<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>LAVORO Archivi | MALANOVA</title>
	<atom:link href="https://www.malanova.info/tag/lavoro/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.malanova.info/tag/lavoro/</link>
	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
	<lastBuildDate>Mon, 10 Nov 2025 09:33:21 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/09/cropped-tondo_malanova_rev1-32x32.jpg</url>
	<title>LAVORO Archivi | MALANOVA</title>
	<link>https://www.malanova.info/tag/lavoro/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Mille miliardi per Elon Musk: gli azionisti di Tesla approvano il più grande stipendio aziendale della storia</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/11/10/mille-miliardi-per-elon-musk-gli-azionisti-di-tesla-approvano-il-piu-grande-stipendio-aziendale-della-storia/</link>
					<comments>https://www.malanova.info/2025/11/10/mille-miliardi-per-elon-musk-gli-azionisti-di-tesla-approvano-il-piu-grande-stipendio-aziendale-della-storia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 09:33:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=11203</guid>

					<description><![CDATA[<p>Oggi le finanziarie lacrime e sangue hanno un altro sapore! Non ci sono i soldi per la Sanità, grida il Ministro dalla sua stanza, non ci sono le risorse per l&#8217;Università, risponde l&#8217;altra Ministra da casa sua usufruendo del vantaggio dello smartworking. Dobbiamo finanziare le armi per l&#8217;amico Zelensky, ricorda il Ministro della guerra mentre [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/11/10/mille-miliardi-per-elon-musk-gli-azionisti-di-tesla-approvano-il-piu-grande-stipendio-aziendale-della-storia/">Mille miliardi per Elon Musk: gli azionisti di Tesla approvano il più grande stipendio aziendale della storia</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oggi le finanziarie lacrime e sangue hanno un altro sapore! </p>



<p>Non ci sono i soldi per la Sanità, grida il Ministro dalla sua stanza, non ci sono le risorse per l&#8217;Università, risponde l&#8217;altra Ministra da casa sua usufruendo del vantaggio dello smartworking. Dobbiamo finanziare le armi per l&#8217;amico Zelensky, ricorda il Ministro della guerra mentre sgranocchia una tartina al caviale inaugurando la stagione teatrale della sua città.</p>



<p>Tira di qui, tira di là e la coperta si fa cortissima lasciando i cortigiani al freddo e al gelo! Preferite la pace o i climatizzatori? Urla Mario Draghi dalla sua vacanza ai tropici.</p>



<p>Nel frattempo, nell&#8217;Occidente statunitense, il povero ma intelligentissimo Elon Musk punta i piedi dichiarando: &#8220;il movimento operaio ha buttato il sangue per ottenere lo statuto dei lavoratori ed io ho una paga da fame! Non è plausibile che un lavoratore sia trattato così nel 2025, mica siamo nell&#8217;antico Egitto!&#8221; </p>



<p>Dopo la vibrante protesta e la minaccia di dimissioni del Ceo di Tesla arriva il &#8220;sì&#8221; del democraticissimo Consiglio d&#8217;Amministrazione: i soci approvano il maxi compenso di mille miliardi di dollari! Ma noi ci chiediamo: potrà mai sopravvivere Elon visti i tempi che corrono, l&#8217;inflazione che s&#8217;impenna e lo shutdown in corso?</p>



<p>Grazie alla sua strenua resistenza, Musk potrà incassare fino ad un triliardo di dollari e resterà alla guida della società per il prossimo decennio. Pensate che angoscia vive questo povero lavoratore cognitivo ogni qual volta il capitalista collettivo deve rinnovargli il contratto a tempo: cosa sono 10 anni di contratto oggi che si arriva a viverne 120?</p>



<p>Il pacchetto – approvato da oltre il 75% degli azionisti durante l’assemblea tenuta nella sede di Austin in Texas – assegna a Musk circa <strong>423 milioni di azioni</strong> dell’azienda leader nel settore degli autoveicoli elettrici: varrebbero quasi mille miliardi di dollari se fossero raggiunti gli obiettivi previsti dall’accordo. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/03/elon-musk-e-sempre-piu-ricco-e-la-prima-persona-a-raggiungere-un-patrimonio-da-500-miliardi-di-dollari-il-nuovo-record-attestato-da-forbes/8147754/">Ora Musk potrebbe diventare il primo triliardario al mond</a>o.</p>



<p>Eppure, ci sono anche persone che, inspiegabilmente, non tollerano questo stato di cose, come ad esempio il fondo sovrano norvegese.</p>



<p>Il maxi-bonus, racconta il <em>Washington Post</em>, ha sollevato la “resistenza da parte di investitori, consulenti e attivisti che sostenevano fosse eccessivo o immeritato, facendo notare la recente storia di Musk al di fuori di Tesla”. Ma Musk ha anche ottenuto “<strong>guadagni storici</strong>, trasformando l’azienda nella casa automobilistica di maggior valore al mondo, un&#8217;azienda che per i suoi sudori dà lavoro a tanti ingegneri meccanici e elettronici disadattati e che altrimenti faticherebbero a sbarcare il lunario. Un&#8217;impresa caritativa, potremmo dire, più che una macchina per far soldi come affermano i maligni.</p>



<p>Grazie ad Elon, molte persone possono fare la spesa nelle carissime catene di supermercati americani.  </p>



<p>Tesla organizza i propri dipendenti attraverso una <strong>struttura gerarchica</strong> articolata in sette livelli, numerati dall’1 al 7. Gli operai del <strong>livello 1</strong>, la categoria più bassa, guadagnano circa <strong>25 dollari l’ora</strong>. Quelli che raggiungono il <strong>livello 7</strong> percepiscono invece una tariffa oraria di <strong>35 dollari</strong>.</p>



<p>Invece di dire baggianate, dovremmo tutti ringraziare la verve filantropica di persone come Elon, anzi troppo poco quello che gli viene riconosciuto in cambio delle sue idee innovative.</p>



<p>Continuate a lamentarvi delle risorse che mancano per garantire una Sanità adeguata per tutti, una scuola efficiente ed efficace e risorse idonee per fare la spesa addirittura tutti i giorni, nel frattempo Musk ci spingerà su Marte con il suo turismo interstellare, finirà la sua infrastruttura satellitare Starlink che offre servizi ai vari eserciti che guerreggiano e ci applicherà, finalmente, un chip neurale capace di ampliare il nostro sistema cognitivo, puramente umano, fallace e lento, mettendolo in comunicazione con l&#8217;intelligenza artificiale: niente più libri da leggere, sarà il bot a suggerirci cosa dire e cosa fare!</p>



<p>Grazie, Elon! Ciaone, poveri!</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/11/10/mille-miliardi-per-elon-musk-gli-azionisti-di-tesla-approvano-il-piu-grande-stipendio-aziendale-della-storia/">Mille miliardi per Elon Musk: gli azionisti di Tesla approvano il più grande stipendio aziendale della storia</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.malanova.info/2025/11/10/mille-miliardi-per-elon-musk-gli-azionisti-di-tesla-approvano-il-piu-grande-stipendio-aziendale-della-storia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>15</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rapporto annuale ILO: l&#8217;intelligenza artificiale e la digitalizzazione del mondo del lavoro.</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/05/15/rapporto-annuale-ilo-lintelligenza-artificiale-e-la-digitalizzazione-del-mondo-del-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 14:18:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG DATA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[automazione | robotica]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=11164</guid>

					<description><![CDATA[<p>di st@m Data: 15 maggio 2025 Un articolo che sintetizza e analizza il report 2025 dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Lavoro che riflette sui rischi e le potenzialità della digitalizzazione e robotizzazione del lavoro dal punto di vista della sicurezza. Nel cuore del cambiamento tecnologico e culturale che investe il mondo della produzione di beni e servizi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/05/15/rapporto-annuale-ilo-lintelligenza-artificiale-e-la-digitalizzazione-del-mondo-del-lavoro/">Rapporto annuale ILO: l&#8217;intelligenza artificiale e la digitalizzazione del mondo del lavoro.</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-8e0d52870e9521df726934ea51591977"><strong><em>di st@m</em></strong></p>



<p><strong>Data: 15 maggio 2025</strong></p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-c5a4aab740467409b767fc58acc77004"><em>Un articolo che sintetizza e analizza il report 2025 dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Lavoro che riflette sui rischi e le potenzialità della digitalizzazione e robotizzazione del lavoro</em> <em>dal punto di vista della sicurezza</em>.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Nel cuore del cambiamento tecnologico e culturale che investe il mondo della produzione di beni e servizi, un nuovo report dell&#8217;Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), pubblicato di recente, si basa sulla ricerca svolta negli ultimi due anni dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA).</p>



<p>Ancora oggi, la sicurezza sul lavoro (SSL) è spesso percepita come un insieme di adempimenti burocratici e formali, scollegati dalla vita reale delle imprese e dei lavoratori: un mero adempimento spesso molto oneroso. Il documento sottolinea la necessità di superare questa visione della sicurezza lavorativa per abbracciare un modello in cui prevenzione, benessere e coinvolgimento attivo siano parte integrante della gestione aziendale.</p>



<p class="has-one-color has-text-color has-link-color wp-elements-f81acc89a9c48756a3fc225341249e91">La digitalizzazione e l’automazione stanno avendo un impatto, in positivo ed in negativo, su milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, aumentando, da una parte, il controllo dei datori di lavoro sul capitale vivo e quindi la sua produttività e il suo sfruttamento (vedi il <a href="https://www.malanova.info/2025/04/29/il-prezzo-della-velocita-linchiesta-del-senato-usa-svela-la-verita-sui-magazzini-amazon/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostro articolo</a> sul lavoro in Amazon) e offrendo, dall&#8217;altro lato della medaglia, opportunità senza precedenti per migliorare la sicurezza e la salute sul lavoro. Tutto questo non è così scontato: come analizzavamo in altri articoli, l&#8217;automazione ha portato maggiore stress lavorativo in alcuni ambiti come la logistica con un aumento delle probabilità di infortunio o di &#8220;burnout&#8221;.</p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-c07b2f18985f1b34890ea084c46ed7be"><strong><em>&#8220;Per massimizzare i benefici della digitalizzazione nell&#8217;ambito della SSL, mitigando al contempo i rischi, è essenziale un approccio proattivo, basato sull’evidenza e partecipativo. Ciò richiede il coinvolgimento attivo di governi, datori di lavoro e lavoratori, nonché dei professionisti della SSL e di altre parti interessate, al fine di garantire che la trasformazione digitale rafforzi, anziché comprometta, la sicurezza e la salute sul lavoro&#8221;.</em> (</strong>Organizzazione Internazionale del Lavoro, &#8220;Rivoluzionare la salute e la sicurezza sul lavoro. L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione nel mondo del lavoro&#8221;, Roma 2025, <strong>p.5)</strong></p>



<p>L’evoluzione tecnologica del lavoro porta con sé novità fondamentali come lo smart working (vista anche l&#8217;accelerazione pandemica della sua sperimentazione e diffusione), l&#8217;utilizzo dell’intelligenza artificiale, i rischi psicosociali, le disuguaglianze generazionali e di genere, il vulnus formativo. La prevenzione del rischio non può più seguire le logiche tradizionali ma deve saper leggere e affrontare fenomeni complessi e inediti. I nuovi strumenti digitali come l’analisi basata sull’intelligenza artificiale, il monitoraggio in tempo reale e i modelli predittivi <em>&#8220;possono migliorare la valutazione dei rischi e le strategie di sicurezza, ma devono integrare, e non sostituire, la<br>valutazione umana delle pratiche di SSL&#8221;</em>. (Ibidem, p. 6)</p>



<p>Se da una parte si intravedono importanti risvolti positivi della digitalizzazione che, ottimisticamente, potrebbe ottimizzare l’organizzazione del lavoro semplificando i processi, automatizzando le attività ripetitive e fisicamente impegnative e migliorando la distribuzione del carico di lavoro, come pure riducendo lo stress sia fisico che mentale (EU-OSHA 2019) oltre che migliorare la sicurezza sul lavoro identificando preventivamente i principali pericoli, lo stesso report è cosciente della realtà che porta con se ben altri e negativi approdi. La proprietà privata di questi mezzi di produzione, infatti, non fa altro che postulare una loro utilizzazione che favorisca l&#8217;aumento della produttività del singolo lavoratore senza preoccuparsi molto delle conseguenze fisiche e psicologiche di tali utilizzazioni.  </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-609d0ca232d882a766f0b3dd766f6a31"><strong><em>&#8220;I progressi tecnologici possono anche portare a un’intensificazione del lavoro, all’insicurezza lavorativa e al &#8220;tecnostress&#8221;, poiché i lavoratori sono sottoposti a una pressione crescente per adattarsi a strumenti e processi in rapida evoluzione (OIL 2022)&#8221;. </em>(Ibidem p.7)</strong></p>



<p>Questo tipo di tecnologia, inoltre, travalica il confine del tempo di lavoro fino ad occupare praticamente tutto il tempo di vita del lavoratore: se da una parte lo smartwork mi consente di lavorare da casa telematicamente, dall&#8217;altra comprime irrimediabilmente gli spazi liberati dal lavoro. Non dobbiamo neanche dimenticare la pervasività delle tecnologie informatiche capaci di un monitoraggio ossessivo e compulsivo che erode ogni spazio della vita privata. </p>



<p>L&#8217;ILO pare avere una visione positiva dell&#8217;impatto dell&#8217;intelligenza artificiale e dell&#8217;automazione sul lavoro umano. Secondo il report del 2023 l’automazione porterebbe alla perdita di circa 75 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, ma l’intelligenza artificiale ne creerebbe 427 milioni in vari settori. Un bilancio molto positivo con differenze geografiche significative tra aree sviluppate (Europa e Nord America) e<br>aree in ritardo (parte dell&#8217;Asia, Africa e America latina) dove predominano i settori dell’agricoltura e della produzione informale che sono meno interessati dall’impatto dell&#8217;IA generativa(ONU/ILO 2024).</p>



<p>Le nuove tecnologie diminuirebbero il lavoro puramente umano in settori ad elevato pericolo e con attività pesanti e ripetitive (miniere, bonifiche, uso o disinnesco di esplosivi, irrorazione di pesticidi in agricoltura).</p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-38ceda1f36933e9c1da4e990f55bc1d7"><strong><em>&#8220;Ad esempio, è stato dimostrato che gli esoscheletri a propulsione integrale riducono l’attività muscolare della schiena fino al 53% e la tensione alle gambe del 63%, riducendo il rischio di infortuni e contribuendo, nel lungo termine, alla riduzione dei costi legati alla sanità o e alla diminuzione di produttività (Zelik et al. 2022; Kirpestein et al. nd). Riducendo al minimo la tensione e l’affaticamento fisico, gli esoscheletri possono anche alleviare lo stress e migliorare il benessere psicologico generale di lavoratori e lavoratrici (Vallée 2024)</em>&#8220;. (<strong>Ibidem</strong> p. 10)</strong></p>



<p>Non c&#8217;è settore che non possa prevedere l&#8217;utilizzo dei robot o dell&#8217;intelligenza artificiale che non solo si stanno sostituendo agli uomini nei lavori fisici ma, sempre di più, anche nei lavori cognitivi. Pensiamo alle vocine sempre più umane che rispondono nei call center, le chatbot e gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale che possono gestire richieste sempre più complesse mostrando una sempre maggiore versatilità e naturalezza. Molti, per diminuire il loro senso di solitudine, si intrattengono in conversazioni con servizi di intelligenza artificiale messi a disposizione dai vari giganti dell&#8217;informatica (Goolge, Whatsapp, Amazon). Da alcuni studi realizzati in Inghilterra  si evince che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire ad automatizzare circa l’84% delle transazioni ripetitive in 400 servizi governativi (The Alan Turing Institute 2024). Addio al &#8220;posto fisso&#8221; di Zaloniana memoria, ci pensa l&#8217;androide!</p>



<p>Non ci sono solo impatti positivi. Il report continua mostrando anche i rischi inediti provenienti proprio dall&#8217;adozione delle nuove tecnologie. L&#8217;interazione tra robot e persona può costituire di per sé un rischio. Errori meccanici o di programmazione, malfunzionamenti, sbalzi elettrici, la non corretta utilizzazione degli strumenti o la non applicazione delle regole di ingaggio, delle distanze o la semplice distrazione possono provocare nuove possibilità di rischio lavorativo. Anche la velocizzazione delle attività umane parametrate sulle possibilità robotiche possono indurre all&#8217;esaurimento delle capacità fisiche e psicologiche dei lavoratori. </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-f8512f057f16f52b986206a9593727c9"><strong><em>&#8220;Questa necessità di adeguarsi all’efficienza robotica aumenta la pressione sui lavoratori, in particolare in ambienti frenetici come la produzione e la logistica, dove il continuo allineamento con i sistemi robotici può portare nel tempo ad affaticamento, stress e riduzione della soddisfazione lavorativa (Smids et al. 2020)&#8221;</em>. (Ibidem p. 13)</strong></p>



<p>Un altro rischio tecnologico è rappresentato dall&#8217;abolizione della vicinanza e dalla rarefazione delle interazioni tra lavoratori. Dalle casse delle postazioni Amazon, scientificamente posizionate a &#8220;distanza di chiacchiera&#8221;, fuoriesce un motivetto tecno che scandisce il ritmo sincopato di lavoro e impedisce al contempo la possibilità di conversazione tra gli operatori. Lo smartworking, che risolve il problema degli spostamenti, annulla le relazioni tra colleghi. Diventa così sempre più complesso il supporto tra colleghi o l&#8217;iterazione con i dirigenti, il che crea di fatto un isolamento che certamente influisce negativamente sul benessere psichico e che produce un ecosistema lavorativo meno coinvolgente. Altro elemento per noi fondamentale è il fatto che la lontananza, sfavorendo le relazioni tra lavoratori, azzera anche i processi organizzativi o di sindacalizzazione. Tra estranei o estraniati è difficile trovare strategie e prassi comuni per il miglioramento della propria condizione lavorativa.</p>



<p>Il mondo del lavoro sta sempre più diventando un lavoro su piattaforme. Tanti gli applicativi web-based che vengono utilizzati nella produttività individuale. Sempre più spesso, il lavoratore ha relazioni dirette solo con un&#8217;applicazione che scandisce i suoi obiettivi e le sue tempistiche. </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-5ee9f8ad95824969d4f863d075bcc32f"><em>&#8220;La gestione algoritmica (GA) del lavoro assegna, monitora e valuta le attività lavorative e le prestazioni dei lavoratori e delle lavoratrici attraverso un’ampia raccolta di dati, la sorveglianza, il processo decisionale in tempo reale e le valutazioni basate su metriche (Mateescu e Nguyen 2019). La GA integra tecnologie digitali come l’analisi dei big data, l’apprendimento automatico, la geolocalizzazione e i dispositivi indossabili per automatizzare o supportare funzioni tradizionalmente svolte dai dirigenti (ILO 2022). &#8220;Sebbene il suo utilizzo sia particolarmente diffuso nelle piattaforme di lavoro digitali, la GA si è estesa ai settori tradizionali, tra cui magazzini, fabbriche, call center, trasporti, sanità e edilizia (ILO/Commissione Europea 2024)&#8221;</em>. (Ibidem p. 22)</p>



<p>Per capire bene l&#8217;impatto di questi software utilizzati per il monitoraggio del lavoro, si stima che negli Stati Uniti d’America l’80% delle aziende private utilizza sistemi di gestione algoritmica (Kantor J., Sundaram A., Aufrichtig A., Taylor R. 2022. &#8220;Produttività sul posto di lavoro: vieni monitorato?&#8221; The New York Times.). L&#8217;app innestata nella postazione lavorativa monitora attimo per attimo la tua prestazione lavorativa e ti sprona ad aumentare i ritmi se questi non sono in linea con le aspettative, non importa se sei nel pieno delle tue forze o magari sei andato a lavorare con una forte emicrania o una contusione alla mano. Anche questo un tempo era risolto nelle relazioni interpersonali dei dipendenti che potevano chiedere al collega una mano in caso di assenza o di malattia temporaneamente debilitante. L&#8217;estrema individualizzazione del lavoro apportata dalle tecnologie, desertificando le relazioni interumane anche verticali, ha lasciato sul campo il solo rapporto diretto lavoratore-algoritmo. </p>



<p>Se da una parte, analizza il report, gli algoritmi possono dare un grande aiuto nella distribuzione dei carichi lavorativi, nell&#8217;equità della misurazione della performance, nel facilitare la formazione continua ed anche nell&#8217;alleggerimento delle modalità lavorative (costruendo ad esempio dei giochi connessi al lavoro con obiettivi e livelli da superare &#8211; gamification), dall&#8217;altra rimane il rischio, anzi la certezza, di un controllo asfissiante della produttività da parte dell&#8217;azienda che genera la compressione e velocizzazione dei ritmi lavorativi che possono condurre ad incidenti e forti disturbi di natura fisiologica e psichica fino al punto di rottura. Nei comparti più evoluti tecnologicamente come la logistica, il turnover dovuto ad abbandono del lavoro da parte dei dipendenti è molto elevato. </p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-1687d89e2065618e4365859e342e712c"><em>&#8220;<strong>Controllo e autonomia del lavoro.</strong> I sistemi GA spesso supervisionano, monitorano e controllano i processi lavorativi, riducendo l’autonomia dei lavoratori. Ad esempio, il monitoraggio costante delle attività, come la pressione dei tasti, la durata delle chiamate e i tempi di pausa, possono ridurre il potere decisionale dei lavoratori (Piasna 2024; CDT 2021). Questo livello di sorveglianza, abbinato a valutazioni delle prestazioni basate su determinati parametri, può portare a esaurimento, stress e problemi di salute fisica come mal di<br>schiena, mal di testa e problemi cardiovascolari (Bérastégui 2021).<br><strong>Carico di lavoro e ritmo di lavoro</strong>. I sistemi di produzione additiva basati sui dati possono aumentare il carico di lavoro e la pressione sui tempi di lavoro impostando obiettivi di produttività o fornendo raccomandazioni in tempo reale, spesso incoraggiando i lavoratori a lavorare più velocemente e più a lungo senza pause adeguate (EU-OSHA 2023f, Moore 2018). Le penalità basate su algoritmi, come le detrazioni automatiche per ritardi o errori minori, aumentano ulteriormente l’ansia e la pressione, influendo sulla salute mentale dei lavoratori (EU-OSHA 2023f).&#8221; (Ibidem p. 23) </em></p>



