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LA TENDENZA, LA SCIENZA E LA PRATICA

Leggere, a distanza di quasi cinquant’anni, i testi di un cattivo maestro è sempre un esercizio di comprensione di uno stile, a nostro avviso, ancora utile per esplorare il presente. In particolare proponiamo uno stralcio dal titolo Riflessione interlocutoria su alcune obiezioni di metodo: la tendenza, la scienza e la pratica estratto da Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria (Feltrinelli, 1979) di Toni Negri. Il saggio, apparso nel supplemento al n. 45 del mensile «Potere Operaio» (settembre 1971) fra i materiali di preparazione al convegno nazionale di Potere operaio, è servito come relazione iniziale dell’organizzazione.

Questo opuscolo, insieme ad altri sempre dello stesso autore oggi raccolti nel volume I libri del rogo (DeriveApprodi, 2006), è stato considerato per lungo tempo l’ispirazione teorica della lotta armata degli anni Settanta nel nostro Paese. All’indomani dell’arresto di Toni Negri, il 7 aprile 1979, con l’accusa di essere a capo di un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato, l’opuscolo in questione insieme agli altri furono ritirati dalle librerie e inviati al macero.

All’interno del saggio vengono elaborati alcuni elementi teorici attraverso un linguaggio e un approccio teorico chiaramente legati al movimento degli anni Settanta ma dove, a nostro avviso, si possono intravedere le premesse necessarie per rifondare oggi una pratica di movimento. Questi elementi teorici, seppur non costituiscano delle pratiche vere e proprie, fissano alcuni elementi, come ad esempio la tendenza, senza cadere metodologicamente nella forma determinista e idealista che ha caratterizzato un certo marxismo.

La tendenza qui diviene una postura, uno stile, quello appunto dell’anticipazione come capacità − a partire dal presente − di prefigurarne il futuro: porre la tendenza – afferma Negri − è risalire dal semplice al complesso, dal concreto all’astratto per conquistare un orizzonte teorico complessivo e adeguato entro il quale semplicità e concretezza degli elementi da cui è partito il discorso acquistino significato.


Una breve parentesi metodologica, a questo punto. Due obiezioni sono state in altri tempi sollevate contro un tipo di ragionamento come quello condotto innanzi fin qui: l’una è quella di economicismo, cioè di affidarsi al determinismo della tendenza postulando una traduzione immediata di questa nella realtà (svalutando cioè le specificità determinate che la realtà presenta e la forma specifica in cui dominarle); l’altra obiezione, complementare, è quella di idealismo, cioè di soggettivizzare l’articolazione polare della tendenza, di individualizzare contraddizione e antagonismo, – dimenticando con ciò la serie delle operazioni pratiche che ogni individualizzazione determinata – organizzativa – implica: di qui l’idealismo si farebbe spontaneismo.

La pratica ha fatto giustizia di queste trite obiezioni. Non ci fermeremmo dunque su di esse, se non fosse che – nel rispondervi – possiamo approfondire il nostro punto di vista. Vediamo la prima. Per rispondere occorre chiarire che cosa sia la tendenza. Ora, la tendenza non è in nessun caso una legge che percorre, necessaria e ineluttabile, la realtà: la tendenza è uno schema generale che, a partire dall’analisi degli elementi che compongono una situazione storica, si stabilisce su di essa come definizione di metodo, di orientamento, di direttiva per l’azione politica di massa.

La tendenza è la previsione determinata relativa alla dialettica materiale che svilupperanno i fattori che vi sono compresi. La tendenza è l’esplicitazione pratico-teorica del punto di vista operaio su un’epoca storica determinata. In questo senso porre la tendenza, descriverla, definirne le contraddizioni è un cammino opposto a quello che percorre il determinismo economico: porre la tendenza è risalire dal semplice al complesso, dal concreto all’astratto per conquistare un orizzonte teorico complessivo e adeguato entro il quale semplicità e concretezza degli elementi da cui è partito il discorso acquistino significato.

Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione. Per la prima via la rappresentazione concreta si è volatilizzata in una astratta determinazione; per la seconda le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero (Lineamenti, I, p. 27).

Lungi quindi dal presentarsi come metodo rigido e deterministico, il procedimento della tendenza rappresenta un’avventura della ragione nel suo incontro con la complessità del reale, e di quest’avventura la ragione accetta il rischio: la verità della tendenza sta infatti nella sua verifica. Altro che economicismo! Dopo aver descritto questo metodo Mao annota: «In questo modo non ci allontaniamo dal materialismo ma, respingendo il materialismo meccanicistico, difendiamo il materialismo dialettico»1. In effetti tutto il rovesciamento della dialettica hegeliana compiuto dai classici, da Marx, Lenin e Mao, si risolve in un processo di scomposizione dell’orizzonte deterministico, nel tentativo di riportare dentro la critica dell’economia politica l’analisi della complessità del concreto, – quindi nella traduzione pratico-politica della previsione teorica e in ultima istanza nella posizione a questo livello del problema dell’organizzazione. Ci si accusi allora, e sarebbe più corretto, non di economicismo, bensì di essere ancora indietro nella soluzione del problema dell’organizzazione: quest’accusa l’accettiamo criticamente, impegnandoci al lavoro per risolverla, nel movimento.

Ma se la verifica della validità del metodo della tendenza è la pratica dell’organizzazione, anche la seconda delle obiezioni che ci è stata spesso rivolta, – di idealismo, di spontaneismo – viene meno.

L’assunzione della polarità della tendenza, della sua contraddittorietà e della possibilità di trasformarla in antagonismo, in processo rivoluzionario ed in iniziativa insurrezionale, non costituisce infatti alcun procedimento ipostatico nei confronti della realtà analizzata, è bensì il presupposto di qualsiasi analisi che si voglia significativa. La verità oggettiva al principio non c’è: essa va costruita nella lotta, per la lotta, per la trasformazione della prassi. L’analisi marxiana determina la realtà contro cui si rivolge imponendo sin dall’inizio il punto di vista di classe come schema operativo di parte operaia, come intenzione rivoluzionaria: è un atto di forza nei confronti del reale, la sua verità e il risultato, è a partire dalla volontà politica del risultato che l’analisi si volge indietro: conseguentemente «l’anatomia dell’uomo è la chiave per l’anatomia della scimmia»2. Solo una prassi cosi determinata ci permette di costituire un’oggettività per noi significativa: «La verità è un processo. Dall’idea soggettiva l’uomo perviene alla verità oggettiva attraverso la prassi»3. Né si tratta di un processo indeterminato, ma di una pratica determinata. Scrive Lenin, e ripete Mao: «La prassi è superiore alla conoscenza (teorica) giacché ha in sé non solo la dignità dell’universale, ma anche la dignità della realtà immediata»4. Se ci si vuole accusare, non ci si accusi dunque di soggettivismo settario nella teoria – ché questo è un carattere del materialismo dialettico «come aperto riconoscimento che esso serve il proletariato»5 – bensì di non aver ancora caricato questa nostra pratica di quel tanto di realtà immediata che costituisce l’organizzazione. Ma su questo terreno, a questo fine lavoriamo.

È a partire da questi presupposti che l’analisi della tendenza scopre nel passato – come presupposto appunto – quegli antagonismi obiettivi che oggi il punto di vista di classe vuole esaltare, e nel passato verifica quei meccanismi di controllo, di ricomposizione di una dialettica di capitale che oggi il punto di vista di classe vuole distruggere. L’esistenza di classe operaia è continua produzione di antagonismi determinati.

Le epoche della storia della classe operaia sono segnate dall’emergere di un antagonismo specifico, ed è attorno a questo che si sviluppa la lotta, ed è attorno a questo ed in funzione della sua esplosione rivoluzionaria che si costruisce l’organizzazione. Come nel periodo della Seconda Internazionale l’antagonismo specifico era quello fra controllo operaio del processo lavorativo e possesso capitalistico del modo di produrre, come nel periodo fra le due guerre – e fino agli anni Sessanta – l’antagonismo specifico era quello fra massificazione della forza-lavoro e proporzione determinata del suo controllo dinamico nel piano del capitale – la contraddizione del salario – così oggi l’antagonismo specifico è quello fra costituzione complessiva della classe operaia in individualità politica e forma di fabbrica del dominio capitalistico, fra volontà comunista delle masse e comando di impresa.

