IL LAVORO DELLE DONNE TRA PRODUZIONE E RIPRODUZIONE CAPITALISTICA

Il contributo che segue è tratto da La fabbrica diffusa (n.2, settembre 1977, pagg. 96-101) pubblicato originariamente con il titolo Servizi, spesa pubblica, lotta delle donne a Padova. La riproposizione di questo testo, la cui interpretazione necessita ovviamente di un collocamento temporale ben definito che è quello della seconda metà degli anni Settanta, ci sembra particolarmente interessante perché, attraverso un punto di vista di parte, prova ad analizzare lo stato delle cose presenti non in una mera ottica emancipatoria, dentro un quadro di compatibilità, ma per fuoriuscirne attraverso pratiche di liberazione e a partire dalla necessità di fornire risposte concrete alle condizioni materiali delle donne.

Il discorso delle donne padovane non mira al semplice inserimento di figure femminili dentro un quadro consolidato di potere maschile, nessuna rivendicazione di “parità di genere”, ma mette a nudo – fuori e dentro la fabbrica – i rapporti di sfruttamento e dunque di produzione e riproduzione capitalistica all’interno della riproduzione sociale della forza lavoro. Le donne, attraverso le loro pratiche antagoniste, si sono presentate sulla scena del conflitto come soggetto politico autonomo, superando la fase, fino a quel momento dominante (e che oggi sembra ritornata a esserlo), della richiesta emancipatoria di inclusione, individuando come avversari di classe anche il sindacato, il PCI e lo Stato, artefici della politica di cogestione per il «superamento della crisi» e sostenitori della politica dei sacrifici e della tregua sociale, necessari per far riportare l’Italia ai livelli produttivi pre-crisi. Contro questo quadro di complicità, le donne hanno portato il loro autonomo contributo dando indicazioni reali di pratiche per non pagare i costi della crisi ed esprimere reale contropotere, individuando nella riappropriazione dei servizi la possibilità di recuperare immediatamente reddito e avere la possibilità di ridurre il lavoro domestico mediante la socializzazione di alcune funzioni svolte da sempre gratuitamente. 

*  *  *  *  *

Coscienti di volerci appropriare fino in fondo di tutti quegli strumenti che ci permettano di lottare contro la totalità del nostro sfruttamento, non possiamo non riportare ad un livello di analisi generale la situazione di «precarietà sociale» da un lato e di «superlavoro» dall’altro, che costituiscono sempre di più la nostra realtà quotidiana. 

Riteniamo che non esista una generica accezione «donna» avulsa da una analisi specifica della sua collocazione sociale – e ora in particolare nella crisi – poiché per poter organizzare le lotte è necessario vedere man mano quale ruolo la donna ricopre nelle varie fasi produttive, per poter poi andare ad intaccare questo ruolo. Perciò le lotte delle donne sui servizi a Padova hanno individuato alcuni punti chiave della ristrutturazione capitalistica che vede nel taglio della spesa pubblica uno dei momenti centrali.

Il lavoro domestico svolto dalle donne è altamente produttivo in quanto esse si configurano come produttrici senza salario di quei servizi sociali atti alla riproduzione di forza-lavoro. Riteniamo da una analisi della spesa pubblica, peraltro sommaria e che va senza dubbio approfondita, che una lotta per i servizi (mense, scuole, trasporti, case, asili, scuole materne, ecc.) non rientri in uno schema di riforma capitalistica, che tende cioè ad una razionalizzazione di quello che è il nostro sfruttamento. I servizi, è vero, ce li hanno sempre dati quando si trattava di farci produrre di più: in Francia ad esempio hanno legalizzato l’aborto quando c’era bisogno di manodopera femminile in fabbrica: il controllo demografico e l’erogazione di servizi per l’infanzia, anche nei paesi socialisti, è stato più o meno rigido in dipendenza dai bisogni della produzione. Ma ora, nella crisi, rifiuto del lavoro domestico e lotte per i servizi possono ricomporsi nel senso di incidere direttamente sui meccanismi di riproduzione capitalistica, colpendo uno dei nodi centrali attraverso cui sulla pelle delle donne si tenta di far passare la ristrutturazione. La crisi si configura come tentativo padronale di recuperare margini di profitto attraverso una generalizzazione della fabbrica a livello sociale, attraverso lo scorporo, frammentazione della fabbrica tradizionale, lavoro a domicilio (svolto non a caso per la maggior parte dalla donna) precariato (contratti a termine), taglio della spesa pubblica e quindi di servizi, allungamento della giornata lavorativa e dei ritmi, surplus di lavoro domestico. Attraverso tutto ciò si cerca di sconfiggere la rigidità e la forza che le lotte degli operai e delle donne, di tutti i proletari hanno mostrato in questi ultimi anni. Non è un caso quindi che le lotte espresse da tutte queste componenti abbiano individuato il terreno del sociale come terreno da privilegiare rispetto all’attacco capitalistico (autoriduzione, occupazione di case, lotta al caro vita, prezzi politici, ecc.).

