ELEZIONI POLITICHE: QUANDO SI SBAGLIA CAMPO DA GIOCO

Al di là della facile e tombale affermazione che il voto è un diritto dovere, sarebbe utile cominciare a snudare le ragioni di un astensionismo consapevole (oseremmo dire “militante”). Per motivare tale scelta occorre prima cercare di definire il significato del voto all’interno di un regime democratico in generale e, in particolare, all’interno della fase storica che stiamo attraversando.

Non ci soffermeremo molto sulla questione del voto come delega in bianco, ma un accenno è d’uopo dal momento che con il sistema elettorale attualmente in vigore, si da “piena fiducia” ad uno schieramento (chiamatelo partito, movimento o lista) che poi motu propriu decide chi far sedere sugli scranni del Parlamento. Programmi (per chi ancora ne scrive uno) appena abbozzati che stanno a malapena in mezza pagina, buoni propositi ma senza una spiegazione su come si intenderebbe attuare le varie “rivoluzioni”, una per ogni simbolo elettorale ovviamente. Su questa base (dis)informativa si chiede e si ottiene un voto. Poi da qui a fare quello che ci si è ripromesso, è tutt’altra storia. 

C’è da fare un’ulteriore considerazione circa le formazioni parlamentari che escono da elezioni scaturite dal cosiddetto rosatellum.  Nella migliore delle ipotesi non si hanno quasi mai maggioranze schiaccianti, quindi qualche accordo per formare un governo va trovato. Ma ogni accordo si porta in nuce l’alibi per la mancata attuazione del programma elettorale: la Lega non ha potuto fare quello che voleva in quanto c’erano i Cinquestelle e viceversa… e così anche per il PD e tutti gli altri.

In questo modo ci si ripresenta con dei programmi le cui proposte restano spaventosamente simili a quelle dell’ultima tornata elettorale, con in più una spolverata green che va tanto di moda e un occhio all’inflazione o alle ricette contro il caro energia. Sparite dai radar dei grandi schieramenti il problema della sanità e del precariato, sparito l’accesso al credito e il problema alloggi che dovrebbero essere primari e interessare il politico, ancor prima che l’inflazione o il caro energia, per un semplice processo logico: se non ho un lavoro oppure ho l’azienda in sofferenza e non mi si fa credito e non posso permettermi una casa, è assai difficile che mi pongo il problema di come riscaldarla o la questione dell’IVA sui beni voluttuari. Il che vuol dire che i problemi storici del Bel Paese continuano a permanere nella loro immobilità. Producendo effetti di accelerazione in caso di crisi. Come è tristemente noto, la sanità ha vacillato parecchio e non ha risposto immediatamente alla crisi pandemica, il sistema produttivo è entrato in sofferenza per lo shortage di beni e servizi e la successiva inflazione e il caro energia ha dato la bastonata finale.

Questo ci porta al nostro punto critico: se questi problemi sono diventati come una zavorra gravante sul cosiddetto “sistema Paese”, come mai non c’è stato verso di risolverli negli ultimi 30 anni? Evidentemente non solo non c’è stata la volontà politica, ma non vi era l’interesse a ridurre l’entità dei problemi. La spiegazione a questa domanda è presto giunta con il progredire delle liberalizzazioni: governi dopo governi – compresi quelli della cosiddetta sinistra radicale – si è portata a termine la privatizzazione di ogni comparto statale e l’aziendalizzazione di tutto il resto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Chi si presenta alle elezioni chiede una delega in bianco; il sistema elettorale non porta verso una maggioranza schiacciante con l’inevitabile formazione di governi di coalizione con accordi spesso improbi. Non vi è reale interesse nel cambiare il corso delle cose se non per deragliarle su ulteriori approdi liberisti: qui subentra l’illusione della sinistra di poter cambiare qualcosa chiedendo il sostegno elettorale e una crocetta su un simbolo ma non facendo per nulla i conti col proprio peso specifico che, ormai da decenni, è pressoché inconsistente.

Qui, dunque, il senso e le ragioni di un astensionismo che non sia di semplice protesta o effetto di una frustrazione, ma che abbia un senso politico. Per fare ciò non possiamo non partire dalla manifesta crisi della rappresentanza o dell’irrappresentabilità delle problematiche socioeconomiche più spinose, ossia l’incapacità della classe politica di essere rappresentativa delle condizioni più disagiate del corpo sociale. 

Si rappresentano gli interessi non dell’elettorato ma di chi è riuscito a far convergere voti su uno schieramento e/o di chi  ha finanziato la campagna elettorale. L’elettorato è un elemento necessario affinché si realizzi lo schema democratico, ma di tornata elettorale in tornata elettorale è diventato sempre più evidente che lo schema tracciato resta tale indipendentemente dal colore politico del Governo di turno e se questo si dimostra incapace viene spazzato via in favore di un governo tecnico. 

Ora davanti a questo meccanismo appare sempre più chiaro che il mantra del diritto dovere del voto assume una conformazione abbastanza distante dal principio aulico che riveste nella Costituzione. È una conditio sine qua non per perpetuare, ciclo dopo ciclo, il necessario processo di delega al sistema. In un siffatto scenario, a poco servono le micro aggregazioni antisistema, in quanto il processo è dotato dei necessari sbarramenti, non solo quelli della legge elettorale, ma soprattutto quelli culturali, ed economici. Se non hai la capacità di rappresentare un interesse particolare non hai speranza di poter piazzare nessuno in Parlamento. Se rappresenti le esigenze del popolo hai perso in partenza, non puoi avere i numeri in quanto nessuno scommette su di te. 

Se poi, decidendo di giocare la partita con le regole del sistema, snoccioli soluzioni antisistema forse hai sbagliato campo di gioco. Questo permane fintanto che non avviene qualche trasformazione nella proposta. Come è avvenuto coi Cinquestelle. Da movimento contro tutto e tutti a lista elettorale con ampie aperture al compromesso come pratica politica: questo ha funzionato fintanto che hanno attirato interessi pronti a scommetterci sopra.

Se il meccanismo deve rinnovare la fiducia per ripartire grazie alla delega, ciò implica una legittimazione necessaria. Un voto più o meno convinto, magari anche un voto di “protesta” (o la scelta del “meno peggio”), alla fine non fa altro che legittimare comunque il meccanismo. Nella fase attuale non c’è cambiamento possibile con questi presupposti perché si è comunque dentro al sistema anche quando si è opposizione o, ancora peggio, talmente marginali da non esistere.

Se, dunque, il passaggio elettorale è conditio sine qua non per mantenere formalmente il sistema, se veramente lo si vuole mettere in crisi allora l’unica azione veramente possibile in questa configurazione storica è rompere il processo delegittimando la rappresentanza politica, per cercare di mettere in luce la fallacia del processo elettivo e far venir meno la ripartenza del ciclo, il quale malgrado l’apparente rinnovo del Parlamento e dell’Esecutivo, avverrà su istanze completamente avulse da quanto propagandato in campagna elettorale, permanendo entro l’alveo di sudditanza a mercati, patti militari e commerciali storicamente determinati e determinanti.

La redazione di Malanova

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