<p>I software aziendali utilizzati per scopi di sorveglianza nei sistemi gestionali (GA) sono molto invasivi e, come del resto tantissime altre applicazioni in uso per altri scopi come i social, hanno la capacità di raccogliere continuamente dati e informazioni personali in grado di profilare il comportamento di ogni singolo lavoratore, <strong>anche al di fuori dell’orario di lavoro</strong>. Spesso, tali software, utilizzano i dati biometrici come il riconoscimento facciale automatico, la scansione e l’analisi delle comunicazioni, il tracciamento della posizione e la registrazione dei tasti premuti dai lavoratori, l&#8217;attività dello schermo, fino alla registrazione vocale. Lavorare sapendosi sorvegliato continuamente, con alert e messaggi continui, influisce sul benessere dei dipendenti, cambia la cultura aziendale che non viene basata più sulla fiducia reciproca ma sul controllo e sulla produttività e sulla scansione stringente dei tempi invece che sugli obiettivi. </p>



<p>I lavoratori, in molti casi, sono divenuti utenti della piattaforma al pari degli acquirenti. Da una parte si acquista un servizio, dall&#8217;altra ci si accredita per poter lavorare. Entrambi, con scopi diversi, devono essere forniti del codice utente e della password per accedere alla medesima piattaforma dalle due estremità opposte. La pandemia Covid ha fortemente accelerato questa rivoluzione del lavoro e si stima che &#8220;tra 154 e 435 milioni di lavoratori operino su piattaforme online, rappresentando fino al 12% della forza lavoro globale (Datta et al. 2023). Il numero di piattaforme online è cresciuto in modo significativo, con stime in aumento da 193 nel 2010 a 1.070 nel 2023&#8221;. (Organizzazione Mondiale del Lavoro, &#8220;Rivoluzionare la salute e la sicurezza sul lavoro&#8230;&#8221;, op.cit., p. 25)</p>



<p>Il quadro dell&#8217;evoluzione tecnologica e della sua applicazione al mondo del lavoro è in continuo e velocissimo cambiamento. Anche questa velocità di cambiamento dovrebbe essere inserita tra i fattori che producono il rischio lavorativo vista la lentezza del nostro adattamento a questo frenetico e continuo aggiornamento tecnologico. Le conoscenze lavorative di base divengono presto obsolete e la prassi produttiva si modifica da un anno all&#8217;altro. Anche la legislazione arranca dietro a questa quotidianità fluida e spesso questo apre le maglie del tessuto normativo sempre a scapito degli utenti e dei lavoratori. Questo perché, e sempre di più, tutta l&#8217;innovazione tecnologica è nelle mani di poche, anche se giganti, multinazionali tecnologiche, di pochi padroni del mondo che indirizzano tutto il processo secondo i loro desiderata. Non si tratta di generare un nuovo movimento luddista ma di favorire una nuova riflessione sulla proprietà dei mezzi di produzione che parli di una socializzazione della tecnologia tesa a redistribuire gli indubbi vantaggi che l&#8217;automazione propone alla contemporaneità e a diminuirne al contempo i lati più distruttivi.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/05/15/rapporto-annuale-ilo-lintelligenza-artificiale-e-la-digitalizzazione-del-mondo-del-lavoro/">Rapporto annuale ILO: l&#8217;intelligenza artificiale e la digitalizzazione del mondo del lavoro.</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Rider che non accetta la consegna irrazionale è un Rider disattivato!</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/05/06/il-rider-che-non-accetta-la-consegna-irrazionale-e-un-rider-disattivato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2025 11:51:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[rider]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=11143</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il &#8220;dialogo&#8221; tecnologico tra un rider e l&#8217;algoritmo si conclude con il secondo che invita il primo a consegnare un panino a 50km di distanza tra andata e ritorno. La retribuzione per la consegna sarebbe stata di 3,20 euro lordi, secondo quando riportato da &#8220;il Fatto Quotidiano&#8221;. Al diniego dato dal lavoratore, secondo quanto dichiarato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/05/06/il-rider-che-non-accetta-la-consegna-irrazionale-e-un-rider-disattivato/">Il Rider che non accetta la consegna irrazionale è un Rider disattivato!</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Il &#8220;dialogo&#8221; tecnologico tra un rider e l&#8217;algoritmo si conclude con il secondo che invita il primo a consegnare un panino a 50km di distanza tra andata e ritorno.  La retribuzione per la consegna sarebbe stata di 3,20 euro lordi, secondo quando riportato da &#8220;il Fatto Quotidiano&#8221;. </p>



<p>Al diniego dato dal lavoratore, secondo quanto dichiarato al Corriere della Sera da alcuni suoi colleghi, sarebbe scattata la rappresaglia informatica del software aziendale che ha disattivato il palmare di proprietà di Deliveroo, strumento necessario per ricevere altri ordini e lavorare. Si è trattato, di fatto, di una vera e propria sanzione perpetrata ai danni del dipendente..</p>



<p>Appreso l&#8217;episodio, gli altri rider indignati hanno dato vita a uno sciopero spontaneo a Portogruaro. &#8220;Siamo stanchi di questo ricatto&#8221;, ha dichiarato Massimo Bastia, tra i promotori della protesta. &#8220;Già a novembre avevamo denunciato problemi analoghi, tra cui stipendi insufficienti e disattivazioni punitive. Ora si è superato ogni limite. Non effettueremo più consegne per Burger King finché il responsabile del punto vendita non presenterà pubblicamente le sue scuse&#8221;.</p>



<p>Queste, ancora oggi, sono le condizioni di lavoro nel settore del food delivery, nonostante una sempre più concreta organizzazione dei lavoratori e le numerose proteste avvenute negli anni.  </p>



<p>Questo episodio mette in luce le difficoltà quotidiane che affrontano i rider, costretti a lavorare in un contesto aziendale caratterizzato da precarietà e sfruttamento. La questione dei diritti dei lavoratori nel settore delle consegne è stata oggetto di attenzione da parte delle autorità. Solo pochi mesi fa, la società <strong>Foodinho</strong>, parte di <strong>Glovo</strong>, è stata multata per <strong>5 milioni di euro</strong> dal garante della privacy per il tracciamento dei rider <strong>anche al di fuori dell’orario di lavoro</strong>. Questo tipo di pratiche ha sollevato preoccupazioni riguardo alla privacy e al trattamento dei lavoratori. Inoltre, un caso analogo era emerso l’anno precedente, quando il <strong>Tribunale di Palermo</strong> aveva definito il sistema di punteggio di eccellenza dei rider come <strong>discriminatorio</strong>.</p>



<p>Secondo Fanpage &#8220;ad oggi gli unici lavoratori del settore ad avere un contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) sono quelli di Just Eat, che nel 2021 l&#8217;hanno siglato con CGIL, CISL, UIL; si tratta del primo accordo in Italia (e uno dei pochi in Europa) che riconosce i rider del food delivery come lavoratori dipendenti a tutti gli effetti, superando quindi il modello dei lavoratori autonomi o “a cottimo”. Al contrario di quelli di Just Eat i lavoratori e le lavoratrici impiegate con Deliveroo, Uber Eats o Glovo sulla carta appaiono come dei liberi professionisti che gestiscono autonomamente il proprio lavoro; in realtà però sono soggetti ai tempi e agli algoritmi stabiliti dalle piattaforme&#8221;.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/05/06/il-rider-che-non-accetta-la-consegna-irrazionale-e-un-rider-disattivato/">Il Rider che non accetta la consegna irrazionale è un Rider disattivato!</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LAVORO, REDDITO E CONSUMO (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/09/02/lavoro-reddito-e-consumo-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 08:21:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10048</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quale senso ha oggigiorno il lavoro salariato? Se la tendenza in Occidente è quella di un peso specifico sempre minore del lavoro salariato come componente fondamentale di riproduzione del capitale, come si mantiene la società dei consumi? La risposta non è semplice, l’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro, inducono ad immaginare lo sviluppo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/09/02/lavoro-reddito-e-consumo-ii/">&lt;strong&gt;LAVORO, REDDITO E CONSUMO (II)&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quale senso ha oggigiorno il lavoro salariato? Se la tendenza in Occidente è quella di un peso specifico sempre minore del lavoro salariato come componente fondamentale di riproduzione del capitale, come si mantiene la società dei consumi? La risposta non è semplice, l’analisi delle attuali tendenze del mercato del lavoro, inducono ad immaginare lo sviluppo di una sorta di “operaio non manuale”, ossia figure professionali iper-specializzate in mansioni tecnico-pratiche o procedurali; sono questi i casi della catena della logistica nella quale il facchinaggio è una componente numericamente bassa di tutta la forza lavoro impiegata, costituita in maggioranza da magazzinieri, tecnici meccanici o informatici che assistono e controllano le macchine.</p>



<p>Ma in tutto ciò viene introdotto anche un altro grosso cambiamento sociale, fino agli anni 80’ l’operaio era una figura con una sua valenza socio-economica, nel senso che il salario dell’operaio era la base minima su cui costruire la società dei consumi a livello nazionale. Il salario era la misura sociale della ricchezza, sotto quel livello si era considerati poveri, su quel livello si faceva una vita “normale”, superato il salario dell’operaio cominciava la borghesia agiata. Oggi questo ordine non solo è mutato, ma non vi è più uno strato sociale di riferimento che faccia da spartiacque tra il ricco e il povero, tutto è divenuto piuttosto relativo se si guarda al possesso di strumenti tecnologici o di una vettura. Il mercato ha reso disponibili prodotti per tutte le categorie sociali e pagamenti altrettanto accessibili, il credito al consumo ha esteso le potenzialità del reddito oltre la sua misura, portando milioni di persone a familiarizzare con il concetto di debito. Nella società di oggi anche i poveri sono diversificabili in categorie, c’è il povero sfortunato, al quale la crisi ed eventi avversi hanno portato via tutto e poi ci sono i poveri sconvenienti, il sottoproletariato urbano, costituito da migranti e minoranze etniche, quelli sono i poveri per i quali non vi è una giustificazione in quanto pur partecipando al generale processo riproduttivo della società capitalista, non sono accettati. Il loro ruolo non si esaurisce qui, il ruolo del sottoproletariato urbano è un ruolo cruciale, esso fornisce la spiegazione semplicistica per ogni sorta di problema.</p>



<p>Ma andiamo oltre, in chiave di relazione tra produzione e consumo, la base della piramide sociale fornisce due gradi di libertà alla libera riproduzione del capitale, da un lato svincola fondi pubblici da immettere nel sistema del terzo settore che innesca circuiti di consumo assistito, dall’altro tutto ciò che ha a che fare col sottoproletariato è quasi sempre di natura informale, compreso il lavoro, il quale viene adoperato in circuiti produttivi a basso costo. Il senso del lavoro, come elemento di emancipazione sociale, ha finito per dimostrarsi la menzogna che è sempre stata. Il lavoro emancipa solo nella misura in cui si è “liberi acquirenti” ed “eleva” solo nella misura in cui l’individuo vorrebbe guadagnare di più per acquistare di più. In quest’ottica il fordismo è ancora presente come orizzonte di benessere economico cui tendere. Ma come fare ad uscire dal vicolo cieco in cui versa attualmente l’occidente è un’incognita alla quale si deve prestare attenzione; sono su queste elaborazioni e su queste proposte che si giocano i futuri equilibri sociali o le strategie per ammansire gli individui.</p>



<p>Qui entra in gioco l’asso nella manica, la teoria legata ai redditi di cittadinanza o, in una visione ancora più “estrema”, al basic income. Ossia redditi monetari elargiti dallo Stato e prelevati attraverso dei meccanismi fiscali, atti a compensare il fatto che (almeno in occidente) il concetto di lavoro umano sta progressivamente abbandonando il campo.</p>



<p>In molti ci vedono il compimento di una società libera e felice, altri il compimento della supremazia dello Stato, altri una schiavitù senza catene, ecc.&nbsp;</p>



<p>A parte la differenziazione tra i redditi derivanti dal workfare e il basic income, aventi due significati assolutamente distinti, il concetto di base rimane grossomodo invariato, qualcuno deve darti quattrini perché il tuo lavoro non serve più. Il riferimento è sempre alla percentuale più consistente di lavoro salariato, ossia il manifatturiero e il logistico, rimangono fuori il lavoro cognitivo e quello agricolo, quest’ultimo è quello che maggiormente fa uso di manodopera irregolare, mentre il primo da anni soggiace sulla precarietà. Le soluzioni introdotte con i redditi di base o di cittadinanza, non sono reali soluzioni, ma processi compatibili con il sistema economico dominante, le quali non arrestano il principio di crescita lineare, anzi è proprio per permettere di consumare che si è disposti ad elargire reddito monetario.</p>



<p>A questo proposito sono d’obbligo alcune precisazioni sul significato di workfare e di come questo strumento si inserisca all’interno del tessuto socio-economico, non come supporto o sostegno al reddito individuale o familiare, ma come strumento che determina il comportamento individuale. Il workfare si estrinseca in un insieme di obblighi comportamentali e indirizzi all’acquisto. Chi è assoggettato al sistema deve attenersi ad un insieme di obblighi e sottostare ad alcuni controlli, e ciò che percepisce non può essere speso in un acquisto libero di prodotti di qualsivoglia natura. Questo stride in parte con la retorica della libertà degli individui di poter spendere liberamente il proprio denaro, mantra tanto caro alle scuole neo liberiste, ma è coerente con una visione paternalista dello Stato, il quale ti sta elargendo una certa somma ma ti controlla rispetto a quel che puoi comprare. Il sistema del workfare si estrinseca anche nell’obbligo di accettare le proposte di lavoro che ti vengono fatte e nel prestare lavoro volontario per la collettività. Se ad uno sguardo disattento, magari supino alla retorica che il sussidio non deve creare sfaticati e scansafatiche, ciò può sembrare legittimo e socialmente stimolante, ad uno sguardo un po’ più attento alcune contraddizioni emergono.</p>



<p>Una prima contraddizione risiede nell’essere costretto ad accettare un lavoro (potendo rifiutare due proposte) non solo per una questione di attitudine lavorativa, ma semplicemente per la ricattabilità insita nel meccanismo, se vieni licenziato comincia un periodo di osservazione per capire se sei un soggetto meritevole del sussidio mentre per chi licenzia nella sostanza non succede quasi nulla. In pratica chi assume attraverso i canali del workfare ha dei vantaggi economici incamerando alcune mensilità del sussidio destinate al lavoratore, che rigirerà a quest’ultimo. Ma oltre alla convenienza di non pagare alcune mensilità, il datore di lavoro ha il coltello dalla parte del manico dal momento che se licenzia sarà il lavoratore a doversi discolpare e dimostrare di essere una persona ossequiosa e ligia al dovere. Per quanto riguarda le ore da dedicare obbligatoriamente a lavori di pubblica utilità, circa 8 a settimana quelle previste dal sistema italiano, finiscono per essere lavori per conto dell’ente comunale o aziende che operano su servizi di rilevanza comunale, quindi si può immaginare che si possano passare due turni da 4 ore a falciare prati o potare siepi, oppure assorbiti come operatori base nel terzo settore. Il problema è che se da un lato può sembrare lecito e razionale, ripagare in qualche modo la società per il supporto economico, dall’altra chi gestisce questo tesoretto di forza lavoro “già pagata” si ritrova a poter svolgere più lavori senza aumento di costi. Questo tipo di razionalità comincia ad essere assai poco indirizzata verso qualcosa di socialmente utile.</p>



<p>Per quanto concerne invece in basic income, o reddito universale, se da un lato elimina la retorica del merito, in quanto sarebbe un fisso mensile per tutti, ricchi e poveri uomini e donne singoli e famiglia (quindi cumulabile), dall’altro apre l’interrogativo circa la provenienza di questo salario universale. Uno dei principali sostenitori del basic income è il professor van Parijs il quale quantifica il reddito universale come percentuale sul PIL nazionale (dal 15 al 25%) divisa per tutta la popolazione residente maggiore di 18 anni, l’esborso dovrebbe autofinanziarsi con l’eliminazione di tutti gli altri sussidi, comprese le pensioni. Senza scendere nel dettaglio fine sulle reali fattibilità di questo strumento, si parla per l’Italia di circa 350 euro al mese con un prelievo del 15% del PIL fino ad arrivare a circa 500 euro con un prelievo del 25%. Il che vuol dire, avendo legato il PIL al reddito, che maggiore è il PIL maggiore è il reddito universale, con tutto quello che comporta sostenere, in maniera lineare, la crescita del PIL che, per l’Occidente, è direttamente legato all’impoverimento di altre parti del mondo. Probabilmente nella visione apocalittica di popoli che sostengono la diretta ridistribuzione della ricchezza, proveniente dalla crescita economica indefinita e dalle transazioni finanziarie e azionarie, l’espansionismo economico sarà sostenuto come l’unica realtà possibile, tanto quanto lo è attualmente il pensiero neo-liberista.</p>



<p>Riteniamo, in conclusione, porre due considerazioni politiche su queste forme di sostegno al reddito. La prima considerazione è legata al soggetto sociale. Senza una soggettività conflittuale che ne rivendica, con la lotta, l’utilità e l’adozione, lo strumento rischia di diventare un boomerang contro le classi popolari e subalterne. La sua provenienza “dall’alto”, ci sembra che trascini e smantelli tutti gli strumenti di welfare già esistenti (come sta già avvenendo, ad esempio, con il cosiddetto assegno unico). La seconda considerazione è direttamente collegata alla prima: se le lotte servono a mutare i rapporti di forza, allora i fondi con i quali finanziare questi strumenti devono essere drenati dal capitale e non dal lavoro, questo per evitare &#8211; come sta già accadendo &#8211; che ciò che ci elargiscono sia sostanzialmente reddito indiretto, già prelevato, sotto altre forme, dallo Stato ai lavoratori contribuenti.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



<div style="height:39px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>La prima parte dell&#8217;articolo puoi <a href="https://www.malanova.info/2022/08/30/lavoro-reddito-e-consumo-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggerla QUI</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/09/02/lavoro-reddito-e-consumo-ii/">&lt;strong&gt;LAVORO, REDDITO E CONSUMO (II)&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LAVORO, REDDITO E CONSUMO (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/08/30/lavoro-reddito-e-consumo-i/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Aug 2022 09:45:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=10046</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, ma soprattutto le macchine le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/08/30/lavoro-reddito-e-consumo-i/">LAVORO, REDDITO E CONSUMO (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il lavoro, nella sua essenza di processo trasformativo, non è una prerogativa dell’essere umano; macchine e animali possono svolgere molte mansioni, ma soprattutto le macchine le quali, in ragione dell’avanzamento tecnologico, tendono a sostituire il lavoro umano. Quindi il lavoro in sé, come fonte di profitto per chi lo utilizza, organizzandolo in un processo razionale, potrebbe fare a meno dell’essere umano se si potesse affidare ogni mansione ad un sistema meccanizzato o elettronico. Per quanto fantascientifico possa apparire, è quello che si sta realizzando, seppur in alcune aree economiche circoscritte dell’Occidente, ma questo non è un problema nuovo che attanaglia la contemporaneità, esso fu ipotizzato già nel momento stesso in cui si ravvisavano le prime innovazioni tecnologiche nel campo industriale. Ricardo, già nel 1817 nei “Principi di economia politica e dell&#8217;imposta” difatti scriveva: <em>l&#8217;opinione della classe lavoratrice secondo la quale l&#8217;impiego delle macchine è spesso dannoso ai propri interessi non si basa sul pregiudizio e sull&#8217;errore, ma è conforme ai corretti principi dell&#8217;economia politica</em>. Ciò che Ricardo non immaginava era che l’evoluzione dei mezzi di trasporto e di comunicazione, avrebbero diviso il mondo sostanzialmente in aree di due categorie, da un lato le aree a capitalismo avanzato che implementando lo sviluppo tecnologico richiedono meno forza lavoro, e le aree con un capitalismo in via di definizione, che attraggono quote crescenti di produzione dai paesi avanzati grazie al vantaggio competitivo costituito in primis il costo del lavoro, in secondo luogo da norme assai lasche o inesistenti circa salute, sicurezza e ambiente.</p>



<p>Si può immaginare sul lungo periodo che si raggiunga un equilibrio nello sviluppo globale del pianeta, ma non si può chiedere a chi versa in ambasce, quali la segregazione sociale e la povertà, di sperare in un ipotetico futuro migliore, ammesso e non concesso che gli sconvolgimenti climatici non ci spazzino via anzitempo. Forse spostando l’attenzione dal problema del lavoro in termini quantitativi, al problema del lavoro in quanto fattore di riproduzione che può essere surrogabile con altro, ci indurrebbe a rivedere alcune scelte del passato e rimodulare le azioni del presente.</p>



<p>Discutere sul significato del lavoro non equivale quindi a definirne il senso, il fatto che la domanda più pertinente della nostra contemporaneità ruoti attorno al senso del lavoro, dovrebbe far risuonare qualcosa nelle menti di coloro i quali negli anni si sono sempre dimostrati attenti ai cambiamenti. Molte cose sono cambiate definitivamente nell’ultimo quarto di secolo, alcune stanno cambiando molto rapidamente, per altre il cambiamento è sempre stato implicito nella loro natura; purtroppo ci si è spesso attardati nell’affrontare i sintomi dei mutamenti senza scendere alle radici stesse del problema.</p>



