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	<title>MIGRANTI Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>MIGRANTI Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>BRACCIANTATO FEMMINILE E MIGRANTE AL SUD</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2022 08:33:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È da poco uscito il report curato da ActionAid (Cambia Terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura, 2022. Il Report può essere consultato al seguente url: https://actionaid-it.imgix.net/uploads/2022/04/Cambia-Terra_Report_2022.pdf) relativo a una ricerca condotta sul campo per raccogliere dati e disegnare il modello di sfruttamento delle donne nell’agricoltura meridionale. Il territorio studiato è stato quello dell’Alto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/14/bracciantato-femminile-e-migrante-al-sud/">BRACCIANTATO FEMMINILE E MIGRANTE AL SUD</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p>È da poco uscito il report curato da ActionAid (<em>Cambia Terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura</em>, 2022. Il Report può essere consultato al seguente url: <a href="https://actionaid-it.imgix.net/uploads/2022/04/Cambia-Terra_Report_2022.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://actionaid-it.imgix.net/uploads/2022/04/Cambia-Terra_Report_2022.pdf</a>) relativo a una ricerca condotta sul campo per raccogliere dati e disegnare il modello di sfruttamento delle donne nell’agricoltura meridionale. Il territorio studiato è stato quello dell’Alto Ionio che va da Corigliano-Rossano (CS) &#8211; e quindi la Piana di Sibari &#8211; per continuare nella fascia litoranea della Basilicata e della Puglia.</p>



<p>“ActionAid ha concentrato le sue attività nell’Arco ionico, in particolare nei Comuni di Grottaglie e Ginosa in Puglia, Scanzano Jonico e Matera in Basilicata e Corigliano-Rossano in Calabria. [&#8230;] L’Arco ionico è un’area geografica lambita dal mar Ionio, comprendente 51 comuni delle province di Taranto, Matera e Cosenza. È caratterizzato da un’ampia superficie agricola destinata principalmente all’ortofrutta (fragole, angurie, pesche, albicocche, pomodori, cavolfiori, finocchi, peperoni, asparagi, mandorle, etc.), all’agrumicoltura e alla viticoltura. La scelta di intervenire in particolare in quest’area dell’Italia meridionale è legata alla grande rilevanza a livello nazionale delle filiere agricole che la caratterizzano, in cui la componente lavoro è fondamentale per realizzare le produzioni più diffuse” (ActionAid, <em>Cambia Terra</em>, cit., p. 45).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh6.googleusercontent.com/UoOxPYocz-PL3YzeY1Jn6qVvgA08sI5Tlb4dRWY_13tCrUSiYgDBnAft7rn5Wj_8NkH6b1cOggEM0eWEz9ZKTkwrZW-KsoAwum12ggahX91129EvxEnPq_j3-3IyvPNp3B2scAYiml-grSo_EQ" alt=""/></figure></div>



<p>Chiaramente il dato ufficiale dei braccianti agricoli impiegati in questi territori non tiene conto dell’esercito degli invisibili che vivono di lavoro nero, irregolari e alloggiati in maniera precaria negli stessi territori di produzione. Braccianti spesso senza permesso di soggiorno e privi di una qualsiasi forma di tutela contrattuale, nonostante il blocco imposto dalla pandemia abbia favorito un maggior utilizzo di braccianti comunitari viste le “maggiori” misure di controllo. Nella fase pandemica, infatti, si è registrata anche un’inversione di tendenza delle politiche occupazionali in agricoltura. La paura del blocco produttivo per l’impossibilità di raggiungere i campi da parte della manodopera comunitaria ed extracomunitaria ha dato luogo alla sperimentazione di iter burocratici semplificati per l’ottenimento di permessi di soggiorno e contratti lavorativi. Da forme di apartheid a forme “inclusive” a solo vantaggio dei proprietari terrieri. Nonostante ciò, molti studi fanno emergere la sostanziale inadeguatezza di tali politiche rispetto al problema del lavoro nero svolto spesso in condizioni di schiavitù e, visti i livelli retributivi, in un regime che potremmo definire di lavoro gratuito. Più che la legge, come sempre, ha potuto la solita tecnica del voltarsi dall’altra parte delle istituzioni votate al controllo della legittimità e della legalità dei rapporti di lavoro nelle campagne. In effetti, secondo le analisi più approfondite, la flessione del numero di braccianti impiegati in agricoltura durante la pandemia è presente solo nelle statistiche ufficiali; ciò è legato allo scivolamento dei lavoratori agricoli da situazioni regolari a situazioni di forte irregolarità.</p>



<p>Come rilevato in un <a href="https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>nostro</strong> <strong>articolo</strong></a> del 2021 e meglio dettagliato nel report del <em>Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria</em> (crea) curato da Maria Carmela Macrì, il settore primario negli ultimi decenni ha subìto una profonda ristrutturazione. Dalla lettura dei dati raccolti dai censimenti agricoli si evidenzia una drastica riduzione di aziende agricole e una diminuzione, meno evidente, di superficie agricola utilizzata (SAU), che confermano il “fenomeno di concentrazione dei terreni agricoli e degli allevamenti in un numero sensibilmente ridotto di aziende [&#8230;] dove la principale dinamica strutturale è stata quella della ricomposizione fondiaria. [&#8230;] Le trasformazioni intervenute nel corso degli anni nel settore primario hanno comunque avuto un impatto sulla composizione e sull’intensità del lavoro agricolo. Alla riduzione del numero di aziende e della superficie agricola utilizzata, oltre che ai cambiamenti organizzativi intervenuti (si pensi ad esempio all’incremento e miglioramento della meccanizzazione), è comprensibilmente seguita <strong>una minor esigenza di impiego di lavoro</strong>. <em>(sottolineatura nostra)</em>. La diminuzione complessiva delle giornate di lavoro impiegate in agricoltura ha riguardato tuttavia prevalentemente la componente lavorativa familiare, mentre quella non familiare, e in particolare quella saltuaria, è aumentata. Quindi alle aumentate dimensioni aziendali è corrisposto un minor contributo della famiglia alla manodopera agricola e un maggior ricorso a manodopera extraziendale, in</p>



<p>particolare quella avventizia di provenienza straniera” (<em>L’impiego dei lavoratori stranieri nell’agricoltura in italia. Anni 2000-2020</em>, Roma 2021, pp. 13-14).</p>



<p>La tendenza del lavoro, anche in agricoltura, segue un medesimo canovaccio. Raggruppamento delle aziende, meccanizzazione dei campi, diminuzione delle ore lavorative, aumento della produttività, precarizzazione del lavoro. A questo si unisce il dato sistemico della concentrazione dei capitali in mano a gruppi sempre più esigui di aziende familiari o gruppi societari e la pauperizzazione della classe media. La maggiore produttività e il minor lavoro necessario grazie alla meccanizzazione non si spalma uniformemente ma, da una parte, crea la necessità per il capitale di un soccorso statale al reddito con misure di sostegno ai cittadini bisognosi e, dall’altra, crea forme di concentramento del lavoro su una residua parte della classe lavoratrice, anche migrante, che vede diminuire il salario e aumentare o intensificare le ore di lavoro (vedi i turni stringenti, pianificati ed eterodiretti delle piattaforme della logistica come Amazon, Deliveroo, ecc.).</p>



<p>Il report di ActionAid sulla situazione dell’agricoltura nell’Arco ionico si focalizza sulla condizione femminile e migrante. “Nello specifico, le operaie agricole sono 22.702, 16.801 italiane e 5.901 straniere, di cui il 76% è costituito da comunitarie, soprattutto rumene e bulgare, con una netta prevalenza delle prime sulle seconde. Nel periodo 2012-2018, le lavoratrici rumene costituivano il 15% della forza lavoro femminile, mentre le lavoratrici bulgare il 2,7%, percentuali che nel 2020 hanno registrato una significativa contrazione, rispettivamente del 25% e del 42%, ulteriormente aumentata a seguito dello scoppio della pandemia. <strong>Tale trend è interpretato non tanto come una fuoriuscita dal mercato del lavoro tout court, ma come uno scivolamento in situazioni di irregolarità lavorativa</strong>, <em>(sottolineatura nostra) </em>di difficile misurazione. Spinte dalle difficoltà economiche e dalle scarse opportunità lavorative, le donne rumene e bulgare arrivano generalmente nell’Arco ionico direttamente dal Paese di origine, senza conoscere la lingua e con scarse informazioni. Trovano subito un impiego grazie all’intermediazione di un/a conoscente o di un/a familiare già impiegato/a in agricoltura nell’area. A volte sono gli stessi caporali che operano in Puglia a reclutare le donne andando personalmente nelle zone agricole della Romania. [&#8230;] La loro giornata lavorativa inizia tra le 4.00 e le 4.30 del mattino. Per raggiungere il posto di lavoro utilizzano la corriera o macchine spesso gestite dagli stessi caporali. Circa la metà delle 119 donne incontrate attraverso il Programma Cambia Terra ha dichiarato di lavorare in più aziende contemporaneamente, nonostante le difficoltà di spostamento tra i diversi luoghi di lavoro” e di avere condizioni lavorative al limite della sopportazione umana, senza servizi igienici, pause, presidi di sicurezza e altre tutele. “Hanno in sostanza rilevato la loro subalternità agli occhi di caporali e datori di lavoro sleali che – danneggiando lavoratrici e buone pratiche di filiera – le considerano numeri perché, come una lavoratrice ha sottolineato, «non siamo donne, siamo le cassette che riempiamo»” (ActionAid, <em>Cambia Terra</em>, cit., p. 48).</p>



<p>Inutile dire che i turni di lavoro e le precarie condizioni di vita non permettono, per le donne ancora di più che per gli uomini, forme di organizzazione collettiva per rivendicare migliori condizioni di lavoro.</p>



<p>Le braccianti spesso lavorano in più aziende, distanti tra loro anche centinaia di chilometri. Questo dato estende considerevolmente l’orario di lavoro. La condizione è aggravata dalla difficoltà ad accedere ai servizi pubblici sia a causa della mancanza di tempo libero sia per problemi linguistici. La condizione femminile si aggrava ancora di più in presenza di minori da accudire. Se alcune lavoratrici, specie comunitarie, preferiscono lasciare la prole nei paesi d’origine – in particolare le donne rumene – quelle che invece sono costrette a spostare l’intero nucleo familiare sopperiscono alla mancanza di asili o comunque di servizi pubblici, grazie all’aiuto di madri, suocere o altre parenti. Alcune volte sono costrette a organizzarsi differentemente creando privatamente in alcune case piccoli asili irregolari gestiti a pagamento da connazionali. In casi estremi “c’è poi chi, in mancanza di alternative, in alcune giornate si ritrova costretta a portare con sé le figlie o i figli sul posto di lavoro”. Per le braccianti, accanto alle difficoltà lavorative, compaiono spesso le molestie sessuali da parte degli sfruttatori. Le donne che si oppongono ai tentativi di abuso hanno successivamente maggiori difficoltà a trovare lavoro anche presso altre aziende. “Mi è capitato tantissime volte e me ne sono sempre andata. All’inizio sembrano cortesi, dicono frasi che possono sembrare dei complimenti, come se non ci fosse niente di male. Però, poi, una parola tira l’altra e si arriva sempre a quello. Ormai me ne accorgo subito. Allora saluto con educazione e me ne vado via. A volte insistono, anche telefonicamente. Mi chiamano e chiedono: «Ma non vuoi accettare il lavoro?». Sono uomini italiani quelli che fanno così. Sanno che siamo straniere e siamo in forte difficoltà economica. Pensano che io sia una poverina buttata lì, una morta di fame e che il bisogno mi spinga a fare altro” (ActionAid, <em>Cambia Terra</em>, cit., p. 56).</p>



<p><strong>I dati sulla Calabria nel Report del Crea</strong></p>



<p>Nel rapporto citato<em>, </em>si evidenziano alcuni cambiamenti emblematici. In linea con i dati nazionali, anche in Calabria il numero di aziende negli ultimi dieci anni è diminuito del 28% mentre è aumentata del 4% la superficie totale lavorata. Meno soggetti, maggiore produzione. Un peso rilevante in termini produttivi è rappresentato dalle coltivazioni arboree con il 41% della SAU complessiva regionale e con un incidenza di manodopera (soprattutto nella fase della raccolta) elevata. “All’interno delle legnose ben 172.210 ettari sono rappresentati dall’olivo (73% della SAU investita a colture arboree), presente nell’83% delle aziende calabresi”.In effetti il 57% della produzione ai prezzi di base dell’agricoltura calabrese “è composta da soli 3 prodotti: quelli olivicoli (19%), quelli agrumicoli (10%), patate e ortaggi (27%)” (<em>L’impiego dei lavoratori stranieri…</em>, cit.,<em> </em>p. 175<em>)</em>.</p>



<p>Proprio in questi ambiti, nella raccolta di olive ma soprattutto in quella d’agrumi fra le piane di Sibari e Gioia Tauro, si registrano il maggior impiego di manodopera e la gran parte dei casi di sfruttamento di lavoratori migranti. Secondo i dati della Banca d’Italia del 2019, in Calabria il settore agricolo assume un peso rilevante in quanto “rappresenta circa il 6 per cento del valore aggiunto, oltre il doppio del corrispondente dato nazionale. In esso trova impiego circa il 15 per cento degli occupati, l’incidenza più alta tra le regioni italiane” (Banca d’Italia, <em>L’economia della Calabria</em>, n. 18, giugno 2019).</p>



