LA MEMORIA FALSIFICATA DELL’“AUTUNNO CALDO”

Proponiamo un interessante saggio di Sergio Bologna estratto dalla rivista «Zapruder», (n. 49, maggio-agosto 2019, pp. 165-174) in cui l’autore ritorna su alcuni episodi del “lungo autunno caldo” italiano, provando a rileggerli con una particolare lente di ingrandimento: si chiede, a distanza di mezzo secolo, cosa ne sanno le nuove generazioni di quegli anni, cosa ne sa, ad esempio, il quindicenne curioso con lo smartphone in mano e quali sono i canali d’informazione che utilizza qualora avesse voglia di cercare informazioni a riguardo. Quasi certamente Google che a sua volta lo indirizzerà su Wikipedia. E qui inizia il problema perché la storia subisce una falsificazione, alcuni fatti vengono travisati e non vi è alcuna possibilità di intravedere, non soltanto una controlettura, ma anche la semplice verità. Scioperi e terrorismo sono sovrapponibili, gli atti di “terrore” sono solo “rossi”, gli operai degli anni Settanta non avevano voglia di lavorare, il parlamento votava leggi che favorivano l’ingresso in fabbrica di soggetti pericolosi e allontanavano dal lavoro gli operai volonterosi. Questo è quanto può apprendere il “giovane quindicenne curioso”. L’autore prova invece a ripercorrere le lotte, le rivolte e le tensioni politiche e sociali di quel periodo, ne analizza i soggetti e rimette nei giusti binari i fatti, più o meno noti, di quel decennio. Nel farlo ci permette di capire quale è stato il ruolo della borghesia industriale, delle banche, evidenziando l’approdo mancato del capitalismo italiano. Ma fa chiarezza anche sul ruolo svolto dal Pci e dal sindacato. Giunge a maturazione la “svolta” di compatibilità con il comando capitalista e la fine di quella “diversità” che aveva caratterizzato il Pci negli anni Venti del secolo scorso e durante la Resistenza. Si schiera, dunque, a pieno titolo con il fronte padronale e conservatore. Quella che oggi spesso viene definita degenerazione della sinistra è, in realtà, il triste epilogo di una lunga deriva moderata e immobilista. La memoria degli anni Settanta – afferma Sergio Bologna – per loro non è più un problema. Roba sepolta. Noi invece di quella memoria ne abbiamo bisogno più che mai. Tutelarla è un dovere.

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Una semplice cronistoria degli avvenimenti dal 1967 al 1970 ci dice che nelle fabbriche italiane si era diffuso un movimento di ribellione che non aveva solo caratteristiche di protesta o di rivendicazione sindacale, ma di vera e propria scoperta di un modo nuovo di concepire il lavoro e i rapporti di subordinazione all’interno dei luoghi di lavoro. Questo movimento è stato alimentato in parte dai nuovi orientamenti che si erano affermati nel mondo cattolico e nel sindacalismo cattolico da un lato e dal variegato universo di gruppi e tendenze presenti nella base comunista e socialista dall’altro, insofferenti del prudente moderatismo del Pci e del ruolo subordinato che rispetto al partito svolgeva la Cgil.

La cronistoria ci dice che questa ondata di ribellione e scoperta di un nuovo modo di concepire il lavoro e il rapporto di subordinazione salariato a) ebbe un forte impulso dagli avvenimenti del maggio francese del ’68, b) diede luogo alla formazione di organismi decisionali di base (i comitati di base, Pirelli e altri), c) crebbe d’intensità coinvolgendo la Fiat, che fu scossa da un’ondata di scioperi selvaggi tra il maggio e l’agosto del 1969, d) per esplodere in quello che è conosciuto come autunno caldo (settembre-dicembre 1969), dove più di quattro milioni di lavoratori dell’industria entrarono in lotta per i rinnovi contrattuali, e che e) ha sedimentato sul piano legislativo quella carta dei diritti dei lavoratori che va sotto il nome di statuto dei lavoratori, promulgata nel 1970. Una legge che nella denominazione stessa si proponeva di tutelare “la dignità” del lavoratore come persona umana prima ancora che come subordinato, perché le condizioni in cui erano tenuti milioni di operaie e operai fino a quel momento erano “indegne” di un paese civile.

Questa la pura e semplice cronistoria. Cosa ne sanno le nuove generazioni? Cosa ne sa il quindicenne al quale hanno regalato uno smartphone? E se vuol sapere qualcosa dove lo cerca? Su Google, in genere, che a sua volta lo indirizza spesso verso Wikipedia. Bene, andiamo a leggere cosa scrive Wikipedia alla voce “autunno caldo”: «L’autunno caldo è un periodo della storia d’Italia segnato da lotte sindacali operaie che si sviluppa a partire dall’autunno del 1969 in Italia, ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo».

Il nostro giovane, se è curioso andrà subito a cliccare su “anni di piombo” e gli resterà impresso nella memoria che l’autunno caldo e il terrorismo sono due termini strettamente correlati e che gli scioperi sindacali per dei rinnovi contrattuali hanno preparato gli attentati terroristici. Ovviamente nel testo della voce “autunno caldo” nessun riferimento viene fatto al primo importante atto terroristico, che avvenne proprio in quel periodo: la strage di piazza Fontana.

Continuiamo la lettura: «i Cub esigevano salari uguali per tutti gli operai in base al principio che “tutti gli stomachi sono uguali”, senza differenze di merito e di compenso, concependo il profitto come una truffa, la produttività un servaggio e l’efficienza un complotto, sostenendo invece che la negligenza diventava un merito e il sabotaggio era un giusto colpo inferto alla logica capitalistica».

E ancora: «L’autunno caldo provocò, o concorse a provocare, la fuga dei capitali, l’impennata dell’inflazione, e più in generale un decennio di recessione». Ma la vera perla è la frase seguente: «Lo statuto dei lavoratori fu approvato dal Parlamento il 20 maggio 1970 […]. Gli emendamenti parlamentari furono in gran parte peggiorativi, perché nel merito offrirono il modo di penalizzare i buoni lavoratori, a vantaggio dei cattivi: inoltre rimasero nel documento le norme che proteggevano i diritti dei dipendenti, cancellando il passaggio secondo cui quei diritti dovevano essere esercitati «nel rispetto dell’altrui libertà e in forme che non rechino intralcio allo svolgimento delle attività aziendali». Il divieto posto ai datori di lavoro di svolgere direttamente accertamenti sui dipendenti e sugli operai favorì l’ingresso in fabbrica ai più noti e recidivi eversori».

Che lo statuto dei lavoratori, una delle leggi che riportavano in Italia valori di civiltà ampiamente disconosciuti dal padronato, possa essere definito come un salvacondotto per far entrare in fabbrica i terroristi (che naturalmente non possono che essere, nella fattispecie, “rossi”) richiede una fervida immaginazione. Eppure cinquant’anni dopo quegli avvenimenti che hanno segnato la storia d’Italia, i giovani di oggi possono ancora essere nutriti e contaminati con quelle falsità. Possono continuare a credere che scioperi e terrorismo sono parenti, che gli operai degli anni settanta non avevano voglia di lavorare, che il parlamento votava leggi che favorivano l’ingresso in fabbrica di pessimi soggetti e allontanavano dal lavoro gli operai volonterosi.

Ho cominciato a riflettere sull’organizzazione di fabbrica e a seguire la conflittualità operaia nella sede migliore per farlo, all’interno del gruppo dei «Quaderni rossi» nel 1961 e non ho smesso di seguire questo percorso per i decenni successivi, anche se con intensità e campi d’azione diversi. Ma l’autunno caldo, quello che lo ha preceduto nel 1967-68 e quello che lo ha seguito, posso dire di averlo vissuto fino in fondo. Perciò, quando mi è stato proposto nel 2015-16 di scrivere un breve saggio sulle lotte operaie degli anni settanta, ho accettato con entusiasmo anche se non frequentavo il lavoro storiografico perlomeno da vent’anni (Il “lungo autunno”. Le lotte operaie degli anni ’70, in F. Amatori, a cura di, L’approdo mancato. Economia, politica e società in Italia dopo il miracolo economico, Annali della Fondazione Feltrinelli, Milano, 2017, pp. 111-136).

Qui vorrei semplicemente dire quali sono stati i fatti e i contesti che, nel rileggere quegli avvenimenti, mi erano sfuggiti nel momento in cui li avevo vissuti, mentre altri mi erano apparsi subito rilevanti. A questo secondo gruppo appartengono certamente gli episodi di lotta operaia che si sono susseguiti con intensità crescente dal 1967 in poi, dopo la deludente conclusione dei rinnovi contrattuali del 1966. Ricordo benissimo come il variegato mondo dei gruppi e dei movimenti, la base dei partiti di sinistra, e la stessa opinione pubblica borghese fossero completamente assorbiti dagli avvenimenti in Vietnam e in Sud America, mentre noi tenevamo ostinatamente lo sguardo fisso sulle fabbriche, che sembravano volersi riscattare dalla sconfitta del 1966. Sono in lotta nel 1967 e nei primi mesi del 1968 Fiat, Olivetti, Innocenti, Falck, Italsider, Dalmine, Zoppas, Indesit, Petrolchimico di Marghera e molte altre. Che qualcosa di grosso dovesse succedere era nell’aria. 

Questa ostinata insistenza sulla centralità della lotta operaia fu mantenuta anche quando scoppiarono le rivolte universitarie. Non avevamo colto, per converso, l’importanza della svolta che stava avvenendo nel mondo cattolico, che partiva dalla considerazione della dignità umana continuamente offesa nelle fabbriche italiane (si pensi agli abusi sessuali,ai controlli sui bisogni fisiologici,alla completa noncuranza dei problemi dell’ambiente e della nocività). Da questo punto di vista andrebbe riletta con maggiore attenzione la partecipazione delle donne a quel ciclo di lotte perché, se per alcune – a seconda dei territori e dei settori – il 1967-68 ha rappresentato il momento di rottura con la subalternità, per altre è stato un periodo in cui hanno messo a frutto le esperienze maturate nel 1960. Si pensi al protagonismo delle donne alla Siemens di Milano, alla Face Standard o alla Borletti nel corso del grande sciopero degli elettromeccanici del 1960. La svolta del sindacalismo cattolico ebbe un effetto analogo a quello di una diga che si rompe. E di questo va dato atto a Pierre Carniti, di recente scomparso. Senza l’ondata che travolse aree cattoliche come il Veneto, la Brianza o il bresciano, l’autunno caldo non ci sarebbe mai stato o almeno non con quella dimensione e con quella potenza.

Molto più complessi e contraddittori sono i ragionamenti che si è portati a fare rileggendo oggi il rapporto tra Pci e movimenti di quel tempo, in particolare dentro le fabbriche. Innanzitutto non ci si può liberare dall’impulso di leggere quella storia come l’inizio del processo d’involuzione che avrebbe portato alla squallida fine che hanno fatto oggi i partiti di sinistra. Ma, a prescindere da questo stato d’animo odierno, la semplice lettura dei documenti sembra chiaramente indicare che, mentre i quadri di fabbrica e i sindacalisti guardavano con gioia e speranza il risveglio in atto nella società civile e nella classe operaia, l’apparato del partito era attraversato da un sentimento ambiguo di attesa fiduciosa e di preoccupazione.

In fin dei conti era la prima volta dal dopoguerra che la società e la classe operaia sembravano aver trovato modo di mobilitarsi completamente al di fuori dalle sollecitazioni e da un disegno strategico del partito. L’incubo di qualcosa “che sfugge di mano” comincia ad affiorare quasi subito. E come poteva non essere, se si era già manifestata durante la lotta degli elettromeccanici del 1960 o durante gli scioperi Fiat e Lancia del 1962? Già allora si era guardato con sospetto all’insorgenza operaia. A mio avviso la divaricazione tra movimenti di lotta in fabbrica e cultura e linea del Pci prima e dopo l’autunno caldo si fa netta in riferimento a due elementi: il passaggio di ruolo della rappresentanza sindacale in fabbrica dalle “commissioni interne” al consiglio dei delegati e la rivendicazione degli aumenti uguali per tutti. Intervistati oggi, alcuni dirigenti del Pci di allora non hanno dubbi nel considerare gli aumenti uguali per tutti un vero disastro, una vera e propria degenerazione della cultura sindacale. Inutilmente si fa a loro notare che quella rivendicazione tendeva in primo luogo a neutralizzare la discrezionalità dei capi nell’assegnare punizioni o aumenti di merito. Niente da fare, vi diranno che queste sono chiacchiere e che la natura della rivendicazione era demagogica.

Il problema dell’esautoramento delle commissioni interne era reale. Innanzitutto c’era un certo rischio nel sostituire quadri di grande esperienza e fedeltà al partito, riconosciuti dalle direzioni delle aziende, con giovani neoassunti tanto combattivi quanto inesperti. Inoltre s’inseriva in questa transizione un atteggiamento del padronato che ancora nel 1972, per dichiarazioni esplicite di Confindustria, non riconosceva i delegati come soggetto negoziale. L’Italia, mentre si attuavano le procedure dell’unificazione dei tre sindacati metalmeccanici, era ancora divisa tra fabbriche dove il consiglio dei delegati era riconosciuto e fabbriche dove non aveva ancora un locale dove riunirsi e sulle ore dei distacchi le direzioni trascinavano le cose per le lunghe. Mentre si attuavano le procedure per costituire la Flm, all’interno del Pci si era già deciso di ostacolare l’unità sindacale. Eppure la dirigenza comunista aveva aderito con entusiasmo e sorpresa quando alla metà degli anni sessanta all’interno della Cisl erano cominciate a farsi sentire le voci dei rinnovatori della Fim.

Allora come si spiega che, poco dopo, secondo il racconto di Carniti, nell’intervista rilasciata l’anno scorso a Paolo Feltrin, Trentin un giorno si autoinvita a cena, arriva con due bottiglie di vino e gli dice:«Pierre, se tu vuoi che io venga con te in un sindacato unitario io ci vengo, ma ci vengo solo io, non la Fiom». Come si spiega questo voltafaccia nel giro di un anno? E com’è possibile che, pur sapendo questo, la Flm si sia costituita lo stesso?

La mia opinione è che l’unità sindacale è stata un orizzonte positivo finché si trattava di superare la fase degli accordi separati e di affrontare la Confindustria con una forza d’urto mai conosciuta prima, e finché si è pensato di controllare meglio in tal modo le spinte dell’autonomia di classe; ma è diventata un rischio (o almeno così è stata percepita) quando si è cominciato a parlare di unità organica e di fusione, scavalcando completamente le posizioni favorevoli all’unità d’azione ma contrarie all’unità organica. Infine, si è constatato – la prova più lampante alla Fiat durante il contratto del 1973 – che l’unità sindacale non garantiva il controllo delle spinte dell’autonomia di classe né il riassorbimento delle correnti che seguivano le indicazioni dei gruppi extraparlamentari.

Credo che aver ostacolato e poi di fatto impedito l’unità sindacale organica è solo una componente e forse non la più rilevante della divaricazione tra gruppo dirigente del Pci e movimenti di classe.

La vera “svolta”, il vero inizio di quel percorso, che ha finito per condurre gli eredi del Pci su posizioni neoliberali oggi, avviene nel momento in cui la direzione del partito si fa convincere dalla teoria delle compatibilità e dalla teoria dei vincoli monetari, comincia cioè ad accettare l’idea di un “ordine superiore” – il vincolo monetario – contro il quale è inutile battersi e rispetto al quale la teoria del salario come “variabile indipendente” assume il ruolo della peggiore delle eresie. È l’opera culturale dell’accoppiata Carli-Scalfari, come sottolineo nel mio saggio, a portare il gruppo dirigente del Pci ad accettare il nuovo Vangelo. Qui inizia la fine della “diversità” del Pci nel quadro politico e culturale italiano, qui il Pci si schiera a pieno titolo con il fronte padronale, con il fronte conservatore e immobilista. Qui inizia la vera carriera politica di Giorgio Napolitano.

Il partito comunista, il protagonista della Resistenza, l’unica forza politica che aveva creduto e promesso un cambiamento sociale, una modificazione dei rapporti di forza tra le classi, si allineava sulle posizioni di una classe dirigente e padronale che non aveva mai voluto ammettere e accettare che l’intelligenza operaia potesse contribuire a rendere più efficiente, competitivo e dinamico il sistema, oltre che più umano. È impressionante constatare sulla base di fatti, comportamenti e dichiarazioni, quanto lontana fosse dalla testa dei padroni e dei loro manager l’idea che c’era stato un processo di emancipazione di dimensioni epocali presso la base operaia. C’era stata una rivoluzione interiore prodotta dal fatto che era stata data la parola a chi aveva taciuto e obbedito per decenni a gerarchie superiori. Tra la facoltà data ai delegati di rappresentare un gruppo omogeneo, la facoltà di esprimere i problemi di quel gruppo e di trasmetterli a terzi, l’acculturazione delle 150 ore, il dibattito politico quotidiano, presente ovunque – si verifica in quegli anni un processo di maturazione collettiva che crea veramente “un uomo nuovo” e quindi produce un intelletto collettivo e sociale che in gran parte si espresse in progetti di modificazione dell’organizzazione e dell’ambiente di lavoro. Nulla di tutto questo venne raccolto e valorizzato dalla classe dirigente dell’epoca, con la quale la direzione del Pci si era allineata nel 1976-77. Suonano quindi ancora oggi perfettamente intonate le parole di Bruno Trentin nel 1974: «Non siamo quindi solo di fronte alla crisi del padronato e dell’imprenditorialità italiani, ma a tutta una crisi politica, alla volontà o all’incapacità politiche di non tentare almeno un confronto e un rapporto nuovo, che non sia quello subordinato, coi lavoratori e col movimento operaio».

Tirare a campare, prendere tempo promettendo e non mantenendo fede alle promesse, firmando accordi senza poi rispettarli, costringendo i lavoratori a scendere in sciopero più volte per chiedere il rispetto degli accordi. Questa la tattica del padronato italiano, un comportamento meschino, incapace di alzare la testa e guardare lontano ascoltando le proposte operaie e provando a vedere se dentro c’era qualcosa di buono, che poteva rendere più moderno ed efficiente il sistema. Ma la narrazione costruita su quegli anni dice l’esatto contrario, ci racconta di soprusi e prevaricazioni che manager e dirigenti hanno dovuto subire, di operai incontentabili che, appena chiuso un accordo ed ottenuti certi miglioramenti, riaprono lo scontro. Ma basta leggere uno qualunque delle centinaia di giornali di fabbrica per constatare che non era così! Le lotte successive a un accordo quasi sempre erano per farlo rispettare e molto spesso il costo per fare applicare le nuove condizioni finiva per assorbire i vantaggi delle condizioni stesse.

Ci sono stati eccessi sicuramente, ma la classe operaia è stata ridotta sulla difensiva già tre anni dopo l’autunno caldo, con lo scoppio della crisi petrolifera. L’unico tentativo di formulare una diversa organizzazione del lavoro che tenesse conto delle rivendicazioni operaie – in particolare nei riguardi del cottimo e dell’orario di lavoro – fu il documento Pirelli, che Confindustria lasciò cadere nel vuoto, prima del fallimentare progetto di integrazione con la Dunlop. E, visto che abbiamo citato un progetto d’internazionalizzazione di una grande impresa italiana con una grande impresa britannica, sarà forse il caso di ricordare un altro episodio che presenta certe analogie, l’accordo tra Innocenti e British Leyland. Vale la pena ricordarlo per sottolineare come l’investimento della società pubblica inglese a Lambrate fosse stato immaginato come l’investimento in una realtà produttiva migliore, quanto a efficienza, delle fabbriche inglesi, che erano caratterizzate e lo furono fino a quando arrivò la castigamatti Margaret Thatcher da una conflittualità endemica rispetto alla quale quella italiana era povera cosa. Insomma, l’Italia degli scioperi di reparto, di quella che fu chiamata “la conflittualità permanente” non era un’eccezione in Europa.

Ma torniamo al tema dell’impenetrabilità del padronato e del management italiani alle proposte d’innovazione del sindacato dei consigli. La crisi petrolifera del 1973 respinge la classe operaia sulla difensiva, il grande slancio dei movimenti del 1967-68 viene fermato dall’effetto domino dell’aumento dei prezzi del greggio. 

La chimica italiana che aveva puntato sulla chimica di base e l’industrializzazione del Mezzogiorno che ruotava attorno al famoso “Piano chimico” del 1972, subiscono un colpo mortale secondo un copione che vedremo ripetersi tante volte nei decenni successivi: scegliendo le basse tecnologie ci si trova poi fuori mercato appena le innovazioni o i mutati rapporti di forza tra potenze cambiano la struttura dei costi. Ma tutto questo non fermò la dinamica conflittuale nelle fabbriche, suscitata dalle misure di austerità ma anche dalla preoccupante escalation della “strategia della tensione”. Il 1974 è l’anno della strage di piazza della Loggia a Brescia e della bomba sul treno Italicus. Mantenere alta la tensione nelle fabbriche era anche un modo per assicurare quella che il Pci chiamava “la vigilanza democratica”. Traccheggiare, prendere tempo, firmare accordi e non rispettarli non bastava più, ci voleva qualcosa di più consistente come un ammortizzatore sociale che non fosse semplicemente un’integrazione del reddito, ma una vera e propria arma di pacificazione di massa. Nasce qui, all’interno dell’accordo Agnelli-Lama sulla scala mobile del gennaio 1975, quello stravolgimento del ruolo e delle funzioni della cassa integrazione, che diventa per il padronato uno straordinario strumento di flessibilità a carico della fiscalità generale e al tempo stesso di disciplinamento e ristabilimento dell’ordine in fabbrica, perché, con la scusa di una ristrutturazione o di una diminuzione delle vendite, la direzione di un’azienda può mettere a zero ore gli elementi più ribelli, i delegati più combattivi, può insomma effettuare una selezione.

Al tempo stesso la cassa integrazione consentirà a migliaia e forse milioni di lavoratori di percepire per anni un sussidio pari all’80% o al 90% del salario standosene a casa. E pensare che era stata istituita con ben altra finalità, quella cioè di consentire a un’azienda in difficoltà di “avere un momento di respiro” per potersi rinnovare, per poter introdurre nuove tecnologie e presentarsi sul mercato con una competitività rinnovata. Era uno strumento che poteva servire a risolvere uno dei problemi storicamente più drammatici del capitalismo italiano: la riluttanza a investire in innovazione, accontentandosi di vivacchiare sul differenziale di costo del lavoro e, a quei tempi, sulla svalutazione della lira.

Gli anni settanta si chiudono con una sconfitta clamorosa del movimento di classe e delle sue rappresentanze, i vincitori scrivono la storia mettendo sul banco degli accusati il sindacato. In realtà sono loro a doversi vergognare non solo per il rifiuto di ogni dialogo costruttivo ma anche per aver deliberatamente mandato in malora interi assetti produttivi, la chimica, la chimica fine, l’elettronica,

la siderurgia, con ricadute devastanti su settori fortemente dipendenti da quelle, come l’agroalimentare. Bastano le vicende della Montedison o dell’Alfa Romeo a disegnare un ritratto dell’inettitudine della classe dirigente dell’epoca. Il genio degli ingegneri italiani progetta il primo computer, ma la miseria del capitalista italiano trova che è troppo rischioso promuoverne una produzione massiccia, meglio investire nell’immobiliare.

A fare le spese di questa miseria è la grande fabbrica, è il modello della grande azienda multinazionale. L’Italia si rifugia nella frammentazione produttiva dei distretti, si esaltano le virtù della piccola impresa iperflessibile ma priva di risorse per affrontare una rivoluzione tecnologica che si sarebbe affermata in maniera travolgente negli anni novanta con l’informatica. L’Italia sceglie la mediocrità delle tecnologie mature, delle basse tecnologie, in un quadro organizzativo dei processi produttivi che si spiega solo con la preoccupazione di evitare le concentrazioni operaie. L’egoismo dell’operaio-artigiano diventato piccolo imprenditore deve prendere il posto della solidarietà di classe del sindacato dei consigli. La paura che qualcuno gli porti via il gruzzolo accumulato o di venir derubato dallo fiscalità dello stato, produce il terreno fertile alla Lega, un fenomeno che nasce in realtà non dalla fobia per i “diversi” ma dalla scelta capitalistica – supportata dal Pci nelle regioni “rosse” – di depotenziare l’esplosiva energia della classe operaia di fabbrica mediante l’istituzionalizzazione di un’economia di reti di aziende piccole e medie.

La morale pubblica cambia di segno e il Mezzogiorno si stacca lentamente dal corpo del paese. Con le privatizzazioni dei primi anni novanta, con la demolizione dell’industria pubblica, cade definitivamente una prospettiva d’industrializzazione del Mezzogiorno, le uniche risorse d’investimento saranno i fondi europei, a intercettarli il solito immarcescibile strato parassitario. Inizia la scalata della criminalità organizzata e collegata a reti internazionali verso il business della finanza, dell’immobiliare, delle grandi opere pubbliche, dello shipping, della ristorazione, del turismo, dell’arte.

La “borghesia produttiva” italiana si è strappata le penne negli anni settanta. Ha sconfitto la classe operaia, certo, ma al prezzo di cambiare il suo dna. Oggi, dopo che la crisi del 2008 ha distrutto il 25% del potenziale produttivo del paese, sono una minoranza le imprese operanti che si sono assicurate un avvenire. Sono quelle che hanno saputo entrare nelle reti globali. Di queste una buona percentuale, in particolare nella meccanica, dipende dalla Germania. Il resto galleggia. Quando Draghi lascerà l’incarico alla Bce e arriverà qualcuno al suo posto che aumenterà i tassi, sia pure di poco, ci sarà una resa dei conti dalle conseguenze inimmaginabili.

Abbiamo tracciato un racconto fazioso, abbiamo introdotto una forzatura? A leggere i giornali, a guardare le televisioni, ad ascoltare le radio, sembra di sì. A chi sta a contatto con le aziende, a chi fa il consulente e non il faccendiere, a chi si confronta ogni giorno coi colleghi, a chi sembra di aver capito, dopo anni di esperienza, dove sta l’imprenditoria vera, l’innovazione e dove sta invece la rendita, il parassitismo, i giochetti strani per far quadrare i bilanci e la facoltà, mediata da quelli che contano, di ristrutturare i propri debiti con le banche all’infinito – a chi giorno per giorno tocca con mano tutto questo, la nostra narrazione non risulta forzata ma semmai largamente incompleta. Per esempio non abbiamo tirato in ballo i comportamenti del mondo bancario che premiano le società e le aziende sconfitte dal mercato e forniscono ben magro supporto a quelle che potrebbero affrontare tranquillamente i suoi rischi, producendo in tal modo una strisciante selezione a rovescio.

Le banche, avendo largheggiato nei crediti a società che oggi sono alla canna del gas, si sono riempite di non performing loans che appesantiscono i loro bilanci e le rendono prudentissime nell’erogare credito ad aziende virtuose che ne avrebbero bisogno per sostenere un livello elevato d’innovazione. L’effetto che Wikipedia attribuisce allo statuto dei lavoratori, scoraggiare i bravi e premiare i pessimi, è esattamente quello che si può imputare al rapporto odierno tra mondo bancario e mondo dell’impresa. Le condizioni offerte alla rendita nei prestiti bancari sono molto migliori e non paragonabili con quelle offerte al profitto. Ma questo non è che l’epilogo o, meglio, il nuovo livello di assestamento di una vicenda capitalistica e manageriale che affonda le sue radici nei primi anni sessanta e che i quattordici saggi contenuti nell’Annale Feltrinelli L’approdo mancato ci aiuta a conoscere. Dopo averli letti ci si chiede se esiste ancora un capitalismo italiano, perché i suoi eredi veri non stanno più qua, si perpetuano nel flusso del capitalismo transnazionale, delle reti globali. A questa gente basta aver cancellato la classe operaia come soggetto politico e aver posto le premesse perché il lavoro sia trattato sempre peggio. La memoria degli anni settanta per loro non è più un problema. Roba sepolta. Noi invece di quella memoria ne abbiamo bisogno più che mai. Tutelarla è un dovere.

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