<p>Difendere il lavoro tout court fuori dal suo significato di fattore interno alla riproduzione capitalista pone certune organizzazioni in una posizione di sudditanza assai imbarazzante. Ma a fronte di una automazione imperante e vorace che sta trasformando non solo la produzione di merci (attività manifatturiere) vieppiù la produzione di servizi, quell’antico legame che intercorreva tra salario e riproduzione sociale pare farsi via via sempre più evanescente. Il profondo cambiamento di paradigma avvenuto nel corso dell’ultimo secolo sembra non aver destato molte preoccupazioni in alcuni ambiti.</p>



<p>Ciò mette in luce il ritardo analitico nel quale stiamo annaspando. Ritardo spesso assecondato da richieste di ripristinare lo status quo invece di tentare di mettere in discussione tutto il sistema. Negli anni passati si inneggiavano slogan contro la globalizzazione spesso non avendo idea di cosa fosse fino in fondo, ora che stiamo guardando i suoi effetti, spesso non ci viene in mente nulla di meglio che esigere redditi più alti e lavori stabili, questo vuol dire continuare a sottovalutare la portata del fenomeno.</p>



<p>Il processo di integrazione globale è un processo scomodo da maneggiare, perché poco chiaro nelle sue propaggini socio economiche, scomodo perché pieno di contraddizioni, scomodo perché si basa su strumenti assai potenti che lasciano il segno e influenzano enormemente i territori su cui operano.</p>



<p>Il processo di integrazione globale è altrettanto scomodo per gli stessi soggetti che ne fanno uso, nel momento in cui si trovano ad armeggiare con un processo molto flessibile e rapido che con la stessa velocità con la quale riesce a far schizzare il PIL in una regione, ne affossa un’altra. Non è quindi semplice decifrare il senso del lavoro nella nostra contemporaneità senza comprendere fino in fondo cos’è il processo di globalizzazione e quali sono gli scenari che ha contribuito a chiudere e quali quelli che sta aprendo.</p>



<p>Il lavoro e la struttura economica sono molto più che fattori interdipendenti, sono elementi costitutivi dello stesso sistema, che pur essendo influenzati dai medesimi processi assumono ruoli diversi all’interno del meccanismo di riproduzione del capitale. Le relazioni che legano il lavoro alla struttura economica della società contemporanea sono relazioni nelle quali il lavoro deve essere identificato e catalogato per poter essere inteso e per comprenderne il ruolo all’interno dei processi produttivi. L’avanzamento tecnologico aumenta la velocità di trasferimento dei servizi delle risorse e del capitale, fino al punto in cui i flussi di investimento e i trasferimenti di denaro sono praticamente istantanei e virtualmente senza confini, mentre la velocità di trasferimento della forza lavoro oltre ad essere dettata dai tempi di trasporto è limitata dai confini istituzionali. Quindi da un lato i servizi e le merci non conoscono (o quasi) barriere, mentre il lavoro è bloccato e territorialmente circoscritto (Stiglitz, 2015).</p>



<p>L’innovazione tecnologica quindi crea le condizioni sulle quali si costruiscono nuovi scenari e sulle quali vengono ad essere impostate le istanze di cambiamento della struttura socio economica mondiale.</p>



<p>L’implementazione del sistema dei trasporti e dell’informatizzazione della logistica, ha contribuito in maniera assai profonda alla ridefinizione di tempi e costi attraverso un processo di efficientamento a livello mondiale. Ciò ha favorito la delocalizzazione della produzione in aree nelle quali il costo del lavoro è concorrenziale, addirittura con l’avanzamento tecnologico, nel momento in cui il lavoro umano costa poche decine di dollari al mese. Ma al di là di alcune eccezioni, il processo congiunto di delocalizzazione e robotizzazione sta rendendo problematica la gestione delle residualità di lavoratori attualmente impegnati in Europa e Stati Uniti. Per questi lavoratori l’economia neoliberista non è in grado di trovare una collocazione, se non chiedendo programmi statali di accompagnamento dolce alla disoccupazione.</p>



<p>È il caso della FCA che, non avendo più bisogno di lavoratori tra Pomigliano e Melfi, procede a ristrutturazioni della produzione, lasciando a casa gente problematica e trattenendo (chissà per quanto ancora) lavoratori più mansueti. Il problema che ci riporta all’inizio di questo discorso introduttivo è quindi il senso del lavoro, ed è nei paradossi e nelle contraddizioni che spesso si coglie il senso più profondo delle cose. Quindi abbiamo da un lato lavori che tendono a sparire perché semplicemente sono rimpiazzati o da automi o da esseri umani che costano meno, mentre quel poco che resta è spinto dal principio di massimizzazione della produttività. Dal momento che un lavoratore in Europa “costa troppo”, allora devo farlo lavorare più intensamente nelle 8 ore, solo così posso parzialmente bilanciare lo svantaggio competitivo di lasciare la produzione in Italia.</p>



<p>Quindi un paradosso potrebbe essere il seguente; si riduce il personale e quello che resta viene sottoposto a ritmi molto intensi e usuranti, chi perde il lavoro (soprannumerario o semplice contestatore del ritmo produttivo) lotta per essere riassunto in un posto di lavoro parimenti logorante o comunque destinato a sparire,&nbsp; per opera della delocalizzazione o per opera dell’automazione. Da qui nuovamente la domanda circa il significato che assume il lavoro salariato nella nostra fase storica. Seguendo il ragionamento fino alle sue conseguenze ultime, si approderebbe al nocciolo del problema e al fatto che il lavoro è l’unica attività che consenta la creazione di reddito monetario individuale, da qui la domanda basilare, sul significato autentico di reddito, il suo scopo nell’attuale struttura socio economica mondiale.</p>



<p>Precedentemente si è data una sommaria spiegazione del significato del salario in epoca fordista e le sue mutazioni in epoca post-fordista. Il passaggio dal salario dell’operaio al reddito generale dei vari strati della società non è un&#8217;operazione lineare, in questo passaggio logico è racchiusa, in parte, la ratio che denota il cambiamento fondamentale introdotto nell’economia dagli 80’ in poi. Ciò che è avvenuto è riassumibile nel concetto espresso da due economisti Grossman e Rossi-Hansberg che nel 2006 con un articolo dal titolo “<em>The rise of offshoring: it’s not wine for cloth anymore</em>”, introducevano nel dibattito economico mondiale la spiegazione per un cambio di paradigma assai profondo, che in buona parte mandava in soffitta le teorie del valore (per quanto concerne l’economia politica) di Smith e Ricardo. Nel momento in cui il vantaggio competitivo della delocalizzazione rende più conveniente produrre qualcosa altrove, non c’è più una specializzazione nazionale (la Germania esportava carbone all’Inghilterra e da questa importava cotone).</p>



<p>Quindi (anche se in maniera semplificata) l’attuale impalcatura dell’economia mondiale si basa su alcuni punti cardine; si ricolloca la produzione dove l’abbattimento dei costi rende l’operazione più competitiva, aumentando i profitti, si cercano altri mercati in via d’espansione per collocarvi il grosso della produzione, si mantiene una rete di servizi distributivi nei propri confini nazionali in quanto il grosso della produzione di beni è stata delocalizzata, mantenendo in loco il minimo indispensabile per poter continuare ad usare il made in (Italy, USA, Germany ecc. ecc.) non che questo sia garanzia di alcunché, solo il fatto di sfruttare una parvenza di qualità di bandiera. Nella società dei consumi è chiaro a cosa possa servire il reddito, ma qui si apre un altro punto, critico se non addirittura un altro paradosso, ossia che nella società attuale, la quale è sorretta dal principio di crescita lineare, tenda a ridurre la capacità di spesa inibendo l’istanza di base su cui essa si fonda ovvero il consumo a livello individuale. Posta in questo senso la questione appare paradossale, in realtà le cose non stanno esattamente così in quanto va chiarito un aspetto cruciale, ossia l’individuazione dell’elemento centrale che necessità della crescita lineare. A ben vedere la popolazione è parte di questo meccanismo ma non gioca un ruolo fondamentale. Soprattutto in una fase nella quale si può creare profitto impegnando risorse offshore oppure ridimensionando la forza lavoro e ampliando il “parco macchine”. Cosa fare della forza lavoro inutilizzata? In economia non si butta via mai nulla se mai si immagazzina o si utilizza in altro modo, la forza lavoro inattiva è, ad esempio, un grosso strumento di ricatto sociale per ritardare “puntualmente” la completa meccanizzazione della produzione che creerebbe un collasso sociale di proporzioni catastrofiche. È da evidenziare però come importanti sacche di “esercito industriale di riserva” garantiscono, assieme al lavoro (quasi)gratis, forme di profitto legate a particolari settori produttivi anche importanti come la logistica e l’agricoltura.&nbsp; Si cerca quindi di mantenere in equilibrio il sistema lasciando convivere, in alcuni settori produttivi, forme di lavoro fordiste (e addirittura ottocentesche) con quelle comunemente definite post-fordiste, entrambe utili per massimizzare i profitti e “non gettare via nulla”, come si diceva pocanzi. Le aziende, ad ogni modo, tendono a cercare fortuna altrove, avendo sia la localizzazione ottimale ove allocare risorse produttive, sia i compratori ottimali cui vendere. L’occidente non è più la terra dei consumi (men che meno quella della produzione industriale), pur rimanendo legata a questo concetto, i mercati più floridi sono ad oriente, non solo India e Cina, ma in tutta quella porzione geografica cui spesso non si fa molto caso, tipo i territori dell’ Azerbaijan.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/08/30/lavoro-reddito-e-consumo-i/">LAVORO, REDDITO E CONSUMO (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>LAVORO, NON LAVORO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/07/05/lavoro-non-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2022 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[AUTOMAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[REDDITO UNIVERSALE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9999</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il mondo del lavoro e del pensiero sul lavoro oscilla tra una vertenza e una diminuzione del cuneo fiscale. La parte imprenditoriale e predatoria è concentrata a demolire il reddito di cittadinanza, reo, secondo molti imprenditori, di impedire il procacciamento della manodopera necessaria per tante attività, la maggior parte delle quali stagionali. Ti dò, quando [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/07/05/lavoro-non-lavoro/">LAVORO, NON LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il mondo del lavoro e del pensiero sul lavoro oscilla tra una vertenza e una diminuzione del cuneo fiscale. La parte imprenditoriale e predatoria è concentrata a demolire il reddito di cittadinanza, reo, secondo molti imprenditori, di impedire il procacciamento della manodopera necessaria per tante attività, la maggior parte delle quali stagionali. Ti dò, quando va bene, 1500 euro per due mesi di lavoro per 10 ore al giorno e non corri da me? E gli altri 10 mesi? Chiedono i disoccupati con reddito di cittadinanza. Almeno oggi riusciamo a sopravvivere con i nostri 550€ di media familiari mensili.</p>



<p>Seguendo il nostro filone di ricerca, abbiamo notato come in Occidente il numero dei posti di lavoro disponibili è in decrescita. Non come quella felice ipotizzata da Latouche, ma infelice come quella che lascia dietro di sé milioni di disoccupati.</p>



<p>Di questo parla in <a href="https://espresso.repubblica.it/attualita/2022/06/20/news/de_masi_lavorare_meno_lavorare_meglio-354719769/?fbclid=IwAR0_aeXpCwcBT8JuGbj4pouRex6Wl_G8veG_rgMjrHU54NcezqJ28KgC7Gc">un’intervista su l’Espresso</a> il sociologo De Masi:</p>



<p><em>“No, è la società che è cambiata. Dalla produzione dei beni siamo passati a un’economia basata sull’immaterialità. Sulla cultura, intesa, secondo le definizioni dell’antropologia, come bagaglio sia di carattere ideale, sociale (usi e costumi della comunità) e materiale, cioè costituito dai manufatti”.</em></p>



<p>Questo non significa che non ci sia più produzione industriale. Guardando al mondo abbiamo più volte sottolineato come la produzione industriale a carattere ottocentesco sia stata appaltata dall’Occidente all’Oriente. Cina e India su tutti rappresentano l’officina del mondo. La tendenza generale rimane comunque quella di automatizzare gli impianti e spostare l’economia dal settore primario e secondario a quello terziario dei servizi. A livello globale, infatti, le principali imprese parlano una lingua digitale supportata dal web. Amazon, Google e altri colossi della rete.</p>



<p><em>“L’Italia è l’emblema di questo processo di trasformazione della società da industriale a post-industriale. Non ci sono grandi industrie, l&#8217;estensione territoriale è limitata e la popolazione non è numerosa ma siamo l’ottavo paese al mondo per il prodotto interno lordo. Perché la maggior parte delle persone lavora nei servizi, nell’informazione, svolge professioni di carattere intellettuale. Lavori che stancano mentalmente, per cui è impensabile produrre dieci ore al giorno. Ma anche gli unici per cui l’uomo non può essere sostituito dalle macchine. Con l’avanzamento della tecnologia, dal telaio meccanico all’intelligenza artificiale, il lavoro si è velocizzato e diminuito. Non è più l’elemento centrale della vita e della nostra democrazia, anche tempo libero e studio hanno acquisito spazio, dobbiamo prenderne atto”.</em></p>



<p>Seguendo le analisi di alcuni economisti come Fumagalli, il lavoro si è sempre più “intellettualizzato” tanto da portare a coniare l’espressione di <em>capitalismo bio-cognitivo</em> o, secondo l’ultimo libro di Griziotti, <em>neurocapitalismo</em>. La soluzione secondo De Masi? <em>“Ridurre l’orario di lavoro per evitare che il numero dei disoccupati continui a crescere. Siamo già quasi a tre milioni. Oggi ci sono padri che lavorano dieci ore al giorno e figli che restano a digiuno. La Germania, ad esempio, di pari passo con l’introduzione di nuovi macchinari ha ridotto l’orario di lavoro. Un tedesco in media lavora 1400 ore all’anno, un italiano 1800 ore. 40 ore a settimana. Se anche noi riducessimo l’orario di lavoro avremmo 6 milioni di posti in più”.</em></p>



<p>Il problema di questa ricetta, per altro condivisibile, è che si inscrive nel modo di produzione attuale. Chi dovrebbe convincere, infatti, l’imprenditoria nostrana a diminuire il numero di ore lavorate a parità di salario? Dato che la fase ci pone come contemporanei di una politica espressione, da destra a sinistra, degli interessi del capitale, chi varerà le leggi appropriate che obblighino le grandi imprese ad attingere agli enormi profitti accumulati in questi ultimi decenni per spalmarli socialmente attraverso la riduzione dell’orario di lavoro con la conseguente attivazione di nuovi posti? Ad oggi si è preferito attingere ancora a risorse pubbliche per attivare l’elemosina di Stato per cui chi lavora 10-12 ore al giorno copre anche (parzialmente) le necessità dei disoccupati. In questo meccanismo la sfangano come sempre i ceti imprenditoriali che possono bellamente stare sull’onda della comunicazione social e massmediatica con la boutade della pizza a 65 euro. Chiaramente si è già attivata la corsa dei poveri ad assaggiarla per partecipare alla discussione sul fatto che sia buona o cattiva. Nel frattempo l’imprenditore buontempone gode della pubblicità occulta e incassa per la benzina del suo yacht, mentre l’operaio spende un quarto del suo stipendio per una cena a base di pizza che lo proietta, per qualche ora, nell’Olimpo della gente che conta, magari con una storia su facebook!</p>



<p>Fino a quando il povero si ispirerà al ricco, fino a quando la retorica del “se vuoi, ce la fai” sarà imperante, fino a quando godremo solo per sfoggiare il nostro ultimo i-phone acquistato a rate dopo una fila di tre ore allo store della Apple, difficilmente le cose potranno cambiare. C’è da rovesciare la narrazione prima che i governi. C’è da tessere un nuovo programma che visualizzi il possibile <em>sol dell’avvenire</em> nell’oggi. Prima di inaugurare nuovi partiti, nuovi spezzoni di movimento, nuove sigle sindacali, ci sarebbe il bisogno di tessere teoria e fabbricare visioni alternative capaci di attrarre nuovamente la massa popolare. Sganciare i lavoratori dall’incanto tessuto dalla narrazione padronale per renderli autonomi nella costruzione della propria via alla felicità.</p>



<p>La storia del movimento operaio ci ha lasciato una visione che all’epoca era avveniristica, fin troppo anticipatrice di un sogno, con il suo rifiuto del lavoro, dell’autorità costituita, della democrazia borghese e i suoi ammiccamenti alla rivoluzione, alla trasformazione dello stato presente delle cose. Oggi la visione politica dei lavoratori spesso coincide con quella dei padroni. Vivendo i quartieri, raramente si sentono discorsi sul non lavoro e la rivoluzione. Più di frequente si sentono discorsi sprezzanti dei lavoratori rispetto ai percettori di reddito di cittadinanza, anche comprensibili visti i modi della sua attuale implementazione. Nella sostanza il sentire popolare è molto più vicino a quello padronale che a quelli che dovrebbero essere i propri reali interessi di classe.</p>



<p>Se la produttività è aumentata e i posti di lavoro diminuiti, se i profitti sono smisuratamente cresciuti a dispetto dei salari, se l’inflazione avanza e il reddito arranca c’è forse da ritentare una riflessione sui fondamentali. L’analisi del modo di produzione capitalistico nella contingenza, la riflessione sulla proprietà dei mezzi di produzione, la distribuzione della ricchezza. Su tutti un nuovo e urgente disincanto rispetto ai meccanismi della democrazia borghese.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2022/07/05/lavoro-non-lavoro/">LAVORO, NON LAVORO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IL LAVORO DEL VIRUS E IL VIRUS DEL LAVORO NELLE MAPPE DI TERRITORIO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/12/10/il-lavoro-del-virus-e-il-virus-del-lavoro-nelle-mappe-di-territorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Dec 2021 11:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9635</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Marco Revelli* L’analisi territoriale della diffusione dell’epidemia Covid-19, dettagliata a livello di comune e di quartiere, è uno strumento indispensabile per comprendere la morfologia del contagio e contrastarla. Essa ne rivela il carattere “classista”, che ha colpito in misura maggiore le aree urbane più povere, ma mostra anche come alla prova del virus il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/10/il-lavoro-del-virus-e-il-virus-del-lavoro-nelle-mappe-di-territorio/">IL LAVORO DEL VIRUS E IL VIRUS DEL LAVORO NELLE MAPPE DI TERRITORIO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco Revelli<strong>*</strong></p>



<p>L’analisi territoriale della diffusione dell’epidemia Covid-19, dettagliata a livello di comune e di quartiere, è uno strumento indispensabile per comprendere la morfologia del contagio e contrastarla. Essa ne rivela il carattere “classista”, che ha colpito in misura maggiore le aree urbane più povere, ma mostra anche come alla prova del virus il capitalismo delle reti non abbia retto la sfida rivelando tutta la propria strutturale “fragilità”. Sono saltate così pressoché tutte le reti lunghe, man mano che le frontiere si chiudevano, mentre l’economia di distretto ha visto la propria virtù – il rapporto di prossimità, l’intensità relazionale, l’interazione spinta &#8211; trasformarsi in vizio e minaccia mortale: le zone “rosse”, in cui si concentrano contagi e letalità, coincidono quasi palmarmente con quelle dove più fibrillante è stata l’interattività produttiva e commerciale. Il virus non ha camminato solo sulla via della seta, in Italia ha ripercorso anche le reti provinciali d’interscambio produttivo, la risalita a salmone lungo le valli che avevano caratterizzato il passaggio al post-fordismo, ha visto gli addensamenti di capannoni diventare hub del contagio (esemplare la vicenda del bergamasco). L’intreccio tra intensità fibrillante del fare e fragilità della struttura produttiva è stato letale per aree come quella centro-padana: tra febbre del fare e febbre del virus c’è un’interazione tragica dove non è il capitalismo renano a dominare bensì quello intensissimo ma fragilissimo italiano.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>* * * * * *</em></p>



<p>A cominciare dall’11 marzo 2020 l’Istituto Superiore di Sanità incomincia a rendere pubblici sul proprio sito “Rapporti quotidiani sull’andamento dell’epidemia da Coronavirus”[1], contenenti dati statistici sul numero complessivo di casi diagnosticati divisi per classi di età, genere, sintomaticità (asintomatico, paucisintomatico, lieve, critico e severo), regione di diagnosi e provincia di residenza (erano allora 11.538 i casi accertati e 619 i decessi). Nello stesso periodo il medesimo Ente elabora bollettini periodici contenti approfondimenti statistici su un campione significativo di pazienti deceduti a causa accertata della patologia Covid-19, classificati anch’essi per fascia di età,<em> </em>sesso, numero di patologie preesistenti, diagnosi di ricovero, sintomi, complicanze, terapie e tempi (dall’insorgenza dei sintomi al ricovero ospedaliero e da questo al decesso). Dati, tutti, importanti e necessari. Ma non sufficienti.&nbsp;</p>



<p>I dati ‘biometrici’ (‘leggeri’), infatti, in quanto <em>personali</em>, cioè relativi ai singoli individui, ci forniscono informazioni sull’identità dei contagiati (e sulle loro individuali <em>chances</em>), ma ci dicono assai poco (o nulla) sulle modalità del contagio (che hanno invece a che fare con la relazionalità di una determinata popolazione). Per ottenere questo tipo di conoscenza occorrerebbe aver accesso a un significativo set di dati ‘sociometrici’ o ‘topometrici’, chiamiamoli così, capaci di ‘fotografare’ il sistema delle interazioni interne a gruppi e settori sociali quali in particolare la professione (con il relativo tipo e grado di mobilità), il luogo specifico di abitazione e di attività lavorativa, la localizzazione presunta del contagio (e l’eventuale contiguità tra tali localizzazioni), ecc. Dati questi sicuramente a disposizione delle autorità sanitarie (in quanto rilevati al momento del ricovero) ma non censiti sistematicamente: la distribuzione dei casi su base regionale o provinciale è troppo generica, occorrerebbe una descrizione a maglie molto più strette (a livello quantomeno di quartiere, o di caseggiato); l’indicazione delle caratteristiche professionali è totalmente assente (sono rilevati solo i casi di contagio tra gli operatori sanitari); così come nulla si sa sulla collocazione sociale dei pazienti, privando così i cittadini e soprattutto i decisori pubblici di informazioni decisive per definire strategie di contenimento della diffusione epidemica meno rozze (in quanto più selettive) degli abusati interventi ‘lineari’. Servirebbero cioè strumenti aggiuntivi alle solite tabelle o ai grafici a torta e diagrammi di cui le infografiche dell’ISS abbondano. Servirebbero mappe! Ovvero rappresentazioni dettagliate fino al particolare della dinamica territoriale del virus, nei suoi percorsi di diffusione e di conquista di settori aggiuntivi di popolazione. Là dove questo tipo di rilevazione è stato fatto, si sono ottenute indicazioni di grande interesse, sia conoscitivo che operativo.</p>