<p>“Negli ultimi 40 anni in Calabria la popolazione straniera è cresciuta enormemente. Si passa dai 2,5 mila nel 1981 agli oltre 100 mila del 2019 che rappresentano il 5,5% della popolazione calabrese. La popolazione straniera più numerosa è quella dei romeni con il 31,8%, seguita da quella del Marocco (13,8%) e dai bulgari (6,1%). Nel 2019 è la provincia di Cosenza (35.559 unità) seguita da quella di Reggio Calabria (32.870) ad avere il maggior numero di stranieri soggiornanti. Seguono nell’ordine le province di Catanzaro (19.140), Crotone (12.789) e Vibo Valentia (8.136). [&#8230;] Negli ultimi anni la presenza di lavoratori stranieri nell’agricoltura regionale si è sostanzialmente stabilizzata e si aggira intorno alle 30mila unità in larga parte comunitarie (70%).Sono il settore agrumicolo nella Piana di Rosarno e di Sibari, seguito da quello orticolo (cipolle lungo la costa tirrenica da Vibo a Cosenza, finocchi nel Crotonese) i comparti che richiedono il maggiore impiego di manodopera straniera” (<em>L’impiego dei lavoratori stranieri…</em>, cit.,<em> </em>p. 208).</p>



<p>Il meccanismo di formazione dei prezzi, sostanzialmente imposti dalla Grande Distribuzione Organizzata, non consente la remunerazione dei costi di produzione “spingendo” gli imprenditori agricoli allo sfruttamento della manodopera irregolare e non contrattualizzata: “La presenza di questa manodopera a basso costo e flessibile permette agli agricoltori di tenere il costo del lavoro all’interno dei limiti dettati dai bassi margini di profitto. Molti agricoltori si ritengono “costretti” ad abbassare il costo del lavoro perché soffocati dalla grande distribuzione organizzata e dalle imprese di trasformazione (degli agrumi) che pagano la materia prima al di sotto di un prezzo equo (le arance per la trasformazione vengono pagate soltanto 3 centesimi al chilogrammo)&#8221; (ivi<em>, </em>p. 183).</p>



<p>In realtà, quello che avviene è soltanto un ripresentarsi ciclico dei meccanismi di produzione e riproduzione del capitale lungo tutta la filiera del valore. Nessuna “costrizione”, dunque. Ma è, quasi sempre, un’accettazione <em>sic et simpliciter</em> del modello di produzione imposto.</p>



<p>Come a livello nazionale, anche in Calabria la pandemia ha preoccupato molto le sigle sindacali e le Organizzazioni Professionali, non tanto per le condizioni dei lavoratori, quanto per le sorti economiche del comparto. Anche qui, però, i dati lasciano intendere che evidentemente il minor afflusso di manodopera comunitaria proveniente dai Paesi dell’Est Europa (Romania, Bulgaria, Polonia) è stata azzerata dai lavoratori extracomunitari semplicemente irregolari. Anche in questo caso, quindi, più che a politiche di emersione dello sfruttamento, ci troviamo di fronte a politiche di immersione nella sabbia, come gli struzzi, delle teste dei responsabili istituzionali che, lo ricordiamo, proponevano di impiegare in agricoltura i percettori di reddito di cittadinanza, dimentichi del fatto che oggi l’agricoltura sta subendo un processo di forte meccanizzazione e di specializzazione della (poca) forza lavoro.</p>



<p>Insomma, la valorizzazione del capitale passa attraverso l’automazione in tutti i campi dell’economia, generando, oltre che un minore impiego di forza lavoro, un aumento delle ore lavorate per quei “pochi” lavoratori che subiscono anche un peggioramento delle condizioni di base. L’ampliamento, nel settore agricolo, delle dimensioni aziendale, attraverso processi di accorpamento e spossessamento forzato, produce una concentrazione di capitale &#8211; una sorta di “americanizzazione” del comparto &#8211; che condurrà inevitabilmente ad un mercato monopolizzato da pochissimi gruppi societari.</p>



<p>Se pensiamo che già in alcune grandi città Amazon si occupa di recapitare a casa anche la cassetta di ortofrutta, abbiamo un quadro di quello che sarà il prossimo sviluppo del comparto agricolo in Italia e nel mondo. Molto probabilmente anche l’italianissima idea dei Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) verrà sussunta e integrata (come già avvenuto per il cosiddetto “commercio equo e solidale”) nelle grandi piattaforme della logistica: avremo grandissimi magazzini colmi di alimenti organici e biologici pronti per essere consegnati a prezzi concorrenziali attraverso team di riders.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/05/14/bracciantato-femminile-e-migrante-al-sud/">BRACCIANTATO FEMMINILE E MIGRANTE AL SUD</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>BRACCIANTATO AGRICOLO. TRA MECCANIZZAZIONE E NUOVA COMPOSIZIONE DEI GHETTI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/03/31/bracciantato-agricolo-tra-meccanizzazione-e-nuova-composizione-dei-ghetti/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 07:13:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi pandemica ancora non cessa di causare problemi al comparto agricolo. Secondo Confagricoltura i braccianti stranieri che stagionalmente vengono in Italia sono 320 mila (parliamo ovviamente dei regolari mentre aumentano di molto se consideriamo quelli in nero) che rappresentano il 32% dei lavoratori delle campagne. Di questi, il 62% sono extracomunitari: 17% indiani, 16% [&#8230;]</p>
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<p>La crisi pandemica ancora non cessa di causare problemi al comparto agricolo. Secondo Confagricoltura i braccianti stranieri che stagionalmente vengono in Italia sono 320 mila (parliamo ovviamente dei regolari mentre aumentano di molto se consideriamo quelli in nero) che rappresentano il 32% dei lavoratori delle campagne. Di questi, il 62% sono extracomunitari: 17% indiani, 16% albanesi, 15% marocchini, 7% tunisini e 6% senegalesi. Tra quelli comunitari, invece, i rumeni rappresentano ben il 93% della manodopera.</p>



<p>Per vari cavilli burocratici, le proposte della Bellanova non si sono mai concretizzate e ancora oggi ci sono problemi per la questione relativa alla quarantena. Le Organizzazioni Professionali vorrebbero trasformarla in quarantena attiva, facendo lavorare nei campi i braccianti opportunamente distanziati, mentre la burocrazia non concorda con tale possibilità già praticata ad esempio in Germania che quindi diventa attrattiva anche per i lavoratori tradizionalmente impiegati nel nostro Paese.</p>



<p>Nessun corridoio verde quindi con la Romania e diversi paesi, come il Marocco, hanno sospeso i voli a causa della problematica sanitaria. Questa situazione mette in risalto quanto sia ancora importante il lavoro in agricoltura e quanto sia legato alla manodopera straniera più incline ad accettare situazioni di lavoro spesso disagevoli se non addirittura inumane.</p>



<p>Secondo il rapporto EUxploitation dell’Associazione Terra, <em>i</em><em>n agricoltura è ormai schiacciante la presenza di stranieri rispetto agli italiani. Secondo uno studio del Crea, fatto 100 il numero degli italiani dediti all’agricoltura nel 1989, scende a 32 nel 2017; mentre quello degli stranieri sale, nello stesso periodo, da 100 a 1.500!</em></p>



<p>Anche in questo report si evidenziano grossi cambiamenti nel comparto agricolo a causa dell’introduzione di nuove tecnologie sempre più presenti anche nel settore primario.</p>



<p><em>Nel Foggiano sono tantissimi i braccianti che raccolgono sia pomodori che asparagi, in parte stabili in parte stagionali. Negli ultimi anni, a causa dell’aumento della raccolta meccanizzata del pomodoro, la richiesta di lavoratori stagionali ha subito una forte flessione. Si ricorre alla raccolta manuale solo in caso di pioggia, quando le macchine raccoglitrici non possono entrare nei campi. Anche per questo, gli insediamenti informali di questa Provincia, i cosiddetti “ghetti”, ospitano migliaia di lavoratori che sperano di essere chiamati anche per singole giornate, in base al bisogno del caporale. Questi insediamenti informali si riempiono ogni estate di migliaia di persone. Nonostante la raccolta manuale sia in forte diminuzione, quest’anno almeno 5 mila stranieri − perlopiù di sesso maschile − si sono diretti nei “ghetti” di questa regione.</em></p>



<p>Le innovazioni tecnologiche spuntano anche qui alla bisogna. Le leggi che hanno inasprito i controlli e le pene per il reato di caporalato, introdotte dopo decenni di lotte specie nelle piane del sud Italia, ha reso più difficile l’impiego di manodopera in nero o clandestina a basso costo e quindi ha indotto le aziende a risolvere attraverso la meccanizzazione, ad esempio, nella raccolta dei pomodori. Così come risulta dalle informazioni raccolte nel rapporto, le trasformazioni tecnologiche hanno cambiato anche la tipologia degli abitanti dei ghetti sorti in territori agricoli.</p>



<p><em>Gli abitanti dei “ghetti” non sono tutti braccianti in attesa di lavorare nei campi e la prova sta nel numero di lavoratori necessari alla raccolta manuale del pomodoro: 800 persone al giorno. Gli insediamenti informali hanno quindi perso la loro originaria funzione di luogo di reclutamento della manodopera. Qui non sono tutti alla ricerca di un lavoro, ma di un rifugio in cui trovare forme di solidarietà inter-comunitaria che permettono di sentirsi al sicuro. I residenti dei ghetti sono di tre tipi: richiedenti asilo in attesa di una risposta; richiedenti asilo “diniegati”, esclusi dal sistema di accoglienza del Paese; persone a cui è stato consegnato il foglio di via per abbandonare l’Italia, cioè “irregolari” a cui è stato respinto anche il ricorso.</em></p>



<p>Questa condizione ha creato un “mercato” parallelo rivolto ai finti braccianti. Se questa è la reale composizione dei ghetti, il mercato prova a spremere anche da lì qualche utile intrecciando aziende compiacenti e braccianti fittizi attraverso iscrizioni e contratti falsi che garantiscono però la possibilità di richiedere e percepire prestazioni a sostegno del reddito da parte dell’INPS (malattia, maternità, disoccupazione). Tutto ciò ovviamente previo pagamento del servizio da parte degli stessi migranti. Questo mercato dei falsi contratti, però, interessa anche gli italiani. Infatti,</p>



<p><em>un’analisi dei dati Inps mostra che nella provincia di Foggia, nel 2017, su 49.868 braccianti agricoli registrati il 58 per cento (29.143) è di nazionalità italiana. Se si guarda solo ai lavoratori che hanno avuto segnate più di 51 giornate, la percentuale minima per avere i sussidi (22.076 su 29.871), questa percentuale raggiunge il 74 per cento. Numeri che mostrano le dimensioni del fenomeno, che è finito per diventare un welfare parallelo.</em></p>



<p>Sempre vero, dunque, il vecchio detto: fatta la legge, trovato l’inganno!</p>



<p><strong><em>La Redazione di Malanova</em></strong></p>
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		<title>PERCHÉ NON ABBIAMO BISOGNO DI MODELLI. SUL FRAINTENDIMENTO DEL MODELLO RIACE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/07/24/perche-non-abbiamo-bisogno-di-modelli-sul-fraintendimento-del-modello-riace/</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2020 08:07:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I recenti fatti di Amantea(1) hanno riacceso il dibattito politico intorno al fenomeno delle migrazioni seguendo la solita linea narrativa dicotomica tra chi a destra fomenta il malessere sociale buttando benzina sul fuoco e chi a sinistra vede in tutto questo la riprova di un razzismo oramai generalizzato. I primi ne approfittano per costruire teoremi [&#8230;]</p>
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<p>I recenti fatti di Amantea(1) hanno riacceso il dibattito politico intorno al fenomeno delle migrazioni seguendo la solita linea narrativa dicotomica tra chi a destra fomenta il malessere sociale buttando benzina sul fuoco e chi a sinistra vede in tutto questo la riprova di un razzismo oramai generalizzato. I primi ne approfittano per costruire teoremi “razzializzanti”, i secondi per dispiegare un mieloso buonismo di maniera. È inutile aggiungere che, dentro questo meccanismo di propaganda mediatica delle parti, l&#8217;intera comunità viene dipinta come antropologicamente razzista.</p>



<p>Ma è senz’altro utile analizzare quello che negli anni ha contribuito a creare questo stato di cose, una spirale discendente di populismi identitari da un lato, che attribuivano agli ultimi arrivati la causa di tutti i mali, a cui si contrapponeva una pedante e maldestra retorica del “razzismo al contrario” che opponeva al tutti dentro uno scialbo tutti fuori. A questa opposizione fra narrazioni si aggiungeva, con sempre crescente intensità, una visione del migrante come elemento di conflitto in sé, fatta salva l’esigenza di rappresentarne la conflittualità per delega. Questa “pratica” si aggiungeva alla sciarada dei conflitti estetizzanti delle lotte dei braccianti senza braccianti, a quelle dei precari giocate in nome e per conto degli stessi. La visione grottesca di un’avanguardia talmente abile a stare sul pezzo e a cavalcare l’evento che ha finito col perdere aderenza non solo rispetto alle istanze che pretendeva di rappresentare, ma, nell’ultimo lustro, ha addirittura perso aderenza alla realtà.</p>



