CONTRONARRAZIONE, ROMANZO E SOGGETTIVITÀ. APPUNTI PER UNA NUOVA ALLEANZA

Il saggio di Alessandro GAUDIO qui riprodotto, è stato pubblicato su «Diacritica», a. VII (2021), fasc. 3 (39), 31 luglio 2021, ed è disponibile on line al seguente URL: https://diacritica.it/letture-critiche/sul-romanzo/contronarrazione-romanzo-e-soggettivita-appunti-per-una-nuova-alleanza.html. Lo scritto si pone in dialogo aperto con la riflessione di G.P. Caprettini, inclusa nello stesso numero di «Diacritica» e reperibile a questo URL: https://diacritica.it/letture-critiche/sul-romanzo/le-responsabilita-del-romanzo-a-proposito-di-un-recente-studio.html.

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Nella cronaca del Nord gli uomini agiscono in silenzio, fanno la guerra, concludono la pace, ma non dicono (né la cronaca aggiunge) perché essi fanno la guerra, per quali ragioni fanno la guerra, per quali ragioni fanno la pace; in città, alla corte del principe, non c’è nulla da sentire, tutto è silenzioso; tutti siedono a porte chiuse e deliberano per loro conto; poi le porte si aprono, gli uomini escono per apparire sulla scena, vi compiono un’azione qualunque, ma agiscono in silenzio[1].

Oggi la voce “contronarrazione” (o “narrazione alternativa”) è abbastanza diffusa nel linguaggio giornalistico[2], ma complessivamente ancora poco attestata nell’uso, tanto che non è presente su nessuno dei principali dizionari di italiano[3]. Ad ogni modo, una rapida rassegna lessicografica consente di fornire una definizione di massima del lemma come critica avvertita e competente di tutte le forme di potere, sperequazione, sfruttamento, repressione e violenza sociale e di genere, compresi i miti, i falsi idoli, i pregiudizi, il conformismo e l’alienazione. “Contronarrazione”, perciò, come messaggio che offre un’alternativa, anche sul piano lessicale, alla propaganda o come modo differente per decostruire o delegittimare la narrazione dominante attraverso una sintesi concreta, priva di infingimenti e non semplicemente reattiva. Mi sembra, infatti, che il vocabolo, per quanto debba essere considerato come contestazione e netta contrapposizione rispetto a “narrazione”, termine antinomico ma non del tutto antitetico, di questo conservi la struttura e gli aspetti più schiettamente affabulatori e analitici.

È possibile circoscrivere ulteriormente il senso della parola cercando di allestire la sua costellazione concettuale e filosofica, provando a riscostruire per sommi capi la storia, tutto sommato breve, dell’atmosfera intellettuale e della ragnatela di termini che ha evocato sin dalla sua recente attestazione. Essa ha a che fare certamente con le mutazioni dell’immaginario e della soggettività prodottesi in seno alle società di controllo: una vera e propria soggettività globale che capitalizza e sussume tutti i processi di soggettivazione. Si aggiunga, poi, che all’universalità astratta del soggetto tale soggettività globale affianca l’universalità altrettanto astratta dell’oggetto.

Gilles Deleuze può aiutarci a spiegare meglio la complessa questione[4]. Per il filosofo francese il mondo consiste in una molteplicità di relazioni che chiama “eventi” e che si esprimono in concatenamenti collettivi di enunciazione, ossia in segni, linguaggio, gesti, in un certo tipo di “narratività”, dunque. Narratività, che da sempre ha il compito di rinegoziare la memoria sociale, come “creazione del possibile” che non limiti il pensiero e l’azione, orientandoli verso alternative prestabilite (uomo/donna, natura/società, lavoro/tempo libero, intellettuale/manuale e così via), ma che crei, per l’appunto, “del possibile”, aprendo a una nuova distribuzione delle potenzialità ed esprimendo nuove possibilità. In questa nuova relazione (in questo nuovo concatenamento, direbbe Deleuze) risiede una data idea di “contronarrazione”, legata a quella di “conflitto”, che supera la semplice disposizione alla “protesta” e che riguarda tanto le possibilità date cui si accennava prima (capitalista/operaio, uomo/donna ecc.) quanto la stessa definizione dei ruoli e delle funzioni. Il nuovo concatenamento, se si vuole il “nuovo mondo possibile”, agisce a livello di anima, quindi di “soggettività”, come trasformazione incorporale, “contro soggettivazione” che modifica la maniera di sentire, il modo di percepire il mondo e, di conseguenza, di narrarlo[5]. Da un lato, abbiamo la logica riproduttiva dell’informazione e dell’educazione, la narrazione dominante; dall’altro, quello che Deleuze chiama “evento”[6]. La prima mira a neutralizzare il secondo, riconducendo l’imprevedibile a qualcosa di prevedibile, conosciuto e abitudinario (un po’ ciò che Guy Debord derubricava come “disinformazione”)[7]. Sul versante dell’evento si dispone, invece, la “controinformazione”, lemma attestato già dal 1970, che si propone di evidenziare ciò che i mezzi di informazione ufficiali o le forze di dominio tacciono o diluiscono in una forma di sottocomunicazione generalizzata[8].

