IL SERPENTE E IL DRAGO. RIFLESSIONI SULLA TERRITORIALIZZAZIONE DEGLI INVESTIMENTI CINESI NELL’AMAZZONIA ECUADORIANA

Finita ormai da tempo la fase dei governi progressisti in America latina, la Cina è diventata un socio fondamentale nei piani di costruzione di infrastrutture statali in paesi come Argentina, Brasile, Ecuador, Venezuela e Bolivia. Un rapporto economico, però, sbilanciato e attraversato da molteplici asimmetrie necessarie per permettere alla Cina ulteriori cicli di accumulazione di materie prime attraverso l’allargamento delle proprie frontiera estrattive verso territori che, fino a poco tempo fa, erano rimasti esclusi dalla corsa all’accaparramento delle risorse naturali. L’articolo di Carolina Viola Reyes (in G. Mazzocchini, G. Cocco (a cura di), Dopo la marea. Crisi del progressismo e nuovi processi costituenti in America Latina, DeriveApprodi, Roma 2021, pag. 34-43), che qui proponiamo, analizza i fattori centrali che hanno spinto i governi latinoamericani del XXI secolo ad assumersi il rischio di un rapporto impari con la superpotenza asiatica: l’arrivo di capitali cinesi disposti a penetrare nei territori nonostante gli alti livelli di conflittualità, le politiche sviluppiste dei governi latinoamericani e gli avanzamenti tecnologici insieme all’alto prezzo delle materie prime.

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Le politiche nazionali devono essere colte nell’ambito più generale della geopolitica del capitalismo globale, senza tralasciare le interdipendenze che la caratterizzano.

Perciò, l’analisi delle trasformazioni dei territori ci porta ad esplorare come le dinamiche della geopolitica attuale facciano da sfondo alle politiche dei governi «progressisti» latinoamericani. Questi hanno sempre sottolineato gli impatti positivi degli investimenti cinesi per lo sviluppo dell’infrastruttura pubblica in termini di incremento della competitività sistemica per l’esportazione di commodities (materie prime, ndr). Ma questa valutazione positiva deve fare i conti con le esternalità negative di questi progetti sui territori e sui modi di produzione e riproduzione economica e sociale delle popolazioni che li abitano.

Adesso inoltriamoci nei territori amazzonici dove il gigante asiatico incontra il piccolo Ecuador. Nella profondità della selva si trova il progetto San Carlos Panantza; è localizzato nella provincia di Morona Santiago, località San Juan Bosco nel sudest dell’Ecuador, a pochi chilometri dal confine con il Perù. Questa è una zona di enorme biodiversità, terra del popolo Shuar Arutam, così come di coloni e contadini che vi si accamparono lungo il secolo XX, accompagnando l’avanzamento della frontiera agricola sulla foresta amazzonica.

Nel 2000, la multinazionale canadese Corriente Resourses ha acquistato il progetto minerario dell’australiana Bhp Billiton. Durante tutti gli anni Duemila, il popolo Shuar ha resistito con determinazione e successo ai progetti di sviluppo delle miniere dell’impresa candese. Nel 2008, il cantiere della miniera è stato occupato nuovamente da decine di famiglie indigene. Nel 2010, i canadesi hanno venduto i diritti di sfruttamento[1] alla corporazione statale cinese Crcc Tongquan Investment per 630 milioni di dollari. Per questa operazione si creerà una filiale con il nome di ExpoCobre.

Due anni dopo, malgrado le proteste delle organizzazioni indigene ed ecologiste, il progetto è stato annesso all’agenda prioritaria del governo ecuadoriano di Rafael Correa. San Carlos Panantza diventa un simbolo di questa nuova fase di estrazione mineraria nell’Ecuador, così come delle rinnovate forme di repressione statale delle proteste schieratesi contro i processi di spoliazione impliciti nei megaprogetti estrattivi.