La richiesta sociale di reddito, che si è qualificata come riappropriazione di quote di plusvalore rapinato dai padroni e dallo Stato, si è espressa nei confronti della qualificazione della spesa pubblica percorrendo le linee dei rapporti di forza determinati. Non a caso gli strati di classe vincenti sono stati i più politicamente organizzati e lo spazio di «reddito garantito» ha funzionato maggiormente nei settori più direttamente legati al processo di fabbricazione in senso stretto (vedi pensioni, cassa integrazione, assistenza, ecc.) mentre ha meno funzionato nei confronti degli strati di classe più deboli, le donne per esempio. Ed è in questo senso che l’organizzazione delle donne nei confronti delle lotte per i servizi si qualifica come assunzione data del livello delle lotte esistenti per recuperare e riappropriarsi delle quote di ricchezza prodotte e non distribuite, di quelle quote di ricchezza sociale che le donne stesse hanno da sempre garantito con la loro produzione gratuita di servizi.

Per quanto riguarda il taglio della spesa pubblica sottolineiamo come non sia un caso che in Italia il disavanzo raggiunga i 25.000 miliardi. In risposta alle lotte sul salario, alla richiesta di reddito espressa nell’arco di questi ultimi anni, la contrapposizione diretta capitale-lavoro è andata definendosi nel ruolo di mediazione, sempre maggiore che lo Stato si è assunto, fino ad intervenire direttamente dentro il processo produttivo. Pensiamo alla svalutazione della moneta, manovrata dalle multinazionali, intervento dello Stato per la ricostruzione dei margini di profitto, uno dei modi «artificiali» con cui i padroni rosicchiano una quota del prodotto sociale, pensiamo alla fiscalizzazione degli oneri sociali con cui i padroni sganciano sullo Stato tutte le spese di riproduzione di forza lavoro, il che significa che scala mobile, mutue, assistenza sanitaria dobbiamo pagarcele tutte noi; pensiamo al ruolo dello Stato dentro alle ultime contrattazioni sul costo del lavoro. Sottolineiamo a questo proposito come si tenti di «contenere» lo scarto tra spesa pubblica, disponibilità finanziarie che la coprono attraverso le sovvenzioni esterne del Fondo Monetario Internazionale, politicamente orientate alla pura riproduzione dei rapporti di produzione interni (una delle condizioni poste dal F.M.I. è appunto l’abbassamento del costo del lavoro). 

Ciò che leggiamo qui e che ci interessa particolarmente in quanto donne, è il tentativo di rilanciare il ciclo produttivo attraverso un abbassamento dei costi di riproduzione capitalistica: razionalizzare cioè i servizi esistenti, il che significa renderli produttivi al massimo, alzare le rette degli asili, pagarsi i medicinali, notevole aumento con l’equo canone degli affitti, sganciamento di luce e giornali dalla scala mobile (possibilità cioè di aumenti indiscriminati) aumento dei trasporti e contemporaneamente a tutto ciò tagliare la spesa pubblica di parte corrente, quella che incide maggiormente sul disavanzo, cioè di quella parte connessa ai redditi, ai salari, ai servizi. 

Questo discorso rischia di diventare astruso o quanto meno estraneo a noi donne, se non tendesse ad individuare un terreno specifico di lotta delle donne dentro un progetto complessivo di intervento contro questa gran massa di sfruttamento che ci viene rovesciata addosso. Le donne in quanto produttrici e riproduttrici di forza-lavoro, (cure domestiche) e erogatrici non salariate di servizi, si trovano a dover fare i conti anche con l’aumento dei prezzi: vengono infatti tagliati quei livelli di benessere che ci venivano contrabbandati come acquisiti, ci costringono a passare maggior tempo in cucina, nei supermercati (per trovare la roba a minor costo), maggiori ritmi di lavoro (non si usa la lavatrice per risparmiare sulla bolletta). Taglio della spesa pubblica per noi significa immediatamente riconfermare l’assistenza a vecchi e bambini dentro le quattro mura, sobbarcarci il mantenimento del reddito acquisito attraverso il lavoro nero, a part-time, riconfermare quindi l’istituzione famiglia come luogo garante complessivamente di reddito. 