A partire dalla fine del XX secolo la co-creazione del possibile è attivata e controllata da una potenza di concatenamento che implica macchine (tecnologie del tempo e della memoria come televisioni, radio e internet) sempre più potenti, capaci di agire a distanza sui cervelli, cioè sulla produzione di soggettività. Per Michail Bachtin, in assenza di un “contrappunto” che faccia emergere la follia di un evento, vale a dire di una conversazione o di un dialogo, il funzionamento del discorso indiretto dei media presiede alla costituzione o alla cattura della soggettività[9]: è ciò che avviene nell’esasperazione delle tendenze “monolinguistiche” (ma anche “monodiscorsive”) dell’Occidente europeo e ha dei punti di tangenza con quella che Italo Calvino definirà successivamente “antilingua”: «Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente»[10].

Tornando a Bachtin[11], è con il “romanzo” che ci si potrebbe opporre alla televisione. Il linguaggio televisivo funziona contro il processo linguistico che il romanzo attualizza e mostra nella modernità: nel romanzo le istituzioni culturali, semantiche, espressive sono liberate dal giogo di un sistema linguistico unitario perché si mostra in esso la decentralizzazione del mondo verbalmente dialogico. Il romanzo esprime la costituzione della molteplicità contro cui funzionano le reti di comunicazione. Si tratta della stessa centralizzazione e unificazione linguistica di cui, anche prima di Calvino, parlerà Pier Paolo Pasolini nel corso dell’acceso dibattito intorno al rapporto tra neocapitalismo e lingua che si svilupperà negli anni Sessanta[12]. Bisogna compiere soltanto un altro passo a ritroso perché, nella Parola nel romanzo, Bachtin arrivi a spiegare come il “plurilinguismo”, «questa specie di dialogo sociale nelle lingue nel romanzo»[13], così come la sua “plurivocità” e la sua “pluridiscorsività”, potranno espandersi soltanto all’interno di un processo di mondializzazione che appoggi l’incontro con lingue e culture straniere.

Dunque, la televisione esproprierebbe il pubblico non soltanto della comunicazione, ma soprattutto del tempo dell’evento. Gli “eventi mediatici” non aprono alla costruzione di problemi né sollecitano a inventarne le soluzioni. Sono la costruzione di un punto di partenza nella produzione di senso, un punto di origine delle parole d’ordine per la costruzione di un pubblico consensuale e maggioritario.

Da qui la differenza rispetto all’evento propriamente detto, fondato sul principio architettonico del mondo reale, su quella relazione tra l’io e l’altro che deve essere intesa come relazione evenemenziale tra mondi possibili e come espressione nei segni, nel linguaggio, negli enunciati di questi possibili. L’altro è, così, l’espressione del possibile, della verità dell’evento, attraverso la parola.

