nesso fra passato presente e futuro, eliminando il significato stesso di “progressione” ancorché insito in una visione cristiana del tempo. Il passato come memento, ma anche come errore e come qualcosa da superare, il presente come sforzo di elaborazione, cambiamento e produzione, il futuro come progresso, liberazione, innovazione ecc.  Ci si ritrova quindi non solo in balia di un tempo infinitamente presente, ma in questa folle estensione del presente come tempo unico, dobbiamo fare i conti con la precarizzazione e la mancanza di strumenti per comprendere questa sorta di tempo colloidale. Tali strumenti li abbiamo gettati alle ortiche sotto la spinta dinamica del superamento del ‘900, siamo quindi piombati un una sorta di medioevo tecnologico, dove da un lato abbiamo gli adoratori della tecnica e dall’altra il loro contrario. La scienza viene offerta spesso come fede non più come metodo, il che dà gioco facile ai suoi detrattori. Si confondono metodo scientifico e fede, si sovrappongono tecnica e tecnologia. Il fatto che da alcuni laboratori siano usciti pesticidi, bombe, veleni e altro, confonde l’uso commerciale di un ritrovato con la validità del metodo scientifico e l’etica dello studioso. Probabilmente se le scoperte sull’atomo e la fissione fossero state fatte in periodi meno sciagurati, forse la bomba atomica non sarebbe mai stata prodotta. Chi la realizzò aveva forse più paura dell’avanzata nazzista che delle conseguenze catastrofiche del congegno. Ora a distanza di decenni sappiamo che gli ordigni nucleari sono il peggior incubo che il genere umano abbia mai concepito; ci battiamo per la loro messa al bando con la paura della distruzione istantanea della vita sul pianeta. Però prima di comprendere che nel frattempo la vita sul pianeta la stavamo azzerando lentamente ci sono voluti uragani, alluvioni, siccità e la sparizione di migliaia di specie animali e vegetali.

In un certo qual modo altri ritrovati tecnologici impiegati in barba a qualunque etica circa la salvaguardia della vita stanno facendo, in un tempo più lungo, quello che un disastro atomico avrebbe fatto in tempi infinitamente più piccoli. Anche in questo caso a chi affidare la responsabilità, a chi ha studiato e analizzato alcuni fenomeni o chi ha finanziato questi studi per poi usarli nella maniera peggiore possibile? Anche qui la comprensione della complessità in atto non può essere lapidariamente sostituita da un giusto o sbagliato.  Si creano schieramenti contrapposti peggio delle tifoserie da stadio – o si è pro o si è contro – scartando posizioni terze o intermedie; non si da spazio all’analisi del fenomeno ma ci si trincera dietro dualismi escludenti del tipo in e out, torto o ragione, vero e falso, ecc. L’aver azzerato la capacità di dibattito ha prodotto questa modalità polemica di continuo scontro. Non si dialoga più per cercare di capire le idee altrui, si dialoga per schiacciare l’interlocutore che è visto come nemico. Queste modalità costituiscono quasi un’ossatura primaria per l’apparato complottista. Il seguace medio non sente ragioni, deve spuntarla a tutti i costi, contorcendosi per non essere schiacciato dalle  contraddizioni. Chi non la pensa come lui è un non illuminato, è un complice. 

Esegesi del complotto

In estrema sintesi possiamo dire, anche se appare ovvio, che non solo le teorie del complotto sono il parto del nostro tempo, ma che sono il prodotto di processi storico-sociali che vengono in alcuni casi anche da lontano. La sovrapposizione di più fattori ha determinato l’humus sul quale queste culture “alternative” hanno potuto non solo crescere ma addirittura riprodursi fino ad alcuni punti critici i quali hanno generato poi scissioni e radicalizzazioni interpretative, come ogni buona teoria politica o dottrina religiosa. Quindi se seguono le dinamiche classiche dello sviluppo di una forma-pensiero forse molto alternative non sono. Il crollo dei grandi metaracconti, dicevamo precedentemente, ha influito pesantemente sulla capacità analitica di massa. Ma da solo non basta a spiegare ciò che è avvenuto dopo. Se da un lato il venir meno della capacità immaginifica legata alle grandi ideologie ha lasciato un vuoto proprio nella capacità di articolare una critica al presente, l’incedere delle comunicazioni di massa e del web, hanno operato su di una società post ideologica senza anticorpi. La comunicazione si è fatta non solo più rapida ma ha cambiato radicalmente forma, adattandosi al media che la veicola. L’informazione si è fatta apparentemente libera ma l’eccesso di informazioni si configura come rumore, e la repentina complessificazione del mondo non si riesce a spiegare e analizzare con il rumore. Il culmine della globalizzazione a trazioni unica, la “scoperta” del cambiamento climatico, le crisi globali, lo smarrimento e la precarizzazione dell’esistenza  arrivano in un momento storico nel quale abbiamo la guardia abbassata. Non crediamo sostanzialmente più in nulla, dal momento che la “rivoluzione” neoliberista inserita in un mondo globalizzato ha messo in crisi i concetti di stato e nazione, i concetti di rappresentanza politica. Dal momento che il politico ha perso la sua autonomia decisionale ed è un mero esecutore di un mansionario dettato da esigenze particolari (mercati, finanza, concorrenza, competitività, investimenti, ecc.) ha anche smesso di essere minimamente rappresentativo delle stanze popolari.

Questo smarrimento non è stato ancora completamente elaborato e in questo smarrimento si sono dissolte finanche le istanze avanguardiste. In definitiva mancando una spiegazione razionale alla ratio diabolica del meccanismo socio economico neoliberista che ha schiacciato e polverizzato ogni tipo di legame sociale, mancando il supporto della teoria politica, che è stata buttata via per superare il ‘900, mancando punti di riferimento socio-culturali, messi in discussione dalla contaminazione globale, dal mondialismo, venuto meno il rapporto di fiducia con le istituzioni le quali non garantiscono neanche il minimo essenziale, in questo tutti contro tutti si avverte la necessità di una spiegazione che dia un colpevole, reale immaginario non importa, ma che riesca a definire un ordine nel caos che ci avvolge. La necessità di avere una spiegazione “plausibile” o convincente, porta molte persone ad abbracciare l’idea di un capro espiatorio non immediatamente percepibile, nascosto tra le pieghe del sistema, e che giustifica o chiarisce tutte le storture che affliggono il nostro quotidiano.

La domanda che riguarda il perché si faccia meno fatica a credere al complotto piuttosto che analizzare il nostro tempo, credo che per il momento dovrà restare un interrogativo inevaso e resta uno dei nodi da sciogliere per poter attraversare il deserto presente.

La redazione di Malanova

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