ANCHE ALL’UNICAL CI SONO PADRONI DI MERDA!

Il Padrone di Merda CosenzaRiceviamo e pubblichiamo questa testimonianza di una lavoratrice sulla sua esperienza all’interno dell’ufficio Career Services dell’Università.


“Ho lavorato con un contratto di collaborazione a progetto al Career Services. Che cos’è? È un ufficio di staff al rettore dell’Università della Calabria che offre servizi alla carriera di laureandi e neolaureati; e ha l’obiettivo di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Occupandosi di lavoro, carriere e sviluppo del territorio, in questo ufficio, il clima è tutto tipico della pesantezza della più classica gerarchia interna: delegata del rettore, responsabile e collaboratori precari, finché non hanno trasferito un impiegato ‘fisso’ da un altro ‘reparto’. Per quanto riguardo il mio impiego, nonostante si trattasse di un contratto a progetto, per cui, appunto, si collabora per portare avanti e conseguire degli obiettivi, e non si hanno obblighi di orari, l’unica cosa, invece, certa sin dall’inizio fu che la mia collaborazione verteva sull’aprire la porta la mattina, prima che il responsabile arrivasse.

Mi dissi, fra me e me, quel pomeriggio che il capoufficio mi ricevette per poi, l’indomani, iniziare il lavoro: ‘va be’, come sempre; siamo all’Unical e siamo alle solite, qui come altrove, normale prassi. Tipologia di contratto che non prevede orari e, invece, unica cosa chiara erano proprio le ore in cui aprire le porte degli uffici del Career Services. La collaborazione andò avanti, in effetti, all’insegna delle parole che mi disse il responsabile, sempre quel fatidico pomeriggio di presentazione, il giorno prima del mio inizio: “qui teniamo all’immagine”.

LA COCACOLA VANTO DELL’UNICAL

Infatti, più il marchio delle aziende invitate (dal responsabile a fare colloqui ai laureati calabresi) risultava importante, ‘grosso’, tipo la CocaCola, più il capoufficio si pavoneggiava e si riteneva soddisfatto. Dopo qualche settimana dalla mia presa di servizio, per comprendere meglio come veniva svolta l’attività e per capire in cosa consisteva la mia collaborazione, oltre ad aprire le porte, iniziai a farmi e fare qualche domanda. Chiesi quale era il lavoro, a monte, per selezionare le aziende che si invitavano ai Career e Recruiting Days, giornate di incontro tra società private e laureati Unical, se si era svolta e/o si svolgeva una ricerca e se, soprattutto sul territorio, si era creata una mappa di quelle realtà (non solo d’imprenditoria) virtuose, per cui organizzare, come si fa, incontri con giovani lavoratori calabresi. Non ebbi mai una risposta su questo. Il discorso, con qualche silenzio, cadeva, ogni volta, sulla formazione a pagamento che aveva dovuto affrontare lui, il responsabile, per essere lì a capo di quello ufficio e, veniva da sé, su quanto si faticasse ad avere contatti e a farsi dare retta da aziende che, se non stai lì a pregarle, vanno altrove a cercare i propri candidati (da notare, piuttosto, la presenza ripetuta sempre delle stesse società, e ogni tanto qualche new entry come la CocaCola, per il vanto del responsabile, e poi società come la Lidl, UniCredit, vari call center).

IL CALABRESE, QUESTO SCIAGURATO

Ho sentito i discorsi di delegata e prorettore dell’epoca, in totale sintonia, quasi sempre, con le parole con cui le aziende si presentavano, essere sistematicamente orientati e ad orientare i candidati presenti alla totale flessibilità, a convincersi che se non trovano lavoro è perché non insistono abbastanza, non spendono abbastanza tempo (e soldi, soprattutto) per continuare a formarsi, non parlano inglese, non hanno una buona dizione, invece di stare sul divano dovrebbero darsi una mossa, essere disposti a lavorare per fare esperienza, anche a gratis, fare tirocini, stage, percorsi per entrare nelle varie filiere del mercato del lavoro, tutto e non rifiutare mai. Eppure, non dimenticherò mai, un giorno, nell’udire questo tipo di discorso, ad un recruiting day, forse di una compagnia assicurativa, una fila intera di ragazze giovanissime si guardò e, mi pare di aver capito, dopo aver ascoltato fin troppo, si alzarono e abbandonarono l’aula (la sala stampa dell’Aula Magna dell’Università). Fu tra i momenti che ricordo con più gioia.

E, comunque, mi chiedevo e mi chiedo: come potrebbe andare avanti, altrimenti, tra gli altri, il business dei crediti a pagamento? La truffa delle lauree con debiti formativi e non abilitate all’accesso ai concorsi per l’insegnamento? La ‘cassa’ che si sta facendo con il mercato dei 24 Cfu (Crediti formativi universitari), cioè degli esami, a pagamento, che devi sostenere, dopo la laurea, per poter accedere a concorsi e graduatorie per la carriera di insegnamento nelle scuole pubbliche? Il girone dei tirocini vari non retribuiti? No, no, di questo neanche una parola, un incontro, una proposta per capire come metterci mano. Non sono loro che devono occuparsene? No, infatti, magari no, e chi lo sa, who knows!?

LA TERZA MISSIONE E I SUOI MISSIONARI

Queste attività e servizi fanno parte della terza missione delle Università, dedicata al loro rapporto con lo sviluppo del territorio, da svolgere insieme alla prima e alla seconda missione, formazione e ricerca. Ma, appunto, in queste missioni, se non fossero anche le Università fatte da quel tessuto di relazioni di poteri locali e via via di ampio raggio tra padroni di merda, del tipo di lavoro e di eventuali padroni di merda dovrebbe interessarsene ed occuparsene, o no? Invece di finire, semmai, con invitarli a presiedere ai propri career days. E, allora, cosa si fa in questo senso? Si incrementa di anno in anno al proprio interno e si contribuisce ad incrementare anche fuori, sul territorio, regionale e oltre, il numero di lavoratori precari?

Le domande che mi assalivano durante il mio lavoro lì erano numerose. Troppe, forse, per quell’ufficio, infatti, verso aprile venni chiamata da delegata e responsabile. Il colloquio avvenne dopo una settimana in cui non ero andata ad aprire la porta e attendevo anche io di fare il lavoro in smart working, dal momento che quel poco che c’era da fare il responsabile lo passava, perlopiù, alla ragazza che non era più in ufficio, né sotto contratto lavorativo. L’incontro fu un match, non fra domanda e offerta di lavoro, ma un tipico scontro tra datori di lavoro di merda e precario di turno. Erano pronti a scrivere e farmi firmare una lettera di interruzione dell’incarico prima della decorrenza del contratto, a giugno. Ma, ciò non accadde. Dopo aver discusso con loro, e avergli detto come stavano le cose, in generale e sul mio lavoro nello specifico, in definitiva, la lettera non la scrissero, e finii regolarmente la collaborazione.

Tuttavia, da allora, e come gli dissi in quell’incontro di aprile, ancora non l’ho capito fino in fondo e continuo a chiedermi: qual è e qual era il progetto a cui lavorate e a cui dovevo collaborare? Nella confusione di tutti questi nomi inglesi – Placement, Career services, recruiting, e bla bla bla –, nel confondere le parole lavoro, necessità di autonomia economica, per i giovani e meno giovani su questo territorio, e scambiarle con ‘corsa alla carriera a tutti i costi’, non è che, forse, davvero bisogna e bisognava solo aprire le porte di quell’ufficio di servizi alla carriera? Ahh, servizi, forse, ma per la carriera di chi?”

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