<p><strong>Mappe: Regno Unito</strong></p>



<p>In Inghilterra e nel Galles, per esempio, dove l’<em>Office for National Statistics </em>ha ‘mappato’ i tassi di mortalità da Covid-19 (Office for National Statistics 2020), appare con molta evidenza come il virus si sia mosso ripercorrendo quasi palmarmente la geografia economica (le vie del <em>business </em>e le aree di più intensa interattività commerciale e produttiva). E soprattutto con una pressoché infallibile selettività sociale (una sorta di perversa ‘coscienza di classe’), colpendo duro in basso e risparmiando benevolmente gli strati alti, come sintetizza il titolo del <em>Telegraph </em>che ne dà notizia: “Mapped. How coronavirus death toll has hit the poorest areas hardest” (Gilbert <em>et Al. </em>2020). Il rapporto non solo conferma un dato in qualche modo di per sé già evidente anche a occhio nudo, per così dire, e cioè il carattere prevalentemente urbano dell’epidemia (che, come tutte le pestilenze della storia, corre veloce dove la densità demografica è maggiore) dando evidenza statistica al fatto che sono state le città, grandi e medie, l’epicentro del contagio (il tasso di mortalità è qui sei volte maggiore che nelle aree rurali &#8211; v. grafico 1); ma soprattutto rivela come in quei conglomerati urbani siano stati i più poveri (gli abitanti dei quartieri “<em>most deprived</em>”) i più colpiti con un tasso di mortalità superiore del doppio rispetto a quelli “<em>rich</em>” (grafico 2): nelle aree collocate al Primo livello – quelle definite “<em>most deprived</em>” –, infatti, l’<em>Age-standardised mortality rate </em>(cioè il tasso medio di mortalità ogni 100.000 abitanti misurato facendo omogenea la composizione per età risulta pari a 55,1, mentre scende a 25,5 – cioè si dimezza – nei quartieri classificati di Decimo livello, i <em>least deprived</em>.</p>



<p>Per l’area metropolitana della Grande Londra (grafico 3), di gran lunga quella col maggior numero di contagi, il tasso di mortalità nei quartieri poveri della periferia (Newham, censito tra i <em>poorest London boroughs </em>col 37% di popolazione in povertà, e Brent col 33%) schizza addirittura a 144,3 e a 141,5 mentre in zone come quella di Ealing o Lambeth (tassi di povertà medi, sotto il 30%) si mantiene intorno a 100 e a Richmond e Kingston upon Thames (tassi di povertà sotto il 15%) scende rispettivamente a 47 e 43.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="688" height="815" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico_1-1.png" alt="" class="wp-image-9641" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico_1-1.png 688w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico_1-1-253x300.png 253w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /><figcaption>grafico 1</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2.jpg" alt="" class="wp-image-9640" width="551" height="299" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2.jpg 868w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2-300x163.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-2-768x418.jpg 768w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /><figcaption>grafico 2</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="599" height="335" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-3.jpg" alt="" class="wp-image-9639" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-3.jpg 599w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2021/12/grafico-3-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /><figcaption>grafico 3</figcaption></figure></div>



<p><strong>Mappe: Stati Uniti</strong></p>



<p>Quanto agli Stati Uniti, fin dal 7 Aprile, all’inizio della pandemia in quello che poi ne sarebbe diventato il Paese ‘<em>leader</em>’, un ampio servizio sul Washington Post dal titolo di per sé significativo – <em>The coronavirus is infecting and killing black Americans at an alarmingly high rate </em>(Thebault et Al. 2020) <em>&#8211; </em>apriva uno squarcio sulla distribuzione sproporzionatamente diseguale del contagio dal punto di vista sociale e, congiuntamente, etnico. In esso si denunciava il fatto che nell’intero Paese la stragrande maggioranza delle vittime del virus si concentrava tra la popolazione più povera, e in particolare nei quartieri-ghetto a maggioranza nera: a Chicago, per esempio, “la metà dei contagiati e il 72% delle vittime del Covid-19 erano afroamericani, nonostante questa comunità rappresenti solo il 30% della popolazione totale”. Uguali rapporti per Detroit e la stessa New York dove la strage è stata immensa. Più in generale, si affermava, nelle 131 contee a maggioranza nera si registrava il triplo dei contagi rispetto a quelle a maggioranza bianca e un numero di morti sei volte superiore. Un successivo studio realizzato da un’Agenzia ufficiale federale – i Centers for Desease Control and Prevention – su 580 pazienti ospedalizzati con casi confermati di Covid-19 e ripreso con un ampio articolo sul sito di <em>Scientific American</em>[2], confermava la sproporzione di contagi tra la popolazione nera nella quale si era riscontrata una percentuale di contagi pari al 33% mentre solo il 18% del campione era composto da “<em>blacks</em>”. Viceversa tra i bianchi, che costituivano quasi il 60% del campione, gli ammalati erano appena il 45%[3]. Significativo, d’altra parte, il caso di New York, dove il tasso di mortalità per coronavirus tra la popolazione nera era di 92 per 100.000 abitanti e quello tra i Latini di 74 mentre tra i bianchi e gli asiatici l’indice crollava rispettivamente a 45 e 35.</p>



<p>Le ragioni della forte sovra-rappresentazione erano ricondotte, dai commentatori di <em>Scientific American</em>, alle condizioni sociali e lavorative della “popolazione di colore”, impiegata massicciamente nei settori “cosiddetti essenziali” come i ricoveri per anziani o le case di cura, ma anche nell’industria alimentare (le gigantesche fabbriche per il trattamento della carne e le <em>groceries</em>) e nei trasporti di massa, dove erano particolarmente esposti al contatto con malati, con condizioni salariali pessime e assenza di garanzie assicurative[4]. A cui vanno aggiunte le condizioni abitative degradate, in quartieri ghetto anti-igienici, caratterizzati da alti tassi di inquinamento e da abitudini alimentari destinate a favorire diffuse patologie connesse alla povertà come diabete, obesità, ipertensione e disturbi cardiaci, cioè le note co-morbilità che aumentano la percentuale di rischio di morte per coronavirus. D’altra parte la stretta connessione tra dimensione/letalità del contagio, appartenenza etnica e attività lavorativa (in particolare per quanto riguarda i ‘lavori poveri’) risulta evidente se si scompongono i dati aggregati offerti dai CDC per classi di età: la sovra-rappresentazione dei decessi tra gli afro-americani e in generale la ‘gente di colore’ rispetto al loro peso specifico sul totale della popolazione, come si è visto già significativa nel comparto “<em>All Age Group</em>”, diventa addirittura “esplosiva” per le classi in età lavorativa: tra i 18 e i 29 anni, dove i decessi tra i <em>blacks </em>sono più del triplo della loro presenza tra la popolazione (il 33%) mentre quelli tra i <em>whites </em>sono circa un terzo (20,1%); o tra i 30 e i 39 anni dove sono il 28,2% contro il 19,7% dei bianchi, differenza che si assottiglia invece tra i 75 e gli 84 anni, dove la strage consumatasi nelle case di riposo per anziani fa salire la percentuale di morti tra i bianchi al 55% (vicina alla composizione della popolazione totale) e si inverte sopra gli 85 (68,7% tra i <em>whites </em>contro 12,6% tra i <em>blacks</em>)[5]. I ‘bianchi’ si contagiano e muoiono in pensione, oltre la soglia anagrafica che segna la massima esposizione al rischio. I ‘neri’ si contagiano al lavoro, in particolare nei circuiti dei lavori considerati “essenziali” perché connessi alla fornitura di beni e servizi indispensabili e per questo esclusi dal <em>lockdown </em>(là dove è stato stabilito), nelle fasce di età che in base al parametro strettamente anagrafico dovrebbero essere considerate meno a rischio o più ‘sicure’. In molti casi costretti al lavoro mentre il resto della società era costretto a ‘chiudersi in casa’, in ambienti insalubri o a contatto con la massa dei possibili portatori di contagio.</p>



<p><strong>Mappe: il caso italiano</strong></p>



<p>In Italia, come si è detto, non si dispone di rappresentazioni statistiche sistematiche della dimensione socio-territoriale dell’epidemia da parte di agenzie ufficiali (ISS e Ministero della salute) in grado di offrire chiavi di lettura delle modalità relazionali del contagio. Per ottenere risposta a queste domande (chi contagia chi? dove? Come?) occorre accedere ai micro-dati (rilevazioni per Comune) e incrociarli con variabili di contesto ritenute significative, con una sorta di lavoro ‘fai da te’ assai complesso, che tuttavia ha prodotto alcuni studi di notevole interesse.</p>



<p>Tra questi, ad esempio, la ricerca di due economisti di territorio (Dario Musolino della Bocconi di Milano e Paolo Rizzi della Cattolica di Piacenza) pubblicata col titolo <em>Covid-19 e territorio: un’analisi a scala provinciale </em>sulla rivista dell’Associazione italiana di Studi Regionali (Musolino, Rizzi 2020), in cui ci si poneva alcune domande immediate, intrinsecamente correlate alla dimensione territoriale dell’epidemia nella sua fase iniziale più esplosiva (“Perché Codogno? Perché Cremona, Piacenza e Bergamo? Perché l’epidemia Covid-19 si è diffusa soprattutto nelle regioni del Nord del Paese e soprattutto in Lombardia?” &#8211; <em>ibidem</em>). E si tentava una prima risposta mettendo in gioco “un set di fattori socio-economici, demografici e ambientali, ritenuti rilevanti” per definire “le caratteristiche strutturali dei territori” ricercandone le eventuali correlazioni statistiche significative con i livelli del contagio e con il tasso di mortalità riprodotto su una mappa a scala provinciale. Tra le variabili socioeconomiche considerate figuravano il grado di “integrazione/apertura verso l’esterno” (misurato dagli indici di “accessibilità trasportistica” e di “internazionalizzazione commerciale”, cioè dalla “somma dei valori di export e import sul PIL totale provinciale”); la “mobilità pendolare interna ed esterna” (la quantità di residenti che si spostano per lavoro o per studio unita all’“indice di attrazione” dato dalla quota di pendolari in ingresso o di “<em>city users</em>”); l’“agglomerazione produttiva” (“il numero di imprese in rapporto alla popolazione”, dato particolarmente forte nell’individuazione dei distretti industriali) e “lo sviluppo economico e occupazionale” (<em>ibidem</em>). Ad esse si affiancavano le tradizionali variabili demografiche (densità della popolazione e livelli di invecchiamento) e ambientali (numero medio di superamenti dei valori limite per PM10, NO2 e ozono). I risultati sono stati sconcertanti. O quantomeno contro-intuitivi.</p>



<p>Per quanto riguarda le province poste in testa alla graduatoria per intensità del contagio e della mortalità ogni 1000 abitanti al 31 Marzo – e cioè Lodi, Bergamo, Piacenza, Cremona, Brescia, Parma, Pavia, Mantova e Lecco – la variabile demografica (in particolare gli indici di invecchiamento) si è rivelata statisticamente “non significativa” (cioè non tale da determinare scostamenti rilevanti dei dati rispetto ad altri contesti).</p>



<p>Significativa invece la variabile ambientale e soprattutto significative – fortemente significative, con correlazioni molto strette – le variabili socio-ambientali[6]. Il virus cioè si è diffuso e ha galoppato, soprattutto nella fase iniziale e esplosiva del contagio, non tanto nelle aree genericamente ‘molto popolate’ o con età media della popolazione più avanzata, ma in quelle nelle quali l’interazione di breve, medio e lungo raggio è più intensa. Quelle dove maggiore è l’agglomerazione produttiva (la concentrazione di imprese), più intensi gli indici di produttività (i volumi di fatturato) e di internazionalizzazione, l’infrastrutturazione stradale e autostradale con l’interscambio di merci e persone, il reddito pro-capite, lo sviluppo economico e occupazionale[7]. In sostanza nei territori in cui si concentrano quelli che solitamente sono considerati fattori favorevoli alla competitività territoriale e che invece in questo caso si sono rivelati fattori sfavorevoli di maggiore vulnerabilità al virus. O, se si preferisce, favorevoli alla sua più intensa circolazione.</p>



<p><strong>Quando la forza diventa debolezza</strong></p>



<p>Sono dunque i territori cosiddetti ‘forti’ quelli in realtà più ‘deboli’ alla luce della sfida mortale dell’epidemia. Lo conferma un’analisi urbanistica, “sulle province a più elevato numero di contagi in valore assoluto, e su alcune città metropolitane del centro-nord, più Napoli” (Ombuen 2020), da cui emerge con molta chiarezza il ruolo baricentrico del ‘triangolo infrastrutturale’ Lodi-Cremona-Piacenza (con al centro Codogno) in cui si è registrato nel primo periodo di pandemia di gran lunga il maggior numero di contagi (il record assoluto spetta a Cremona con 1.315 infettati ogni 100.000 abitanti), a sua volta circondato ad alone da Bergamo, Brescia e Reggio Emilia.</p>



<p>Caratteristica comune a tutti è l’elevato livello di “consumo di suolo”. Ma soprattutto la chiave di lettura più convincente per spiegare la precocità del contagio e la sua “esplosività” è da cercare da una parte nella comune appartenenza di questi territori “alla <em>logistic chain </em>che lega fra loro le catene globalizzate della produzione” (quelle che comportando “un intenso sistema di relazioni commerciali e organizzative” hanno in vario modo favorito la precoce diffusione del virus proveniente dalla Cina). E insieme nella loro natura di “distretto”, ovvero di sistema produttivo integrato e organizzato su una particolare matrice della <em>value chain</em>: reti territoriali ad altissima intensità d’interazione, con catene di subfornitura strutturate su una densa molteplicità di passaggi e con una pluralità “di soggetti imprenditoriali i quali utilizzano intensamente forme di lavoro interinale e la rete dei servizi alle imprese fornita dai sistemi urbani, con ulteriori moltiplicazioni delle occasioni di contatto e di contagio” (<em>ibidem</em>).</p>



<p>A conclusioni in larga misura analoghe giunge anche un’altra ricerca, non di un epidemiologo, e nemmeno di un urbanista bensì di un matematico, Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo “Mauro Picone” del CNR, il quale focalizzando l’attenzione sulle reti infrastrutturali identifica nelle autostrade le ‘vie del contagio’ &#8211; significativo il titolo<em>: Il virus ha viaggiato in autostrada? </em>(Sebastiani 2020) &#8211; dal momento che “le città col più alto numero di contagi giacciono sulle maggiori autostrade italiane”. E colloca in quel nodo di reti che è la coppia Cremona-Piacenza il vero e proprio <em>hub </em>dal quale il contagio si è diramato. Piacenza, infatti, la seconda provincia italiana per intensità del contagio, si trova all’intersezione tra due grandi direttrici di traffico: la E35 (Milano, Piacenza, Parma, Reggio nell’Emilia, Modena, Bologna, Firenze, Roma e Napoli) e la E70 (Torino, Alessandria, Piacenza, Cremona, Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Venezia). Cremona (40 km appena da Piacenza) è attraversata da un flusso che punta sia a Est verso Venezia sia a nord (la A22) verso il Brennero. Stanno in fondo tutti lì, tra le maglie della ragnatela identificata da quelle direttrici, i focolai iniziali da cui si è sprigionato l’incendio prima che il <em>lockdown </em>del 10 di Marzo ne rallentasse la corsa. In questo senso, a proposito di questa ‘geografia dinamica’ fortemente focalizzata all’intersezione tra Lombardia, Emilia e Piemonte orientale, è stato scritto, tra il serio e il faceto, commentando una ricerca dai risultati analoghi[8], che il Covid-19 <em>È l’epidemia dell’A21</em>[9]<em> </em>(per chi non lo sapesse la Torino (Alessandria)-Piacenza-Brescia).</p>



<p>Sempre Sebastiani, in una seconda tranche di ricerca, ha aggiornato la propria analisi territoriale della “marcia” del virus all’arco temporale compreso tra il 1 Giugno e il 23 Luglio (Sebastiani 2020a)[10]: alla fase in cui, dopo il periodo della stabilizzazione e del contenimento del contagio grazie al <em>lockdown </em>generalizzato (durante il quale comunque è stato rallentato ma non estinto perché SarsCoV-2 ha continuato a circolare sulle gambe e nei polmoni di quella parte di mondo del lavoro comunque “comandata in servizio” perché addetta a lavorazioni definite “essenziali” o fatte considerare tali da imprenditori impazienti, oltre che tra il personale sanitario e nelle RSA), con il progressivo allentamento dei limiti ha ripreso una graduale ma crescente disseminazione dei focolai. Anche in questo caso l’analisi statistica – corredata da interessanti grafici con curve alternativamente concave o esponenziali – ci dice che la logistica è stata sicuramente un <em>drive </em>significativo, e la rete infrastrutturale un supporto all’estensione su media-lunga distanza di punti di contagio (fortunatamente, al contrario della prima fase, adeguatamente tracciati e contenuti).</p>



<p><strong>Il caso Lombardia</strong></p>



<p>Un’ulteriore conferma di questo carattere fortemente territorializzato in senso socioproduttivo del Covid-19 italiano (che ne spiegherebbe la particolare precocità e magnitudine iniziale) ci viene dalla rilevazione dell’Agenzia per la tutela della salute (ATS) lombarda nell’area metropolitana milanese, realizzata geo-localizzando i contagi in base al Codice di avviamento postale dei pazienti (un raro quanto prezioso esempio di micro-analisi)[11]. E quindi permettendoci di visualizzare nel dettaglio, a livello di quartiere, la distribuzione dei contagi. Da essa risulta, plasticamente, che l’onda di piena del virus è entrata da sud-est, dall’epicentro lodigiano e dal primo maxi-focolaio di Codogno, ha in qualche modo bypassato il nucleo centrale milanese – quello compreso entro la cerchia dei viali -, sfiorandolo sul lato orientale per lanciarsi potente nella città infinita che si stende in direzione est e nord-est – Melzo, Inzago, Trezzo d’Adda -, verso Brescia e soprattutto verso Bergamo dalla quale, rinforzato e rilanciato dagli altri potenti incubatori di Alzano e Nembro (ancora un’economia ad altissima densità di piccole-medie imprese e capannoni), ha incominciato la risalita a salmone lungo le valli che avevano caratterizzato il passaggio al post-fordismo, sulla spinta di un produttivismo fai da te che non si deve ‘fermare mai’ pena la necrosi, tra una fiera del fieno e un ospedale infetto non chiuso per pressioni confindustriali.</p>



<p>Colpisce, in particolare, la mappa cromatica costruita su quel database con i colori che accompagnano l’intensità del contagio (dal chiarissimo per le zone con meno di 4,5 casi per 1000 abitanti allo scurissimo per più di 10) così come si presentava all’inizio di Maggio. Vi si vede con chiarezza la zona centrale (dal Castello Sforzesco a Magenta, Sempione, Wagner, fino alla Basilica di Sant’Eustachio e a Porta Genova) giallina, quasi bianca, a segnare i tratti ‘signorili’ degli edifici che ospitano l’<em>upper class</em>, che può praticare lo <em>smart working </em>e il distanziamento. Intorno, ancora dentro la cerchia dei viali (Porta Garibaldi, Porta Venezia, Porta Romana, Ticinese, Solari…) la gradazione s’imbrunisce un po’ raggiungendo una sorta di beige,<em> </em>ma resta sotto la soglia critica dei 6 contagi per 1000 abitanti (in prevalenza impegnati in quello che prima della pandemia era il <em>front office, </em>le professioni visibili e generatrici di status elevato, manager, comunicatori, operatori del lusso, servizi avanzati alle imprese, designers, liberi professionisti, quel che resta della Milano da bere). Subito dopo, però nel successivo anello (prima periferia?) o ‘girone’ – comprendente Baggio, Lorenteggio, Tibaldi, Corvetto, Calvairate, Forlanini – dominante è l’arancione che vira infine nel rosso scuro a Niguarda, Affori, Quarto Oggiaro a nord, dove è stoccata la forza-lavoro del back office, quelli fino a ieri invisibili, addetti alla logistica e ai servizi poveri, alle attività di cura e alla manovalanza nelle reti corte della distribuzione e della componentistica. E si avverte già il fiato caldo della fibrillante attività ‘di distretto’ proliferante sul versante padano centro-orientale.</p>



<p><strong>La vulnerabilità del ‘capitalismo delle reti’</strong></p>



<p>Alla luce di tutto ciò si può dire, plausibilmente, che alla prova del virus il capitalismo delle reti non ha retto la sfida rivelando tutta la propria strutturale ‘fragilità’. Su scala macro, da una parte, perché sono saltate buona parte delle reti lunghe, man mano che le frontiere si chiudevano e le linee aeree si spezzavano. Il confinamento è stato, appunto, la rivincita dei confini. Esemplare il congelamento del materiale sanitario, delegato alla specializzazione cinese, bloccato e monopolizzato nel luogo di produzione che era anche epicentro dell’epidemia, mentre tutto il mondo restava a secco di mascherine, gel igienizzante, respiratori e attrezzature per terapia intensiva. Ma anche l’automotive, tra i più delocalizzati, l’aerospaziale, persino l’agro-alimentare su cui gli effetti si vedranno nella media lunga durata. Se un’informazione strategica quest’esperienza drammatica ce l’ha data, è su quanto vulnerabile in realtà sia questo apparentemente onnipotente ‘capitalismo da flusso teso’: sistema totalmente integrato su scala globale che funziona con la logica del <em>just in time </em>(con i suoi tempi, le sue cadenze, le sue modalità organizzative: zero tempi morti, zero scorte, zero stock…), fluido, anzi quasi allo stato gassoso nella sua indisponibilità ad assumere una forma stabile, e spaventosamente esposto.</p>