La creazione di qualche cosa di nuovo deve porsi il problema di come “disfare il soggetto”, disfare la totalità che imprigiona la vita per raggiungere e confrontarsi con il “di fuori” di cui parlava Foucault[14], ossia il riflesso virtuale della realtà, l’alterità verso la quale il linguaggio del soggetto deve continuamente contestarsi. “Uscendo” in questa dimensione aperta, ci si trova in quel regime etico e pubblico che sempre Foucault definisce dir-vero, parrēsia, e a cui, tra l’altro, dedica i suoi ultimi corsi al Collége de France[15]. La creazione si fa al di fuori del soggetto, fuori dalle abitudini e da ciò che è costituito, da ciò che è già fatto: per fare questo è necessaria una posizione di “exotopia” (voce dotta che significa ‘estraneità, alterità’, ma che, etimologicamente, rimanda proprio all’essere “fuori luogo”)[16], di un fuori rispetto al rapporto tra parola e oggetto, ma anche al di fuori del sociale, della comunicazione, dell’informazione, che non fanno che trasmettere dati predeterminati, tramite rapporti tra locutori altrettanto definiti. E, invece, il compito di ogni atto di creazione è quello di trovare i mezzi per avvicinare la vita dal di fuori ma, è bene sottolinearlo, entro un orizzonte psicologico-soggettivo. Riassumendo, l’exotopia è frutto di una tensione dialogica in cui l’altro è riconosciuto come portatore di una prospettiva autonoma che si attiva quando, dopo aver cercato di mettersi nei panni dell’altra persona, si prende coscienza dei propri e si comprende che entrambi hanno pari diritto di esistere, seppur nella loro diversità. L’exotopia, quindi, è un processo diverso rispetto all’“empatia”, che richiede lo sforzo di decentrarsi rispetto al proprio punto di vista sulla realtà, senza forzare l’altro a entrare nei propri schemi e senza perdersi nei suoi. Riguarda pertanto, neanche troppo tangenzialmente, il processo di individuazione, inteso come percorso di riconoscimento della propria posizione rispetto alla grande macchina, una sorta di haecceitas, ossia ciò che definisce l’individualità di un ente, il suo essere distinto, la sua “autonomia”.

Siamo al corrente di quanto il concetto di autonomia sia debitore nei confronti della riflessione di Gobetti e Gramsci[17]: quella individuale, in un senso più esteso rispetto all’accezione proposta dai due intellettuali antifascisti, è ostacolata o addirittura impedita dagli stereotipi culturali in cui il soggetto è originariamente immerso e con cui è in parte identificato. In questa accezione, l’individuazione è soprattutto un processo di differenziazione dal collettivo che non va, ovviamente, inteso come deriva individualista o, peggio ancora, narcisista, ma piuttosto in un senso più vicino ad “autodeterminazione”. Assieme alla differenziazione, infatti, l’individuazione implica un processo di “integrazione” dei valori universali custoditi dalla cultura, con l’implicito compito di trovare una modalità unica e inconfondibile per viverli e attuarli personalmente. È un processo di sintesi finalizzato, secondo Jung, al costituirsi di una “soggettività responsabile” e capace di relazioni interpersonali creatrici. Soggettività che potrebbe essere contrapposta a quella svalutazione del soggetto e della prassi storica consapevole che, sempre restando in ambito psicanalitico, Lacan ha definito “mancanza a essere” e che è alla base dell’alienazione capitalistica[18].

Il capitalismo, si sa, cancella le esigenze di autonomia. Eppure, come ogni sistema omeostatico, presenta qualche crepa che si può cercare passando per la contronarrazione (per il romanzo, secondo Bachtin, per il “di fuori”, secondo Foucault) e che consente di recuperare la dimensione materiale del conflitto, contronarrando, da qualche parte, la vita, ossia rapportandosi a essa criticamente. Il romanzo sarebbe, in quest’ottica, lo spazio potenziale, il luogo senza geografia del possibile ricominciare[19] o, se si preferisce, l’atto creativo (non quello rassicurante o terapeutico proprio del falso impegno o, come lo chiama qualcuno, neoimpegno)[20] nel quale la soggettività si costituisce, individuando, almeno in parte, la quota di realtà pre-individuale che reca sempre in sé, parola che è indissociabilmente eco e diniego[21]. L’aspetto individuato si contrapporrebbe all’intelletto generale o pre-individuale di marxiana memoria[22], all’angosciosa e rassicurante statizzazione dell’intelletto, ingaggiando una battaglia il cui campo è rappresentato dal soggetto e che continua a riguardare quel pensiero astratto e spoliticizzato o confusamente incompetente, ciò che Sebastiano Timpanaro nel 1991 ha definito “unanimità desolante”[23] che da non poco tempo è divenuta un pilastro della produzione sociale. La disposizione contronarrativa e militante del romanzo (la sua “prosastica artisticità” avrebbe detto ancora Bachtin) attiene alla saldezza della struttura relazionale dell’Io, ossia all’autonomia psichica necessaria allo stabilimento di equilibrate relazioni oggettuali e contribuisce, per questa via, alla nuova alleanza tra intelletto e azione politica, provvedendo a unirli e provando a infrangere l’interdetto capitalista, a sabotare il patto durevole e unitario che regola il suo canto epico, il suo discorso spettacolare, ormai integrato nella realtà, diceva il povero Debord, morto suicida nel 1994, e la sua grande macchina di verità e di tempo. Ciò, come spiegava ancora nei Commentari sulla società dello spettacolo, attiene alla costruzione di un presente che è ottenuta grazie all’incessante passaggio circolare dell’informazione e «che ritorna continuamente su una lista brevissima di inezie sempre uguali, annunciate con passione come notizie importanti; mentre le notizie veramente importanti, su ciò che effettivamente cambia, passano solo di rado e per brevi baleni»[24].