Nell’agosto del 2016, il governo Correa invia l’esercito ecuadoriano ad appoggiare il personale dell’impresa statale cinese ExpoCobre per attaccare con violenza gli Shuar e installando un cantiere al posto del loro villaggio Nanktis. Alcune settimane dopo, durante il tentativo di riconquista del loro villaggio da parte degli indigeni Shuar, hanno luogo duri scontri con l’esercito e i membri della sicurezza privata della compagnia cinese, con un morto tra i militari e vari feriti da entrambi i lati. Per garantire gli investimenti cinesi, il governo Correa ha decretato lo stato di eccezione per tre mesi. Tutt’oggi il territorio è occupato dall’esercito che protegge l’avanzare dei lavori della miniera. Il progetto, e la scommessa per lo sviluppo di una miniera di larga scala, è stata ratificata dai due governi che gli sono succeduti: Lenin Moreno e Guillermo Lasso, quest’ultimo eletto nel marzo del 2021. Allo stesso tempo si sono moltiplicate le iniziative di appropriazione di terre indigene da parte di gruppi privati, amplificando la spoliazione del popolo Shuar.

Nankits, Morona Santiago, archivio personale, 10/09/2016

Nonostante la sua moderata rilevanza economica e politica, l’Ecuador è uno dei principali destinatari degli investimenti cinesi in America Latina. L’Amazzonia ecuadoriana è dunque un interessante laboratorio per esemplificare le dinamiche di territorializzazione e deterritorializzazione del gigante asiatico nel bacino Amazzonico.

La produzione del territorio e la territorializzazione del potere cinese nell’Amazzonia Ecuadoriana

Il XXI secolo è stato lo scenario della consolidazione della Cina nel sistema mondo, nonché della riconfigurazione della geopolitica del capitalismo globale. L’America Latina concentra importanti riserve comprovate di petrolio, gas e altri minerali, nonché di acqua potabile e terre idonee per la produzione di cibo. Ecco perché la regione è un hot spot nella geopolitica globale delle risorse naturali.

Tra il 2005 e il 2021 l’Ecuador ha ricevuto dalle policy banks cinesi una cifra pari a circa 18,4 miliardi di dollari, inferiori soltanto a quelli ricevuti da Venezuela e Brasile (Kevin P. Gallagher and Margaret Myers, 2021). Questi investimenti includono spesso accordi di vendita anticipata di petrolio. I progetti sono realizzati direttamente dalle imprese cinesi, con diversi gradi di esclusività in funzione degli accordi sottoscritti. Nella maggior parte dei casi, si tratta di contratti «chiavi in mano»: cioè uno schema di appalto pubblico dove lo stato si limita a ricevere l’opera conclusa nei tempi previsti, lasciando all’impresa il controllo totale sul processo di costruzione. Questo modello di contrattazione è presentato come necessario in funzione della complessità dei lavori d’ingegneria e finisce per ridurre drasticamente la trasparenza e quindi le possibilità di monitoraggio da parte della società civile.

Finanziamento di policy banks cinesi al Ccs
(Fonte: https://www.thedialogue.org/map_list)

Un caso emblematico dei rischi di questa logica di contrattazione pubblica è il caso della mega-idroelettrica Coca Codo Sinclair (Ccs), localizzata tra le province amazzoniche di Napo e Sucumbíos. Un simbolo della proposta di trasformazione della matrice energetica del governo di Rafael Correa. L’opera è stata finanziata con due prestiti dell’ex Im Bank per l’esecuzione del contratto «chiavi in mano» da parte dell’impresa statale Cina Sinohydro. L’impresa assoldata è stata lasciata libera di stabilire gli standard di assunzione della manodopera così come le forme e i luoghi di approvvigionamento dei beni e servizi necessari ai lavori. L’appalto è stato concesso senza la realizzazione degli studi approfonditi che avrebbero permesso di valutare i rischi di un’opera di questa portata.

Cantiere Coca Codo Sinclair, archivio personale 01/07/2016

L’esecuzione dell’opera è stata costellata da conflitti sindacali; i maltrattamenti e gli abusi sui lavoratori, così come le pessime condizioni di alimentazione e sicurezza sono stati oggetto di molteplici denunce. La ricerca con gli operai ha permesso di indicare la presenza di operai cinesi in regime di commutazione di pena, cioè di un regime di semi-schiavitù del tutto incongruente con lo statuto dei lavoratori previsto dalla legislazione ecuadoriana. Questi lavoratori rimanevano costretti in una mobilità estremamente ridotta, erano rinchiusi nel cantiere e i loro salari erano versati direttamente ai familiari in Cina. Nel dicembre del 2014 un incidente sul lavoro è costato la vita di 13 operai in condizioni mai chiarite[2].

