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APPUNTI SULL’UNIVERSAL BASIC INCOME

È del 2017 un contributo al World Economic Forum firmato da Scott Santens, scrittore e sostenitore del reddito universale di base (UBI): “Considera per un momento che da questo giorno in poi, il primo giorno di ogni mese, circa $ 1.000 vengono depositati sul tuo conto bancario, perché sei un cittadino. Questo è il tuo reddito di base che è indipendente da ogni altra fonte di reddito e ti garantisce uno stipendio iniziale mensile al di sopra della soglia di povertà per il resto della tua vita”.

L’articolo prende in considerazione tutti i punti di vista divergenti da questo strumento incardinato nel sistema fiscale. Erogare questo reddito è troppo costoso? Svilupperebbe l’ozio nella popolazione? Sarebbe ingiusto rispetto a chi lavora?

Al contrario, secondo Sandes, il reddito di base universale “sarebbe una promessa di pari opportunità, non di pari risultato, una nuova linea di partenza posta al di sopra della soglia di povertà”. Tutti riceverebbero il reddito di base, dal povero a Bill Gates. Questo meccanismo funziona però solo se a quest’ultimo, ovvero ai miliardari, vengono aumentate di molto le tasse creando una maggiore equità nella distribuzione dei redditi, una maggiore proporzionalità tra salari e profitti. Non è vero che sia anche costoso. Paradossalmente, secondo i calcoli proposti da Sandes, il reddito di base eliminerebbe tanti costi occulti dovuti direttamente alla povertà: “La verità è che i costi delle persone che hanno un reddito di base insufficiente sono molti e collettivamente enormi. Appesantisce il sistema sanitario. Grava il sistema di giustizia penale. Appesantisce il sistema educativo. Appesantisce gli aspiranti imprenditori, grava sia sulla produttività che sul potere d’acquisto dei consumatori e quindi sull’intera economia. Il costo totale di tutti questi oneri supera di gran lunga 1 trilione di dollari all’anno, e quindi il costo aggiuntivo netto di poche centinaia di miliardi di UBI si ripaga molte volte. Questa è la matematica del quadro generale”.

Diversi esperimenti hanno anche dimostrato che non sempre le sensazioni comuni poi siano anche veraci. Ad esempio, in alcune nazioni del nord Europa sono state diminuite le ore lavorate settimanali a parità di salario. Immediatamente ci verrebbe da pensare a una diminuzione della produttività. Ebbene, tutti i dati al momento dimostrano un aumento della produttività. Inoltre, oggi la tipologia di lavoro è cambiata. Un reddito di base porterebbe ad accettare più volentieri lavori part-time capaci di incrementare il reddito già di per sé sufficiente per i bisogni quotidiani. Sarebbe, poi, provato, secondo l’autore, che il salario è motivante per lavori meccanici e pesanti sempre più svolti dai robot, mentre il lavoro creativo segue anche altre logiche. Avere un reddito che ti svincola dal bisogno libererebbe il lavoro creativo, capace di ripagare attraverso le soddisfazioni personali oltre che con il ricorso al reddito monetario.

In alcune sperimentazioni di reddito di base fatte in giro per il mondo si sono registrati “effetti positivi sulla coesione sociale e sulla salute fisica e mentale come si evince dal calo del 42% della criminalità in Namibia e dalla riduzione dell’8,5% dei ricoveri a Dauphin, Manitoba. I debiti tendono a diminuire. L’imprenditorialità tende a crescere. Altri effetti devono ancora essere scoperti da ulteriori esperimenti“.

Anche in Italia il dibattito sul reddito universale di base si è sempre insinuato tra le pieghe delle possibili soluzioni a una società sempre meno equa. Il libro Reddito di base – Liberare il XXI secolo (Momo, 2021) di Andrea Fumagalli, Sandro Gobetti, Cristina Morini e Rachele Serino propone alcune soluzioni anche di finanziamento:

“Sono molte le ipotesi e gli studi su come finanziare un reddito di base ed è qui impossibile dare conto del ricco dibattito in merito. Un reddito di base può essere finan­ziato con tasse di scopo, attraverso la tassazione genera­le o dividendi. Alcune tasse specifiche possono essere: sullo sfruttamento delle risorse naturali, un’imposta sul valore aggiunto, un’imposta sui consumi, sull’inquina­mento, sugli investimenti speculativi, tassazione delle transazioni finanziarie, una digital tax, sui grandi patri­moni oppure la riduzione del gettito fiscale destinato ad altre spese, come quelle militari, ecc. Altre proposte seguono lo schema dell’Alaska finan­ziato da una parte delle royalties sulle forniture di petro­lio. Questo tipo di proposta, che sarebbe in sostanza un dividend, pone il tema se per finanziare un reddito di base sia necessario un effetto distributivo piuttosto che un ef­fetto redistributivo. In questo caso il reddito proviene da una risorsa «pubblica» piuttosto che dalle tasse pagate da una comunità. Oppure come nella proposta dell’euro-dividend di Philippe Van Parijs in cui un modesto reddito di base deve essere erogato a ogni residente dell’Unione europea, o nei paesi dell’eurozona, che può essere inte­grato con il reddito da lavoro, con il reddito da capitale o altre prestazioni sociali. […] Malgrado le diverse opzioni di finanziamento, l’idea generale rimane però quella di un’imposta progressiva attraverso la fiscalità generale. […] Facciamo un esempio: secondo uno studio canadese (PBO, 2018), per introdur­re un reddito di base nel paese, il costo annuale si aggire­rebbe intorno ai 73 miliardi di dollari, tuttavia se fossero eliminati tutti i sussidi al di sotto della soglia del reddito di base, si potrebbero già avere a disposizione 43 miliar­di di dollari. Dunque il costo, o meglio, il finanziamento da sostenere non sarebbe 73 miliardi, ma eventualmente 30 miliardi”.