<p>Questa trappola senza via di fuga è stata fatale non solo per la cosiddetta sinistra ma anche per l’antagonismo nostrano. Proprio dalle pagine di questo giornale la scorsa settimana abbiamo provato a costruire una prima analisi sulla fase(2) anche attraverso una critica a quello che, in molti, hanno definito il “modello Riace”. Questo è un problema generalizzato che abbiamo costantemente davanti e deriva da una diffusa spoliticizzazione delle soggettività sociali (collettive o individuali che siano); tuttavia, quando ci si imbatte in un gruppo con una precisa idea del proprio ruolo o della propria condizione, allora le criticità del contesto emergono senza bisogno di deleghe. È stato il caso dei rifugiati Curdi e Palestinesi che, pur essendo stati accolti per primi e pur avendo in qualche modo dato il la agli eventi che hanno costruito l’immaginario narrativo del modello Riace, vengono spesso citati più per dovere di cronaca, avendo avuto un rapporto critico con il sistema di “accoglienza” italiano, avendone percepito vent’anni orsono l’intento predatorio e di annullamento dell’io politico culturale dell’ospite.</p>



<p>Sia chiaro: la nostra non è una critica all&#8217;esperienza o all&#8217;efficienza amministrativa, né tanto meno alla capacità del sindaco della cittadina reggina di governare il suo territorio provando a riformare alcuni settori cruciali. Il nostro vuole essere un primo tentativo di disincagliarci dal meccanismo che sta caratterizzando questa specifica fase politica e sociale, cioè quello di “puntare sul rosso” come narrazione alternativa capace di costruire a tavolino moderni Donchisciotte perdendo però di vista ogni minima connessione con la realtà sociale di riferimento.</p>



<p>Partiamo dal presupposto e diamo, almeno in questa sede, per scontati alcuni principi fondamentali come l’antirazzismo, l’antisessismo e l’antifascismo e proviamo a imbastire un tentativo interpretativo che parta da altri presupposti.</p>



<p>La capacità di leggere il grande bluff che si nasconde dietro annunci eclatanti di “fine della povertà” e di “prima gli italiani”, è inutile ribadirlo, non è certo diffusa. Proprio per questo, se dobbiamo mobilitarci per disinnescare certe bombe a orologeria, legate a questi meccanismi sociali, allora difendere (e magari pensare di replicare) un modello socialmente dato ci dovrebbe come pratica appartenere poco, se non forse in una fase di prima istanza solidaristica, quella che prevede di offrire un piatto caldo e un tetto. Sarebbe quanto meno più interessante invece capire quale tipo di contributo possiamo apportare alla costruzione di un soggetto autonomo e meticcio del conflitto, proprio a partire da una decostruzione dell’”esperienza” di Riace.</p>



<p>In prima battuta, è indubbiamente più utile parlare di esperienza piuttosto che di “modello”, come qualcosa di contaminabile, decisamente più aperto al cambiamento e quindi più vicino a quelle che sono le nostre esigenze politiche e sociali. Probabilmente si tratta di una questione che sottende molto altro. I modelli, per definizione, sono delle strutture replicabili <em>sic et simpliciter</em> perché realizzano la convergenza di un insieme di teorie per descrivere un fenomeno in modo oggettivo; questo è soprattutto vero in campo scientifico dove comunemente si afferma che il metodo si pone come invariante rispetto all&#8217;osservatore. Ma nel campo economico e sociale sappiamo che difficilmente alcune pratiche sono riproducibili semplicemente importando e replicando modelli esterni che hanno avuto una qualche fortuna. Questo come prima risposta a chi afferma che Riace sarebbe dovuta diventare il “Chiapas della Calabria” diffondendosi, poi, nei diversi contesti territoriali. Una sorta di modello replicante.</p>



<p>Potrebbe essere invece molto più interessante, seppur in ritardo, riuscire a ragionare andando al di là di proclami e propagande, per capire come mai in vent’anni di esperienza sul campo, Riace non è riuscita a trasformarsi in quella tanto agognata comunità meticcia, rimanendo un luogo dove si è praticata una qualche forma di tolleranza da parte degli autoctoni rispetto alla popolazione migrante accolta.</p>



<p>Non è il caso di aggiungere poi che, a prescindere dalla più o meno aperta e umana esperienza di accoglienza, questi filtri di base (SPRAR, in primis) sono stati, in molti altri casi, una sorta di tampone istituzionale destinato a sistemare un po’ ovunque i cosiddetti migranti buoni nel corso delle lunghe fasi emergenziali legate ai flussi migratori durante la crisi del Nord Africa, prima, e nel corso della guerra in Siria, dopo; nient&#8217;altro che l&#8217;occasione di vedere arrivare una pioggia di milioni di euro nelle casse di associazioni e cooperative amiche o ancora peggio nelle mani della &#8216;ndrangheta. (3)</p>



<p>Qui nessuno mette in dubbio il coraggio e la buona fede del sindaco di Riace che in questi anni è divenuto, suo malgrado, un baluardo d’umanità contro le derive reazionarie e razziste della politica. Tuttavia, può esser sufficiente questo per risalire la china e invertire la rotta delle nostre pratiche sociali? Può essere sufficiente tornare alla “Riace delle origini”, senza guardarsi indietro e scansando le macerie lasciate sulla strada dai copiosi finanziamenti ministeriali per l’accoglienza? Possiamo ancora una volta decidere sulle teste altrui, pensando a un “antagonismo migrante” senza i migranti, innestando un corpo sociale su un altro? Ancora una volta blindiamo le nostre discussioni assembleari e le nostre pratiche attivando vecchi meccanismi di autorappresentazione e sostituzionismo di un corpo sociale desiderante che oggi o guarda altrove (reddito, lavoro, salute, casa) o, nella migliore delle ipotesi, è confuso. Questa ipotetica fase di ricucitura sociale che in molti hanno visto e continuano a vedere nel cosiddetto modello Riace sta invece diventando elemento tattico di visibilità politica giocato sulla pelle di migranti e comunità autoctone: alcuni hanno visto in Riace la Stalingrado dell&#8217;ex governo giallo-verde, altri la Caporetto della sinistra; in un modo o nell’altro occorre necessariamente svincolarsi da questa dicotomia per non vedersi stritolati da logiche politiciste.</p>



<p>Il fallimento di Riace può, invece, servire come innesco di processi di ripresa e ricucitura dei processi sociali nei territori se venisse inteso come momento paradigmatico di recupero da una fase di attacco dispiegato su fronti diversificati, protrattasi da oramai un trentennio ai danni dei corpi sociali subalterni e precari. Ma Riace dovrebbe soprattutto essere occasione e momento di riflessione per decostruire le pratiche istituzionali dell’accoglienza in Italia segnando al contempo un momento di rottura radicale anche rispetto a quelle logiche fondate sulla compatibilità con gli SPRAR che sicuramente risultano meno disumani, ma che vanno inquadrati all’interno di una logica istituzionale unitaria, posti come anello di congiunzione tra ciò che è meno disumano (appunto gli SPRAR) e la bestialità dei vari CARA, CAS, CIE, e HOTSPOT, che conservano come fine ultimo quello di dividere i migranti in buoni e cattivi. La retorica dualista di buoni e cattivi, vittime e carnefici, per quanto assurda, è stata in grado di assorbire la realtà delle condizioni di precarietà che hanno colpito indistintamente tutto ciò che sta al di sotto di un certo scalino sociale, riversando una massa impoverita nell’arena della guerra tra poveri. Questa immane follia dualistica ha continuato a farsi strada come opinione serpeggiante, finendo col dividere il corpo sociale in precari buoni, disposti a tutto pur di lavorare, e precari cattivi, assolutamente indisponibili a farsi trattare come bestie da soma. Da ciò non ci si libera facilmente soprattutto se si è già portatori di uno stigma sociale, che esula dal fatto di essere gli ultimi arrivati o gli ultimi di sempre: se si è ultimi si ha torto a prescindere.</p>



<p>DECOLONIZZAZIONE VS INTEGRAZIONE</p>



<p>Per rompere con queste pratiche di istituzionalizzazione dell&#8217;accoglienza occorre decolonizzare le migrazioni. Una visione tutta occidentale ovviamente, del pensiero coloniale, camuffato dal buonismo delle pratiche di integrazione che hanno come orizzonte ultimo l’assimilazione culturale, figlia legittima di una concezione neocolonialista che immagina la costruzione di una comunità solo attraverso un continuo e irrisolvibile scontro di civiltà: o ti adegui ai nostri usi e costumi (impari l’italiano, lavori gratis e ti fai accettare) oppure verrai respinto e allontanato! Ecco perché oggi dobbiamo provare a spezzare − piuttosto che alimentare − la logica dell’integrazionismo. Abdelmalek Sayad afferma che:</p>



<p>“<em>Non a caso il colonialismo ha trovato il suo ultimo rifugio ideologico negli intenti integrazionisti; in realtà, il conservatorismo segregazionista e l’assimilazionismo sono solo apparentemente in contraddizione tra loro. Nell&#8217;un caso, si invocano le differenze di fatto per negare l’identità di diritto; nell’altro, si negano le differenze di fatto in nome dell’identità di diritto. O si concede la dignità di essere umano, ma soltanto al francese virtuale, o si fa in modo di negarla, invocando l’originalità della civiltà maghrebina, ma un’originalità tutta negativa, per difetto”</em>.(4)</p>



<p>Adriano Favole, docente di <em>Cultura e Potere</em> alla facoltà di Antropologia Culturale ed Etnologia dell&#8217;Università di Torino ha affermato che:</p>



<p>“<em>da un punto di vista etimologico, integrazione è termine legato a integro, ovvero qualcosa che non ha subito danni, menomazioni, mutilazioni. È lo stesso aggettivo da cui derivano integrale (si dice di quei cibi in cui non si è provveduto a separare le componenti originarie), integrato, integrità e integralismo. In tegru(m) è l’intoccato o l’intoccabile, ovvero ciò che è incolume, casto, puro. I linguisti ci insegnano tuttavia che i termini vanno visti nel loro uso, nelle traiettorie semantiche che seguono, senza troppa ossessione per le radici e origini. In effetti, l’uso di integrazione riferito in modo particolare al modo in cui gli stranieri si incastonano nella società di accoglienza è piuttosto recente e pare che ci venga dall’inglese americano racial integration (“integrazione razziale”) e integrationist (“colui che crede in o supporta l’integrazione sociale”). Comunque sia, se guardiamo agli usi attuali del termine nel dibattito pubblico, la sensazione di ambiguità è evidente e si ha l’impressione che, pur usando lo stesso concetto, molte persone lo associno a significati molto diversi”</em>.(5)</p>



<p>Allora forse dovremmo iniziare a porci alcune domande: perché mai integrare le diversità culturali? Perché parlare di naturalizzazione? Si tratta di una nostra necessità sociale? È possibile vivere insieme e liberi pur essendo culturalmente diversi? Il problema oggi, è inutile negarlo, è tutto incentrato sull’acuirsi e sull’estremizzarsi del rapporto tra cultura e politica simboleggiato dal concetto di nazione. Le pratiche finora messe in piedi dal sistema dell’accoglienza, suffragate spesso da studi sociali elaborati dall’intellighenzia di sinistra, hanno fatto sì che si confondesse, in chiave discriminatoria, cittadinanza con nazionalità. Il concetto di integrazione sottende quindi uno squallidissimo revival dell’etnocentrismo di stampo ottocentesco; che si impieghi la parola <em>adattamento</em>, oppure <em>assimilazione</em> o, piuttosto, <em>integrazione</em>, il punto di vista etnocentrico continua a determinare la visione di quello che è o dovrebbe essere lo straniero.</p>



<p>Siamo noi bianchi a decidere come dovrà essere lo straniero per potersi definire integrato passando con una certa disinvoltura dall&#8217;idea di “<em>integrazione di”</em> a quella di “<em>integrazione a”</em> e questo segna un confine invalicabile tra gli integranti (il gruppo dominante) e i costretti all’integrazione (il gruppo dominato, vale a dire i migranti). Questa logica di dominazione di una cultura su un’altra sembra essere indispensabile per costruire e conservare la retorica del concetto di nazione. L&#8217;integrazione non è concepibile come rapporto di forza e quindi di dominazione tra soggetti attivi/dominanti/integranti (l’occidente) e un corpo passivo e da integrare (i migranti). In questo meccanismo quello che viene continuamente riprodotto è il meccanismo della differenza culturale. Un meccanismo che finisce per attribuire la responsabilità della mancata integrazione a coloro che si chiedono quando possono considerarsi definitivamente integrati per non essere più soggetti ad angherie varie. Questo paradigma dell’integrazione tende inoltre a nascondere i suddetti rapporti di forza, nonché le logiche di dominazione neocoloniali che sottendono i flussi migratori in quanto è ormai abbastanza chiaro come il fine ultimo sia il controllo dei flussi migranti indotti da crisi economiche, ecologiche e guerre, dirette conseguenze di processi di <em>accumulazione per espropriazione</em> nei paesi del cosiddetto Sud del Mondo.</p>



<p>Il discorso sull’immigrazione e sull’integrazione sta producendo un continuo processo di “etnocrazia” nella gerarchizzazione dei rapporti sociali in quanto si continua a sostenere l&#8217;esistenza di un <em>problema migranti</em>, la cui soluzione sia tutta <em>culturale</em> (leggasi razziale) e che quindi il vero ostacolo alla cosiddetta coesione nazionale è la contaminazione della cultura degli stranieri. In questa logica vengono scientificamente sottaciute le problematiche relative alle diseguaglianze socioeconomiche per puntare sulla carta vincente del problema etnico che porta allo scontro razziale: tutto viene giocato sulla <em>linea del colore</em>. Nulla a che vedere con il senso che attribuiva Durkheim al termine integrazione inteso come società integrata o nell’accezione utilizzata dalle scienze sociali classiche, come processo che rafforza i legami sociali, dove i soggetti umani, stranieri o no, tendono a unirsi in un tutto che è però sempre in divenire.</p>