Allora, se la complessività del nostro sfruttamento passa attraverso tutto ciò, contro tutto ciò ci dobbiamo organizzare. Il nostro terreno di lotta si allarga, la specificità diventa complessività. 

Sul discorso della riappropriazione dei servizi sociali, a Padova, le donne hanno individuato obiettivi da realizzare, centri di potere economico e politico da colpire, creando diversi momenti di organizzazione autonoma. Individuando nel sindacato una controparte rispetto alla lotta sui loro bisogni, le donne del pubblico impiego, lavoratrici dell’università, precarie, non docenti, esercitatrici, operaie dell’opera universitaria, insegnanti della scuola, supplenti, infermiere, hanno gestito un’assemblea generale delle lavoratrici/lavoratori del pubblico impiego in occasione dello sciopero del 23 novembre. Questa assemblea è stata l’espressione del malcontento e di denuncia per le condizioni economiche di organizzazione del lavoro, di contenimento dell’occupazione per i lavoratori di questo settore duramente colpiti dalla crisi con il taglio della spesa pubblica. Veniva criticata la gestione sindacale della piattaforma contrattuale, inserita nell’ottica della «politica dei sacrifici». Le donne presenti, numerose, date le caratteristiche del Pubblico Impiego, hanno duramente attaccato il sindacato accusando la sua latitanza storica rispetto al problema dei servizi e delle lotte specifiche delle donne e alla sua politica complessiva, accusandolo di essere portavoce di una gestione della crisi che scavalca i bisogni degli strati più deboli. Con la crisi le donne, già precarie ed emarginate per eccellenza in quanto sono le uniche lavoratrici che non percepiscono un salario per il lavoro altamente produttivo che esse svolgono: produzione e riproduzione della forza-lavoro, hanno visto intensificarsi il loro sfruttamento:

  • riduzione dei posti di lavoro stabile 
  • espulsione dalle fabbriche degli strati più deboli 
  • aumento del precariato (blocco delle assunzione Enti locali, assunzioni con contratto a termine) 
  • taglio della spesa pubblica: riduzione di servizi 
  • aumento del carico di lavoro: il lavoro reale dei salari maschili viene ridotto sempre di più: le donne per il mantenimento e la ricostruzione del reddito familiare sono costrette ad un aumento del lavoro domestico e fuori casa a lavori meno qualificati e retribuiti (espansione del lavoro nero e a domicilio). 

Le donne hanno stravolto l’impostazione sindacale che aveva all’ordine del giorno tra le altre cose: blocco delle assunzioni, abolizione degli Enti inutili, mobilità e nuova qualificazione della forza lavoro. Hanno rifiutato in toto il progetto sindacale riformista di cogestione per il «superamento della crisi» smascherando la funzione di mediatore del sindacato, sostenitore di una politica di sacrifici, di tregua sociale che va a recuperare quei margini di profitto messi in crisi dalle lotte operaie sulla pelle della classe, giustificandole attraverso il progetto picista di riconversione industriale, di (secondo Garavini) «riscoperta del ruolo dell’industria pubblica facendo di essa l’asse portante di una politica industriale che punti su settori nuovi, su avanzate tecnologie e quindi ad una solida collocazione internazionale dell’economia italiana». L’impresa pubblica dovrebbe quindi marciare insieme e contemporaneamente fare da contraltare a quella privata, in un’ottica di allargamento della base produttiva e di una razionale produzione di servizi sociali. 

Profitto e riforme, quindi, in funzione di una ristrutturazione di impresa e pianificazione sociale. 

È chiara qui l’ottica capitalistica dell’interpretazione riformista per cui amministrazione pubblica e servizi sociali diventano un problema di razionalizzazione, di funzionamento efficiente di quel sistema di sfruttamento che il capitale, arrivato ad un punto di «degradazione» (termine moralisticamente usato spesso dai funzionari del Pci) totale, non riesce più a garantire nei termini di uno sviluppo (senz’altro però nei termini di comando). 

Da qui il progetto picista di una «nuova committenza sociale», «nuovo modello di sviluppo» e «nuova qualificazione della domanda», per cui si privilegiano i consumi sociali su quelli individuali (la produzione di servizi su quella delle auto) e per cui potremmo avere, in parole povere un meccanismo di perfetto equilibrio, per cui gli operai, invece di chiedere salario, e innescare così il meccanismo inflattivo, chiederanno servizi; ci sarà un’oculata selezione degli investimenti, i padroni succhieranno così un profitto «diverso» perché al servizio della comunità. Questo dovrebbe essere uno degli elementi di socialismo di cui parla Berlinguer. Un progetto di pianificazione questo che le lotte operaie hanno fatto già saltare, nei termini di rifiuto del lavoro, di richiesta crescente di salario, altrimenti non si capirebbe la «degradazione» di questo sistema. 