Resta sospeso il discorso sull’indebitamento statale. La logica dell’austerity ha sterilizzato ogni discorso sulla spesa pubblica, come se fosse un tabù o un’onta capitale. In realtà, questo problema non dovrebbe sussistere più, almeno dopo una pandemia che ha fatto saltare tutti i vincoli di bilancio, rilanciando alcuni settori economici. Questo dimostra che spesa pubblica e crescita sono le due rotaie dello stesso binario.

Quindi si tratta di cifre assolutamente abbordabili viste quelle erogate durante la pandemia e le risorse che “pioveranno” sulle nazioni europee grazie al PNRR. Le risorse ci sono; quello che manca sarebbe una più equa distribuzione grazie a un sistema fiscale che prelevi dai ricchi per dare ai poveri. Oggi pare che il meccanismo funzioni al contrario con un salasso dei poveri a favore dei ricchi che, seguendo le rilevazioni di Oxfam e di altri organismi internazionali, non conoscono limiti o flessioni all’incremento di profitti e patrimonio personale.

Vanno fatte alcune considerazioni circa la reale applicabilità nell’Unione Europea. Ci sarebbe bisogno di un coordinamento tra tutti i paesi membri, ossia bisognerebbe operare una revisione dei capitoli di spesa per trasferire le risorse attualmente stanziate per la lotta alla povertà sul capitolo UBI. Detto ciò, il problema principale resta la volontà politica di operare tale strategia e gli “impegni” già presi per quanto concerne le spese militari. Ma anche quando tutti gli ostacoli alla realizzazione di tale strumento fossero rimossi resta un problema politico di non poco conto. L’UBI nel bene e nel male fornisce un sostegno alla domanda: come si è visto, rilancia la produttività spingendo i consumi. La questione da chiedersi è se questa strategia, senza una politica atta a recuperare sul piano ambientale quanto distrutto negli scorsi decenni, sia compatibile con la lotta ai cambiamenti climatici. Secondo aspetto, vista e considerata la disponibilità di un quid uguale per tutti, cosa può impedire il progressivo avanzamento delle privatizzazioni e delle dismissioni del comparto pubblico? In soldoni, se ho la disponibilità di mille euro al mese cosa impedisce allo stato di dismettere il comparto sanitario o di aziendalizzarlo ancor di più? Ad esempio, innalzando il ticket o immettendo il comparto pubblico nel libero mercato? Altra questione tecnica: se c’è una disponibilità di base uguale per tutti, cosa garantisce che i prezzi dei beni non saliranno a tal punto da riportare la situazione al punto di partenza? Magari con l’UBI si arriverà a malapena a sopravvivere. Queste puntualizzazioni non riguardano solo la volontà politica o questioni di sostenibilità dell’operazione, ma attengono a equilibri che sono difficili da dominare, quelli mercatali che, senza un poderoso intervento di calmierazione, tenderanno a equilibri con prezzi maggiori. Ma se c’è la necessità del poderoso intervento pubblico non potrebbe questo avvenire già adesso per spezzare alcuni gioghi ai quali siamo legati?

Sono fuori discussione i vantaggi materiali che introdurrebbe l’UBI, soprattutto per le classi sociali disagiate, ma il problema resta. Questo strumento, se calato dall’alto e in una fase non espansiva delle lotte sociali, potrebbe trasformarsi in un meccanismo conciliatorio tra la richiesta costante di crescita del modo di produzione capitalista e le esigenze di pura sopravvivenza degli individui. Vale ancora, a nostro avviso, il dentro e contro operaista: se la rivendicazione del reddito universale di base può rappresentare un modo per erodere la potenza del capitale, senza il “contro” di classe, seppur dentro il meccanismo del capitale, senza una soggettività confliggente, si continuerebbe a essere strumento di valorizzazione del capitale: “la lotta di classe operaia ha costretto il capitalista a modificare la forma del suo dominio. Il che vuol dire che la pressione della forza-lavoro è capace di costringere il capitale a modificare la sua stessa composizione interna; interviene dentro il capitale come componente essenziale dello sviluppo capitalistico; spinge in avanti, dall’interno, la produzione capitalistica, fino a farla trapassare completamente in tutti i rapporti esterni della vita sociale. Quello che allo stadio più avanzato dello sviluppo appare come funzione spontanea dell’operaio, disintegrato rispetto alle condizioni di lavoro e integrato rispetto al capitale, appare ad uno stadio più arretrato come la necessità legale di una barriera sociale che deve impedire lo sperpero della forza-lavoro e fondare nello stesso tempo il suo sfruttamento specificatamente capitalistico” (M. Tronti, Il demone della politica, a cura di M. Cavalleri, M. Filippini e J.M.H. Mascat, Bologna, Il Mulino, 2019, pp. 106-107).

La redazione di Malanova

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