<p>Ma oggi, in tempi di crisi economico-strutturale segnata da paure sociali artatamente costruite, a prevalere è con tutta evidenza l’interpretazione che vuole l’esistenza di un <em>noi</em> come comunità compatta, unica, assoluta e soprattutto autentica (integra, appunto) che si dispiega in un tessuto ben ordito nel quale devono essere aggiunte delle nuove maglie: gli altri, stranieri o diversi che siano. È un’accezione quest’ultima molto rasserenante per il bianco occidentale che vede il diverso come corpo in aggiunta che, una volta sussunto, annichilito e culturalmente normalizzato, non produrrà nessuna alterazione sociale.</p>



<p>Questo paradigma dell’integrazione ha un difetto: quello di non avere come orizzonte possibile la trasformazione della società anche solo sotto il profilo della contaminazione culturale. Muoversi sul versante dell’integrazione ci rende complici dello spostamento del conflitto di classe verso le zone oscure e pericolose dell’etnocrazia come regolatore dei rapporti sociali. Un campo minato dal quale difficilmente riusciremo a trarci in salvo e a rilanciare il conflitto.</p>



<p>Se oggi vogliamo decostruire le narrazioni nazional-populiste, ritornate in auge dopo decenni di sopore, occorre avere una prospettiva anti-integrazionista da estendere a tutte quelle condizioni di diseguaglianza tra persone costrette a integrarsi al sistema capitalista.</p>



<p>Le politiche di differenziazione razziale (prima gli italiani) possono essere combattute assumendo certamente la razza come un terreno centrale e trasversale di mobilitazione, ma non nella sua dimensione settoriale, legata esclusivamente ai migranti (o, peggio ancora, ai rifugiati) perché altrimenti, come già evidenziato, si corre il rischio di arretrare nel discorso sociale e di legittimare dispositivi di controllo e gerarchizzazione delle figure razzializzate. Dire oggi che non abbiamo ricette pronte per combattere e vincere contro il Capitale è talmente vero che risulta inutile ripeterselo in ogni consesso. Occorre invece osare. E qui entra in gioco la nostra capacità di stare nelle contraddizioni sociali − anche e soprattutto in questa lunga fase caratterizzata da una terrificante inerzia militante − costruendo relazioni nell’attuale composizione di classe.</p>



<p>Probabilmente il terreno su cui vale la pena insistere è quello di portare le promesse del Governo alle conseguenze più estreme: reddito, lavoro, redistribuzione, tutela del territorio possono essere i terreni (certamente insidiosi e scivolosi) sui quali lavorare, pur restando coscienti che questi settori d’inchiesta e di lavoro politico oggi vengono spesso piegati alle esigenze del mercato internazionale (workfare e green new deal, ad esempio).</p>



<p>Come fare? Probabilmente occorre agire e indagare più sui possibili processi di soggettivazione che puntare al risultato intermedio. Molto più semplicemente bisogna uscire dal meccanismo asfissiante della vertenza trasformata in fine ultimo e non mezzo della lotta. Questo può avvenire esclusivamente attraverso la conflittualità accantonando le diverse teorie universalistiche sulla giustizia umana, utili solo a chi finalizza la sua indignazione alla <em>caritas,</em> se non addirittura alla <em>pietas</em>, tarpando le ali alla soggettivazione conflittuale. In questo processo i cosiddetti migranti possono essere parte attiva del processo, non in quanto migranti ma, appunto, come un frammento della Classe che vive condizioni sociali di sfruttamento del tutto simili ai “bianchi” in una prassi autenticamente antirazzista perché materialisticamente antirazzista.</p>



<p><strong>Redazione di Malanova</strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong><em>Note</em></strong></p>



<p>(1) <em>Calabria, proteste ad Amantea dopo l&#8217;arrivo di 13 dei 28 migranti positivi al coronavirus</em>, disponibile al seguente URL: <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2020/07/12/news/coronavirus_positivi_28_immigrati_sui_70_sbarcati_al_porto_di_roccella_jonica-261701548/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">https://www.repubblica.it/cronaca/2020/07/12/news/coronavirus_positivi_28_immigrati_sui_70_sbarcati_al_porto_di_roccella_jonica-261701548/</a></p>



<p>(2) <em>Analizzando le macerie. Riflessioni sparse sulla fase</em>, disponibile al seguente URL: <a href="http://www.malanova.info/2020/07/16/analizzando-le-macerie-riflessioni-sparse-sulla-fase/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">http://www.malanova.info/2020/07/16/analizzando-le-macerie-riflessioni-sparse-sulla-fase/</a></p>



<p>(3) <em>&#8216;Ndrangheta, assalto ai fondi Ue e all&#8217;affare migranti; 68 arresti. Coinvolti un sacerdote e il capo della Misericordia</em>, disponibile al seguente URL: <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">https://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/</a></p>



<p>(4) <em>Qu&#8217;est-ce-que l&#8217;integration?</em>, «Hommes et immigration», n. 1182, dicembre 1994</p>



<p>(5) <em>Integrazione</em>, «Corriere della Sera (La Lettura)», 31 dicembre 2016</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/07/24/perche-non-abbiamo-bisogno-di-modelli-sul-fraintendimento-del-modello-riace/">PERCHÉ NON ABBIAMO BISOGNO DI MODELLI. SUL FRAINTENDIMENTO DEL MODELLO RIACE</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>AGRICOLTURA: VOUCHER SEMPLIFICATI, COMPETENZE E SFRUTTAMENTO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/04/19/agricoltura-voucher-semplificati-competenze-e-sfruttamento/</link>
		
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 11:25:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel mondo dell’agricoltura intensiva ed industriale qualcosa turba i sonni degli imprenditori agricoli soggetti alle stringenti regole del mercato che vuole prezzi sempre più bassi da ottenere attraverso la compressione dei salari ai braccianti e la compressione della qualità della produzione. Solo pochi giorni fa raccoglievamo il triste invito della Ministra dell’Agricoltura ad utilizzare i [&#8230;]</p>
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<p>Nel mondo dell’agricoltura intensiva ed industriale qualcosa turba i sonni degli imprenditori agricoli soggetti alle stringenti regole del mercato che vuole prezzi sempre più bassi da ottenere attraverso la compressione dei salari ai braccianti e la compressione della qualità della produzione.</p>



<p>Solo pochi giorni fa raccoglievamo il triste invito della Ministra dell’Agricoltura ad utilizzare i percettori di reddito di cittadinanza o di altri assegni come nuova manovalanza nei campi. Poco male se sono senza esperienza e se non hanno mai visto una zappa, una forbice da potatura o guidato un trattore.</p>



<p>I braccianti dell’est europeo non arrivano più, diceva la Bellanova, i lavoratori delle campagne “in nero” non possono più muoversi perché con i controlli serrati di questi giorni sarebbe difficile – come la stessa ministra si è espressa – voltarsi dall’altra parte, far finta che i cosiddetti clandestini non esistono. “Con il blocco delle frontiere – precisa la Coldiretti – è a rischio più di ¼ del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370mila lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero”.</p>



<p>Allora ecco la sperimentazione di Coldiretti, prima in Veneto ed ora in tutta Italia. Il portale <a href="https://www.coldiretti.it/lavoro/coronavoris-aaa-lavoro-nei-campi-cercasi-apre-sportello-on-line">jobincountry</a> prova a far incontrare la necessità della aziende agricole con la domanda di lavoro. Nella prima settimana &#8211; afferma Coldiretti – “ben 1500 italiani con le più diverse esperienze, dagli studenti universitari ai pensionati fino ai cassaintegrati, ma non mancano neppure operai, blogger, responsabili marketing, laureati in storia dell’arte e tanti addetti del settore turistico in crisi secondo Istat, desiderosi di dare una mano agli agricoltori in difficoltà e salvare i raccolti. Il 60% ha fra i 20 e i 30 anni di età, il 30% ha fra i 40 e i 60 anni e infine 1 su 10 (10%) ha più di 60 anni”.</p>



<p>Questo non fa altro che dimostrare, ancora una volta, che i “disoccupati” non sono quelli che si girano i pollici in attesa del reddito di cittadinanza ma che semplicemente quando si decide di retribuirli regolarmente rispondono. Ora bisognerà vedere se queste persone saranno assunte regolarmente e con salari dignitosi e per quanto tempo.</p>



<p>In effetti è la stessa Coldiretti a mettere le mani avanti: <em>“Di fronte alle incertezze e ai pesanti ritardi che rischiano di compromettere le campagne di raccolta e le forniture alimentari della popolazione siamo stati costretti ad assumere direttamente l’iniziativa” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare “la necessità di introdurre al più presto i voucher semplificati in agricoltura limitatamente a determinate categorie e al periodo dell’emergenza, senza dimenticare la ricerca di accordi con le Ambasciate per favorire l’arrivo di lavoratori stranieri che nel tempo hanno acquisito spesso esperienze e professionalità alle quali ora è molto difficile rinunciare”.</em></p>



<p>Quindi, non solo si chiede di introdurre al più presto i voucher semplificati in agricoltura limitatamente a determinate categorie e al periodo dell’emergenza, ma si pretenderebbe un’alta professionalità dei neo assunti. Ma come si fa a professionalizzare gli addetti attraverso la flessibilizzazione estrema del rapporto di lavoro e la sua applicazione ristretta ai tempi dell’emergenza? Ti uso per un mese e poi ti butto ma solo se già hai competenze!</p>



<p>In realtà tutto ciò rappresenta solo una toppa momentanea ad una falla del sistema che si regge sullo sfruttamento dei braccianti e dell’ambiente. Andrebbe fatto un ragionamento più coraggioso e sistemico per aiutare davvero il settore primario. Una legislazione che tuteli contadini e braccianti e li aiuti ad uscire dal ricatto dei prezzi e dall’assoluta precarietà. La riscoperta del valore della cooperazione, propria al mondo agricolo, contro la competizione sfrenata, la comprensione della strategicità di un settore che rimane assolutamente fondamentale soprattutto in tempi di crisi per garantire quanto meno la sopravvivenza del paese.</p>



<p>Ma tutto ciò non interessa alla politica e pare neanche molto alle organizzazioni professionali. Si preferisce superare questa fase reclutando il reclutabile per poi ritornare ai “clandestini” ed al loro sfruttamento schiavistico non appena la pandemia sarà finita. Si ritornerà a non vedere le baraccopoli e a girarsi dall’altra parte davanti a tante storie di violenza e di sfruttamento. L’importante è che la macchina cammini…</p>



<p><strong>Malanova vostra!</strong></p>
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		<title>USB SULL’ENNESIMO MORTO DI GHETTO NELLA PIANA DI GIOIA TAURO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/04/10/usb-sullennesimo-morto-di-ghetto-nella-piana-di-gioia-tauro/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 07:19:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[DISAGIO ABITATIVO]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ai tempi di covid-19 nella Piana di Gioia Tauro si continua a morire di ghetto. Amadou è solo l’ultimo di una lunga lista di lutti, dopo Sekine, Moussa, Becky, Suruwa, Soumaila, tutti morti in circostanze diverse, ma per la medesima causa: le infime condizioni di vita a cui sono stati costretti dalla strutturale condizione di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ai tempi di covid-19 nella Piana di Gioia Tauro si continua a morire di ghetto. Amadou è solo l’ultimo di una lunga lista di lutti, dopo Sekine, Moussa, Becky, Suruwa, Soumaila, tutti morti in circostanze diverse, ma per la medesima causa: le infime condizioni di vita a cui sono stati costretti dalla strutturale condizione di sfruttamento lavorativo e da una politica istituzionale che ha reso la regolarizzazione un percorso ad ostacoli sempre più difficile.</p>



<p>Non si tratta di una casualità ma di una strategia che ha scaricato sui braccianti i costi di un’intera filiera che proprio per le condizioni di illegalità forzata in cui i braccianti sono stati costretti a lavorare adesso si è bloccata.</p>



<p>Se il lavoro nero o grigio non fosse la regola nei campi oggi nessuno dei braccianti avrebbe problemi a raggiungere serre, orti e frutteti, né avrebbe problemi di documenti, né sarebbe obbligato a vivere nei ghetti. E forse non ci sarebbe un altro morto da piangere. Per questo, nel dibattito in corso sul futuro prossimo dell’agricoltura italiana è doveroso ascoltare la voce dei braccianti, cioè chi materialmente la porta avanti.</p>



<p>Ci stanno chiamando in tanti per chiederci di aiutarli ad avere una casa in affitto, ad emanciparsi dalle loro storie di sfruttamento, per dirci che sono stanchi di essere trattati come animali, utili solo per le braccia che mettono a disposizione per il guadagno di qualcuno, senza diritti di alcun genere.</p>



<p>La crisi verticale del settore agricolo dimostra quanto i braccianti migranti siano fondamentali, oggi come in passato, per far andare avanti il settore. Per questo oggi è necessario porre fine all’invisibilità di questo esercito di lavoratori che deve essere regolarizzato, messo in condizioni di lavorare in maniera dignitosa e con un salario decente.</p>