Allo stesso tempo si denunciavano i sovrapprezzi e l’utilizzazione di materiali di bassa qualità. Queste denunce sono state verificate dalla Contraloría dello Stato in diversi rapporti ufficiali tra il 2018 e il 2019. I processi legali sono ancora in corso mentre la consegna ufficiale dei lavori non è ancora stata realizzata.

I problemi interni al cantiere sono solo una piccola parte di quelli che il progetto ha determinato sui territori, sulle dinamiche della produzione quotidiana dello spazio: la trasformazione delle logiche produttive, l’incremento del divario di genere rispetto alle opportunità di lavoro e l’aumento della violenza. I grandi lavori cinesi determinano una maschilizzazione del territorio le cui conseguenze sono subìte da donne e bambine. Allo stesso modo, l’incremento del consumo di alcool e la prostituzione contribuiscono ad elevare la violenza intra-familiare.

La mancanza di studi ambientali adeguati sullo stato del bacino ha reso impossibile una valutazione integrale dei rischi. Sin dall’inizio le popolazioni che vivono lungo il fiume Coca hanno sofferto la rapida degradazione della qualità dell’acqua, la diminuzione dei pesci e l’aumento preoccupante dei livelli di sedimentazione nel fiume.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nel febbraio del 2020 una frana ha fatto sparire la cascata di San Rafael – 160 metri di altezza e 14 di larghezza, principale attrattivo turistico della zona – a pochi chilometri dalla diga del Ccs. Questo è stato solo l’inizio visibile di un processo accelerato di erosione che, un mese dopo, ha portato alla spaccatura dei due principali oleodotti dell’Ecuador (il Sote e l’Ocp) e al riversarsi di petrolio nelle acque del fiume Coca[3]. Gli impatti reali di questi incidenti sono difficili da stimare perché il processo di erosione è ancora in corso. La mancanza d’informazione e di studi indipendenti sugli impatti mette in grave rischio la vita dei popoli indigeni e contadini che dipendono dal fiume.

Sote, El Reventador, archivio personale, 10/05/2015

Il rapporto sino-latino-americano ha portato ingenti quantità di risorse ai governi sviluppisti di Argentina, Brasile, Ecuador, Venezuela e Bolivia in un periodo di difficile accesso al finanziamento internazionale. La Cina è diventata così un socio fondamentale nei piani di costruzione di infrastrutture statali in questi paesi. Lungi dall’essere orizzontale, questo rapporto è attraversato da molteplici asimmetrie.

Estrattivismo nel secolo XXI: l’America Latina e le sue periferie estreme

Le trasformazioni accelerate nella geopolitica del capitalismo che accompagnano l’inizio del secolo XXI si traducono nell’esasperazione della competizione per il controllo delle risorse naturali su scala planetaria. Questa corsa si sta amplificando nel contesto della crescente competizione tecnologica tra la Cina e gli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questa dinamica riguarda le strategie complesse di gestione delle popolazioni in quelle che Bunker (1984) ha chiamato extreme peripheries.

La definizione di extreme peripheries evoca i territori destinati all’estrazione di risorse naturali ai margini degli stati periferici del sistema mondo. Questi territori si configurano come periferie economiche, sociali, politiche e spaziali, essendo l’Amazzonia l’archetipo di questa configurazione socio-spaziale. L’aggettivo estremo sottolinea le molteplici dimensioni nelle quali si territorializza la sua condizione periferica e marginale. L’approfondimento, accelerazione e trasformazione delle dinamiche d’estrazione delle risorse naturali nei territori della periferia estrema è la caratteristica del nuovo secolo.

Possiamo sintetizzare queste mutazioni dell’estrattivismo secondo quattro principali dimensioni (Composto e Navarro, 2012): in primo luogo, l’esaurimento dei beni naturali non rinnovabili rende visibile l’insostenibilità del modello di produzione e consumo attuale; in secondo luogo, il progresso tecnologico – permettendo di aumentare le capacità d’estrazione – ha spinto e spinge la frontiera estrattiva ai limiti; terzo, la riduzione dei beni necessari alla vita a materia prima (commodities) dei processi estrattivi ha portato al superamento del tasso di recupero ecologico dei beni naturali rinnovabili; infine, una volta trasformati in commodities questi beni diventano tutti esportabili, negoziabili e oggetto di speculazione nei mercati finanziari globali.