Ed è anche questo ciò con cui il PCI dovrà fare e sta facendo i conti l’elemento che metterà in crisi il «nuovo modello di sviluppo», come è già avvenuto nell’«utopica isola emiliana». 

Qui la gestione riformista ha potuto attuare una politica dei servizi (asili nido, scuole materne, consultori, unità sanitarie locali) basandosi sullo sfruttamento intenso della forza lavoro addetta ai servizi e cooperative (ben conosciamo la famigerata «etica del lavoro», nuova professionalità con cui il PCI si sciacqua la bocca da mattina a sera e che ci ricorda la «gioia del lavoro» tedesca), lotte all’assenteismo, supersfruttamento in fabbrica ed espulsione di forza lavoro femminile relegata al lavoro a domicilio.

È qui utile ricordare come il lavoro a domicilio in Emilia Romagna abbia il tasso più alto d’Europa. 

Ora, la richiesta di reddito e servizi sociali ha superato di gran lunga i tradizionali strumenti di controllo riformista, del resto fortemente barcollante per il dimezzamento dei fondi statali alle autonomie locali e per l’indebolimento con le banche. L’inflazione ha fatto miseramente tracollare il sogno della piena occupazione: a Bologna verranno tolte le fasce orarie degli autobus, le rette degli asili e gli affitti delle case sono altissimi. 

Toccando con mano l’utopia dell’equazione: riconversione + piena occupazione, contro il sindacato, le donne presenti all’Assemblea del pubblico impiego hanno portato il loro contributo all’analisi della situazione dei servizi sociali a Padova, dando indicazioni reali di lotte vincenti per non pagare i costi della crisi ed esprimere reale contropotere, individuando nella riappropriazione dei servizi la possibilità di recuperare veramente reddito, avere la possibilità di ridurre il lavoro domestico mediante la socializzazione di alcune funzioni svolte da sempre gratuitamente. 

Padova, città terziaria per eccellenza, è assolutamente carente di servizi per l’infanzia, di mense, case, gestita da decenni dalla DC che ha sempre fatto in modo di sfruttare al massimo e le donne e gli studenti. 

La situazione degli asili nido, ad esempio, è «ridicola»: tre asili nido funzionanti e due pronti (ma chiusi per il blocco delle assunzioni degli Enti locali); scuole materne: una sola statale, e dodici sezioni (classi) dislocate nelle varie scuole materne comunali gestite per la maggior parte da suore); scuole elementari: doppi turni e numerose classi con più di 25 bambini, una sola scuola a tempo pieno e un’altra che funziona a metà, senza mensa e carente di aule. 

A Padova si decide impunemente di trasformare l’IPAI (Istituto Provinciale per l’Assistenza all’Infanzia) in Istituto Tecnico Superiore. Questo ente da anni vive sulla pelle delle donne, ragazze madri, attrezzato per l’assistenza ai bambini, ed è sempre stato usato per ghettizzare ancora una volta gli orfani, i figli naturali, le ragazze madri. Un’Assemblea delle donne lavoratrici dell’Università e studentesse, casalinghe, impiegate, lavoratrici della scuola, assentandosi dal proprio posto di lavoro hanno deciso di occupare l’IPAI con i propri bambini per una giornata, con il preciso intento di denunciare con un’azione esemplificativa l’assoluta mancanza di servizi, mettendo così in luce come la città terziaria per eccellenza sia una città disserviziata per eccellenza. Durante l’occupazione si sono tenute assemblee con le lavoratrici e le ragazze madri in cui si sono affrontati i temi della maternità che finora è sempre stata pagata a caro prezzo dalle donne o con la segregazione dentro le case o con la ghettizzazione in istituti assistenziali. Costrette ad essere madri (vedi aborto, medici obiettori, ecc.) e costrette a pagare duramente la scelta della maternità per l’assoluta mancanza di servizi. 

Il 25 febbraio, presso il Tribunale di Padova, viene processata una donna che lavora nell’Ospedale Civico di questa città, accusata di abuso di professione e di omicidio colposo, in seguito alla morte di un paziente per un errore trasfusionale (di cui non è accertata la responsabilità materiale). Il fatto è accaduto nell’agosto del 1973 quando questa donna era allieva della scuola infermiere professionali. 

Le donne a Padova, in vista di questo processo hanno deciso di intervenire per denunciare l’insopportabile situazione di tutte le donne che in casa e fuori casa sono in continuazione ricattate e supersfruttate e ora persino processate.