Da questo punto di vista, la felice paradossalità del metodo si illustra di nuovo. Vale a dire che quello che si voleva essere un atteggiamento deterministico ed economicistico, nell’inseguire la tendenza, le contraddizioni e l’antagonismo specifico in essa presenti, si è addirittura rovesciato: nel quadro costituito dalla dialettica fra volontà comunista delle masse e forma del comando d’impresa, infatti, ogni elemento di valore, ogni momento sociologico di definizione relativa alla collocazione degli elementi viene dissolvendosi – il politico domina e subordina il sociale. Ciò avviene dentro il processo tendenziale che la lotta delle classi, nell’incessante dialettica che la caratterizza, ha prodotto. E questo dominio del politico sul sociale possiamo verificarlo come tessuto su cui esercitare una ridefinizione, in parte già accennata, di alcune fondamentali categorie dell’analisi marxiana: da quella di capitale la cui natura il comando d’impresa sgancia dal valore e svolge sul piano di rapporti di forza, a quella di composizione organica che si dà come rapporto di fattori non più intrinseco bensì politicamente sovradeterminato. Qui invero il nuovo contenuto dà forma nuova alle categorie scientifiche dell’analisi marxiana – anche in ciò seguiamo l’indicazione dei classici:

L’attività dell’uomo che si è fatto un quadro oggettivo del mondo trasforma la realtà esterna, ne annulla la determinatezza (= trasforma questo e quello dei suoi aspetti, delle sue qualità) e a questo modo le toglie i tratti di parvenza, di esteriorità e di nullità, la rende esistente in sé e per sé (= oggettivamente vera) (Lenin, Quaderni filosofici, pp. 212-213).

La tendenza è dunque l’orizzonte di un soggetto che si produce dentro un quadro determinato, che dentro questo quadro determinato si pone in relazione e, soprattutto, che in questo processo trasforma se stesso e con ciò il quadro di riferimento. La lotta di classe operaia è il tramite e il motore di questa trasformazione, insieme dell’oggettività su cui si applica, contro cui si muove e della stessa soggettività agente.

La lotta del proletariato e delle masse popolari rivoluzionarie per la trasformazione del mondo comporta la realizzazione dei seguenti compiti: trasformazione del mondo obiettivo e ad un tempo trasformazione del proprio mondo subiettivo, trasformazione delle proprie capacità conoscitive, trasformazione dei nessi tra il mondo subiettivo e il mondo obiettivo (Mao Tse-Tung, Scritti scelti, I, p. 382).

Essere dentro questo processo è la condizione fondamentale per porre il problema dell’organizzazione, sviluppare la tendenza fino a proclamarla in prima persona, a far vincere il progetto che essa contiene, è risolvere il problema dell’organizzazione, è organizzarsi.

Un’ultima notazione. Quanto fin qui detto serve a chiarire il punto di vista da cui ci si muove, non certo a risolvere il problema che ci si pone. Questo sarebbe idealismo puro e semplice! Serve tuttavia anche – se non a risolvere – certo ad impostare la soluzione in termini corretti, a proporre uno stile di lavoro che deve corrispondere fin dall’inizio ad una esigenza fondamentale: quella di sviluppare la tematica dell’organizzazione, del suo programma, – anche del programma e dell’iniziativa più dura e forte, – a contatto ed in simbiosi con il movimento di massa. E ciò valga soprattutto per il problema dei tempi del lavoro rivoluzionario. Su questi presupposti il problema dei tempi non è certo affidabile alla previsione teorica di una qualche scadenza determinata, all’aspettativa di qualche futuribile, né ad una congiuntura che dipende da forze esterne al rapporto di classe. I tempi del processo di organizzazione e del processo rivoluzionario possono essere identificati all’interno del rapporto con il movimento di massa che si è riusciti a determinare. Ogni altra aspettativa, ogni altro affidamento è solo opportunistico. Affrettare o dilungare i tempi, è responsabilità rivoluzionaria e basta.

note

1Mao Tse-Tung, Scritti scelti, I, p. 420

2Lineamenti, I, p. 33

3Lenin, Quaderni filosofici, p. 193

4Lenin, Quaderni filosofici, p. 207; Mao Tse-Tung, Scritti scelti, I, p. 366

5Mao Tse-Tung, Scritti scelti, I, p. 366

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