PER UNA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ZAPATISTA #16. PRODUZIONE E COMMERCIO

Un altro ambito di rilevanza strategica per il consolidamento del progetto di autogoverno zapatista è quello della commercializzazione e della produzione. Un elemento sensibilmente centrale per garantire la sopravvivenza di intere comunità.

Giovanna Gasparello nel suo lavoro dal titolo Dai Municipi Autonomi alle Giunte di Buon Governo: il cammino dell’autogoverno nelle comunità indigene zapatiste, (Cisap, 2004) pone l’accento sul modo in cui il progetto politico zapatista stia “tentando di articolare l’autonomia con la costruzione di una serie di servizi materiali essenziali che consentono alla popolazione una qualità della vita degna”, evidenziando al contempo come nella prima decade dopo l’insurrezione del 1994 le prime e importantissime conquiste verso l’autonomia “sono state rese possibili nella loro quasi totalità dalla solidarietà esterna della società civile nazionale ed internazionale, e non sono frutto di uno sviluppo interno delle comunità. Di fatto, non sarebbero potute avvenire con le sole risorse della popolazione indigena perché, in parte anche a causa della situazione di guerra in cui questa si è trovata a vivere durante tutto il processo di costruzione dell’autonomia, non ha sviluppato un’economia propria”.

Secondo le osservazioni dell’autrice maturate sul campo, manca dunque la possibilità di un’economia autonoma e diretta che garantisca la piena autosufficienza delle comunità, un’economia che “produca un’eccedenza economica la quale possa poi essere reinvestita nella produzione di servizi”.

La necessità di uscire da un’economia di sussistenza, nella quale ancora si trovano diverse comunità zapatiste, diventa di centrale importanza e le comunità ne prendono subito coscienza. Con le istituzioni delle Giunte di Buon Governo, infatti, viene dispiegato un impegno notevole proprio nell’organizzazione della produzione e nella commercializzazione collettiva. Secondo Giovanna Gasparello a partire “dall’anno 2002 nella comunità di Veracruz, Municipio Autonomo ‘San Pedro Michoacán’, è stato costruito un magazzino che vende all’ingrosso prodotti basilari alle basi di appoggio zapatiste dei quattro Municipi Autonomi che costituiscono la Zona Selva Fronteriza per rifornire i loro spacci comunitari, ma anche agli abitanti non zapatisti della zona che vi trovano prezzi più bassi che presso i grossisti de Las Margaritas. Nella stessa regione, almeno dall’anno 2001, si è organizzata la commercializzazione del caffè in modo che tutti contadini del Municipio Autonomo riescono a immagazzinare il caffè in un unico luogo, caffè che poi si vende direttamente agli esportatori del porto di Veracruz senza passare per i vari coyotes di Las Margaritas, Comitán o San Cristóbal”.

In un comunicato del 31 marzo 2004 la Commissione di commercio del Consiglio Autonomo di San Pedro Michoacán invitava tutti i produttori di mais – non solo quelli zapatisti – a immagazzinare, presso i locali della Presidenza Municipale autonoma, il prodotto di tutta la regione. Processi analoghi saranno avviati in altri municipi autonomi proprio a evidenziare la centralità strategica che assumono commercio e produzione nel progetto autonomo zapatista.

Nel febbraio del 2016 i sub Moisés e Galeano scrivono una missiva dal titolo ¿Y en las comunidades zapatistas? destinata alle compagne e ai compagni della Sexta nella quale affrontano questo nodo cercando di non raccontare bugie ai compagni della Sexta, né a coloro che appoggiano e sono solidali con il progetto zapatista: “Se andiamo male, lo diciamo chiaramente, e non per rendervi più tristi di quanto già siate per tutto quello che succede nelle vostre geografie e calendari. Lo diciamo perché è il nostro modo di rendere conto, cioè di informarvi affinché sappiate se stiamo seguendo la strada che vi abbiamo detto o se ci stiamo occupando di altre cose, forse ripetendo gli stessi vizi che critichiamo”.

A distanza di oltre 10 anni dall’inchiesta condotta da Giovanna Gasparello, nella lettera dei sub viene posto l’accento su risultati raggiunti: “Riguardo all’economia, senza contare quanto già c’è e si mantiene dei lavori collettivi e individuali (milpa, fagioli, piantagioni di caffè, banane, allevamento di polli, pecore, bestiame, negozi, miele, ortaggi, compravendita di bestiame ed altri tipi di prodotti), si è registrato un aumento della produzione, cosa che ha migliorato l’alimentazione e la salute, soprattutto di ragazzi e ragazze”.

L’eccedenza economica ottenuta in alcuni settori ritorna immediatamente utile per programmare nuovi investimenti necessari a rendere maggiormente efficaci e autonomi altri settori: “In alcune zone i promotori di salute autonoma si stanno specializzando nell’uso delle apparecchiature ad ultrasuoni, analisi di laboratorio, medicina generale, odontologia e ginecologia. Inoltre, nelle regioni si fanno campagne di prevenzione. In una zona, con il ricavato dell’allevamento collettivo di bestiame, sono stati acquistati strumenti di laboratorio ed un apparecchio ad ultrasuoni. Ci sono già compagne e compagni esperti nell’utilizzo di queste apparecchiature, risultato dell’apprendimento tra di loro come promotori di salute da un caracol all’altro, cioè si sono formati tra loro stessi. Ed è già in costruzione un’altra clinica ospedale affinché da qui in poi si possano eseguire piccoli interventi chirurgici, come già si sta facendo a La Realidad ed Oventik”.

La seconda parte della lettera prova a fare il punto sull’organizzazione del lavoro sia nella produzione che nel commercio: “Nel lavoro della terra, sono cresciuti molto i collettivi che lavorano la milpa e allevano il bestiame. Con i guadagni, oltre a comperare apparecchiature e medicinali per le cliniche, si sono comperati un trattore. Nel commercio, le cooperative di generi alimentari hanno raggiunto l’indipendenza economica ed hanno mantenuto prezzi bassi per le famiglie zapatiste. Questo è possibile perché non c’è chi si arricchisce col rincaro dei prodotti base di consumo. Nei negozi autonomi non ci sono abiti di marchi esclusivi né all’ultima moda, ma non mancano sottane, abiti, bluse, pantaloni, camicie, scarpe (la maggioranza fabbricate nelle calzolerie autonome) e tutto quello che ognuno usa per coprire le parti intime”.

I subcomandanti Moisés e Galeano pongono l’accento sul perché le donne sono più avanzate nei collettivi di produzione e commercio: “Si sono rivelate amministratrici migliori degli uomini, perché in un municipio le compagne non solo avevano avviato con successo un allevamento di bestiame collettivo, ma ora è talmente cresciuto che danno «al partir» le loro mucche ad altri villaggi dove ci sono collettivi di donne (le/gli zapatisti dicono «al partir» quando quello che si ottiene si «divide» a metà e questa metà viene data ad un’altra «parte»)”.

Il lavoro collettivo e cooperativo è posto al centro dell’organizzazione autonoma zapatista: “In tutti i municipi autonomi si fa lavoro collettivo nella milpa ed altri nell’allevamento di bestiame. In tutte le regioni si svolge lavoro collettivo che procura guadagno. Per esempio, per l’ultima celebrazione, le regioni hanno cooperato per la mucca che hanno mangiato durante la festa e per i musicisti. Nel caracol di Oventik hanno già una tortillería autonoma. […] Nella zona degli Altos del Chiapas, dove si trova il caracol di Oventik, non si produce mais. Il mais si produce nelle regioni della Selva e viene commercializzato tra i collettivi di zona affinché le famiglie zapatiste abbiano mais a buon prezzo e senza intermediari. Per fare questo si usano i camion che sono stati donati alle Giunte di Buon Governo da brave persone di cui non facciamo i nomi ma loro e noi sappiamo chi sono”.

La garanzia di un equo sviluppo e di una corretta redistribuzione del ricavato viene garantita attraverso forme di mutuo aiuto tra i collettivi di produzione e commercializzazione: “In molti villaggi zapatisti circa il 50% lavora collettivamente ed il resto individualmente. In altri la maggioranza lavora individualmente. Sebbene si promuova il lavoro collettivo, si rispetta il lavoro individuale che non sfrutta altri individui. Tanto nel lavoro collettivo quanto in quello individuale, non solo si mantengono ma avanzano. Ogni realtà organizza i propri lavori collettivi. Ci sono collettivi di villaggi, ed in alcuni di questi ci sono collettivi di uomini, di donne e di ragazzi e ragazze. Ci sono collettivi di regione o di municipio. Ci sono collettivi di zona o di Giunta di Buon Governo. Quando un collettivo avanza di più, appoggia gli altri collettivi che sono più indietro. O, come in alcune regioni, il ricavato del lavoro collettivo di produzione di generi alimentari viene destinato agli ostelli a disposizione delle scuole secondarie autonome”.

In conclusione, seppur permanga una economia prevalentemente di sussistenza, legata anche ai meccanismi della guerra e dell’isolamento, resta chiaro l’orizzonte verso il quale le comunità autonome zapatiste provano a muoversi concludendo la missiva con un pizzico di ironia: “Con tutto questo ed in mezzo a tutti gli agguati, noi zapatiste e zapatisti ci prepariamo al peggio, quello che sta per arrivare. Non abbiamo paura. Non perché siamo temerari, ma perché confidiamo nei nostri compagni e compagne. Sembra come se, di fronte alla tormenta che già scuote i cieli ed i suoli del mondo, le basi di appoggio zapatiste fossero cresciute. Mai come adesso brillano la loro abilità, saggezza, immaginazione e creatività. [..] Ma non tutto va bene. Vi diciamo chiaramente che vediamo una falla: le donne zapatiste stanno avanzando più degli uomini. Ovvero, non si sta avanzando in maniera uguale. Resta sempre meno di quel tempo in cui l’uomo era l’unico a portare i soldi a casa. Ora in alcune zone i collettivi di donne danno lavoro agli uomini. E non sono poche le famiglie zapatiste dove è la donna che dà i soldi all’uomo perché si comperi una camicia, dei pantaloni, un paliacate ed un pettine perché si presenti in ordine in occasione delle prossime attività che presto annunceremo. Perché forse saremo sporchi, brutti e cattivi, ma: sempre ben pettinati”.

La redazione di Malanova

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