<p>Si tratta di passaggi che si possono e si devono fare in tempi brevi, al pari dell’inserimento abitativo di questi lavoratori, oggi più che mai messi a rischio perché costretti a vivere in assembramenti di fatto, come ghetti e tendopoli, in piena pandemia.</p>



<p>Ma soprattutto è arrivato il momento di chiamare in causa anche la grande distribuzione organizzata, che deve essere obbligata a maggiore trasparenza nei propri processi di acquisto e vendita, perché i prezzi d’acquisto ridicoli imposti ai produttori non fanno altro che far ricadere i costi sui braccianti, ultimo anello della catena. Quando questo non è possibile, come nel periodo di crisi della filiera che stiamo attraversando, il rischio è che a pagare siano i consumatori, costretti a garantire gli ampi margini di profitto con la Gdo con un verticale aumento dei prezzi.</p>



<p>Si tratta di un terreno su cui il governo deve intervenire, ma anche Regioni e Comuni possono fare molto, a partire da una “tassazione ad hoc” che costringa anche la Gdo a finanziare con i propri utili sempre in crescita, ottenuti con sangue e sudore dei lavoratori, serie politiche di inserimento abitativo per i braccianti.</p>



<p><strong>U<em>SB &#8211; FEDERAZIONE PROVINCIALE DI REGGIO CALABRIA</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/04/10/usb-sullennesimo-morto-di-ghetto-nella-piana-di-gioia-tauro/">USB SULL’ENNESIMO MORTO DI GHETTO NELLA PIANA DI GIOIA TAURO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>ENERGIE IN MOVIMENTO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/09/12/energie-in-movimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Sep 2019 13:12:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[CASA]]></category>
		<category><![CDATA[CRISI CLIMATICA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[MIGRANTI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>14 e 15 Settembre Assemblea Nazionale a Roma L&#8217;attuale situazione politico-istituzionale ci consegna un quadro estremamente mutevole e di grande incertezza. Ciò che è certo è invece il violento attacco sferrato contro i poveri e i migranti, contro chi si organizza nelle piccole e grandi città, nei mari e nelle campagne, contro chi pratica azioni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2019/09/12/energie-in-movimento/">ENERGIE IN MOVIMENTO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>14 e 15 Settembre Assemblea Nazionale</strong> <strong>a Roma</strong></p>



<p>L&#8217;attuale situazione politico-istituzionale
ci consegna un quadro estremamente mutevole e di grande incertezza. Ciò che è
certo è invece il violento attacco sferrato contro i poveri e i migranti,
contro chi si organizza nelle piccole e grandi città, nei mari e nelle
campagne, contro chi pratica azioni di solidarietà &#8211; tutte questioni trattate
sempre più come materia di ordine pubblico. Le due Leggi Sicurezza, le
scellerate misure economiche, le politiche sulle grandi opere che ci parlano
solo di speculazione e distruzione di territori e comunità, e l&#8217;uso sempre più
spregiudicato del razzismo istituzionale, non fanno altro che rafforzare un
senso comune fatto di intolleranza e violenza verso migranti, rom, poveri,
donne e soggettività lgbtqiapk+ e chiunque si opponga a uno stato di cose
sempre più opprimente.</p>



<p>Da questo punto di vista, la città di Roma è
un terreno di sperimentazione di politiche urbane sempre più escludenti.
Infatti da mesi è in atto un costante attacco alle tantissime esperienze di
autogestione così come agli spazi abitativi vissuti da migliaia di persone, come
ad esempio quello di Via Cardinal Capranica, sgomberato lo scorso luglio, e lo
stabile di Viale del Caravaggio, sempre più a rischio nonostante la conclamata
mancanza di soluzioni alternative. A questo clima repressivo ha però
corrisposto la costruzione collettiva di spazi di discussione e mobilitazione e
di diversi momenti di radicalità, che hanno saputo rispondere in più forme: dai
presidi anti-sgombero al corteo cittadino dello scorso 22 giugno, passando per
le piazze pubbliche in solidarietà agli sbarchi delle navi delle tante ONG, in
difesa della libertà di movimento e contro l&#8217;approvazione del Decreto Sicurezza
Bis, fino alla complicità verso chi subisce atti di razzismo, come accaduto
nelle periferie romane di Torre Maura e Casal Bruciato.</p>



<p>Allargando lo sguardo dalla città di Roma
all&#8217;Italia intera, vorremmo aprire uno spazio di discussione e confronto per
tutt* coloro che nell&#8217;ultimo anno hanno costruito tante e diverse forme di
mobilitazione e resistenza: dalle contestazioni di piazza contro le politiche
di governo fino ai salvataggi in mare, dai cortei contro il Nulla Che Avanza a
quelli contro le Grandi Opere fino a chi ogni giorno cerca di rompere le
frontiere di mare e di terra. Da chi si organizza contro lo sfruttamento e per
il diritto di sciopero a chi difende il proprio diritto all&#8217;abitare e alla
città, senza dimenticare le grandi e fondamentali lotte in difesa della terra,
della biodiversità e dei popoli indigeni contro il modello capitalista che sta
distruggendo il futuro di tutt* noi. Per questo il 14 e 15 settembre vogliamo
costruire una due giorni nazionale articolata in plenarie e tavoli tematici di
discussione e confronto negli spazi dell&#8217;occupazione abitativa di Via
Caravaggio e di Lucha y Siesta.</p>



<p><strong>TESTI INTRODUTTIVI AI TAVOLI DI LAVORO DI SABATO POMERIGGIO:</strong></p>



<p><strong>1) Frontiere interne, migrazioni, confini nelle città</strong></p>



<p>Le città e gli spazi urbani sono crossing
zone, luoghi nei quali le politche sulle migrazioni sperimentano disparità e
rifiuto dove, come in mare, si tenta di respingere, attraverso la negazione di
accoglienza e dignità, migliaia di persone scampate al Mediterraneo.</p>



<p>A contrastare questa strategia di mobbing,
che si caratterizza con il divieto dell&#8217;iscrizione anagrafica per i richiedenti
asilo, le retate urbane, le quotidiane intimidazioni razziste e le
discriminazioni istituzionali, centinaia di cittadini attivisti e volontari
hanno occupato interi metri quadri di suolo, pubblico e privato, sottraeondolo
all&#8217;odio e all&#8217;intolleranza e trasfomamdoli in veri e propri safe place dove
ricostruire cittadinanza e comunità solidale. Vertenzialita, controinformazione,
supporto legale, accoglienza informale dal basso abbattono frontiere in un
percorso concreto di opposizione sociale e civile, con l&#8217;obbiettivo di
ribaltare il sistema sovranista di &#8220;selezione&#8221; ed esclusione. Il
tavolo intende confrontarsi sulle reti, buone pratiche di solidarietà e
disobbedienza civile per ampliare e connettere questi luoghi urbani costruendo
strumenti di replicabilità e campagne comuni di accoglienza.</p>



<p><strong>2) Lavoro e welfare</strong></p>



<p>Parlare oggi di lavoro vuol dire fare i conti
con una realtà complessa, quasi sempre distorta nel dibattito pubblico e
mediatico, utilizzata come uno slogan vuoto dalle forze politiche che in questi
anni si sono succedute al governo e che, nessuna esclusa, hanno portato avanti
un progetto di smantellamento di diritti, salari e welfare strettamente
connesso alla dottrina della maggiore produttività come conseguenza di livelli
crescenti di flessibilità.</p>



<p>Un dibattito che sia all&#8217;altezza delle sfide
epocali che ci troviamo ad affrontare deve essere in grado di immaginare
strumenti per riconnettere il tessuto frammentato del mondo del lavoro,
ricostruire rapporti di forza vantaggiosi, prendere parola sulle condizioni
materiali, sui diritti e sulla liberta di lavoratrici e lavoratori, intervenire
nei settori &#8220;classici&#8221; così come all&#8217;interno di nuove modalità di
sfruttamento intensivo, come quello della gig economy, tenere insieme il lavoro
dipendente e quello autonomo impoverito.</p>



<p>Salario minimo, reddito e welfare universale,
gender pay gap, riduzione di orario per liberare tempi di vita, fiscalità
progressiva, permesso di soggiorno slegato dalla prestazione lavorativa: queste
sono solo alcune delle rivendicazioni che i movimenti precari e le realtà
sindacali conflittuali hanno portato avanti negli anni, strumenti da non
leggere in contrapposizione tra loro ma utili a rilanciare campagne e
mobilitazioni per tornare a prendere parola in maniera incisiva e per trovare
un terreno comune per tutte le soggettività che subiscono uno sfruttamento
crescente e un isolamento che ne indebolisce le capacità di lotta.</p>



<p>Come dicevamo, non si parte da zero: lo
straordinario lavoro fatto nella logistica o tra i braccianti in lotta, settori
a composizione fortemente migrante, il movimento femminista transnazionale di
&#8220;Non una di meno&#8221;, che ha saputo dare nuovo significato allo sciopero
a livello globale e ha affrontato moltissime di queste tematiche in maniera
trasversale, l&#8217;esplosione del movimento per la giustizia climatica che proprio
negli scorsi mesi ha tentato di utilizzare lo sciopero come strumento di lotta
e agitazione, le molte realtà che si occupano di precarietà e provano a
sviluppare nuove pratiche di sindacalismo sociale: esistono molti percorsi da
conoscere e tentare di mettere in connessione e questo tavolo rappresenta un&#8217;occasione
per farlo. Mettere in comune idee, spunti e mobilitazioni che possono, e
devono, entrare in connessione, costruire relazioni virtuose e traiettorie di
ampio respiro è una sfida che pensiamo non sia più rimandabile.</p>



<p><strong>3) Guerra all&#8217;autogestione e diritto alla città:
organizziamoci contro il Nulla che avanza!</strong></p>



<p>In Europa, e non solo, una densa onda
reazionaria di è abbattuta travolgendo schemi e simboli, rianimando idee sopite
di razza e nazionalismo, piantando semi di razzismo e sfruttamento. Questa lenta
ma sempre più evidente dinamica sociale ha spinto le forse liberali e
democratiche in una rincorsa a destra su temi quali sicurezza, degrado,
immigrazione; ha approfondito i solchi già scavati con le lotte del movimento
operaio negli ultimi 2 secoli in tema di lavoro e diritti. Di fronte a questo
poche voci hanno voluto farsi sentire con chiarezza e determinazione, spesso
relegati nella solitudine, schiacciati in dinamiche territoriali, descritti
come &#8220;popolo del no&#8221;.</p>



<p>Tra queste voci non sono mai mancate quelle
dei centri sociali e occupazioni, realtà animate da collettivi che da anni
rappresentano una vera e propri anomalia. Lo rappresentano in termini di
longevità, visto che nel resto di Europa un processo di normalizzazione e
distruzione si è vi delineato già a partire dagli anni 90. Ma anche in termini
di lettura politica, visto che questi spazi nati in opposizione al sistema
neoliberale e con una straordinaria capacità di socialità, si sono trasformati,
attraversati ormai da tre generazioni, provando faticosamente a rappresentare
un&#8217;alternativa.</p>



<p>Questa alterita&#8217; fatta di relazioni e
cultura, ma anche di lotte quotidiane, rappresentano nei quartieri in cui sono
una solida forza. Amati o odiati, esistono nel tessuto sociale costruendo
sempre un punto di vista alternativo, spesso più complicato della facile
retorica della sicurezza e del razzismo, sono comunità larghe, meticce ed
inclusive, offrendo strumenti di riflessione ed organizzazione. La necessità di
doversi mettere in discussione, proprio alla luce di una nuova fase, sta
facendo compiere a molti delle riflessioni approfondite proprio sul senso dei
nostri spazi, di quale capacità di aggregazione e riconoscimento politico e
sociale abbiamo, di quali forme organizzative dotarsi.</p>



<p>Una riconversione per uscire dall&#8217;empasse di
isole a paradigma di comunità autogestite connesse in un processo costituente
di istituzioni dal basso, radicali e partecipative. In grado di decidere e
difendere i propri diritti, a partire dai propri stessi territori. Riflessione che
parte da quelle forme di welfare e diritti che all&#8217;interno dei nostri spazi
vengono organizzati e condivisi.</p>



<p>È proprio in questa fase, gli spazi sociali
subiscono uno degli attacchi più profondi e strutturati da parte del potere
delle istituzioni. Richieste di sgombero e sgomberi veri e propri si
materializzano, indipendentemente da quale rappresentanza politica si trovi a
governare le istituzioni del paese o delle singole città. La scelta di dover
risolvere e silenziare queste esperienze è un tratto distintivo delle politiche
di governance, spesso che si lega alla voracità di speculazioni edilizie o di
opere nocive, non di rado persecutorie e rabbiose quando le nostre posizioni
creano consenso e forza resistente. L&#8217;ultimo decreto sicurezza ne è un esempio
esplicito, con norme tese ad eliminare decine di esperienze occupate ed
autogestite, con una bere e proprie liste stilate in collaborazione tra
Viminale e prefetture. A partire da queste prime riflessioni vorremo trovare
parole ed iniziative comuni sulla difesa degli spazi occupati ma, guardando
oltre, poter ragionare sul superamento dei limiti e la condivisone di nuove
reti e relazioni.</p>



<p><strong>4) Con ogni mezzo necessario – Tavolo diritto all&#8217;abitare</strong></p>