La nuova fase dell’estrattivismo nelle periferie estreme si caratterizza dunque per le forme estreme di distruzione e violenza, normalizzate nell’ordine discorsivo che riproduce il potere estrattivista. L’elemento più rilevante del progetto estrattivista del secolo XXI è il suo carattere olistico e totale, intimamente vincolato alla riconfigurazione della geopolitica del capitalismo su scala planetaria.

Il flusso dei capitali cinesi verso l’America Latina è aumentato velocemente lungo tutto il primo decennio del secolo XXI. Questi nuovi capitali hanno dato un respiro ai governi latinoamericani che mettevano in discussione l’imposizione delle ricette di aggiustamento del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e della Banca Mondiale (Bm). Oltre ai terribili effetti sociali, le politiche economiche implementate dalle istituzioni di Bretton Woods nell’ambito del Consenso di Washington hanno paradossalmente creato condizioni favorevoli per l’arrivo di nuovi attori in generale e della Cina in particolare. Allo stesso tempo la Cina ha proposto schemi di collaborazione orizzontale ai paesi in via di sviluppo quali il rispetto della sovranità nazionale e l’assenza di particolari condizioni politiche ed economiche.

I piani di investimento in infrastrutture dei governi neosviluppisti di Ecuador, Brasile, Argentina, Venezuela e Bolivia si sono così concentrati sul miglioramento delle condizioni di competitività sistemica per l’esportazione di commodities e su un investimento marginale nell’industria. Questi investimenti da un lato sono complementari al fabbisogno in risorse naturali del gigante asiatico, dall’altro hanno tentato di cercare nuovi sbocchi. L’espansione cinese nella regione non si è limitata ai governi cosiddetti progressisti, ma ha coinvolto l’intero subcontinente, Colombia e Perù compresi.

Diventano dunque evidenti le dimensioni del paradosso nel quale la regione è caduta: la diversificazione delle fonti di finanziamento (dai flussi occidentali gestiti dalle istituzioni di Bretton Woods ai flussi asiatici) non ha determinato nessuna diversificazione economica, ma solo un ampliamento del loro profilo da primo esportatore e quindi un aumento dei loro squilibri atavici.

In questa riconfigurazione geopolitica dell’America Latina, la regione ha perso centralità nella strategia estera degli Stati Uniti, troppo preoccupati con i loro interventi destinati a garantire la loro sicurezza energetica e i loro interessi nel Medio Oriente[4].

Questa congiuntura sembrava favorevole per gli stati emergenti nell’America Latina. Il Brasile ne ha approfittato per riformulare il suo ruolo subegemonico, dando impulso ai nuovi processi d’integrazione come l’Unasur e la Celac e conducendo la missione di pace dell’Onu a Haiti. La diversificazione delle relazioni commerciali e politiche di ognuno dei paesi latinoamericani nell’ambito del loro insieme come blocco gli ha permesso di agire con livelli senza precedenti di autonomia e indipendenza dalla superpotenza statunitense.

Perciò la congiuntura politica ed economica ha consentito al consolidamento di un’agenda sino-latinoamericana solida e profonda, fondata da un lato sulla necessità permanente di risorse economiche dei governi latinoamericani e, dall’altra parte, sull’interesse cinese per le risorse naturali abbondanti dell’America Latina.

La sete di materia prime

L’America Latina dispone abbondantemente di minerali, petrolio, gas naturale e di un grande potenziale per la produzione d’energia idroelettrica e d’energia rinnovabile non convenzionale. Le sue terre, dalla pampa argentina all’America Centrale, passando per l’Amazzonia brasiliana, producono volumi giganteschi di cereali (soia), frutta tropicale e carne per l’esportazione. Negli ultimi dieci anni, sono incrementate le esportazioni di cibo di origine agricola e animale in Cina. Fin dall’anno 2016 il Brasile è in testa in questo ranking globale, mentre l’Argentina occupa il settimo posto[5]. Il Sudamerica vanta la concentrazione più alta di queste risorse e non è dunque un caso che la regione sia diventata il punto focale per gli acquisti e gli investimenti cinesi.