Si è organizzata una grossa manifestazione il giorno 24 febbraio, e una presenza continua al tribunale (con scontri con la Polizia), si è distribuito in tutta la città il seguente volantino: 

IN TRIBUNALE E IN OSPEDALE SI IMPONE LA LOTTA DELLE DONNE 

Il 25 febbraio, presso il tribunale di Padova, VIENE PROCESSATA UNA DONNA CHE LAVORA NELL’OSPEDALE CIVILE DI QUESTA CITTÀ, ACCUSATA DI ABUSO DI PROFESSIONE E DI OMICIDIO COLPOSO (di cui non si è accertata la responsabilità materiale) in seguito alla morte di un paziente. Il fatto è accaduto nell’agosto 1973, quando Marlis era allieva della Scuola infermiere Professionali.

I VERI COLPEVOLI SI SMASCHERANO: anche se in questo processo appaiono coimputati alcuni medici e il direttore della Banca del Sangue, si tenta di scaricare ogni responsabilità sull’allieva infermiera, colpevole in realtà di essere stata costretta a SOPPERIRE GRATUITAMENTE ALLE CARENZE DELL’OSPEDALE. 

ALTRE DUE INFERMIERE NELLO STESSO REPARTO DI PATOLOGIA CHIRURGICA, RISCHIANO DI ESSERE INCRIMINATE in questi giorni per la morte di un paziente. 

LA LOGICA DELLO SCARICARE IN BASSO CONTINUA: LA RESPONSABILITÀ REALE È SOMMAMENTE DELL’OSPEDALE CHE SFRUTTA LE DONNE ATTRAVERSO IL LAVORO PRECARIO E IL LAVORO NERO, CHE RISPARMIA PERSONALE SULLE SPALLE DELLE INFERMIERE E SULLA PELLE DELLE DEGENTI! 

ATTACCHIAMO L’OSPEDALE CONTRO OGNI VIOLENZA, SFRUTTAMENTO E SOPRUSO NEI CONFRONTI DELLE DONNE! 

In questo momento lo Stato delega gli ospedali e i medici a gestire il controllo delle nascite attraverso la legge sull’aborto: poliambulatori, cliniche ginecologiche, consultori diventeranno i nuovi centri di potere per mantenere il controllo sul corpo della donna e della sua sessualità. 

RIFIUTIAMO L’ABORTO DI STATO: VOGLIAMO L’ABORTO LIBERO, GRATUITO, ASSISTITO, CON ANESTESIA, FUORI DAL CONTROLLO DEI MEDICI E DELLA FAMIGLIA!

RIFIUTIAMO OGNI DISCRIMINAZIONE TRA LE DONNE COSTRETTE AD ABORTIRE: VOGLIAMO DECIDERE NOI INDIPENDENTEMENTE DALL’ETÀ, DALLA SUPPOSTA SALUTE MENTALE O DALLA CONDIZIONE DI CARCERATA. 

RIFIUTIAMO LA LOGICA DEI MEDICI OBIETTORI DI COSCIENZA che tentano di imporci clandestinamente e a caro prezzo, nelle loro cliniche private quell’aborto che si rifiutano di fare in ospedale.

IMPONIAMO IL CONTROLLO DELLE DONNE SULL’OSPEDALE, SULLA STRUTTURA SANITARIA, SUI REPARTI OSTETRICO GINECOLOGICI E SUI CONSULTORI PUBBLICI E PRIVATI! 

IMPONIAMO IL CONTROLLO DELLE DONNE SUL PARTO, SULL’ABORTO, SULL’ASSISTENZA OSPEDALIERA!

LA MANCANZA DI POTERE E’ LA NOSTRA MALATTIA!

LE DONNE DEGENTI sono le peggio assistite: due donne sono morte negli ultimi mesi NELLA CLINICA GINECOLOGICA E NELLA DIVISIONE OSPEDALIERA DI PADOVA, DUE NEL REPARTO GINECOLOGICO DI SCHIO! 

QUANDO PARTORISCONO LE DONNE ENTRANO NELL’OSPEDALE SANE E NE POSSONO USCIRE MALATE O MORTE! 

CONTRO L’ABORTO DI STATO 

PER GESTIRE LA NOSTRA SESSUALITÀ E LA MATERNITÀ

PER LOTTARE CON MARLIS E CON LE ALTRE INFERMIERE INCRIMINATE

CONTRO LA NOCIVITÀ A RISCHIO DELLA VITA NEI REPARTI GINECOLOGICI.

Print Friendly, PDF & Email

1 thought on “IL LAVORO DELLE DONNE TRA PRODUZIONE E RIPRODUZIONE CAPITALISTICA

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: