IL FANTASMA DELLA LIBERTÀ

Durante la campagna che ha preceduto la tornata elettorale che si consumerà oggi, 12 giugno, moltissimi candidati, nei loro comizi, hanno abusato di alcune parole. È evidente che tale abuso abbia un peso specifico certo tanto in chi ne abusa, distorcendone più o meno consapevolmente il significato, quanto nelle menti di chi dovrà votare. Una di queste parole è sicuramente libertà, con i suoi corollari legati a utopia, rivoluzione, visione, sogno, giustizia e democrazia. Niente di nuovo rispetto a quanto accaduto in passato, per carità, ma mai come adesso si deve prendere atto di come la nostra libertà, come ha detto Luis Buñuel già alla fine degli anni Sessanta, non sia che un fantasma.

Il soggetto è incastrato in questo fantasma che, da un lato, prevede un’idea di libertà che consente di godere senza limitazioni, dall’altro, non permette di andare oltre il dominio complesso insito nel rapporto dialettico tra oppresso e oppressore, accontentandosi di un’idea di libertà che limita alle elezioni la libera partecipazione del popolo alla pubblica amministrazione. Usata in questo modo, la lingua viene cancellata: la libertà non può essere né assoluta, né così facilmente risolta nella disposizione acritica e disimpegnata della politica di oggi, priva di veri competitori ideologici. Perché, in realtà, è soltanto mettendo in gioco la propria vita che si conserva la libertà, la coscienza dell’indipendenza di ciascuno di noi, in modo che la necessità di liberarsi sia permanente e non se ne nasconda l’esigenza dietro slogan e motti urlati dai palchi dei comizi.

La libertà autentica non è una cosa che si deposita negli uomini, non è, sosteneva Paulo Freire, zona nera di eterna passività o mera definizione acquisita una volta per tutte. D’altro canto, non è neanche sterile attivismo, quello che scinde l’azione dalla riflessione. La libertà, per divenire prassi, deve essere associata a un serio impegno di riflessione, da verificare continuamente, deve essere di più. Forse, invece, si è confusa la libertà con il liberalismo, la chiamata a liberarsi da tutto ciò che è esterno a noi stessi e che, di fatto, è paura della libertà. La libertà non è arbitrio, ma concreta autorealizzazione materiale e spirituale che consenta di disfarsi di ciò che è inautentico nella quotidianità e che, al contempo, si lega alla responsabilità: la sola libertà è, dunque, quella responsabile che si pone come aspetto individuale di una libertà collettiva.

Se ciò non avviene, ci si illude di scegliere, di essere arrivati ad avere un’opinione, ma in realtà si è adottata quella di un’autorità imposta dall’esterno, si sopprime il pensiero critico e si prende come propria una decisione che, però, non significa altro che sottomettersi alla convenzione, al dovere, alla semplice pressione sociale. Il fantasma della libertà produce automi che credono di essere liberi ma che sono privi di coscienza e individualità, perché continuamente chiamati a cercare negli altri approvazione e riconoscimento e del tutto sicuri del fatto che fischiare nel buio porti luce.

La redazione di Malanova

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