Il petrolio sudamericano rappresenta il 19,5% del totale globale distribuito in maniera variabile tra Venezuela, Brasile, Colombia ed Ecuador. Anche il gas è abbondante, con giacimenti in Argentina, Bolivia, Brasile, Peru e Venezuela[6]. Per quel che riguarda gli idrocarburi non convenzionali, una ricerca della Usa Energy Information Administration (Eia) pubblicata nel 2011 stimava l’esistenza di risorse importanti in Argentina, Uruguay, Colombia e Brasile. Oggigiorno, l’America Latina è la seconda fonte, in ordine di rilevanza, delle importazioni cinesi di petrolio, con una partecipazione del 13,5% del totale. Questo scenario si riproduce per i giacimenti e le miniere di ferro e più in generale per le risorse minerarie. Il Brasile ha esportato nel 2019 quasi 24 milioni di dollari in minerali e metalli verso la Cina – è la seconda fonte di queste risorse, seconda solo all’Australia, seguita da Cile e Perù[7].

Le cifre presentate spiegano perché, tra il 2005 e il 2020, la Cina abbia concesso prestiti all’America Latina e ai Caraibi per circa 135 miliardi di dollari (Gallagher, Kevin P. and Margaret Myers, 2021). I principali destinatari sono stati – in ordine di rilevanza – Brasile, Venezuela, Argentina ed Ecuador. Si tratta un volume totale di finanziamento maggiore dei prestiti combinati della Banca Mondiale (Bm) e della Banca Interamericana di Sviluppo (Bid) nello stesso periodo. Questi investimenti sono stati principalmente direzionati a progetti per l’infrastruttura pubblica, la connettività e per l’estrazione di vecchie e nuove commodities che impattano spesso sui territori dei popoli amazzonici. Risulta così evidente che la geopolitica delle risorse naturali è il motore della crescente relazione politica ed economica tra Cina e America Latina lungo il XXI secolo.

Considerazioni finali

L’estrattivismo del XXI secolo si sviluppa nel contesto della diversificazione dei poli di produzione capitalista globali, conseguenza dell’ascesa della Cina e il Sudest Asiatico, così come dello spostamento degli assi centrali dell’economia globale dall’Atlantico al Pacifico. Questa situazione si traduce nell’aumento delle pressioni per l’allargamento della frontiera estrattiva verso territori rimasti finora esclusi della carta geopolitica della corsa per le risorse naturali. Il motivo di questa esclusione non è stata certamente la volontà di conservazione ecologica, bensì gli alti costi economici, sociali e ambientali impliciti in questi progetti, come il potenziale di rifiuto e resistenza da parte della società civile. Molte di queste iniziative sono rimasti nel cassetto per anni prima di diventare progetti prioritari nell’agenda

pubblica.

Ci sono tre fattori rilevanti per capire questa propensione al rischio assunta dai governi latinoamericani nel XXI secolo. Primo, l’arrivo dei capitali cinesi disposti ad entrare nei territori nonostante i livelli di conflittualità; secondo, le politiche sviluppiste dei «progressismi» latinoamericani; terzo, gli avanzamenti tecnologici e l’alto prezzo delle materie prime.

Rispetto ai capitali cinesi, la dinamica si è caratterizzata per la presenza delle Soe (State Owned Enterprises) sostenute dalla banca pubblica cinese e dalla sua diplomazia. I progetti vengono accompagnati da risorse economiche sotto forma di prestiti poi realizzati direttamente alle compagnie cinesi. Le Soe privilegiano gli accordi stato a stato, garantendo così la protezione dei suoi investimenti nei corpi repressivi degli stati latinoamericani. Questa condizione è divenuta necessaria considerando le forti resistenze nei confronti di questi progetti. Lo Stato, insieme alle Soe cinesi, impone stati di eccezione, facilitando la spoliazione dei territori e dei popoli. Emerge così un nuovo schema di governamentalità estrattivista che presuppone forme radicali di controllo e amministrazione delle popolazioni, così come il violento adattamento dell’ambiente.

A loro volta, i progressismi latinoamericani hanno colto un’opportunità nella diversificazione dei rapporti politici ed economici con la Cina, il quale si presentava come un socio ineguagliabile nel processo di recupero dell’infrastruttura statale. Le fiorenti relazioni stato-stato e il carattere autarchico dei progressismi latinoamericani, combinati con il modello autoritario cinese – noncurante della società civile – sono stati una combinazione vincente per l’espansione dell’estrattivismo al di sopra delle proteste e delle resistenze.

Infine, questo scenario politico favorevole si nutre anche delle scoperte tecnologiche e del ciclo espansivo nei prezzi delle commodities, che ha fatto diventare redditizi progetti rischiosi e dispendiosi prima neppure presi in considerazione. È così che l’espansione della frontiera estrattiva mira, golosa, all’Amazzonia, perseguendo la colonizzazione e la spoliazione dei territori e dei popoli tutt’oggi sotto la mira della sete di risorse dei capitali e dei poteri globali.

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NOTE

[1] Rame, oro, argento e molibdeno.

[2] Vedi: https://www.elcomercio.com/actualidad/negocios/13-muertos-12-heridos-cocacodosinclair.html.

[3] In molti snodi i condotti del SOTE hanno superato la vita utile già alla fine degli anni ‘90, essendo urgente un piano per la sostituzione integrale del sistema di trasporto.

[4] Il giornale spagnolo El País riporta nel 2017: «A una settimana dall’elezione di Donald Trump, il presidente Xi Jinping si è recato in America Latina per la terza volta in tre anni per lanciare un messaggio chiaro: la Cina vuole essere il principale alleato della regione».

[5] Il Brasile ha esportato nel 2017 un totale di 22.5 miliardi di dollari in cibo, essendo la prima fonte di approvvigionamento. Le importazioni di cibo da parte della Cina includono prodotti vegetali come la soia e sempre più proteine d’origine animale: carne di manzo, maiale, pesce e altri frutti di mare (China Power Team, 2017).

[6] I dati sono stati ricavati dall’Energy Outlook pubblicato dal British Petroleum nel 2018:

https://www.bp.com/content/dam/bp/business-sites/en/global/corporate/pdfs/energy-economics/energyoutlook/bp-energy-outlook-2018.pdf.

[7] Insieme all’Australia e al Sudafrica costituiscono il top five dei fornitori di metalli e minerali verso la Cina. Nel 2019 sono stati riportati i seguenti valori: Brasile 23.944.177,77 USD; Chile 20.328.972,38 USD e Peru 12.952.066,57.

https://wits.worldbank.org/CountryProfile/es/Country/CHN/Year/2019/TradeFlow/Import/Partner/all/Product/OresMtls#.

BIBLIOGRAFIA

M. Antonella, Minería transnacional y dispositivos de intervención en la cultura: La gestión del paradigma hegemónico de la «minería responsable y el desarrollo sustentable» in M. Svampa, M.Antonelli (a cura di), Minería transnacional, narrativas del desarrollo y resistencias sociales, Editorial Biblos, 2009.

A. Barcenas, Estado de situación de la minería en América Latina y el Caribe. Desafíos y oportunidades para un desarrollo más sostenible. Ponencia IX Conferencia de Ministerios de Minería en América Latina. ECLAC

S. Bunker, Modes of Extraction, Unequal Exchange, and the Progressive Underdevelopment of an Extreme Periphery: The Brazilian Amazon, 1600-1980. «The American Journal of Sociology», Vol. 89, n. 5, 1984, pp. 1017-1064.

China Power Team. How is China Feeding its Population of 1.4 Billion? China Power. January 25, 2017. Updated August 26, 2020. Ultimo accesso effettuato: 14/07/2021. https://chinapower.csis.org/china-food-security.

C. Composto, M.L. Navarro, Estados, transnacionales extractivas y comunidades movilizadas: Dominación y resistencias en torno de la minería a gran escala en América Latina, «Revista THEOMAI» n. 22, 2012, p. 25.

K. P. Gallagher and M. Myers, China-Latin America Finance Database, Washington: Inter-American Dialogue, 2021.

D. Harvey, Espacios del Capital. Hacia una geografía crítica Akal, Madrid, 2001.

C. Viola, Territorios y cambio estructural: Coca Codo Sinclair, inversión China y el cambio de la matriz energética en el Ecuador in «Revista de Ciencia Sociales», n. 38, Universidad Central del Ecuador, 2016.

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