<p>La necessità di superare le politiche
emergenziali che hanno caratterizzato da lungo tempo i programmi di governo
centrale e locale, a prescindere dalla collocazione sinistra/destra, deve
spingere la nostra riflessione verso un confronto capace, da una parte ad
arginare la svolta securitaria volta a garantire ad ogni costo il diritto proprietario
sopra ogni cosa e dall&#8217;altra, ad immaginare una strutturale progettazione
alloggiativa pubblica basata sul riuso del costruito e su una tassazione
progressiva dell&#8217;invenduto privato. Ragionare in questi termini ci può consentire
di concepire l&#8217;abitare</p>



<p>come bene d&#8217;uso capace di contrastare
ulteriore consumo di suolo, grandi opere inutili e la voracità della rendita
mascherata da formule di rigenerazione urbana fondate sul ricatto economico verso
amministrazioni malmesse. Questo ragionamento si rende ancora più necessario in
ragione della &#8216;discontinuità&#8217; invocata dalla nuova compagine di governo anche
in materia di politiche abitative, citate a più riprese nel nuovo &#8216;programma di
governo&#8217;.</p>



<p>In definitiva dovremmo misurarci con le nuove
forme di controllo delle povertà esibite come strumenti di assistenza verso le
fragilità sociali, spostando il tema casa come diritto a quello dell&#8217;emergenza,
ma che in realtà ledono diritti fondamentali, trasformando le pratiche di lotta
consolidate come le occupazioni in attentati contro la legalità negando la
relazione tra conflitto e trattativa, riducendo la questione sociale in una
mera questione di ordine pubblico a difesa degli interessi della rendita.</p>



<p>Il tavolo si propone di ragionare su questi
temi e di articolare campagne che sappiano imporre uno stop a sfratti e
sgomberi e alla criminalizzazione di chi si è attrezzato per recuperare reddito
indiretto ed evitare di essere espulsa dalle città e dai quartieri dove ha
costruito la propria vita. Riteniamo inoltre necessario riprendere il filo del
ragionamento su come scardinare legislazioni punitive come l&#8217;articolo 5 del
Piano Casa Renzi-Lupi, così come ragionare su come esigere ed ottenere
politiche abitative che escano da una logica emergenziale per utilizzare il
patrimonio esistente e rispondere alla domanda di abitare a partire dalle
esperienze di rigenerazione urbana, e autorganizzazione, dal basso. In ultimo,
dovremmo essere capaci di aprire una riflessione su quei dispositivi di legge
che mescolando la sicurezza urbana con i flussi migratori, hanno voluto dare un
chiaro segno di classe allo scontro praticato, sempre più spesso, dall&#8217;alto
verso il basso. La composizione meticcia di diverse lotte ci interroga sul
ruolo che intendiamo avere dentro questo scontro.</p>



<p><strong>5) Frontiere esterne, migrazioni e libertà di movimento</strong></p>



<p>I confini sono al centro della nostra
esperienza contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un processo di
progressiva frontierizzazione e militarizzazione delle acque territoriali, con
la criminalizzazione delle migrazioni e del soccorso in mare che ha raggiunto
livelli inauditi.</p>



<p>Nonostante la violenza normativa,
amministrativa e fattuale sviluppata dal governo e dagli apparati di controllo
nell&#8217;ultimo anno, il rapporto tra migrazioni, territorio e movimenti e
tutt&#8217;altro che pacificato. Se le politiche di contenimento il Libia segnano un
passaggio la cui portata storica è ancora da mettere a fuoco, l&#8217;intermittente
ma incessante movimento dei migranti che attraversano le frontiere esterne e
interne formalmente chiuse rappresenta il segno di quanto i dispositivi di
contenimento, per quanto feroci, non determino forme di controllo totali:
possono essere contestati e profanati.</p>



<p>La somma tra pratiche di contenimento e
strategie di resistenza non è – ovviamente – a somma zero. La violenza
attraversa le politiche di gestione dei confini interni ed esterni ed è il
carattere dominante di gran parte delle procedure che vengono applicate dopo lo
sbarco. Il tema del salvataggio in mare è centrale e l&#8217;azione delle
organizzazioni che effettuano operazioni di solidarietà e soccorso
rappresentano un patrimonio comune imprescindibile. Allo stesso tempo, appare
fondamentale, in questa specifica fase politica, evitare che i discorsi sulle
migrazioni siano unicamente discorsi sulle ONG e sulla criminalizzazione dei
soccorsi.</p>



<p>Le frontiere, infatti, non sono soltanto quelle
delle acque territoriali. L&#8217;esperienza del confine e del confinamento
accompagna i cittadini stranieri senza soluzione di continuità. Hotspot, CPR,
Questure ma anche i luoghi di lavoro, di formazione, di vita sono organizzati
intorno alla logica del confine, finalizzata alla classificazione,
all&#8217;inclusione differenziata e alla messa a valore. Da questa prospettiva è
urgente sviluppare iniziative di solidarietà e di contrasto alle politiche di
confinamento ovunque si sviluppino. Le mobilitazioni degli ultimi mesi contro i
cd. decreti sicurezza e di sostegno alle operazioni di salvataggio in mare sono
la testimonianza di quanto sia giusto, necessario e possibile mobilitarsi in
forma aperta e partecipata su questi temi. È opportuno continuare su questa
traiettoria e contrastare le forme di confinamento non solo lì dove sono rese
visibili dalle iniziative del governo ma anche lì dove lavorano quotidianamente
sottotraccia.</p>



<p><strong>6) Contro il decoro, nos mueve el deseo!</strong></p>



<p>Sommerse dal rumoroso trambusto della
politica italiana, le voci dei giovani e dei precari sono oramai da troppi anni
silenziate. Generazioni intere che hanno vissuto il sistematico smantellamento
di scuole ed università dopo decenni di riforme disastrose, dalla Gelmini alla
Buona Scuola, che sono costrette ad accettare lavori precari e a vivere in
città rese inospitali da chi vuole farne centri commerciali a cielo aperto. La
questione giovanile e i difficili equilibri all&#8217;interno dei quartieri e delle
città sono temi strettamente connessi tra loro, in un&#8217;Italia della crisi e
della stagnazione, 10 anni dopo dall&#8217;inizio del periodo di recessione.</p>



<p>Oggi cosa significa essere giovani? La
risposta non é affatto semplice ma richiede innanzitutto di abbandonare una
definizione &#8220;anagrafica&#8221; di una generazione per cominciare a parlare
di soggetti le cui forme di vita per essendo precarie e sconnesse tra loro, hanno
dei tratti distintivi che le caratterizzano. Le nostre vite sono spesso molto
diverse ma in un certo modo ci ritroviamo in una serie di esperienze comuni:
giovane è oggi chi migra e attraversa le città senza sapere quanto tempo
rimanerci, chi affronta la disillusione della &#8220;promessa&#8221; e gli
affanni di un futuro appannato e incerto, chi si ritrova senza punti di
riferimento quando le strade e le piazze vengono svuotate e trasformate in
vetrine, tanto attraenti quanto vuote e spoglie. Che ruolo abbiamo all&#8217;interno
delle città che viviamo? Quali spazi di partecipazione rimangono a noi giovani
nelle città dei prefetti, delle ordinanze anti-movida, dove la cultura e la
bellezza viva dei centri storici diventano accessibili solo ai turisti o
durante i grandi eventi organizzati al solo scopo di ingrossare la rendita?</p>



<p>Non solo siamo allontanati dagli spazi vitali
e di aggregazione delle città ma siamo gli stessi a cui è stata sottratta
l&#8217;idea stessa di futuro. La narrazione del giovane &#8220;choosy&#8221; e
inoperoso è quanto c&#8217;è di più lontano da chi non può rendersi autonomo dal
welfare familiare, da chi è costretto ad accettare stage non retribuiti o con
un salari netti di qualche centinaia di euro, da chi deve passare attraverso
tirocini non pagati perchè parte della propria formazione o della
&#8220;gavetta&#8221;. Stiamo parlando di generazioni intere che hanno subito
drasticamente il contraccolpo della crisi. Generazioni senza voce nel dibattito
pubblico, destinate a subire un discorso top-down, senza alcuna possibilità di
formulare risposte dal basso ma a cui è permesso solamente di subire gli
effetti delle riforme imposte dall&#8217;alto che puntano a normalizzare il lavoro
non pagato e sfruttato.</p>



<p>Per quanto la continua mobilità alla quale
siamo costretti renda spesso estranei alla possibilità di votare o almeno molto
più complessa la partecipazione politica ai processi sociali siamo un
importante tema delle campagne elettorali, seppure indirettamente. I giovani in
questo Paese sembrano non aver mai spazio, continuamente accusati di essere
responsabili del &#8220;degrado&#8221; delle città, insieme ad altre soggettività
marginalizzate come quella migrante e nera, e sempre più schiacciati da
politiche &#8220;anti movida&#8221; e costretti a subire l&#8217;esponenziale aumento del
caro affitti e delle spese generali. Non c&#8217;è spazio nelle città sempre più
gentrificate, in affitto giornaliero su piattaforme estrattive, siamo costretti
a ripiegare e a fare i conti con la nostra fragilità economica e politica.</p>



<p>Ma come si collega tutto questo alla trasformazione
delle città, alle ordinanze repressive e alle politiche per il decoro? Stiamo
assistendo da diversi anni ad una trasformazione radicale delle città. Queste
sono sempre più teatro di repressione e politiche contro il
&#8220;degrado&#8221;: ordinanze contro l&#8217;accattonaggio, la chiusura delle
piazze, gli sgomberi degli spazi sociali. Le città modello si ristrutturano su
degli equilibri nei quali la messa a valore della cultura consegue
l&#8217;inaccessibilità per tanti; mentre la produzione artistica e culturale dal basso
viene sempre più criminalizzata. La trasformazione delle città si muove su
diversi livelli. Le politiche repressive e i dispositivi come il DASPO sono
sempre più spesso collegate alla speculazione immobiliare e alla messa a valore
degli spazi pubblici, e i soggetti colpiti sono spesso quelle più facilmente
attaccabili, quelli che hanno meno mezzi per difendersi e organizzarsi,
relegabili alla marginalità. L&#8217;inclusione differenziata delle soggettività
all&#8217;interno delle economie cittadine disegnano la stratificazione sociale, la
geografia dello spazio urbano ne traccia i confini interni determinandone i
livelli di accesso.</p>



<p>Il quadro che andrà a delinearsi durante la
discussione si pone l&#8217;obiettivo di toccare diversi piani, di individuare i
punti rottura e i margini di lotta. Di raccontare le esperienze di conflitto e
degli spazi che animano la resistenza. L&#8217;attacco alla socialità a basso costo e
la messa a valore degli spazi cittadini, l&#8217;invisibilizzazione e la
marginalizzazione delle soggettività mobili sono solo alcuni dei temi che si
affronteranno. Il tentativo è quello di rimettere insieme le storie che ci
riguardano da vicino, organizzarci per ribaltare una narrazione che ci vuole
passivi, al contrario vogliamo riprenderci il nostro tempo. Per noi è un attacco
alle forme di vita. E a partire da queste, vogliamo ripartire per scoprire le
trame e rimettere le nostre energie in moto.</p>



<p><strong>7) Emergenza climatica: policy globali e locali e
prospettive di movimento.</strong></p>



<p>Nonostante i cambiamenti climatici e le gravi
conseguenze da questi causate siano da tempo oggetto di denuncia e
preoccupazione, solo nell&#8217;ultimo anno sono divenuti argomento di interesse
globale: siamo ormai sempre più vicini e vicine al punto di non ritorno della
crisi ambientale. Da un lato vediamo la politica istituzionale, rappresentata
nel corso del G7 da Emmanuel Macron che ha aperto il Summit di Biarritz,
invocando una &#8220;mobilitazione di tutte le potenze per scongiurare il
disastro ambientale&#8221;, dall&#8217;altro i movimenti dal basso, nuovi e meno
nuovi, che le piazze di Biarritz le hanno riempite davvero di mobilitazione.</p>



<p>In considerazione dell&#8217;urgenza della
situazione in cui ci troviamo, per la difficoltà di immaginare una futura
declinazione della produzione capitalistica in senso ecologico e per la grande
preoccupazione verso gli effetti sociali che questa crisi sta generando e
genererà, ci sembra fondamentale chiamare un tavolo di lavoro che analizzi e
crei discussione sulle tematiche ambientali e climatiche. Vista la forza
politica creativa che caratterizza le pratiche che le e gli attivisti per
l&#8217;ambiente portano nelle piazze, e data l&#8217;eterogeneità di esperienze che hanno
reso la tutela ambientale teatro di lotte locali e globali e rivendicazioni
sociali, vogliamo costruire un luogo di confronto il più possibile aperto,
plurale e orizzontale che stimoli un&#8217;analisi costruttiva e critica delle
problematiche e che trovi delle risposte potenzialmente applicabili da tutti e
tutte grazie alla condivisione di sensibilità e pratiche eterogenee.</p>



<p>Per questo sarebbe importante mettere a
valore un doppio livello di analisi: un piano globale e un piano locale, che
mettano in questione il sistema della governance e la sua crisi, rispetto al
primo, e il ruolo di spesso secondario dell&#8217;advocacy del secondo, spesso privo
di reale potere decisionale. La profonda relazione tra fenomeni locali e
globali è ben nota alle comunità indigene del sud America come lo è ai
movimenti e alle persone che continuano a lottare contro le Grandi opere
inutili che deturpano e inquinano il nostro paese.</p>