<p>Contemporaneamente la medesima ‘fragilità’ si è rivelata sul livello ‘micro’, perché sono saltate pure le reti corte, non solo per mancanza di componentistica. Anche per mancanza di forza-lavoro, segmentata e ulteriormente frastagliata dalle linee discontinue e talvolta casuali dei confinamenti, delle ‘zone rosse’, dei focolai accesi o ignorati; mentre l’economia di distretto ha visto, come si è detto, le proprie virtù – il rapporto di prossimità, l’intensità relazionale, l’interazione spinta, l’interdipendenza di contiguità – trasformarsi in vizio e minaccia mortale man mano che l’attività fibrillante dei suoi atomi produttori generava la ‘nuvola’ infettiva e la metteva in circolo secondo una geografia strutturata per <em>cluster </em>in cui la tradizionale benefica ‘febbre del fare’ si convertiva, quasi senza soluzione di continuità, nella maligna ‘febbre del virus&#8217;… Macchina eternamente fibrillante nella sua impossibilità di rallentare nella corsa perenne al produrre per competere, sempre bisognoso di risultati immediati, detestando la progettualità lunga, i tempi dilazionati, tanto diverso in questo da apparire contrapposto al precedente modello fordista, pesante invece, nella sua composizione fisica massiccia, ad alta intensità di capitale fisso, nella sua forza d’inerzia potente, il capitalismo del nuovo millennio – tanto più quando esso si esprime nella forma “molecolare” tematizzata da Aldo Bonomi – mostra, ora, tutta la sua vocazione all’<em>impasse</em>.</p>



<p class="has-text-align-center">* * * * *</p>



<p>L’articolo è tratto da <em>Scienze del territorio. Rivista di Studi Territorialisti</em>, numero speciale “Abitare il territorio al tempo del Covid”, 2020 Firenze University Press,&nbsp; pp. 108-117.</p>



<p><strong>*</strong>Marco Revelli, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale, si è occupato tra l’altro dell’analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione) e delle forme politiche del Novecento e dell’‘Oltre-novecento’. Le sue opere più recenti: <em>Populismo 2.0</em> (Torino 2018), <em>La politica senza politica</em> (Torino 2019), <em>Umano, inumano, post-umano</em> (Torino 2020). È Presidente della Fondazione <em>Nuto Revelli Onlus</em>.</p>



<div style="height:66px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Note</strong></p>



<p>[1] Il primo dei quali, datato 11 Marzo 2020, si trova all’indirizzo <a href="https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Infografica_11marzo%20ITA.pdf">https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Infografica_11marzo%20ITA.pdf</a>&nbsp; (12/2020)</p>



<p>[2] “Too many black Americans are dying from COVID-19”, 1 Agosto 2020 (The Editors 2020).</p>



<p>[3] Questi dati, ancora parziali, sono confermati dalla successiva documentazione offerta dai CDC con un aggiornamento della statistica dei contagi e dei decessi divisa per aree geografiche e composizione etnica della popolazione colpita (CDC COVID Data Tracker. Maps, charts, and data provided by the CDC, consultabile all’indirizzo <a href="https://covid.cdc.gov/covid-data-tracker/#demographics">https://covid.cdc.gov/covid-data-tracker/#demographics</a>, da cui è possibile anche accedere a una mappa interattiva dettagliata per contee). Secondo la statistica aggiornata alla metà di Settembre 2020, relativa a 4.843.298 casi di contagio e a 141.461 decessi (sono le cifre relative agli stati e alle contee che hanno rilevato i dati per composizione etnica), il numero di decessi tra la popolazione nera è sovrarappresentato di circa il doppio (costituiscono il 22% del totale mentre negli USA gli “afro-americani sono il 12%) mentre quello dei bianchi è sotto-rappresentato (51% contro una presenza del 60%).</p>



<p>[4] Gli stessi provvedimenti approvati dal Congresso all’inizio della pandemia (il “Families First Coronavirus Response Act” e il “Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security (CARES) Act”, rilevano gli osservatori politici “across the political spectrum”, hanno fatto “ben poco per proteggere la salute dei lavoratori essenziali” in quanto focalizzati sul sostegno economico anziché sulla protezione medica (The Editors 2020).</p>



<p>[5] Ancora dati CDC.</p>



<p>[6] “Analizzando le correlazioni bivariate”, si legge, “tutte le associazioni ipotizzate sono confermate, ad eccezione delle variabili demografiche, per le quali non si evidenziano legami significativi tra diffusione del virus e densità demografica o peso della popolazione anziana”, <em>ibidem</em>.</p>



<p>[7] “Tra le variabili socio-economiche più correlate – si legge ancora – spiccano l’indice di pendolarismo, il reddito pro-capite e il tasso di occupazione (oltre 0,6); ma anche l’accessibilità trasportistica, l’apertura economica e l’attrazione risultano legati all’intensità di propagazione del Covid-19”, <em>ibidem</em>.</p>



<p>[8] Si tratta di uno studio sui tassi di mortalità da coronavirus tra l’inizio dell’epidemia e il 17 Aprile dell’Università Vita-Salute San Raffaele diretta dall’epidemiologo Carlo Signorelli nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020, i cui risultati in via di pubblicazione sulla rivista Acta Biomedica sono stati resi noti il 23 Aprile.</p>



<p>[9] “È l’epidemia della A21”: così il virus si è spostato lungo l’autostrada da Brescia a Torino, in “Fanpage.it”, 23 Aprile 2020 <a href="https://www.fanpage.it/attualita/e-lepidemia-dellaa21-cosi-il-virus-si-e-spostato-lungolautostrada-da-brescia-a-torino">https://www.fanpage.it/attualita/e-lepidemia-dellaa21-cosi-il-virus-si-e-spostato-lungolautostrada-da-brescia-a-torino</a> (12/2020)</p>



<p>[10] Si veda anche, sulla ripresa dei contagi dopo la fine del lockdown, Sebastiani, Mengarelli 2020.</p>



<p>[11] Unità Operativa dell’Agenzia per la Tutela della Salute (ATS) Milano – Città Metropolitana, Valutazione dell’epidemia Covid-19. Mappa Casi Accertati Georeferenziati, <a href="https://www.ats-milano.it/portale/Epidemiologia/Valutazione-dellepidemia-COVID-19">https://www.ats-milano.it/portale/Epidemiologia/Valutazione-dellepidemia-COVID-19</a>.</p>



<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



<p>Office for National Statistics (2020), <em>Deaths involving COVID-19 by local area and socioeconomic deprivation: deaths occurring between 1 March and 17 April 2020, </em>1 May 2020, <a href="https://www.ons.gov.uk/people-populationandcommunity/birthsdeathsandmarriages/deaths/bulletins/deathsinvolvingcovid-19bylocalareasanddeprivation/deathsoccurringbetween1marchand17april">https://www.ons.gov.uk/people-populationandcommunity/birthsdeathsandmarriages/deaths/bulletins/deathsinvolvingcovid-19bylocalareasanddeprivation/deathsoccurringbetween1marchand17april</a> (09/2020).</p>



<p>The Editors (2020), “Black health matters”, <em>Scientific American</em>, vol. 323, n. 2, p. 8.</p>



<p>Gilbert D., Kirk A ., Riddy B. (2020), “Mapped. How coronavirus death toll has hit the poorest areas hardest. Fresh analysis of deaths in England and Wales paints a bleak picture for those living in the most deprived and built-up areas”, <em>The Telegraph</em>, 1 Maggio.</p>



<p>Musolino D., Rizzi P. (2020) “Covid-19 e territorio: un’analisi a scala provinciale”, <em>EyesReg. Rivista dell’Associazione italiana di Studi Regionali</em>, vol. 10, n. 3, <a href="http://www.eyesreg.it/2020/covid-19-e-territoriounanalisi-a-scala-provinciale">http://www.eyesreg.it/2020/covid-19-e-territoriounanalisi-a-scala-provinciale</a>.</p>



<p>Ombuen S. (2020), “Covid-19 e territorio. Analisi 29/04/2020”, in INU (a cura di), <em>Urbanistica al tempo del Covid-19</em>, <a href="https://www.inu.it/blog/urbanistica_al_tempo_del_covid_19/covid-19-e-territorio-analisi">https://www.inu.it/blog/urbanistica_al_tempo_del_covid_19/covid-19-e-territorio-analisi</a> (12/2020).</p>



<p>Sebastiani G. (2020), “Il coronavirus ha viaggiato in autostrada?”, <em>Scienza in rete</em>, 9 Aprile, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/coronavirus-ha-viaggiato-autostrada/giovanni-sebastiani/2020-04-09">https://www.scienzainrete.it/articolo/coronavirus-ha-viaggiato-autostrada/giovanni-sebastiani/2020-04-09</a> (12/2020).</p>



<p>Sebastiani G. (2020a), “Distribuzione spaziale e andamento temporale dei focolai di Covid-19 in Italia”, <em>Scienza in rete</em>, 25 Luglio, <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/distribuzionespaziale-e-andamento-temporale-dei-focolai-di-covid-19-italia/giovanni">https://www.scienzainrete.it/articolo/distribuzionespaziale-e-andamento-temporale-dei-focolai-di-covid-19-italia/giovanni</a> (12/2020).</p>



<p>Sebastiani G., Mengarelli J. (2020), “Vacanze esponenziali. Covid-19/Dati, <em>Scienza in rete</em>, 28 Agosto 2020,</p>



<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/vacanze-esponenziali/giovanni-sebastiani-jacopo-mengarelli/2020-08-28">https://www.scienzainrete.it/articolo/vacanze-esponenziali/giovanni-sebastiani-jacopo-mengarelli/2020-08-28</a> (12/2020).</p>



<p>Thebault R, Ba Tran A ., Williams V. (2020), “The coronavirus is infecting and killing black Americans at an alarmingly high rate”, <em>The Washington Post</em>, 7 Aprile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/12/10/il-lavoro-del-virus-e-il-virus-del-lavoro-nelle-mappe-di-territorio/">IL LAVORO DEL VIRUS E IL VIRUS DEL LAVORO NELLE MAPPE DI TERRITORIO</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IL LAVORO DELLE DONNE TRA PRODUZIONE E RIPRODUZIONE CAPITALISTICA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/10/26/il-lavoro-delle-donne-tra-produzione-e-riproduzione-capitalistica/</link>
					<comments>https://www.malanova.info/2021/10/26/il-lavoro-delle-donne-tra-produzione-e-riproduzione-capitalistica/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 10:05:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9484</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il contributo che segue è tratto da La fabbrica diffusa (n.2, settembre 1977, pagg. 96-101) pubblicato originariamente con il titolo Servizi, spesa pubblica, lotta delle donne a Padova. La riproposizione di questo testo, la cui interpretazione necessita ovviamente di un collocamento temporale ben definito che è quello della seconda metà degli anni Settanta, ci sembra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/10/26/il-lavoro-delle-donne-tra-produzione-e-riproduzione-capitalistica/">IL LAVORO DELLE DONNE TRA PRODUZIONE E RIPRODUZIONE CAPITALISTICA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il contributo che segue è tratto da <em>La fabbrica diffusa</em> (n.2, settembre 1977, pagg. 96-101) pubblicato originariamente con il titolo <em>Servizi, spesa pubblica, lotta delle donne a Padova</em>. La riproposizione di questo testo, la cui interpretazione necessita ovviamente di un collocamento temporale ben definito che è quello della seconda metà degli anni Settanta, ci sembra particolarmente interessante perché, attraverso un punto di vista <em>di parte</em>, prova ad analizzare lo stato delle cose presenti non in una mera ottica emancipatoria, dentro un quadro di compatibilità, ma per fuoriuscirne attraverso pratiche di liberazione e a partire dalla necessità di fornire risposte concrete alle condizioni materiali delle donne.</p>



<p>Il discorso delle donne padovane non mira al semplice inserimento di figure femminili dentro un quadro consolidato di potere maschile, nessuna rivendicazione di “parità di genere”, ma mette a nudo – fuori e dentro la fabbrica &#8211; i rapporti di sfruttamento e dunque di produzione e riproduzione capitalistica all’interno della riproduzione sociale della forza lavoro. Le donne, attraverso le loro pratiche antagoniste, si sono presentate sulla scena del conflitto come soggetto politico autonomo, superando la fase, fino a quel momento dominante (e che oggi sembra ritornata a esserlo), della richiesta emancipatoria di inclusione, individuando come avversari di classe anche il sindacato, il PCI e lo Stato, artefici della politica <em>di cogestione per il «superamento della crisi» </em>e<em> </em>sostenitori della politica dei sacrifici e della tregua sociale, necessari per far riportare l’Italia ai livelli produttivi pre-crisi. Contro questo quadro di complicità, le donne hanno portato il loro autonomo contributo dando indicazioni reali di pratiche per non pagare i costi della crisi ed esprimere reale contropotere, individuando nella riappropriazione dei servizi la possibilità di recuperare immediatamente reddito e avere la possibilità di ridurre il lavoro domestico mediante la socializzazione di alcune funzioni svolte da sempre gratuitamente.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">*&nbsp; *&nbsp; *&nbsp; *&nbsp; *</p>



<p>Coscienti di volerci appropriare fino in fondo di tutti quegli strumenti che ci permettano di lottare contro la totalità del nostro sfruttamento, non possiamo non riportare ad un livello di analisi generale la situazione di «precarietà sociale» da un lato e di «superlavoro» dall&#8217;altro, che costituiscono sempre di più la nostra realtà quotidiana.&nbsp;</p>



<p>Riteniamo che non esista una generica accezione «donna» avulsa da una analisi specifica della sua collocazione sociale &#8211; e ora in particolare nella crisi &#8211; poiché per poter organizzare le lotte è necessario vedere man mano quale ruolo la donna ricopre nelle varie fasi produttive, per poter poi andare ad intaccare questo ruolo. Perciò le lotte delle donne sui servizi a Padova hanno individuato alcuni punti chiave della ristrutturazione capitalistica che vede nel taglio della spesa pubblica uno dei momenti centrali.</p>



<p>Il lavoro domestico svolto dalle donne è altamente produttivo in quanto esse si configurano come produttrici senza salario di quei servizi sociali atti alla riproduzione di forza-lavoro. Riteniamo da una analisi della spesa pubblica, peraltro sommaria e che va senza dubbio approfondita, che una lotta per i servizi (mense, scuole, trasporti, case, asili, scuole materne, ecc.) non rientri in uno schema di riforma capitalistica, che tende cioè ad una razionalizzazione di quello che è il nostro sfruttamento. I servizi, è vero, ce li hanno sempre dati quando si trattava di farci produrre di più: in Francia ad esempio hanno legalizzato l&#8217;aborto quando c&#8217;era bisogno di manodopera femminile in fabbrica: il controllo demografico e l&#8217;erogazione di servizi per l&#8217;infanzia, anche nei paesi socialisti, è stato più o meno rigido in dipendenza dai bisogni della produzione. Ma ora, nella crisi, rifiuto del lavoro domestico e lotte per i servizi possono ricomporsi nel senso di incidere direttamente sui meccanismi di riproduzione capitalistica, colpendo uno dei nodi centrali attraverso cui sulla pelle delle donne si tenta di far passare la ristrutturazione. La crisi si configura come tentativo padronale di recuperare margini di profitto attraverso una generalizzazione della fabbrica a livello sociale, attraverso lo scorporo, frammentazione della fabbrica tradizionale, lavoro a domicilio (svolto non a caso per la maggior parte dalla donna) precariato (contratti a termine), taglio della spesa pubblica e quindi di servizi, allungamento della giornata lavorativa e dei ritmi, surplus di lavoro domestico. Attraverso tutto ciò si cerca di sconfiggere la rigidità e la forza che le lotte degli operai e delle donne, di tutti i proletari hanno mostrato in questi ultimi anni. Non è un caso quindi che le lotte espresse da tutte queste componenti abbiano individuato il terreno del sociale come terreno da privilegiare rispetto all&#8217;attacco capitalistico (autoriduzione, occupazione di case, lotta al caro vita, prezzi politici, ecc.).</p>



<p>La richiesta sociale di reddito, che si è qualificata come riappropriazione di quote di plusvalore rapinato dai padroni e dallo Stato, si è espressa nei confronti della qualificazione della spesa pubblica percorrendo le linee dei rapporti di forza determinati. Non a caso gli strati di classe vincenti sono stati i più politicamente organizzati e lo spazio di «reddito garantito» ha funzionato maggiormente nei settori più direttamente legati al processo di fabbricazione in senso stretto (vedi pensioni, cassa integrazione, assistenza, ecc.) mentre ha meno funzionato nei confronti degli strati di classe più deboli, le donne per esempio. Ed è in questo senso che l&#8217;organizzazione delle donne nei confronti delle lotte per i servizi si qualifica come assunzione data del livello delle lotte esistenti per recuperare e riappropriarsi delle quote di ricchezza prodotte e non distribuite, di quelle quote di ricchezza sociale che le donne stesse hanno da sempre garantito con la loro produzione gratuita di servizi.</p>



<p>Per quanto riguarda il taglio della spesa pubblica sottolineiamo come non sia un caso che in Italia il disavanzo raggiunga i 25.000 miliardi. In risposta alle lotte sul salario, alla richiesta di reddito espressa nell&#8217;arco di questi ultimi anni, la contrapposizione diretta capitale-lavoro è andata definendosi nel ruolo di mediazione, sempre maggiore che lo Stato si è assunto, fino ad intervenire direttamente dentro il processo produttivo. Pensiamo alla svalutazione della moneta, manovrata dalle multinazionali, intervento dello Stato per la ricostruzione dei margini di profitto, uno dei modi «artificiali» con cui i padroni rosicchiano una quota del prodotto sociale, pensiamo alla fiscalizzazione degli oneri sociali con cui i padroni sganciano sullo Stato tutte le spese di riproduzione di forza lavoro, il che significa che scala mobile, mutue, assistenza sanitaria dobbiamo pagarcele tutte noi; pensiamo al ruolo dello Stato dentro alle ultime contrattazioni sul costo del lavoro. Sottolineiamo a questo proposito come si tenti di «contenere» lo scarto tra spesa pubblica, disponibilità finanziarie che la coprono attraverso le sovvenzioni esterne del Fondo Monetario Internazionale, politicamente orientate alla pura riproduzione dei rapporti di produzione interni (una delle condizioni poste dal F.M.I. è appunto l&#8217;abbassamento del costo del lavoro).&nbsp;</p>



<p>Ciò che leggiamo qui e che ci interessa particolarmente in quanto donne, è il tentativo di rilanciare il ciclo produttivo attraverso un abbassamento dei costi di riproduzione capitalistica: razionalizzare cioè i servizi esistenti, il che significa renderli produttivi al massimo, alzare le rette degli asili, pagarsi i medicinali, notevole aumento con l&#8217;equo canone degli affitti, sganciamento di luce e giornali dalla scala mobile (possibilità cioè di aumenti indiscriminati) aumento dei trasporti e contemporaneamente a tutto ciò tagliare la spesa pubblica di parte corrente, quella che incide maggiormente sul disavanzo, cioè di quella parte connessa ai redditi, ai salari, ai servizi.&nbsp;</p>



<p>Questo discorso rischia di diventare astruso o quanto meno estraneo a noi donne, se non tendesse ad individuare un terreno specifico di lotta delle donne dentro un progetto complessivo di intervento contro questa gran massa di sfruttamento che ci viene rovesciata addosso. Le donne in quanto produttrici e riproduttrici di forza-lavoro, (cure domestiche) e erogatrici non salariate di servizi, si trovano a dover fare i conti anche con l&#8217;aumento dei prezzi: vengono infatti tagliati quei livelli di benessere che ci venivano contrabbandati come acquisiti, ci costringono a passare maggior tempo in cucina, nei supermercati (per trovare la roba a minor costo), maggiori ritmi di lavoro (non si usa la lavatrice per risparmiare sulla bolletta). Taglio della spesa pubblica per noi significa immediatamente riconfermare l&#8217;assistenza a vecchi e bambini dentro le quattro mura, sobbarcarci il mantenimento del reddito acquisito attraverso il lavoro nero, a part-time, riconfermare quindi l&#8217;istituzione famiglia come luogo garante complessivamente di reddito.&nbsp;</p>



<p>Allora, se la complessività del nostro sfruttamento passa attraverso tutto ciò, contro tutto ciò ci dobbiamo organizzare. Il nostro terreno di lotta si allarga, la specificità diventa complessività.&nbsp;</p>



<p>Sul discorso della riappropriazione dei servizi sociali, a Padova, le donne hanno individuato obiettivi da realizzare, centri di potere economico e politico da colpire, creando diversi momenti di organizzazione autonoma. Individuando nel sindacato una controparte rispetto alla lotta sui loro bisogni, le donne del pubblico impiego, lavoratrici dell&#8217;università, precarie, non docenti, esercitatrici, operaie dell&#8217;opera universitaria, insegnanti della scuola, supplenti, infermiere, hanno gestito un&#8217;assemblea generale delle lavoratrici/lavoratori del pubblico impiego in occasione dello sciopero del 23 novembre. Questa assemblea è stata l&#8217;espressione del malcontento e di denuncia per le condizioni economiche di organizzazione del lavoro, di contenimento dell&#8217;occupazione per i lavoratori di questo settore duramente colpiti dalla crisi con il taglio della spesa pubblica. Veniva criticata la gestione sindacale della piattaforma contrattuale, inserita nell&#8217;ottica della «politica dei sacrifici». Le donne presenti, numerose, date le caratteristiche del Pubblico Impiego, hanno duramente attaccato il sindacato accusando la sua latitanza storica rispetto al problema dei servizi e delle lotte specifiche delle donne e alla sua politica complessiva, accusandolo di essere portavoce di una gestione della crisi che scavalca i bisogni degli strati più deboli. Con la crisi le donne, già precarie ed emarginate per eccellenza in quanto sono le uniche lavoratrici che non percepiscono un salario per il lavoro altamente produttivo che esse svolgono: produzione e riproduzione della forza-lavoro, hanno visto intensificarsi il loro sfruttamento:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>riduzione dei posti di lavoro stabile&nbsp;</li><li>espulsione dalle fabbriche degli strati più deboli&nbsp;</li><li>aumento del precariato (blocco delle assunzione Enti locali, assunzioni con contratto a termine)&nbsp;</li><li>taglio della spesa pubblica: riduzione di servizi&nbsp;</li><li>aumento del carico di lavoro: il lavoro reale dei salari maschili viene ridotto sempre di più: le donne per il mantenimento e la ricostruzione del reddito familiare sono costrette ad un aumento del lavoro domestico e fuori casa a lavori meno qualificati e retribuiti (espansione del lavoro nero e a domicilio).&nbsp;</li></ul>



<p>Le donne hanno stravolto l&#8217;impostazione sindacale che aveva all&#8217;ordine del giorno tra le altre cose: blocco delle assunzioni, abolizione degli Enti inutili, mobilità e nuova qualificazione della forza lavoro. Hanno rifiutato in toto il progetto sindacale riformista di cogestione per il «superamento della crisi» smascherando la funzione di mediatore del sindacato, sostenitore di una politica di sacrifici, di tregua sociale che va a recuperare quei margini di profitto messi in crisi dalle lotte operaie sulla pelle della classe, giustificandole attraverso il progetto picista di riconversione industriale, di (secondo Garavini) «riscoperta del ruolo dell&#8217;industria pubblica facendo di essa l&#8217;asse portante di una politica industriale che punti su settori nuovi, su avanzate tecnologie e quindi ad una solida collocazione internazionale dell&#8217;economia italiana». L&#8217;impresa pubblica dovrebbe quindi marciare insieme e contemporaneamente fare da contraltare a quella privata, in un&#8217;ottica di allargamento della base produttiva e di una razionale produzione di servizi sociali.&nbsp;</p>



<p>Profitto e riforme, quindi, in funzione di una ristrutturazione di impresa e pianificazione sociale.&nbsp;</p>



<p>È chiara qui l&#8217;ottica capitalistica dell&#8217;interpretazione riformista per cui amministrazione pubblica e servizi sociali diventano un problema di razionalizzazione, di funzionamento efficiente di quel sistema di sfruttamento che il capitale, arrivato ad un punto di «degradazione» (termine moralisticamente usato spesso dai funzionari del Pci) totale, non riesce più a garantire nei termini di uno sviluppo (senz&#8217;altro però nei termini di comando).&nbsp;</p>



<p>Da qui il progetto picista di una «nuova committenza sociale», «nuovo modello di sviluppo» e «nuova qualificazione della domanda», per cui si privilegiano i consumi sociali su quelli individuali (la produzione di servizi su quella delle auto) e per cui potremmo avere, in parole povere un meccanismo di perfetto equilibrio, per cui gli operai, invece di chiedere salario, e innescare così il meccanismo inflattivo, chiederanno servizi; ci sarà un&#8217;oculata selezione degli investimenti, i padroni succhieranno così un profitto «diverso» perché al servizio della comunità. Questo dovrebbe essere uno degli elementi di socialismo di cui parla Berlinguer. Un progetto di pianificazione questo che le lotte operaie hanno fatto già saltare, nei termini di rifiuto del lavoro, di richiesta crescente di salario, altrimenti non si capirebbe la «degradazione» di questo sistema.&nbsp;</p>



<p>Ed è anche questo ciò con cui il PCI dovrà fare e sta facendo i conti l&#8217;elemento che metterà in crisi il «nuovo modello di sviluppo», come è già avvenuto nell&#8217;«utopica isola emiliana».&nbsp;</p>



<p>Qui la gestione riformista ha potuto attuare una politica dei servizi (asili nido, scuole materne, consultori, unità sanitarie locali) basandosi sullo sfruttamento intenso della forza lavoro addetta ai servizi e cooperative (ben conosciamo la famigerata «etica del lavoro», nuova professionalità con cui il PCI si sciacqua la bocca da mattina a sera e che ci ricorda la «gioia del lavoro» tedesca), lotte all&#8217;assenteismo, supersfruttamento in fabbrica ed espulsione di forza lavoro femminile relegata al lavoro a domicilio.</p>



<p>È qui utile ricordare come il lavoro a domicilio in Emilia Romagna abbia il tasso più alto d&#8217;Europa.&nbsp;</p>



<p>Ora, la richiesta di reddito e servizi sociali ha superato di gran lunga i tradizionali strumenti di controllo riformista, del resto fortemente barcollante per il dimezzamento dei fondi statali alle autonomie locali e per l&#8217;indebolimento con le banche. L&#8217;inflazione ha fatto miseramente tracollare il sogno della piena occupazione: a Bologna verranno tolte le fasce orarie degli autobus, le rette degli asili e gli affitti delle case sono altissimi.&nbsp;</p>



<p>Toccando con mano l&#8217;utopia dell&#8217;equazione: riconversione + piena occupazione, contro il sindacato, le donne presenti all&#8217;Assemblea del pubblico impiego hanno portato il loro contributo all&#8217;analisi della situazione dei servizi sociali a Padova, dando indicazioni reali di lotte vincenti per non pagare i costi della crisi ed esprimere reale contropotere, individuando nella riappropriazione dei servizi la possibilità di recuperare veramente reddito, avere la possibilità di ridurre il lavoro domestico mediante la socializzazione di alcune funzioni svolte da sempre gratuitamente.&nbsp;</p>



<p>Padova, città terziaria per eccellenza, è assolutamente carente di servizi per l&#8217;infanzia, di mense, case, gestita da decenni dalla DC che ha sempre fatto in modo di sfruttare al massimo e le donne e gli studenti.&nbsp;</p>



<p>La situazione degli asili nido, ad esempio, è «ridicola»: tre asili nido funzionanti e due pronti (ma chiusi per il blocco delle assunzioni degli Enti locali); scuole materne: una sola statale, e dodici sezioni (classi) dislocate nelle varie scuole materne comunali gestite per la maggior parte da suore); scuole elementari: doppi turni e numerose classi con più di 25 bambini, una sola scuola a tempo pieno e un&#8217;altra che funziona a metà, senza mensa e carente di aule.&nbsp;</p>



<p>A Padova si decide impunemente di trasformare l&#8217;IPAI (Istituto Provinciale per l&#8217;Assistenza all&#8217;Infanzia) in Istituto Tecnico Superiore. Questo ente da anni vive sulla pelle delle donne, ragazze madri, attrezzato per l&#8217;assistenza ai bambini, ed è sempre stato usato per ghettizzare ancora una volta gli orfani, i figli naturali, le ragazze madri. Un&#8217;Assemblea delle donne lavoratrici dell&#8217;Università e studentesse, casalinghe, impiegate, lavoratrici della scuola, assentandosi dal proprio posto di lavoro hanno deciso di occupare l&#8217;IPAI con i propri bambini per una giornata, con il preciso intento di denunciare con un&#8217;azione esemplificativa l&#8217;assoluta mancanza di servizi, mettendo così in luce come la città terziaria per eccellenza sia una città disserviziata per eccellenza. Durante l&#8217;occupazione si sono tenute assemblee con le lavoratrici e le ragazze madri in cui si sono affrontati i temi della maternità che finora è sempre stata pagata a caro prezzo dalle donne o con la segregazione dentro le case o con la ghettizzazione in istituti assistenziali. Costrette ad essere madri (vedi aborto, medici obiettori, ecc.) e costrette a pagare duramente la scelta della maternità per l&#8217;assoluta mancanza di servizi.&nbsp;</p>



<p>Il 25 febbraio, presso il Tribunale di Padova, viene processata una donna che lavora nell&#8217;Ospedale Civico di questa città, accusata di abuso di professione e di omicidio colposo, in seguito alla morte di un paziente per un errore trasfusionale (di cui non è accertata la responsabilità materiale). Il fatto è accaduto nell&#8217;agosto del 1973 quando questa donna era allieva della scuola infermiere professionali.&nbsp;</p>



<p>Le donne a Padova, in vista di questo processo hanno deciso di intervenire per denunciare l&#8217;insopportabile situazione di tutte le donne che in casa e fuori casa sono in continuazione ricattate e supersfruttate e ora persino processate.</p>



<p>Si è organizzata una grossa manifestazione il giorno 24 febbraio, e una presenza continua al tribunale (con scontri con la Polizia), si è distribuito in tutta la città il seguente volantino:&nbsp;</p>



<p><em>IN TRIBUNALE E IN OSPEDALE SI IMPONE LA LOTTA DELLE DONNE&nbsp;</em></p>



<p><em>Il 25 febbraio, presso il tribunale di Padova, VIENE PROCESSATA UNA DONNA CHE LAVORA NELL&#8217;OSPEDALE CIVILE DI QUESTA CITTÀ, ACCUSATA DI ABUSO DI PROFESSIONE E DI OMICIDIO COLPOSO (di cui non si è accertata la responsabilità materiale) in seguito alla morte di un paziente. Il fatto è accaduto nell&#8217;agosto 1973, quando Marlis era allieva della Scuola infermiere Professionali.</em></p>



<p><em>I VERI COLPEVOLI SI SMASCHERANO: anche se in questo processo appaiono coimputati alcuni medici e il direttore della Banca del Sangue, si tenta di scaricare ogni responsabilità sull&#8217;allieva infermiera, colpevole in realtà di essere stata costretta a SOPPERIRE GRATUITAMENTE ALLE CARENZE DELL&#8217;OSPEDALE.&nbsp;</em></p>



<p><em>ALTRE DUE INFERMIERE NELLO STESSO REPARTO DI PATOLOGIA CHIRURGICA, RISCHIANO DI ESSERE INCRIMINATE in questi giorni per la morte di un paziente.&nbsp;</em></p>



<p><em>LA LOGICA DELLO SCARICARE IN BASSO CONTINUA: LA RESPONSABILITÀ REALE È SOMMAMENTE DELL&#8217;OSPEDALE CHE SFRUTTA LE DONNE ATTRAVERSO IL LAVORO PRECARIO E IL LAVORO NERO, CHE RISPARMIA PERSONALE SULLE SPALLE DELLE INFERMIERE E SULLA PELLE DELLE DEGENTI!&nbsp;</em></p>



<p><em>ATTACCHIAMO L&#8217;OSPEDALE CONTRO OGNI VIOLENZA, SFRUTTAMENTO E SOPRUSO NEI CONFRONTI DELLE DONNE!&nbsp;</em></p>



<p><em>In questo momento lo Stato delega gli ospedali e i medici a gestire il controllo delle nascite attraverso la legge sull&#8217;aborto: poliambulatori, cliniche ginecologiche, consultori diventeranno i nuovi centri di potere per mantenere il controllo sul corpo della donna e della sua sessualità.&nbsp;</em></p>



<p><em>RIFIUTIAMO L&#8217;ABORTO DI STATO: VOGLIAMO L&#8217;ABORTO LIBERO, GRATUITO, ASSISTITO, CON ANESTESIA, FUORI DAL CONTROLLO DEI MEDICI E DELLA FAMIGLIA!</em></p>



<p><em>RIFIUTIAMO OGNI DISCRIMINAZIONE TRA LE DONNE COSTRETTE AD ABORTIRE: VOGLIAMO DECIDERE NOI INDIPENDENTEMENTE DALL&#8217;ETÀ, DALLA SUPPOSTA SALUTE MENTALE O DALLA CONDIZIONE DI CARCERATA.&nbsp;</em></p>



<p><em>RIFIUTIAMO LA LOGICA DEI MEDICI OBIETTORI DI COSCIENZA che tentano di imporci clandestinamente e a caro prezzo, nelle loro cliniche private quell&#8217;aborto che si rifiutano di fare in ospedale.</em></p>



<p><em>IMPONIAMO IL CONTROLLO DELLE DONNE SULL&#8217;OSPEDALE, SULLA STRUTTURA SANITARIA, SUI REPARTI OSTETRICO GINECOLOGICI E SUI CONSULTORI PUBBLICI E PRIVATI!&nbsp;</em></p>



<p><em>IMPONIAMO IL CONTROLLO DELLE DONNE SUL PARTO, SULL&#8217;ABORTO, SULL&#8217;ASSISTENZA OSPEDALIERA!</em></p>



<p><em>LA MANCANZA DI POTERE E&#8217; LA NOSTRA MALATTIA!</em></p>



<p><em>LE DONNE DEGENTI sono le peggio assistite: due donne sono morte negli ultimi mesi NELLA CLINICA GINECOLOGICA E NELLA DIVISIONE OSPEDALIERA DI PADOVA, DUE NEL REPARTO GINECOLOGICO DI SCHIO!&nbsp;</em></p>



<p><em>QUANDO PARTORISCONO LE DONNE ENTRANO NELL&#8217;OSPEDALE SANE E NE POSSONO USCIRE MALATE O MORTE!&nbsp;</em></p>



<p><em>CONTRO L&#8217;ABORTO DI STATO&nbsp;</em></p>



<p><em>PER GESTIRE LA NOSTRA SESSUALITÀ E LA MATERNITÀ</em></p>



<p><em>PER LOTTARE CON MARLIS E CON LE ALTRE INFERMIERE INCRIMINATE</em></p>



<p><em>CONTRO LA NOCIVITÀ A RISCHIO DELLA VITA NEI REPARTI GINECOLOGICI.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/10/26/il-lavoro-delle-donne-tra-produzione-e-riproduzione-capitalistica/">IL LAVORO DELLE DONNE TRA PRODUZIONE E RIPRODUZIONE CAPITALISTICA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.malanova.info/2021/10/26/il-lavoro-delle-donne-tra-produzione-e-riproduzione-capitalistica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>90</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/</link>
					<comments>https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2021 10:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTOMAZIONE E ROBOTICA]]></category>
		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[BIG TECH]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9166</guid>

					<description><![CDATA[<p>Continuiamo il nostro lavoro di inchiesta all’interno del mondo del lavoro attraverso una lunga e interessante intervista a un lavoratore del centro di distribuzione Amazon di Fara in Sabina in provincia di Rieti. Attraverso una lunga sequenza di lavori precari e sottopagati &#8211; dal tassista al noleggio con conducente (NCC), dal corriere con Bartolini e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/">IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Continuiamo il nostro lavoro di inchiesta all’interno del mondo del lavoro attraverso una lunga e interessante intervista a un lavoratore del centro di distribuzione Amazon di Fara in Sabina in provincia di Rieti.</em></p>



<p><em>Attraverso una lunga sequenza di lavori precari e sottopagati &#8211; dal tassista al noleggio con conducente (NCC), dal corriere con Bartolini e DHL al postino con Poste Italiane &#8211; Vincenzo approda al centro di distribuzione Amazon. Le condizioni lavorative all’interno del comparto logistico di Amazon sono analizzate attraverso la doppia lente del lavoratore e del militante. Questa doppia postura di Vincenzo ci permette di cogliere diversi elementi estremamente interessanti dell’organizzazione del lavoro all’interno delle “nuove fabbriche” del capitale.</em></p>



<p><em>Dai ritmi semischiavistici alle postazioni di lavoro assordanti e disumane, dalla robotizzazione dello stoccaggio ai sensori di movimento che controllano ogni singola fase lavorativa, il quadro tinteggiato è quello di un contesto produttivo dove paradossalmente si mescolano i vecchi ritmi, tipici della catena produttiva fordista, con quelli imposti dai sistemi di controllo e automazione necessari per l’iperproduzione dentro la cosiddetta industria 4.0. Qui il miraggio di un contratto a tempo indeterminato è legato esclusivamente alla capacità produttiva di ogni singolo lavoratore. La quasi totale assenza dei sindacati all’interno dei siti produttivi Amazon permette, ancora una volta, il ritorno in gioco di un’altra pratica produttiva che, su larga scala, sembrava scomparsa: quella del cosiddetto cottimo, cadenzato questa volta dalla più “piacevole” musica techno e house diffusa dagli altoparlanti aziendali.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>1)</strong> <strong>Come sei arrivato a lavorare ad Amazon?</strong></p>



<p>La mia condizione lavorativa è molto travagliata. Purtroppo non riesco a trovare un lavoro stabile e continuativo. Da una parte è stata colpa mia, perché non avendo continuato un percorso formativo per ottenere le competenze di un “mestiere specializzato” questo mi ha portato a cercare un lavoro generico sul “mercato del lavoro” attraverso la diffusione manuale del mio curriculum vitae ad attività commerciali generali (come botteghe, minimarket, negozi, ecc.), sia on-line attraverso siti internet di catene di distribuzione (supermercati, filiali per la grande distribuzione, logistica, ecc.) o di agenzie per la somministrazione del lavoro. Purtroppo da qualche anno questi lavori sono regolati da leggi dello Stato italiano che permettono il massimo sfruttamento per il datore di lavoro. Io non sono incappato nell&#8217;alternanza scuola-lavoro (per via dell&#8217;età anagrafica), ma ho visto per molti anni (fino al compimento del trentesimo anno di età) offrirmi contratti di stage con retribuzione minima pagati dallo Stato (circa euro 400 mensili). Ho iniziato con un contratto da “servizio civile” per un anno, in cui mi occupavo, all&#8217;interno di una cooperativa, di assistenza per disoccupati e immigrati senza permesso di soggiorno. Da lì ho percorso una serie di lavori tra i più disparati: dalla revisione di autoveicoli, alla vendita di minicar, da videoterminalista nella sede nazionale di una società internazionale di autonoleggio a commesso in un negozio al dettaglio: tutti rigorosamente contratti di sei mesi da stagista. Poi, compiuti i 30 anni, mi sono buttato, con un contratto a cottimo, in un&#8217;avventura ai limiti del paradossale: sono stato contattato da una società sconosciuta per un lavoro porta a porta per conto terzi, con tanto di formazione interna ai limiti della legalità. Dopo un periodo di circa 3 mesi, con una retribuzione da fame e un crollo vertiginoso del mio stato di salute, ho deciso di abbandonare questo pseudo-lavoro. Da lì ho deciso di prendere la patente KB e il Certificato di Abilitazione Professionale per poter guidare il taxi. Ma, spesi circa 1000 euro, mi sono ritrovato in un mondo regolato in modo settario che non dà spazio di lavoro. Infatti, tutto il mondo dei taxi è regolato dalle cooperative sociali che hanno affiliati “preselezionati” senza però chiare regole d’affiliazione. Per poter svolgere questa attività, oltre a prendere la patente e iscriversi al ruolo, bisogna acquistare una licenza che, nella capitale d&#8217;Italia, ha un prezzo medio di 250 mila euro. Una cifra che ovviamente non posso permettermi. Teoricamente ci sarebbe un&#8217;altra strada, ma si è rivelata praticamente impercorribile: quella delle sostituzioni. In teoria, i tassisti che vogliono prendersi un periodo di astensione dal lavoro (andare in vacanza, malattia o altro) possono farsi sostituire da una persona in possesso di patente e abilitazione. Ma, nella totalità dei casi, chi possiede un taxi, invoglia qualche familiare a ottenere tali requisiti e tutto rimane nel proprio ambito. Ma c&#8217;è di più: la licenza è ereditabile, quindi quel parente (spesso prole o coniuge), una volta che il possessore della licenza smette l&#8217;attività, invece di riconsegnarla al Comune, la cede al parente prossimo. Inoltre, nei principali comuni italiani negli ultimi dieci anni non ci sono state variazioni sostanziali del numero dei taxi e anche se dovessero programmare dei bandi per l&#8217;aumento delle licenze, chi avrà il punteggio adeguato a ottenerle sarà chi avrà potuto usufruire delle sostituzioni, cioè quei parenti prossimi a chi ha già le licenze e così aumenterà il numero di licenze alla “famiglia tassista” e, di conseguenza, aumenterà di parecchio anche il loro patrimonio ottenuto dal ricavato della vendita di quelle nuove licenze (ottenute gratuitamente dal comune). Da lì la consapevolezza che non c’era spazio in quel mondo settario per chi, come me, non ha “santi in paradiso”. Ho tentato allora di convertire l&#8217;iscrizione al ruolo da taxi a NCC (Noleggio Con Conducente) e questo aveva dei costi, perché avrei dovuto rifare tutte le visite mediche per l&#8217;idoneità (che si aggirano intorno ai 100 euro, poco meno se, come me, ti giri da solo tutte le strutture pubbliche, come le ASL, per ogni visita richiesta). Quello è un mondo ancora più variegato: chi ha i soldi per potersi permettere una licenza NCC, che non deve essere obbligatoriamente del comune di residenza (o almeno teoricamente sì ma, con alcuni accorgimenti, praticamente no) e proprio per questo costa molto meno di quella per i taxi, fa una vita da sfruttatore. Mi spiego meglio. La licenza NCC non è legata a un solo veicolo: si possono avere diversi veicoli, basta esser vincolati a una rimessa privata e ogni veicolo, per ogni corsa effettuata, dovrà ricordarsi di aggiungere, su un foglietto, oltre ai chilometri effettivi percorsi, anche il chilometraggio standardizzato dalla propria posizione al luogo (andata e ritorno) dove legalmente è la rimessa (è solo un momentaneo calcolo matematico, nulla di reale). C&#8217;è chi utilizza l&#8217;NCC come un taxi clandestino (ma per fortuna non ho mai vissuto quell&#8217;esperienza) e chi ne fa un uso proprio. Prima di convertire la mia iscrizione al ruolo ho voluto fare una prova di affiancamento (ovviamente non retribuita). Il collega mi ha detto subito che il 60% della sua giornata lavorativa andava al proprietario della licenza e che i danni al veicolo venivano prelevati dal suo ricavo mensile (cioè dal 40% di tutto il lavoro svolto). La nostra giornata è iniziata alle 4:15 di mattina e si è conclusa alle 20:30, senza alcun corso di formazione, alcun buono pasto, alcun DPI. Le pause sono legate alle giornate lavorative. Il collega mi raccontava che ci sono giornate dove si effettuano 7-8 corse, e altre dove non ci si ferma un attimo. Tornato a casa, il proprietario pretendeva che iniziassi a lavorare anche prima di fare la conversione dell&#8217;iscrizione al ruolo e lì ho deciso di non iniziare quell&#8217;avventura. Pochi mesi dopo, attraverso un parente, vengo a conoscenza che una cooperativa, affiliata a Bartolini, cercava “natalini”: si trattava di autisti per camion fino 3.5 t per il periodo da settembre a gennaio dalle 6:15 alle 19:30 circa. Il lavoro veniva pagato per i giorni effettivi di lavoro e la mattina stessa sapevi se lavoravi oppure no. Iniziammo l&#8217;affiancamento (ovviamente gratuito) che durò 10 giorni. Durante quel periodo molte persone, giustamente non contente di lavorare senza esser pagati, se ne andarono. Decisi di restare. Passati i 10 giorni finalmente iniziammo. La mattina dovevamo essere in sede, nel magazzino, alle 6:15 per prelevare i pacchi che venivano trascinati alle nostre postazioni da un rullo trasportatore. Per cui eravamo in un magazzino senza alcun DPI, tantomeno corsi di formazione. Caricato il camion con circa 130 pacchi, ogni giorno dovevamo effettuare circa un centinaio di consegne. Al momento della paga ho scoperto che, superato un numero di mancate consegne (non ho mai capito quante) scalavano i soldi dalla busta paga. Una volta mi capitò una zona dove l&#8217;indirizzo delle consegne non aveva i numeri civici, ma il chilometraggio della via (via X al km Y) e ovviamente questo mi mise in seria difficoltà per le consegne: un mese dopo saltò fuori che quel giorno di lavoro non mi venne pagato. Presa la prima paga me ne andai. Scoraggiato e senza speranze, quasi per inerzia e convinto da un compagno del gruppo Bakunin di Roma, decisi di inviare il curriculum vitae al sito di Poste Italiane. Fu la svolta. Venni chiamato quasi subito (tant&#8217;è che all&#8217;inizio pensavo fosse uno scherzo telefonico), feci di lì a breve una prova col motorino e, dopo 5 mesi, venni assunto. Nel frattempo ebbi una piccola parentesi come receptionist in un camping ma, alla chiamata di Poste Italiane, mi licenziai subito (pretendono che tu sia sempre liber* e a loro disposizione, come mi dissero al telefono: “Poste Italiane non aspetta nessuno”). Nel frattempo, il Parlamento italiano aveva emanato il “decreto dignità” che prevedeva un contratto determinato con un periodo massimo di 12 mesi. Iniziai con 3 mesi e, dato che questo lavoro mi aveva dato entusiasmo, volontà e mi riusciva piuttosto bene, arrivai al massimo possibile, cioè un anno completo. Quando stava per terminare il contratto di lavoro, il direttore locale delle Poste, davanti a me, chiamò la sede centrale per chiedere se fosse possibile una proroga con motivazione o un&#8217;assunzione immediata come indeterminato, ma questo non fu possibile perché per essere assunti bisognava passare per una graduatoria nazionale che, a distanza di 3 anni, ancora mi vede fuori. Passati quasi 2 anni, e terminata la Naspi, mi misi alla ricerca di un nuovo lavoro. Venni dapprima contattato da una cooperativa legata a DHL che mi offriva le stesse condizioni lavorative di Bartolini, e poi, durante il primo giorno di affiancamento gratuito senza DPI, mentre ero sul camion, venni contattato da un&#8217;agenzia interinale legata ad Amazon. All&#8217;inizio ero scettico, ma la proposta di un corso di formazione on-line retribuito di 5 giorni e la possibilità di avere DPI gratuiti oltre che buoni pasto per ogni turno superiore alle 6 ore, mi convinsero a salutare DHL e a scegliere Amazon.</p>



<p><strong>2)</strong> <strong>Come vivi la tua condizione di lavoratore Amazon? È un lavoro tranquillo, stimolante o mortificante per le tue aspirazioni?</strong></p>



<p>È difficile rispondere a questa domanda. Durante il mio contratto trimestrale mi è capitata la famosa settimana del “prime day” dove mi è stato cambiato ruolo e orario di lavoro. Ecco, se da subito mi fosse capitato quel ruolo ricoperto in quella settimana me ne sarei andato subito. Lì il lavoro è insostenibile. In quella settimana mi avevano assegnato al reparto “outbound” con il ruolo di “rebin”. Praticamente ero assegnato a una postazione “tripla”: un lungo rullo trasportatore si snodava in diverse diramazioni, tra cui tre postazioni. Queste sono occupate da due lavoratori. Un lavoratore ha un colore (rosso o verde) che identifica la sua postazione e, in comune, si gestisce la terza. Chi non ha la postazione occupata da pacchi in arrivo, prende in gestione la postazione in comune. Il compito è semplice e meccanico: prelevare i pacchi, girarsi, e inserirli in una cella di una lunga griglia metallica dove si accende il proprio colore. Tutto questo in velocità e con un continuo e fastidioso rumore di sottofondo provocato dai rulli trasportatori sempre in movimento tanto da consigliare l&#8217;uso di tappi per attenuare il rumore ed evitare danni all&#8217;udito. Diminuire la velocità del proprio lavoro impone al collega di lavorare anche per supplire a tale scelta. Inoltre, se c&#8217;è il bisogno impellente di andare in bagno, bisogna girare una chiave laterale che fa scattare l&#8217;allarme generale. Questo allarme fa avvicinare un responsabile che ti sostituisce finchè non torni in postazione. Inutile dire che tutto questo fa passare la voglia di esercitare i propri diritti se non in casi davvero estremi.</p>



<p>Per “fortuna” il ruolo che mi hanno assegnato è stato diverso e si inserisce in quello che viene chiamato “stow” cioè stoccaggio. Ho una mia postazione isolata con un monitor fisso che fa da interfaccia e registra ogni movimento e la velocità di lavoro, circondata da due bancali ai lati dove si inseriscono le cassette color nero chiamate “tote” contenenti i pacchi da stoccare, una “porta” davanti affiancata da sensori che registrano i movimenti delle mani e da una scaletta scorrevole (formata da tre gradini): il compito è prelevare gli oggetti, sparare il codice attraverso un sensore laser e inserirli in armadietti di plastica alti circa 4 metri, chiamati “bin”, portati davanti alla “porta” da robot che somigliano a macchinine telecomandate. Per inserirli nei ripiani più alti si usa la scaletta, per quelli più bassi bisogna piegarsi attraverso uno “squot”. Fin dal primo giorno è girata la voce che, per poter esser assunti a tempo indeterminato, bisogna stoccare un numero di oggetti compreso tra i 30 e i 50 al minuto ma ufficialmente nulla di tutto questo viene dichiarato. Durante tutto il turno, di quasi 8 ore, viene diffusa musica (molto spesso commerciale, techno o house) che, inconsciamente, scandisce il ritmo di lavoro. Ogni lavoratore dista circa 5-6 metri dall&#8217;altro e, indossando obbligatoriamente la mascherina, per poter comunicare bisogna contrastare la musica. Questo comporta che si possono pronunciare, urlando, solo brevi frasi. Nel corridoio che circonda le postazioni “open-space” passano spesso team-manager, amnesty, lavoratori della ditta di pulizia, lavoratori addetti al controllo dell&#8217;uso della mascherina e tecnici vari. Inoltre, in modo random, arrivano “istructor” che, con un pc fissato a carrellini con le ruote (chiamati cow), si presentano, registrano il tuo nominativo, controllano il lavoro che svolgi e danno indicazioni su come lavorare meglio. Questo rende il lavoro iper-controllato, mette ansia, agitazione e hai la sensazione che prima o poi qualcuno verrà in postazione. Inoltre, attraverso piccoli corsi di qualche ora (spesso organizzati i primi giorni di lavoro), ci sono altri ruoli che possono assegnarti durante il turno di lavoro. Li chiamano “indiretti” e consistono in diverse mansioni fisiche, come il “water spider” che preleva i “tote” vuoti e li porta in corridoi chiusi collegati meccanicamente a chi preleverà i pacchi stoccati (chiamati “picker” e inseriti in gabbie di ferro senza possibilità di comunicare con nessuno per tutto il turno di lavoro), il kart-runner che, con il transpallet, preleva le pedane da stazioni prestabilite e li porta agli stow per poi registrarli alla postazione, le “staffette” che aiutano i kart-runner nella distribuzione omogenea delle pedane e, infine, gli “allower” che prelevano i tote con i pacchi dai rulli trasportatori e li collocano nelle pedane. Ogni sera, un&#8217;ora prima del turno, comunicano quale di questi ruoli ti verranno assegnati e anche questo crea sempre molta incertezza e tensione. Inoltre, essendo lavori molto semplici, capita spesso che, nello stesso turno, possano spostarti all&#8217;improvviso da una postazione a un&#8217;altra, cambiarti ruolo, cambiare l&#8217;orario della pausa (che è uguale per chiunque ricopra quel ruolo). Sembrano tutte piccole azioni insignificanti, ma a livello emotivo creano disorientamento e sconforto. Vorrei raccontare un piccolo aneddoto. Durante la semifinale di Euro 2020, per evitare che le persone non si presentassero a lavoro, trasmisero in filodiffusione la radiocronaca della partita di calcio Italia – Spagna. Di solito un evento calcistico appassiona una percentuale significativa di lavoratori. Quella partita fu vinta ai rigori dalla nazionale italiana. Solamente io (che non ero neanche tanto appassionato a quell&#8217;evento) e un ragazzo cileno ci abbracciammo e saltammo felici, tanto per rompere il grigiume di quel luogo. Tutti gli altri non fecero una piega, neanche alzarono le mani o si staccarono dai loro movimenti meccanici. Nessuno della leadership o della security osò dirci nulla nonostante avevamo palesemente violato quasi tutte le disposizioni obbligatorie. La mia impressione è che anche i responsabili si resero conto dell&#8217;inquietante situazione. E qui arriva un altro accorgimento legato all&#8217;emotività. Amazon si è resa conto del clima altamente depressivo di quell&#8217;ambiente (che ovviamente inficia le prestazioni lavorative) e ha cercato di rimediare inserendo durante il turno uno speaker motivatore, spesso donna, per invogliare a rendere di più creando una specie di fittizia competizione con gli altri reparti oppure organizzando karaoke tra leader trasmessi in filodiffusione. Ma la mia impressione è che tutto questo crei ulteriore depressione e malumore. Un malumore da sconfitta, non da rabbia.</p>



<p><strong>3)</strong> <strong>La retribuzione è adeguata alle ore e all’intensità del lavoro?</strong></p>



<p>Le retribuzioni sono diverse a seconda del contratto firmato e del turno che si va a ricoprire. La mia retribuzione massima, lavorando part-time 34 ore a settimana tutte le notti, è proporzionale allo stipendio, anche perché dopo il grande sciopero di Aprile 2021 molto è cambiato nel sistema interno di pressione sulle prestazioni lavorative. Ovviamente in questa cifra è compresa la maggiorazione notturna del 25% per le ore antecedenti alle 6 di mattina. Quando firmai il contratto c&#8217;era appena stato quel grande sciopero internazionale, una settimana prima, e di lì a poco, cioè due settimane da quando iniziai a lavorare, venne raggiunto un&nbsp; accordo sindacale nazionale sul lavoro notturno e sulla maggiorazione notturna (inizialmente prevista del 15%). Senza questo aumento, per un lavoro notturno, la retribuzione sarebbe stata nettamente sotto le retribuzioni medie. In questo modo invece entra nella media, considerando che vengono pagati puntualmente anche contributi, tredicesima, quattordicesima e straordinari (che oggigiorno non è scontato). C&#8217;è da dire che queste retribuzioni sono uguali per tutte le mansioni, sia per lavori poco prestanti come quelli di stow, sia per lavori logoranti come quello di indiretto. Quando assegnano un ruolo da indiretto, la retribuzione incomincia a essere un pochino sotto la mansione corrispondente. Per chi, “sfortunatamente”, si trova in altri settori, come all&#8217;inbound o all&#8217;outbound, quella retribuzione è nettamente inadeguata, e siamo allo sfruttamento puro: la mole di lavoro, la pressione dei responsabili sul lavoro e i ritmi frenetici corrispondenti, in quei casi sono significativi. Chi è sotto il ricatto di un possibile rinnovo lavora intensamente oltre gli standard richiesti, per cui la retribuzione diventa inadeguata in tutti i settori.</p>



<p><strong>4)</strong> <strong>La sicurezza sul lavoro e i relativi dispositivi sono garantiti?</strong></p>



<p>Questo è il motivo principale per cui ho scelto di lavorare ad Amazon. Prima di essere assunti, sia l&#8217;agenzia di somministrazione, sia Amazon sottopongono i lavoratori a diversi corsi sulla sicurezza e sulle mansioni da svolgere. I DPI sono gratuiti e sempre disponibili e ogni due settimane vengono effettuati tamponi antigenici gratuiti per chi vuole. Dal punto di vista della sicurezza, apparentemente e secondo le norme di legge, Amazon è all&#8217;avanguardia. Forse anche troppo. Questo perché i ritmi sono talmente serrati che il pericolo è sempre presente e possibile. Inoltre, la presenza costante, ogni tre o quattro metri di personale addetto al controllo delle misure di sicurezza e sanitarie, crea una pressione psicologica molto forte. Ti senti controllato ovunque, ci sono telecamere lungo tutte le postazioni di lavoro e in sala mensa. Ci sono addetti al controllo all&#8217;uso di DPI e del mantenimento del distanziamento sociale (sia dentro che fuori è di due metri) che utilizzano ogni scusa per intervenire, controllare postazioni, perquisire con metal detector. L&#8217;installazione di barriere in plexiglass lungo i banchi della mensa e la forzatura di utilizzare mascherine anche prima e dopo aver posato le labbra su una tazza di caffè, impediscono ogni possibile dialogo tra colleghi. Viene spesso usata la sicurezza per mantenere un isolamento forzato che induce i lavoratori a chiudersi in se stessi.</p>



<p><strong>5)</strong> <strong>I tempi di pausa sono sufficienti? Mensa, schermo, sigaretta, bagno.</strong></p>



<p>La pausa non è a scelta. Come nelle scuole c&#8217;è un orario collettivo per andare in pausa. Di solito, per turni di più di 6 ore, c&#8217;è una pausa di mezz&#8217;ora a metà turno ma, la maggior parte delle volte, le pause vengono scaglionate per blocchi di lavoratori. Quello è l&#8217;unico momento in cui è possibile sedersi e guardarsi con altre persone anche se, per colpa del plexiglass, non è praticamente possibile comunicare, a meno di voler sfidare i controllori della sicurezza, piazzati ogni tre metri e violare le disposizioni per la sicurezza e correre il serio rischio di un feedback negativo. Sempre solo nelle pause è possibile fumare, ma solamente all&#8217;esterno, vicino ai parcheggi, dove ci sono cabine singole chiuse dal plexiglass. Anche lì il distanziamento di due metri e la presenza di mascherine e plexiglass impediscono la comunicazione. Oltre quello non c&#8217;è nient&#8217;altro. Le pause bagno, teoricamente possibili, per molte attività sono rese impossibili. Chi si trova in outbound per poter andare in bagno deve far scattare un allarme generale che convoca i responsabili: ti sostituiscono temporaneamente con qualche collega o si mettono loro [al tuo posto]. Scontato dire che, chi ha delle impellenze immediate è messo in condizioni di estremo disagio. In altri ruoli, come quelli di indiretto nel reparto RSP o in inbound, andare in bagno significa bloccare tutta la catena di lavoro. Per cui, di fatto, quasi tutti ci rinunciano. Gli schermi e gli orologi vengono utilizzati dai dirigenti e dai responsabili per gestire tutto: le comunicazioni, le pause, i tempi di lavoro e i cambi ruolo. Sono uno strumento di controllo immediato e molto efficace, perché segnalano anche quali sono i tuoi ritmi di lavoro, quando e quanto ti sei fermato (dopo un quarto d&#8217;ora viene applicato un lucchetto che è possibile sbloccare solo con l&#8217;identificazione attraverso il badge) e la qualità del lavoro.</p>



<p><strong>6)</strong> <strong>Come consideri il rapporto tra lavoratore e robot?</strong></p>



<p>Da molti colleghi i robot sono visti come una minaccia futura. A parte i robot sotto i bin, che di fatto consentono il lavoro da stow, quelli più inquietanti sono quelli trasportatori. Hanno una striscia magnetica a terra che permette loro di spostarsi avanti e indietro portando carichi e carrelli, sia vuoti che pieni. Hanno dei sensori di movimento per segnalare il pericolo e fermarsi. Per fortuna si rompono spesso e sono molto lenti, ma l&#8217;impressione è che l&#8217;automazione presto possa renderli molto performanti. Ci sono, inoltre, nastri trasportatori collegati con sensori in tutto il magazzino, che collegano tutti i piani e addirittura una postazione dove s&#8217;incrociano nastri a più livelli. Lì dentro c&#8217;è un addetto all&#8217;antiaccumulo dei tote che lavora con tote che viaggiano a velocità sostenute. Ho avuto modo di parlarci e mi ha raccontato che, chiuso in una gabbia, da solo, con diversi rulli e diverse casse di plastica che sfrecciano da ogni parte, oltre alla claustrofobia, creano un senso di disorientamento e non danno punti di riferimento. Per noi di stow e per i picker (chi preleva i pacchi dai bin), i robot sono come colleghi, anzi sono fondamentali per rendere il lavoro meno pesante. C&#8217;è però la consapevolezza che presto potrebbero prendere tranquillamente i nostri ruoli.</p>



<p><strong>7)</strong> <strong>Il tuo rapporto lavorativo ha prevalentemente un’interfaccia digitale oppure hai una relazione costante con i superiori/responsabili?</strong></p>



<p>Il manager che mi è stato assegnato per qualsiasi cosa o i miei responsabili non li ho mai conosciuti. Per ora ho avuto a che fare con dirigenti solamente per rispondere della qualità del lavoro e dei ritmi lavorativi, per cui preferisco non averci a che fare. Diversi instructor spesso vengono a ricordarci le norme sulla sicurezza e a darci informazioni sui tipi di prodotti dal lavorare, ma ogni volta che si avvicinano dobbiamo poi compilare un test e raggiungere un punteggio che garantisce che abbiamo ascoltato e appreso. Se non si supera il test non avviene nulla nell&#8217;immediato, ma il non superamento viene inviato ai manager attraverso un tablet. La maggior parte del lavoro di stow si fa isolati, con la musica che detta i ritmi e un monitor che ti dice che tipo di prodotto è, dove va inserito e se c&#8217;è qualche problema. Se non hai voglia di urlare (per superare i decibel della musica e/o del rumore dei nastri trasportatori, a seconda delle postazioni) per parlare con i colleghi che si trovano a più di 5 metri da te e che devono, anche loro, lavorare in velocità, il monitor è l&#8217;unico “compagno di lavoro” che hai. Teoricamente non è un lavoro da videoterminalista, però, di fatto, c&#8217;è una relazione lavorativa costante con il proprio monitor.</p>



<p><strong>8)</strong> <strong>Cosa cambieresti del lavoro che svolgi?</strong></p>



<p>È&#8217; un lavoro che non dovrebbe esistere. È così alienante che ti toglie l&#8217;allegria e la voglia di avere rapporti umani con i colleghi. Ho visto persone poco più che robot, che non parlavano, non ascoltavano, non avevano alcuna reazione. Erano come in trance, svolgevano meccanicamente il loro compito senza staccare mai gli occhi dal loro ruolo, senza parlare con nessuno per otto ore, apparentemente senza emozioni, senza entusiasmo, senza alcuna reazione. Altri colleghi li ho visti lavorare con l&#8217;ansia da prestazione, impauriti per non aver raggiunto i ritmi richiesti utili a un eventuale rinnovo o a un&#8217;assunzione a indeterminato. Ma, a questo punto, meglio l&#8217;ansia che l&#8217;atarassia totale. Con qualcuno mi sono messo paura, altri ho cercato di tranquillizzarli, ma vivere là dentro fa capire tantissimo sullo sfruttamento psicofisico e sulla rassegnazione.</p>



<p><strong>9)</strong> <strong>Cosa manterresti del lavoro che svolgi?</strong></p>



<p>La garanzia del lavoro. Al di la di tutto, Amazon continua ad assumere anche in tempo di crisi e questo dà l&#8217;opportunità a molte persone, anche in seria difficoltà lavorativa, di potersi garantire uno stipendio sicuro e una dignità lavorativa. Nonostante tutto è una ciambella di salvataggio per molte persone disperate che, anche in età considerata a rischio (per ricominciare da zero), cercano una garanzia sotto il punto di vista della retribuzione, della sicurezza sul lavoro ed evitare di esser completamente tagliati fuori dal mondo del lavoro. Nonostante tutti i limiti e tutti i problemi che si possono riscontrare, lì è garantito qualcosa che dovrebbe esser considerato “normale” (come l&#8217;accesso gratuito ai DPI, i corsi di formazione, la retribuzione lavorativa, gli straordinari pagati, ecc.) che, invece, nella quasi totalità delle aziende di logistica, non lo è. Questo permette ad Amazon di poter rivendicare come “condizione straordinaria lavorativa” qualcosa che in fin dei conti non dovrebbe esserlo.</p>



<p><strong>10)</strong> <strong>Hai un contratto a tempo determinato, atipico o indeterminato?</strong></p>



<p>In Amazon di Fara Sabina si possono incontrare, in un cambio turno, sei persone che hanno sei diversi contratti lavorativi e solo uno di questi lavora per conto di Amazon. Infatti l&#8217;accesso immediato avviene attraverso un&#8217;agenzia del lavoro, che può essere l&#8217;Adecco o Gi-Group. Queste due agenzie propongono cinque modalità di contratto: il full-time, che viene rinnovato di mese in mese fino a un massimo di 11 mesi, che prevede 5 giorni lavorativi 8 ore al giorno su turni settimanali in rotazione (mattina, pomeriggio o notte). Sempre su turni settimanali c&#8217;è il MOG (monte orario garantito) che garantisce 2 giorni pagati a settimana e gli altri attraverso espansioni. Ovviamente accettare le espansioni è “caldamente consigliato” in vista delle proroghe mensili. Questo vuol dire che sarai a disposizione dell&#8217;azienda, che aleatoriamente proporrà settimane intense di lavoro e settimane quasi nulle. Altri contratti hanno 3 mesi di durata, il primo, e poi durata variabile (ho parlato con colleghi che hanno avuto proroghe di una settimana e, successivamente, di 5 mesi); questi contratti prevedono turni di solo pomeriggio (4 giorni a settimana per 8 ore), il turno night (che prevede 35 ore settimanali dalle 23:30 alle 7:00 o dalle 22:30 alle 6:00) e il turno speed-weekend (che prevede di lavorare solo nella notte dei week-end). I contratti indeterminati sono riservati ai “fortunati vincitori selezionati da Amazon”. È una sorta di miraggio di chi lavora per quegli 11 mesi: vengono assunti direttamente da Amazon e hanno un segno distintivo (un budge di colore blu, mentre i determinati lo hanno di colore verde). I turni di lavoro e le modalità sono identiche a quelle appena descritte, solo che il contratto non ha scadenza. A me è capitato il contratto turno night, quindi lavoro dal lunedi sera al sabato mattina.</p>



<p><strong>11) Conosci il rapporto lavorativo dei tuoi colleghi?</strong></p>



<p>Sì, ho chiesto in giro che tipo di rinnovi propongono e le modalità per accedervi. Praticamente la prima proroga, spesso di un mese, è quasi automatica. Non ci sono grosse performance da stabilire per potervi accedere e di solito viene proposta a tutti sapendo che molti non accetteranno di continuare. La seconda proroga, di una settimana, è davvero paradossale, ancora non capisco perchè viene proposta, ma penso che serva a testare la flessibilità psicofisica di chi la accetta. Flessibilità che viene ulteriormente testata da una “sospensione” temporanea. Finita quella settimana non si fa più vivo nessuno per qualche mese, di solito due o tre. All&#8217;improvviso inizia a squillare il telefono e le due agenzie chiedono se si è ancora disponibili per un ultimo ulteriore rinnovo, questa volta di una durata variabile a seconda di quanto in là si possano spingere per una copertura lavorativa senza doverti assumere. Finito quel periodo per il 90% ci sono i saluti senza ringraziamento. Solamente chi ha fatto altissime prestazioni a ritmi folli ha il privilegio di esser chiamato direttamente da Amazon per un contratto indeterminato.</p>



<p><strong>12)</strong> <strong>Hai la possibilità di incontrarti e discutere con i tuoi colleghi?</strong></p>



<p>Come ho già raccontato, gli incontri sono possibili ma “caldamente sconsigliati”. Parlare è possibile solamente urlando in postazione per sovrastare i rumori e la musica ad alto volume o in sala mensa, disattendendo tutte le disposizioni, dalla mascherina, alla distanza obbligatoria di due metri, ai pannelli in plexiglass che rendono impossibile la ricezione di onde sonore da una persona all&#8217;altra. Spesso per parlare fugacemente (per nascondersi dalla security appostata ogni tre metri) è indispensabile saper leggere il labiale o non aver timore dei feedback negativi. Questi ultimi sono una sorta di “nota sul registro” come a scuola, che verranno registrati e trasmessi direttamente ad Amazon e all&#8217;agenzia. Anche fuori, nel parcheggio, di proprietà di Amazon, è obbligatoria la mascherina (anche se lo Stato italiano ha dato disposizione della non obbligatorietà della mascherina all&#8217;aperto) e la distanza di due metri e questo, teoricamente, disincentiverebbe il parlarsi. Ma, come detto, l&#8217;umanità e la voglia di contatto e di discutere porta molto spesso a violare le regole interne.</p>



<p><strong>13)</strong> <strong>Esiste un sindacato interno?</strong></p>



<p>Esiste ma per il 90% dei lavoratori è assolutamente inutile. Questi lavoratori, come me, sono a tempo determinato e nessun sindacato può imporre all&#8217;agenzia del lavoro un rinnovo o una proroga a un lavoratore. Quindi, nonostante abbiano eroicamente e faticosamente lottato per poter entrare in Amazon di Fara Sabina e nonostante esista uno sportello anche per i determinati, esso rappresenta un&#8217;entità astratta. Attraverso il corso sul sindacato sappiamo che la CGIL è presente e ci ha dato le informazioni utili sui contratti nazionali di categoria e altre informazioni sui nostri diritti, ma per noi è semplicemente quell&#8217;entità astratta che è riuscita a farci guadagnare di più nel turno notturno aumentando la percentuale dello straordinario dal 15% al 25%. Non conosco gli incontri che fanno, né saprei dove cercarli. Non ci sono volantini o sportelli del sindacato all&#8217;interno dello stabilimento (o almeno io non ne ho visti). Ma anche se fosse non avrebbe senso, per me, parteciparvi. Anche perché, a meno di situazioni gravissime (per cui neanche il sindacato potrebbe intervenire), per la maggior parte dei fatti che avvengono lì dentro tutto viene rinviato alla fine della scadenza contrattuale e alla non-proroga. Quest&#8217;arma della proroga per Amazon, come per qualsiasi altra azienda in Italia, è potentissima e nessun sindacato può contrastarla.</p>



<p><strong>14)</strong> <strong>Se sì, è utile per manifestare le problematiche alla dirigenza e risolvere le problematiche lavorative?</strong></p>



<p>Amazon ogni giorno fa test di valutazioni e propone in ogni modo e con ogni strumento (dalle bacheche delle idee alle proposte specifiche) metodi di interfaccia lavorativa. Non so bene se è uno strumento studiato dopo la grande manifestazione di Aprile 2021 oppure già da prima era così “sensibile”. Sta di fatto che, se ci sono problematiche logistiche che non danneggiano la produttività interna, è la stessa Amazon a correggere il tiro e a risolverla il prima possibile. Se invece sono problematiche riguardo ai turni, la durata del lavoro, la retribuzione, le pressioni psicologiche, ecc. non c&#8217;è la capacità politica e la conoscenza del mondo dei diritti sul lavoro sufficienti per poter permettere a un sindacato ufficialmente riconosciuto di poter intervenire con forza. La maggior parte dei lavoratori sono giovani dai 20 ai 30 anni che spesso sono convinti che quello sia il migliore dei mondi possibili e che la produttività sia l&#8217;unica cosa che conta. Per cui, purtroppo, un lavoro sindacale utile dovrebbe partire proprio dalle basi e questo, attualmente, in Amazon non avviene.</p>



<p><strong>15) Esistono altre forme di relazione tra lavoratori?</strong></p>



<p>Non ufficialmente. Io ho cercato di creare un gruppo di lavoratori all&#8217;interno dell&#8217;azienda, addirittura ho litigato pesantemente con due colleghi perché giustificavano la violazione della privacy che avevo subito un giorno da un dirigente. Erano convinti che, essendo un&#8217;azienda privata, non dovessero rispondere alle leggi dello Stato italiano. Quando ho visto che proprio culturalmente non ci arrivavano, con calma ho cercato, poi, di spiegare che anche le aziende private hanno l&#8217;obbligo di rispettare le leggi nazionali. Dopo aver spiegato i passaggi base del vivere sociale ho visto che volevano frequentarmi sempre più fino a uscire tutti insieme nei giorni in cui non si lavora. Questo aneddoto è per far capire come il capitalismo si è imposto psicologicamente sulle generazioni del nuovo millennio. Si crede davvero che le aziende possono tutto e sono quasi onnipotenti. E se giustificano tale atteggiamento alla “ribellione” di un collega, figuriamoci se sono loro stessi a subirla! Quindi, creare queste forme di relazione, anche se le condizioni lo impediscono in tutti modi, è possibile ed è indispensabile, ma purtroppo attualmente non esistono per incapacità politiche di questi ragazzi.</p>



<p><strong>16)</strong> <strong>Rispetto ad altri lavori fatti, il lavoro in Amazon lo ritieni migliore o peggiore?</strong></p>



<p>Per tutto quello che ho detto fino ad ora lo reputo peggiore dal punto di vista psicologico e migliore dal punto di vista delle garanzie lavorative.</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/">IL LAVORO AI TEMPI DEI BIG TECH. INTERVISTA A UN LAVORATORE AMAZON</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.malanova.info/2021/07/23/il-lavoro-ai-tempi-dei-big-tech-intervista-a-un-lavoratore-amazon/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>SMART WORKING, RESILIENZA E FLESSIBILITÀ. I NUOVI PARADIGMI DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2021/05/13/smart-working-resilienza-e-flessibilita-i-nuovi-paradigmi-dellaccumulazione-capitalistica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 May 2021 09:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.malanova.info/?p=9040</guid>

					<description><![CDATA[<p>Proseguiamo la nostra esplorazione all’interno del mondo del lavoro spostando il focus sul cosiddetto smart working e sull’evoluzione che ha subito nei 14 mesi successivi al primo lockdown. Un intervallo sufficientemente adeguato, dunque, per trarre alcune prime considerazioni. C’è un numero che più di tutti cristallizza la trasformazione dell’organizzazione del lavoro avvenuta in questi mesi e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/13/smart-working-resilienza-e-flessibilita-i-nuovi-paradigmi-dellaccumulazione-capitalistica/">SMART WORKING, RESILIENZA E FLESSIBILITÀ. I NUOVI PARADIGMI DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Proseguiamo la nostra esplorazione all’interno del mondo del lavoro spostando il focus sul cosiddetto smart working e sull’evoluzione che ha subito nei 14 mesi successivi al primo lockdown. Un intervallo sufficientemente adeguato, dunque, per trarre alcune prime considerazioni.</p>



<p>C’è un numero che più di tutti cristallizza la trasformazione dell’organizzazione del lavoro avvenuta in questi mesi e come questa si stia articolando nel settore produttivo: al 1° marzo del 2020 (data antecedente al primo lockdown) i lavoratori in smart working erano poco meno di 600 mila, nei dieci giorni successivi sono diventati quasi 8 milioni attestandosi oggi sui 7,2 milioni.</p>



<p>La spinta all’utilizzo dello smart working è più forte nelle aziende più grandi: 31% è la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti. Le multinazionali e il settore del pubblico impiego hanno infine le percentuali più importanti, rispettivamente 53% e 44% sul totale degli occupati. Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono ovviamente il settore informatico e quello delle telecomunicazioni dove la quota arriva addirittura al 56%, mentre nel retail e nel manifatturiero le percentuali sono minori.</p>



<p>L’emergenza è stata l’occasione per estendere il lavoro da remoto anche a figure professionali come gli operatori di call center che nel 33% delle grandi imprese hanno lavorato da remoto per la prima volta o gli operatori di sportello che il 21% delle organizzazioni ha fatto lavorare da remoto riconvertendo digitalmente una parte delle attività, compreso il canale di comunicazione con i propri clienti. Il 17% delle imprese ha applicato il lavoro da remoto anche a operai e manutentori specializzati digitalizzando l’accesso a macchinari anche da remoto e limitando l’accesso a laboratori e impianti al minimo indispensabile di operatori.&nbsp;</p>



<p>Numeri importanti se rapportati alla totalità della forza-lavoro nel nostro Paese; non a caso, infatti, questo repentino cambiamento ha giocato un ruolo centrale nelle recenti contrattazioni sindacali che hanno visto la stipula di 326 intese tra aziende e sindacati, tra marzo e dicembre 2020 (nel dettaglio 215 contratti e 111 protocolli).</p>



<p>In piena pandemia, queste contrattazioni di secondo livello hanno posto maggiore attenzione sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro “tradizionali” e sulle nuove prerogative assunte dai rappresentanti della sicurezza: distanziamenti individuali, inagibilità di luoghi destinati alla socializzazione, previsione di ingressi e uscite differenti. Tutto questo ha ridisegnato lo spazio del lavoro inteso non soltanto come postazione produttiva all’interno della catena di valorizzazione del capitale, ma anche come rimodulazione degli spazi in comune solitamente destinati alla socializzazione (mense, sale sindacali, distributori di bevande, ecc.). Il lavoro agile, seppur oggetto di recenti contrattazioni sindacali, rimane ancora una grande nebulosa sul piano normativo e questo rimane a vantaggio del capitale.</p>



<p>L’utilizzo dello smart working però non è stato semplicemente uno strumento atto a contenere la diffusione pandemica, ma si è dimostrato, sin da subito, un dispositivo per un ulteriore processo di ristrutturazione capitalistica. In una recente intervista pubblicata su “il Sole 24 ore”[1] il direttore dell’<em>Osservatorio </em><em>smart working</em> del Politecnico di Milano, Mariano Corso, ha affermato che i «benefici sono rilevanti non solo in termini di equilibrio e soddisfazione individuale ma anche di performance delle persone e dell’organizzazione nel suo complesso», tant’è che – secondo un’indagine condotta dall’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP) – quasi il 70% delle aziende ha deciso che prolungherà le attività di smart working oltre lo stato di emergenza pandemica.&nbsp;</p>



<p>I dati raccolti dall’Osservatorio del Politecnico di Milano – indagine iniziata ancor prima dell’emergenza sanitaria – evidenziano alcuni vantaggi padronali: un aumento della produttività del 15% e una riduzione del tasso di assenteismo fino al 70%. Interessante inoltre evidenziare alcuni dati raccolti dall’Osservatorio attraverso i responsabili degli <em>smart workers</em> e i manager: più della metà degli intervistati ha dato un giudizio positivo o molto positivo su tutti gli aspetti che sono stati loro sottoposti. Gli aspetti indagati, è inutile evidenziarlo, sono quelli di parte padronale: responsabilizzare i lavoratori rispetto al raggiungimento dei risultati, all’efficacia del coordinamento, alla produttività, alla gestione delle urgenze e all’autonomia nello svolgimento delle attività lavorative.</p>



<p>Lo smart working non è soltanto sinonimo di benefici legati a produttività e organizzazione del lavoro. A questi bisogna addizionare anche i benefici direttamente riconducibili ai costi vivi di gestione degli spazi fisici in termini di affitto, utenze e manutenzioni: i risparmi misurati sono stati del 30% dei costi totali. Secondo le elaborazioni di Variazioni[2], società di consulenza sullo smart working,&nbsp; si può ipotizzare un risparmio annuo tra 4 e 6 mila euro a dipendente, rispettivamente per 6 e 9 giorni di smart working al mese.</p>



<p>Questo il dato di parte-capitale. Proviamo ora a capire quale è stata la percezione degli smart workers rispetto alle proprie condizioni lavorative e sociali.</p>



<p>Sempre la stessa società ha condotto, a partire dal mese di aprile 2020, una ricerca volta a indagare come le lavoratrici e i lavoratori di aziende del settore privato abbiano vissuto l’esperienza di smart working e come immaginino il futuro dello stesso. I dati, seppur chiaramente di parte padronale, raccolti su un campione di 15 mila lavoratori dipendenti del settore privato, indicano alcuni elementi su cui riflettere. Li riportiamo così come contenuti nello studio:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>Il 90% degli intervistati adotterebbe lo smart working per non dover raggiungere il luogo di lavoro quando non necessario.</em></li><li><em>Quasi 9 workers su 10 vorrebbero continuare a lavorare in smart working, mentre circa 8 manager su 10 ne consigliano l’adozione.</em></li><li><em>Le persone hanno vissuto bene lo smart working in emergenza e si sono adattate al cambiamento con consapevolezza: più dell’80% ha affrontato bene, seppure con qualche difficoltà, la situazione di lockdown.</em></li><li><em>Le persone sono riuscite ad organizzarsi raggiungendo nuovi equilibri: a dichiarare che la propria vita privata non ha subito cambiamenti se non in positivo sono il 74% degli intervistati.</em></li><li><em>Le relazioni improntate sulla fiducia sono state matrice di responsabilità tra gli smart workers che hanno raggiunto gli obiettivi prefissati nel 70% dei casi.</em></li><li><em>Il 60% degli intervistati ha dichiarato che la qualità della propria prestazione non ha subito variazioni mentre il 26% ha constatato un miglioramento.</em></li></ul>



<p>Non poteva infine mancare un tocco green:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>Il lavoro agile si conferma fonte di risparmio e migliora la qualità dell’ambiente. Otto giorni di smart working al mese riducono di 4.380.000 km le percorrenze, equivalenti a 30.000 alberi in più e 475.500kg CO2 emessi in meno.</em></li></ul>



<p>I dati finora analizzati tendono a enfatizzare le potenzialità dello smart working tentando di distribuirne equamente i vantaggi tra capitale e lavoro. Ma lavorare da casa ha anche dei costi extra legati ad esempio alle utenze domestiche. È emerso, infatti, che nei primi 5 mesi successivi al lockdown (marzo-luglio 2020) i consumi di energia elettrica sono aumentati di circa il 10% rispetto all&#8217;anno precedente (marzo-luglio 2019). Proprio Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, ha recentemente segnalato un aumento del 15,6% per l’elettricità e dell’11,4% per il gas. A questi vanno aggiunti inoltre i costi per il pasto a casa, l’acquisto di pc o tablet per svolgere da remoto il proprio lavoro e quelli eventuali per avere connessioni internet veloci che, salvo rare eccezioni, le aziende tendono a non rimborsare.</p>



<p>Secondo l’Osservatorio The World after Lockdown di Nomisma, la quota di chi oggi lavora in smart working cresce tra i millennials[3] (da 24% a 27%) e tra le lavoratrici (27% contro il 22% degli uomini). Per alcuni, lo smart working ha comportato un incremento delle ore lavorate del 28% con difficoltà nel separare l’aspetto lavorativo dalla vita personale (il 21% non riesce a mantenere un corretto <em>work-life balance</em>, in altri termini a staccare la mente dal lavoro fuori dall’orario di lavoro previsto). Il 22% degli smart workers ha percepito un senso di solitudine e di isolamento dovuto al continuo e ripetuto allontanamento dal luogo collettivo del lavoro. Alcune lavoratrici inoltre hanno fatto emergere le difficoltà delle donne/mamme a continuare a farsi carico delle “incombenze domestiche” in un contesto dove è difficile individuare dove finisce il lavoro produttivo e inizia quello della riproduzione sociale. Infine, per una parte importante di lavoratori (il 40%) è sensibilmente aumentata la percezione del carico di lavoro.</p>



<p>La <em>percezione di sé</em>, come forza-lavoro all’interno del dispositivo dello smart working, è ancora molto debole. Ci sembra oltremodo opportuno indagare meglio alcuni aspetti emersi in questa prima analisi: il senso di solitudine e di isolamento percepito dagli smart workers appaiono nella loro ambivalenza: da un lato, la necessità di appagare l’etica del lavoro attraverso la presenza fisica in ufficio e, dall’altro, il potenziale di soggettivazione che ancora può uscir fuori anche attraverso la presenza sul tradizionale luogo di lavoro, inteso come punto di coagulo contro l’atomizzazione della forza-lavoro. Questa seconda strada apre una possibilità tutta da indagare, quella di rifiutare il lavoro agile come dispositivo che riduce il tessuto connettivo di classe, coscienti però che molti lavoratori apprezzano lo smart working proprio per non rimanere in contatto con il collega antipatico o il capo scontroso. Una falsa indipendenza ed autonomia lavorativa potrebbe falsare il giudizio che i lavoratori danno dello strumento.</p>



<p>La percezione e la modifica del tempo lavorato sono gli altri elementi da indagare. Dietro ai nuovi concetti post pandemici di autonomia e autorganizzazione del lavoratore si nasconde un aspetto estremamente insidioso: quello di voler mettere in subordine l’orario di lavoro agli obiettivi da raggiungere imboccando esplicitamente la direzione della indeterminatezza del tempo di lavoro.</p>



<p>La <em>digital transformation</em> diventa l’ennesima occasione per trasformare l’organizzazione del lavoro attraverso una nuova costruzione del concetto di spazio e tempo della produzione. Salari e stipendi saranno il frutto della capacità adattativa del lavoratore al quale sono richieste resilienza e flessibilità, divenute i nuovi paradigmi dell’accumulazione capitalistica. È fondamentale, dunque, andare oltre la sfera prettamente economicista legata, ad esempio, ai costi extra che stanno sostenendo i lavoratori o alle questioni legate alle sicurezza, seppur entrambi fattori importanti. Ci sembrano infatti non sufficientemente indagati gli aspetti legati alla <em>percezione di sé, </em>come soggettività individuale e collettiva, soltanto accennata nei dati sugli smart workers. Mancano a oggi delle inchieste autonome che provino a focalizzare con più attenzione gli effetti di questo “dispositivo” sulla vita di milioni di lavoratori la cui maggioranza, abbiamo visto, svolge un lavoro di tipo cognitivo e della cui composizione sappiamo ben poco.</p>



<p><strong><em>La redazione di Malanova</em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Note</p>



<p>[1] F. Barbieri, <em>Smart working, quanto risparmiano davvero aziende e lavoratori?</em>, “Il Sole 24 ore”, 1° ottobre 2020.</p>



<p>[2] Variazioni Srl, <em>Smart working per necessità o per scelta? Dalla costrizione, una nuova libertà</em>, report ed. 2020.</p>



<p>[3] Sono i nati fra gli anni ottanta e la metà degli anni novanta, dunque la “generazione del millennio” caratterizzata da una maggiore familiarità con ambienti e tecnologie digitali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2021/05/13/smart-working-resilienza-e-flessibilita-i-nuovi-paradigmi-dellaccumulazione-capitalistica/">SMART WORKING, RESILIENZA E FLESSIBILITÀ. I NUOVI PARADIGMI DELL’ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