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NOTE

[1] Citazione tratta dalla Storia della Russia fin dai tempi più antichi scritta da Sergej Michajlovič Solov’ëv e riportata nella Società dello spettacolo, film-manifesto del situazionismo diretto nel 1973 da Guy Debord e ispirato all’omonimo saggio del 1967.

[2] Dal 1984 a oggi il motore di ricerca dell’archivio online della «Repubblica» restituisce 58 occorrenze del termine Contronarrazione, la prima nel 1985, le altre tutte attestate dopo il 2011 (ultima consultazione: 2 maggio 2021). Indicativo anche il dato deducibile dall’archivio del «Corriere della Sera», che però censisce le sole pagine online e riporta soltanto 5 occorrenze della parola dal 2017 a oggi (ultima consultazione: 2 maggio 2021).

[3] Deduco l’informazione dall’utilissima Stazione Lessicografica VoDIM allestita dall’Accademia della Crusca e disponibile al seguente URL: http://www.stazionelessicografica.it/ (ultima consultazione: 2 maggio 2021). Sul discorso d’opposizione si consideri M. Bamberg, Considering Counter-Narratives, in Considering Counter-Narratives. Narrating, resisting, making sense, ed. by M. Bamberg and M. Andrews, Amsterdam/Philadelphia, J. Benjamins, 2004, pp. 359-69 e il recentissimo The Routledge Handbook of Counter-Narratives, ed. by K. Lueg and M. Wolff Lundholt, London, Routledge, 2020.

[4] Per i riferimenti al pensiero del filosofo parigino si vedano almeno G. Deleuze, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia [1980], a cura di P. Vignola, Napoli-Salerno, Orthotes, 2017; Id., Pourparler [1990], trad. it. di S. Verdicchio, Macerata, Quodlibet, 2000 e G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia? [1991], trad. it. di A. De Lorenzis, Torino, Einaudi, 2002.

[5] Impossibile non apprezzare come il concetto di “mondo possibile”, seppur in un’altra accezione, si ponga al centro della nota disamina di Umberto Eco sulla cooperazione interpretativa dei testi narrativi, ma ritorni poi anche in altri testi del semiologo. Cfr. almeno U. Eco, Lector in fabula [1979], Milano, Bompiani, 1998, passim

[6] Per una puntuale ricostruzione della riflessione di Deleuze sul concetto di “evento” si veda M. Lazzarato, La politica dell’evento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, in particolare le pp. 5-15. 

[7] Cfr. G. Debord, Commentari sulla società dello spettacolo [1988], a cura di A. Zuliani, Bologna, Lupetti, 2012. 

[8] La voce Controinformazione è presente nei principali dizionari e diffusissima sulla stampa e sul web. Riproduco la definizione che ne fornisce il Grande Dizionario della Lingua Italiana: «Informazione che alcuni movimenti d’opinione propongono come alternativa rispetto a quella fornita dai mezzi di comunicazione ufficiali, ritenuti faziosi e non obiettivi», GDLI, supplemento 2004, p. 257, s.v. 

[9] Edward Said propone a più riprese una disposizione verso il reale, definita “contrappuntistica”, che contesti apertamente, punctum contra punctum, la voce data, il cantus firmus, l’idea pienamente gestibile di oggettività. Cfr. E. Said, Joseph Conrad e la finzione autobiografica [1966], trad. it. di E. Nifosi, Milano, il Saggiatore, 2008; Id., Dire la verità. Gli intellettuali e il potere [1994], trad. it. di M. Gregorio, Milano, Feltrinelli, 1995 (fondamentale per il tentativo di definire quasi sinotticamente la funzione dell’intellettuale); Id., Nel segno dell’esilio. Riflessioni letture e altri saggi [2000], trad. it. di M. Guareschi e F. Rahola, Milano, Feltrinelli, 2008 e Id., Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni [2003], trad. it. di M. Fiorini, Milano, il Saggiatore, 2007. 