<p>Lo sanno tutte quelle persone che sono
costrette a spostarsi perché la propria casa non è più un luogo accogliente. In
questo scenario, che vede, dopo trenta anni, il sistema delle CoP incapace di
creare una reale inversione nel trend delle emissioni, sentiamo la necessità di
condividere alcuni interrogativi rispetto alla direzione nella quale stiamo
andando e rispetto all&#8217;alternativa da costruire. Le politiche adottate sino ad
oggi, a livello locale e globale, non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati
ed hanno anzi spesso prodotto esternalità nocive: E&#8217; evidente come il sistema
degli ETS (Emission Trading System), cioè la compravendita sul mercato
finanziario dei diritti di emissione di gas inquinanti, non abbia funzionato
come incentivo al rinnovamento tecnologico per la riduzione dell&#8217;impatto
ambientale.</p>



<p>Lo sviluppo di tecnologie basate
sull&#8217;utilizzo dei combustibili vegetali ha causato il disboscamento di
vastissime aree forestali in Sud America e in Africa con effetti drammatici per
gli ecosistemi locali e per le comunità che li abitano mentre, a pochi km da
noi, il finanziamento pubblico degli inceneritori -soluzione ben poco ecologica
della gestione dei rifiuti- ha disincentivato la raccolta differenziata ed il
recupero delle plastiche e delle altre materie recuperabili. Queste ed altre
misure che rispondono alle idee cosiddette di &#8220;sviluppo sostenibile&#8221;
e &#8220;green economy&#8221; possono davvero rappresentare una soluzione a lungo
termine per il futuro o vogliono semplicemente mascherare un sistema che
antepone il profitto di pochi al bene degli ecosistemi e delle comunità che li
abitano?</p>



<p>Come ripensare, a partire da un paradigma
ecologico e transfemminista, tanto l&#8217;economia e il lavoro quanto la gestione
politica dei territori? Quanto cioè, il sistema estrattivista e capitalista,
come lo conosciamo, è legato a quello patriarcale che nelle condizioni di
lavoro invisibile e in quello di cura, riproduce le forme dello sfruttamento
delle risorse? Quali sono i costi sociali della transizione ecologica e come
devono esser distribuiti?</p>



<p>Sulla base di quali connessioni le vostre organizzazioni/collettivi/realtá fanno convergere questione sociale e questione ambientale? Quali sono le forme organizzative che si stanno dando, e quali quelle che i movimenti sociali potrebbero immaginare e praticare a livello locale e globale? Partendo da queste riflessioni che verranno approfondite e discusse, ci auguriamo un percorso che sollevi le contraddizioni in seno all&#8217;attuale sistema economico e sociale e che produca idee e ispirazione; speriamo di confrontarci su nuovi o dimenticati modelli di economia e produzione, di autogestione dei territori e di organizzazione delle lotte.</p>



<p><strong>******</strong></p>



<p><strong>PROGRAMMA 14-15/09</strong></p>



<p>SABATO 14 SETTEMBRE negli spazi
dell&#8217;occupazione abitativa di Via del Caravaggio n 105/107.</p>



<p>&#8211; Mattina</p>



<p>h 10 &#8211; h 11 : Accoglienza</p>



<p>h 11 &#8211; 13 : PLENARIA introduttiva e
metodologica</p>



<p>h 13 &#8211; 14 : Pranzo</p>



<p>&#8211; Pomeriggio</p>



<p>h 14:30 &#8211; h 16:30 : prima serie di Work Shop</p>



<p>1) Frontiere interne, migrazioni, confini
nelle città</p>



<p>2) Lavoro e welfare</p>



<p>3) Guerra all&#8217;autogestione e diritto alla
città: organizziamoci contro il Nulla che avanza!</p>



<p>4) Contro il decoro, nos mueve el deseo!</p>



<p>h 17:00 &#8211; h 19:00 : seconda serie di Work Shop</p>



<p>5) Frontiere esterne, migrazioni e libertà di
movimento</p>



<p>6) Diritto all&#8217;abitare &#8211; Con ogni mezzo
necessario</p>



<p>7) Emergenza climatica: policy globali e
locali e prospettive di movimento</p>



<p>Domenica 15 settembre negli spazi della Casa
delle Donne Lucha y Siesta. Roma Italia.</p>



<p>h 10:30: Plenaria conclusiva della due giorni
di assemblea nazionale.</p>



<p>h 13:00: Pranzo</p>



<p>h 15:00: Ripartenze</p>


<p><!--EndFragment--><strong>EVENTO FACEBOOK:</strong> <a href="https://www.facebook.com/events/2163622263942227">https://www.facebook.com/events/2163622263942227</a> <br><br></p><p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2019/09/12/energie-in-movimento/">ENERGIE IN MOVIMENTO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>PORDENONE. LE PSICOLOGHE E LE PSICOTERAPEUTE CI RACCONTANO UN&#8217;ALTRA STORIA RISPETTO A QUELLA DEI PREFETTI E DI SALVINI.</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/07/20/pordenone-le-psicologhe-e-le-psicoterapeute-ci-raccontano-unaltra-storia-rispetto-a-quella-dei-prefetti-e-di-salvini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2019 11:41:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CARCERE E REPRESSIONE]]></category>
		<category><![CDATA[RAZZA E RAZZISMO]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[MIGRANTI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo psicologhe psicoterapeute, esperte in Etnopsicologia, che lavorano all&#8217;interno del Servizio etno-psicologico rivolto a richiedenti asilo e rifugiati accolti a Pordenone e provincia. I gravi fatti accaduti in questi giorni e le dichiarazioni che abbiamo letto sui giornali (alcune a nostro avviso non rispondenti al vero), ci hanno portato a voler parlare, a nome di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2019/07/20/pordenone-le-psicologhe-e-le-psicoterapeute-ci-raccontano-unaltra-storia-rispetto-a-quella-dei-prefetti-e-di-salvini/">PORDENONE. LE PSICOLOGHE E LE PSICOTERAPEUTE CI RACCONTANO UN&#8217;ALTRA STORIA RISPETTO A QUELLA DEI PREFETTI E DI SALVINI.</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Siamo psicologhe
psicoterapeute, esperte in Etnopsicologia, che lavorano all&#8217;interno del
Servizio etno-psicologico rivolto a richiedenti asilo e rifugiati accolti a
Pordenone e provincia.</p>



<p>I gravi fatti
accaduti in questi giorni e le dichiarazioni che abbiamo letto sui giornali
(alcune a nostro avviso non rispondenti al vero), ci hanno portato a voler
parlare, a nome di coloro che non hanno voce e le cui storie ascoltiamo tutti i
giorni.</p>



<p>La mattina del
17.07.2019 siamo state avvisate da alcuni nostri pazienti in piena angoscia
poichè gli era appena stato comunicato un trasferimento immediato con
destinazione sconosciuta. Scopriamo quindi che la sera prima era arrivata una
comunicazione di trasferimento che coinvolgeva alcune persone, da parte della
Prefettura, pare su ordine del Ministero dell&#8217;Interno. E&#8217; arrivata una lista di
nomi, non si sa seguendo quali criteri, di chi doveva essere trasferito, senza
sapere nemmeno dove. Vi erano anche alcuni dei nostri pazienti, soggetti che
avevano iniziato un percorso etno-psicologico, in alcuni casi anche un
trattamento farmacologico con una presa in carico presso il Centro di Salute
Mentale di Pordenone, con visite psichiatriche di controllo da effettuare in
questi giorni. Alcuni ragazzi avevano anche iniziato dei corsi di formazione.</p>



<p>Nelle loro parole
si leggeva il terrore di chi aveva iniziato un percorso e la paura e la rabbia
per il fatto di dover troncare in pochi minuti un investimento e un impegno
preso, in termini di progetto di vita, di relazioni e desideri. Contemporaneamente
il percorso etno-clinico svolto con noi li stava aiutando ad affrontare
profonde problematicità dovute ai traumi subiti nel loro Paese o durante il
viaggio. Problematicità che devono essere prese in carico adeguatamente per non
incorrere in atti autolesivi o comportamenti antisociali, pena un grave
peggioramento di cui qualcuno dovrà prendersi la responsabilità.</p>



<p>Alcune di noi lavorano in questo ambito da molti anni e, nei casi di
trasferimento, è stata sempre richiesta la nostra collaborazione per aiutare e
supportare queste persone nella comprensione della decisione che era stata
presa e per organizzare un passaggio di consegne con chi li prenderà in carico,
anche con lettere di accompagnamento. In questi giorni invece <strong>non c&#8217;è stata </strong>alcuna possibilità di
lavorare in modo serio e tutelante nei confronti di chi presenta forti e
importanti disagi.</p>



<p>Inutile
aggiungere che da un punto di vista psicologico, spostamenti così
organizzati/disorganizzati, senza alcun preavviso, preparazione, condivisione
(anche con chi li accoglierà, rispetto alle terapie in corso, per un minimo
passaggio di consegne), rappresenta una grave violenza agita nei confronti di
persone&nbsp; fragili, prive anche di
strumenti linguistici e culturali, che permettano una reale comprensione di ciò
che accade.</p>



<p>Si aggrava la situazione a causa delle storie di violenza, spesso traumatiche, che portano a una condizione di profondo disorientamento esistenziale: hanno perso le loro famiglie (che in alcuni casi sono solo lontane, ma in altri sono in pericolo, disperse o addirittura alcuni membri sono deceduti) e hanno bisogno di ritrovare un contesto sicuro che permetta loro di ricostruirsi, rimettere insieme i pezzi della propria storia e della propria identità. Per tale motivo sono fondamentali la continuità nei percorsi, la possibilità di avere tempo di ricostruire relazioni di fiducia e la restituzione di un minimo di soggettività rispetto alle scelte della propria vita.</p>



<p>La violenza riduce la persona a oggetto passivo, privo di controllo sugli eventi, la cura implica il ridare al soggetto la titolarità delle scelte rispetto a se stesso, il lavorare per rimettere in gioco le sue risorse personali, la sua possibilità di scegliere. Questo trasferimento calato dall&#8217;alto senza un minimo di preavviso diviene quindi un evento che riattiva il trauma e reitera la violenza già sperimentata in passato.</p>



<p>Il lavoro di cura
di queste persone è anche un lavoro di prevenzione, al fine di evitare un
peggioramento della loro salute psico-fisica, quindi anche una cronicizzazione
dei disturbi mentali. Evitare ciò significa non solo tutelare la persona, ma
anche la comunità dove la persona è inserita, la società tutta dove queste
persone si ritroveranno a vivere.</p>



<p>Curare gli altri
significa anche occuparsi del contesto sociale più allargato, permettere ai
migranti di inserirsi adeguatamente in un territorio, significa permettere loro
di diventare risorsa per quel territorio e non problema. Mettere in atto
politiche che feriscono l&#8217;altro significa mettere a rischio la convivenza di
un&#8217;intera comunità, aumentare i costi della spesa sociale, della sicurezza e
della salute.</p>



<p>Chiediamo quindi che qualcuno si prenda la responsabilità e ci spieghi perchè ciò è accaduto ed è accaduto in questo modo, potendo discutere delle situazioni che questi ragazzi stanno affrontando al fine anche di rimetterli nel contesto in cui stavano vivendo e si stavano muovendo in maniera corretta, legale e regolare prima di quella data.</p>



<p><em>Pordenone, 19/07/2019</em></p>



<p><strong>Le psicologhe e Psicoterapeute</strong><br> <em>Valentina Zambon<br> Sara Madella<br> Noemi Galleani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2019/07/20/pordenone-le-psicologhe-e-le-psicoterapeute-ci-raccontano-unaltra-storia-rispetto-a-quella-dei-prefetti-e-di-salvini/">PORDENONE. LE PSICOLOGHE E LE PSICOTERAPEUTE CI RACCONTANO UN&#8217;ALTRA STORIA RISPETTO A QUELLA DEI PREFETTI E DI SALVINI.</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>SULLE CASE VUOTE NELLA PIANA DI GIOIA TAURO TANTI PROCLAMI MA POCHI FATTI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/07/09/sulle-case-vuote-nella-piana-di-gioia-tauro-tanti-proclami-ma-pochi-fatti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2019 09:57:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[CASA]]></category>
		<category><![CDATA[MIGRANTI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Comitato per il riutilizzo delle case vuote della Piana esprime critiche e perplessità nei confronti delle istituzioni locali e regionali che, pur avendo più volte condiviso le posizioni del Comitato, non hanno prodotto al momento azioni programmatiche e gestionali coerenti e tese alla risoluzione del grave disagio abitativo nell’area della Piana di Gioia Tauro. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2019/07/09/sulle-case-vuote-nella-piana-di-gioia-tauro-tanti-proclami-ma-pochi-fatti/">SULLE CASE VUOTE NELLA PIANA DI GIOIA TAURO TANTI PROCLAMI MA POCHI FATTI</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il <strong>Comitato per il riutilizzo delle case vuote della Piana</strong> esprime
critiche e perplessità nei confronti delle istituzioni locali e regionali che,
pur avendo più volte condiviso le posizioni del Comitato, non hanno prodotto al
momento azioni programmatiche e gestionali coerenti e tese alla risoluzione del
grave disagio abitativo nell’area della Piana di Gioia Tauro.</p>



<p>Nonostante le buone
intenzioni più volte espresse, infatti, si continua a ignorare l’enorme mole di
patrimonio immobiliare inutilizzato ed abbandonato, simbolo dello sfascio
sociale ed ambientale e componente del degrado del territorio. Un numero di
case vuote che rende inaccettabile e paradossale l’esistenza di soggettività,
locali o migranti che siano, che abitano in condizioni sociali e sanitarie
difficilissime, quando non addirittura subumane, come era nella vecchia
baraccopoli o adesso nella tendopoli di San Ferdinando, o nei ghetti quali la
Ciambra di Gioia Tauro, o altri borghi degradati della Piana. </p>



<p>Eppure non sarebbe
difficile avviare un massiccio quanto coerente e consistente programma di riutilizzo
delle case vuote, per esempio tramite l’ausilio all’affitto sociale, specie
adesso che il numero di presenze migranti è ridotto in attesa della nuova
stagione agrumicola. Per avviare un’azione di questo servirebbero non più di
700/800 mila euro, cifra inferiore al costo di quella grande operazione
propagandistica che è stata lo sgombero della baraccopoli.</p>



<p>La Regione Calabria, dopo
aver ripetutamente annunciato – con lo stesso Presidente o con le affermazioni
degli assessori interessati – azioni straordinarie e risorse subito disponibili
per affrontare e gestire rapidamente il problema, sta predisponendo un unico
strumento che, dalle prime anticipazioni della stampa, appare inadeguato e poco
utilizzabile per affrontare questo problema. Come il Comitato ha spiegato più
volte, ci vuole un fondo straordinario apposito che la Regione, di concerto con
gli altri enti, può facilmente reperire dalle risorse di bilancio, visto le
cifre in gioco.</p>



<p>Su questo il Comitato
intende lanciare anche una grande sottoscrizione popolare, almeno per l’avvio
del “Riutilizzo delle case vuote della Piana”, che dia seguito ampio e organizzato
all’azione – significativa, seppure fatta finora di piccoli numeri – che è nata
con la costituzione stessa del Comitato e che ha permesso ad alcune decine di
lavoratori migranti di trovare casa.</p>



<p>Il Comitato rinnova
allora con forza – in primis alla Regione – l’invito a dimostrare coerenza con
quanto dichiarato e a reperire in fretta le risorse per la prima fase del
programma di riuso sociale delle case. Ribadiamo che l’entità delle risorse
finanziarie è assolutamente alla portata di decisioni veloci e agevoli da parte
regionale (alla cifra sopra indicata si devono aggiungere 70/80 mila euro che
permetterebbero di ultimare, rifinire e rendere quindi immediatamente
abitabili, gli appartamenti costruiti a Rosarno per i migranti per 250 posti
letto).</p>



<p>La Calabria, storica
terra di emigrazione, deve attingere le sue migliori doti di coraggio,
solidarietà e generosità, per accogliere invece di respingere, trasformando i
problemi in strategie positive come nel caso del riutilizzo sociale delle
abitazioni vuote. Non è assolutamente vero che il “<em>non si ‘ffitta ‘e niri!</em>”
è convinzione radicata in Calabria e nella Piana, come dimostrano le case già
affittate ai migranti. Un impegno istituzionale mirato verso questa direzione
significherebbe anche un’importante azione di contrasto a chi spesso diventa il
vero grande gestore delle case vuote, pubbliche o private, e cioè quella ‘ndrangheta
che, grazie a una sorta di regime di comodato d’uso informale, dispone degli
utilizzi, in nero o meno, di quello che dovrebbe essere un bene sociale.</p>



<p>Affrontare tale situazione è quindi anche una grande questione di civiltà e di democrazia dei diritti.</p>



<p><strong><em>Comitato Riutilizzo Case Vuote Piana</em></strong></p>
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		<item>
		<title>E L’ISOLA DI LAMPEDUSA DIVENTA SEMPRE PIÙ AVAMPOSTO NATO…</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/05/09/e-lisola-di-lampedusa-diventa-sempre-piu-avamposto-nato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2019 12:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[MIGRANTI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Antonio MAZZEO Per anni è stata rappresentata come l’ultima frontiera dell’Unione europea e principale porto di sbarco per le imbarcazioni dei migranti in fuga dal continente africano, ma intanto segretamente Lampedusa è stata trasformata in una vera e propria piattaforma avanzata nel Mediterraneo delle forze armate nazionali, Ue e NATO. Antenne radar, centri di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Antonio MAZZEO</p>



<p>Per anni è stata rappresentata come l’ultima frontiera dell’Unione europea e principale porto di sbarco per le imbarcazioni dei migranti in fuga dal continente africano, ma intanto segretamente Lampedusa è stata trasformata in una vera e propria piattaforma avanzata nel Mediterraneo delle forze armate nazionali, Ue e NATO. Antenne radar, centri di telecomunicazioni e per la guerra elettronica sono stati dislocati in ogni angolo dell’isola; continuo ed esasperante è il via vai di mezzi navali, elicotteri, caccia e aerei da trasporto; finanche Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere Ue, ha dislocato nello scalo lampedusano un grande drone per le operazioni d’intelligence anti-migranti. </p>



<p>L’ultimo <em>regalo</em>
militare è entrato in funzione la settimana scorsa a Capo Ponente presso la
stazione della 134<sup>a </sup>Squadriglia Radar Remota dell’Aeronautica
militare: si tratta di un nuovo radar FADR (<em>Fixed Air Defence Radar</em>,
modello RAT–31DL). “L’inaugurazione del Sistema FADR a Lampedusa segna la
conclusione di un più ampio programma decennale che, insieme alla sinergia del
mondo industriale nazionale, ha portato al rinnovamento tecnologico di 12 radar
fissi a copertura dell’intero spazio aereo nazionale”, scrive l’ufficio stampa
dell’Aeronautica italiana. “La nuova struttura di sorveglianza dello spazio
aereo, basata su sensori radar terrestri, rappresenta un elemento fondamentale
del sistema di difesa aerea nazionale e della NATO, di cui sono parte
integrante i caccia intercettori, altri assetti aerei con sensori radar a bordo
ed i centri di comando e controllo”.</p>



<p>Il RAT-31DL è un
radar&nbsp;di sorveglianza a lungo raggio (oltre 470 chilometri), operantein
banda D. Con un contratto del valore di 260 milioni di euro sottoscritto con
Selex Es (Leonardo-Finmeccanica), sono stati ordinati e installati impianti radar
fissi FADR in dodici siti: oltre a Lampedusa, le stazioni siciliane di
Noto-Mezzogregorio e Perino-Marsala; Mortara, Pavia; Borgo Sabotino, Latina;
Capo Mele, Savona; Crotone, Jacotenente, Foggia; Lame di Concordia, Venezia;
Otranto; Poggio Renatico, Ferrara; Potenza Picena, Massa Carrara. “Il RAT-31DL
è stato sviluppato per rispondere ai futuri bisogni della difesa, dove la
superiorità delle informazioni e dei comandi giocherà un ruolo sempre
maggiore”, spiegano i manager di Leonardo. “Il sistema ha eccellenti capacità
di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili e
di controllare anche la presenza di missili balistici, comunicando con gli
altri punti di controllo nazionali e della NATO”. Grazie alla nuova rete radar,
l’Aeronautica militare ha pure avviato la sostituzione dei propri sistemi di
sorveglianza aerea per rendere disponibili le frequenze necessarie
all’introduzione della nuova tecnologia Wi-MAX (<em>Worldwide Interoperability
for Microwave Access</em>) di accesso internet ad alta velocità in modalità
wireless.</p>



<p>La 134<sup>a</sup>
Squadriglia Radar Remota di Lampedusa dipende amministrativamente dalla 4^
Brigata Telecomunicazioni e sistemi per la difesa aerea e l’assistenza al volo
(Borgo Piave, Latina) e operativamente dall’AOC &#8211; Air Operation Center di
Poggio Renatico (Ravenna). I dati raccolti dalla 134<sup>a</sup> Squadriglia
saranno distribuiti ed elaborati dall’11° Gruppo D.A.M.I. (Difesa Aerea
Missilistica Integrata) di Poggio Renatico e dal 22° Gruppo Radar di Licola
(Napoli), che hanno il compito di guidare gli assetti dell’Aeronautica militare
(i velivoli Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto, del 36° Stormo di Gioia del
Colle, del 37° Stormo di Trapani e del 51° Stormo di Istrana e i
cacciabombardieri F-35 del 32° Stormo di Amendola-Foggia). “La catena di
allertamento per le violazioni dello spazio aereo prevede che l’ordine di
intervento immediato dei caccia venga impartito dal CAOC (Combined Air
Operation Center) di Torrejon (Spagna), l’ente della NATO responsabile del
servizio di sorveglianza aerea, il cui interlocutore nazionale è l’Air
Operation Center di Poggio Renatico”, precisa l’Aeronautica “Qualora si
presenti una minaccia non militare allo spazio aereo italiano, l’IT-AOC
riprende il comando dei velivoli intercettori affidati alla NATO, per la
successiva azione di contrasto”.</p>



<p>Alla cerimonia di
inaugurazione del FADR di Lampedusa, il 2 maggio scorso, sono intervenuti, tra
gli altri, il sottosegretario alla difesa on. Angelo Tofalo (M5S), il Capo di
Stato Maggiore dell’Aeronautica generale Alberto Rosso e alcuni manager delle
società Leonardo-Finmeccanica e Vitrociset coinvolte nei lavori d’installazione
del sistema radar. “Lampedusa è una postazione strategica nel cuore del
Mediterraneo, area da sempre di prioritaria importanza per l’Italia e
l’Europa”, ha dichiarato il sottosegretario pentastellato. “Grazie a questo
nuovo sistema di elevata tecnologia, frutto di eccellenze italiane, la nostra
Arma Azzurra potrà condividere in modo ancora più efficace importanti
informazioni per la sicurezza globale<em>”</em>. Per il generale Rosso il nuovo
radar FADR rappresenta invece “un successo tutto italiano, dal momento che è il
risultato di una piena collaborazione tra la Difesa, l’industria nazionale e le
comunità locali, portata a termine con la massima attenzione al rispetto del
territorio, del paesaggio e dell’ambiente”.</p>



<p>Ma proprio sulla presunta
sostenibilità ambientale del sistema FADR sono stati espressi forti perplessità
da esponenti della comunità scientifica e da alcune associazioni di cittadini
residenti in prossimità dei siti radar. Il professore Massimo Coraddu, fisico
sardo co-autore dello studio del Politecnico di Torino che ha documentato i
gravi rischi per la salute umana e il traffico aereo delle emissioni del
sistema satellitare MUOS di Niscemi, ha lamentato in particolare la
secretazione di buona parte delle informazioni tecniche sugli impianti e sulle
loro emissioni elettomagnetiche. “Il RAT 31-DL ha una potenza media di 2,5 KW e
forma brevi impulsi in cui la potenza concentrata è di 84 KW, mentre l’antenna
opererà in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello
spettro delle cosiddette <em>microonde</em>”, ha rilevato Coraddu. “Sono però del
tutto scarne le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento
del sistema FADR, mentre purtroppo non sono pubblici altri dati radiotecnici
indispensabili per un’accurata analisi delle emissioni e né i militari e né la
società realizzatrice hanno fornito le previsioni sui livelli di irraggiamento
nel territorio circostante”.</p>



<p>Con l’entrata in funzione
del nuovo sistema radar in altre stazioni dell’Aeronautica sono state
documentate preoccupanti anomalie. A Borgo Sabotino (Latina), ad esempio, i
residenti hanno denunciato l’insorgenza di “interferenze che impediscono il
buon funzionamento degli strumenti elettronici d’utilizzo quotidiano”. Nella
passata legislatura alcuni senatori del Movimento 5 Stelle avevano espresso in
un’interrogazione ai ministri della Difesa e della Salute dubbi sul “grado di
affidabilità dell’impianto per la salute dei cittadini residenti”. I governi
hanno omesso ogni risposta.</p>



<p>“Quello che sta accadendo
da ormai tanti anni è davvero grave da ogni punto di vista”, commenta Giacomo
Sferlazzo, attivista del Collettivo Askavusa di Lampedusa, in prima linea
contro il processo di militarizzazione dell’isola. “La proliferazione di
antenne che emettono onde elettromagnetiche ha avuto pericolosi effetti sullo
stato di salute delle popolazioni e abbiamo prontezza dell’inspiegabile aumento
di alcune patologie tumorali. Sono inoltre sotto gli occhi di tutti a
Lampedusa, gli effetti dell’inquinamento elettromagnetico sull’avifauna e la
realizzazione di nuove installazione radar e telecomunicazioni ha
irrimediabilmente deturpato il territorio e il paesaggio. A ciò si aggiunge
l’inaccettabile e insostenibile ruolo bellico che è stato fatto assumere al
nostro territorio dall’Unione europea e dalla NATO, parallelamente alle
criminali scelte fatte sul fronte migrazione, sempre più spesso per accrescere
i profitti economici del complesso militare-industriale. Purtroppo nel processo
di militarizzazione di Lampedusa non sono esenti da responsabilità le varie
amministrazioni succedutesi in questi anni e anche una parte degli abitanti che
non hanno fatto molto per opporvisi. Come Askavusa continueremo a promuovere
campagne di controinformazione e mobilitazione contro le nuove antenne
inquinanti e per affermare con forza che Lampedusa è stata e deve tornare ad
essere un ponte di pace e dialogo nel Mediterraneo”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2019/05/09/e-lisola-di-lampedusa-diventa-sempre-piu-avamposto-nato/">E L’ISOLA DI LAMPEDUSA DIVENTA SEMPRE PIÙ AVAMPOSTO NATO…</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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