[10] «La motivazione psicologica dell’antilingua − continua Calvino poco oltre − è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi» (I. Calvino, L’antilingua [1965], in Id., Una pietra sopra, Torino, Einaudi, 1980, pp. 122-26; ma si veda anche Id., L’italiano, una lingua tra le altre lingue [1965], ivi, pp. 141-48). 

[11] Ci si riferisce a M. Bachtin, Estetica e romanzo [1975], trad. it. di C. Strada Janovic, Torino, Einaudi, 1989, VI ed., ma, sulla questione, ci si consenta di rimandare ad A. Gaudio, Necessità del romanzo, Belgioioso (Pv), Divergenze, 2020. 

[12] Di Pasolini si vedano Nuove questioni linguisticheL’italiano è ancora in fasceLo ripeto, io sono in piena ricerca e Vagisce appena il nuovo italiano nazionale pubblicati in diverse sedi tra il dicembre del 1964 e i primi mesi dell’anno successivo e poi raccolti in P.P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, 1999, rispettivamente alle pp. 1245-70 (ma anche in Id., Empirismo eretico, Milano, Garzanti, 1972, pp. 5-24), 1271-75, 2442-47 e 1282-86. 

[13] M. Bachtin, La parola nel romanzo [1934-35], in Id., Estetica e romanzo, op. cit., p. 71. 

[14] Cfr. M. Foucault, Il pensiero del di fuori [1966], in Id., Scritti letterari [1994], trad. it. e cura di C. Milanese, Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 111-34. 

[15] Id., Il governo di sé e degli altri. Corso al Collége de France (1982-1983), trad. it. di M. Galzigna, Milano, Feltrinelli, 2011 e, soprattutto, Id., Il coraggio della verità. Corso al Collége de France (1983-1984), trad. it. di M. Galzigna, Milano, Feltrinelli, 2011. Sul rapporto tra dir-vero e soggettività si veda M. Lazzarato, Segni e macchine. Il capitalismo e la produzione di soggettività, trad. it. dal fr. di G. Morosato, Verona, ombre corte, 2019, in particolare le pp. 167-89. 

[16] Cfr. GDLI, supplemento 2004, p. 367, s.v. 

[17] Cfr., ad esempio, P. Gobetti, Problemi di libertà, in «La Rivoluzione Liberale», a. II, n. 11, 24 aprile 1923, p. 45 e A. Gramsci, Storia delle classi subalterne, in Id., Quaderni dal carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, Q3, § 18. 

[18] Si vedano C. G. Jung, Coscienza, inconscio e individuazione [1935], trad. it. di L. Baruffi, Torino, Bollati Boringhieri, 2013 e J. Lacan, Il seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione. 1958-1959, a cura di A. Di Caccia,Torino, Einaudi, 2016. 

[19] Cfr. M. Foucault, Il pensiero del di fuori, op. cit., p. 132. 

[20] Cfr. W. Siti, Contro l’impegno. Riflessioni sul bene in letteratura, Milano, Rizzoli, 2021. 

[21] «Tendere l’orecchio verso la voce argentata delle sirene, − continua Foucault − rivoltarsi verso il volto proibito che già si è sottratto alla vista, non è soltanto infrangere la legge per affrontare la morte, non è soltanto abbandonare il mondo e la distrazione dell’apparenza, è sentire improvvisamente crescere in sé il deserto nel quale, all’altra estremità […], balena un linguaggio senza l’assegnazione di un soggetto, una legge senza Dio, un pronome personale senza personaggio, un volto senza espressione e senza occhi, un altro che è il medesimo» (cfr. M. Foucault, Il pensiero del di fuori, op. cit., p. 128). 

[22] Cfr. K. Marx, Frammento sulle macchine, in Id., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, trad. it. di E. Grillo, Firenze, La Nuova Italia, 1969, vol. 2, pp. 387-411. Sul General Intellect e la crisi politica in seno alla modernità si veda anche P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee [2002], Roma, DeriveApprodi, 2014, IV ed. 

[23] S. Timpanaro, Dialogo sul materialismo [1991], in Id., Il Verde e il Rosso. Scritti militanti, 1966-2000, a cura di L. Cortesi, Roma, Odradek, 2001, p. 213. 

[24] In questo contesto − aggiungeva l’intellettuale parigino morto suicida nel 1994 − ogni critica diventa impossibile. Lo spettacolare integrato non vuole essere criticato e, d’altronde, gli individui vengono educati sin dalla nascita per evitare che questo accada; cfr. G. Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, op. cit. 

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