I PROCESSI DI DELOCALIZZAZIONE TRA MERCATO E STRATEGIE DI PRODUZIONE

La visione attuale dell’economia globale è un processo molto complesso per la sua ampia capacità di interconnettere più contesti territoriali contemporaneamente (i cosiddetti blocchi regionali). Si deve tener conto però che queste connessioni si basano su interessi specifici che, spesso, non sono conformi alle esigenze locali. Un approfondimento analitico su questo specifico aspetto è utile per focalizzare l’attenzione sulle questioni di mercato e la dimensione territoriale specifica sulla quale il mercato agisce.

Secondo Gibson e Graham, il “globale” è una forza e il locale è il suo punto di applicazione; il globale è il fattore penetrativo mentre il locale è l’elemento penetrato e trasformato (Gibson e Graham, 2002). Se per almeno due decadi ci siamo concentrati nel cercare, invano, di arrestare il processo di globalizzazione, sarebbe forse il caso di analizzare un po’ più a fondo la questione, magari fuori da luoghi comuni e analisi grossolane.

La globalizzazione, in termini commerciali, è il processo attraverso il quale i mercati locali e regionali si integrano a livello mondiale (Spence, 2011). I processi di globalizzazione, mentre hanno ottimizzato e massimizzato investimenti di varia natura consentendo speculazioni fino a quarant’anni fa praticamente inimmaginabili, al contempo hanno danneggiato il reddito dei sottogruppi vulnerabili all’interno di alcuni paesi cosiddetti avanzati. Eppure questa resta ancora una spiegazione semplicistica, dal momento che non è tanto una questione di globalizzazione intrinsecamente buona o cattiva, quanto di “come” produttori e paesi si inseriscono nell’economia globale (Kaplinsky e Morris, 2002).

Quella che può sembrare una sorta di apologia della globalizzazione vuole, invece, essere uno stimolo riflessivo. Da un lato, i movimenti di mezzo mondo tuonavano contro la globalizzazione, dall’altro, si creavano progetti di commercio equo e solidale e ci si interconnetteva attraverso la rete del web. La rete di comunicazione  mondiale (world wide web) è una componente indispensabile per il processo di integrazione globale, eppure sul web si è scritto di tutto e il contrario di tutto ma alla fine, se state leggendo questo articolo, è molto probabile che lo stiate facendo  dal vostro computer connesso al nostro sito. Quindi se da un lato si tuona contro la globalizzazione, dall’altra l’antagonismo al processo si è spostato nella rete che sovrintende la necessaria comunicazione di tale processo.

Si dovrebbe quindi considerare la globalizzazione come un processo da decostruire e non come un fatto da narrare. Un processo di integrazione totale, prima che globale, basato su un ampio network di soggetti interdipendenti che, interconnettendosi, non creano solo relazioni commerciali ma danno vita a un cambiamento culturale. Cambiamento che forse non abbiamo ancora avuto il coraggio di riconoscere nella sua profondità e nella sua estensione.

La globalizzazione, dunque, potrebbe essere considerata nella sua istanza strumentale una forte e complessa rete di comunicazione che supporta un sistema di trasporto a garanzia di esportazioni e movimenti a basso costo di merci, persone, idee e cultura, quindi un modo per accorciare le distanze culturali favorendo i flussi migratori. Questa visione, pur avendo aperto ad una serie di sperimentazioni più o meno felici, come il già citato commercio equo e solidale, non esclude di per sé accentramenti produttivi, hubs e sfruttamento in chiave estrattiva dei territori. Oppure, in un’ottica più aggressiva, la globalizzazione si pone come funzionale a riprodurre l’idea di sviluppo lineare e infinito, visione questa che più che liberista risulta essere fortemente neoclassica da un punto di vista economico. Va da sé che nonostante la compatibilità di entrambe le visioni con il modo di riproduzione capitalista, ha vinto la seconda visione, ossia quella di chi ha realizzato le infrastrutture o, meglio, di chi le ha volute e le ha fatte pagare alla collettività. Questa seconda visione è quella che risulta essere più aggressiva quindi più redditizia. Quella che per intenderci ha messo in relazione, attraverso l’ingegneria finanziaria, svariati agenti economici su tutto il globo, creando una struttura di interdipendenze che ha portato ad una serie di rischi incrociati sfociati poi nella grande crisi del 2008.

Oggi la globalizzazione funziona come motore di sviluppo lineare, gestito attraverso parametri, indici, tassi d’interesse, ecc. tutto misurabile in termini di quantità, distanze e costi. Secondo questo punto di vista, globalizzazione è sinonimo di spazio astratto, movimento fluido di denaro e merci, espansività e inventiva del capitalismo e del mercato. Ma il suo “altro”, l’ambito locale, è codificato come luogo, comunità, difesa, identità limitata, lavoro in situ, non-capitalismo tradizionale (Gibson e Graham, 2002). Da questa ultima definizione emerge il significato del territorio e degli elementi che ne definiscono la complessità ed è abbastanza evidente la forte relazione tra fattori economici e sociali. Reddito, occupazione, produzione non sono semplici aspetti funzionali alla crescita e allo sviluppo; sono legati all’identità sociale di un luogo e alla sua trasformazione. In generale, il concetto di trasformazione può avere diversi significati, avallare effetti positivi e negativi e coinvolgere fattori fisici e sociali.

È importante indagare sulle caratteristiche che subiscono la trasformazione e sui fattori che sono avvantaggiati in questo Meccanismo. Per analizzare il mercato globale e la globalizzazione in termini di produzione di beni e servizi vengono utilizzati due modelli: l’analisi delle Catene del Valore Aggiunto (Added Value Chains – AVC) e quella delle Catene del Valore Globale (Global Value Chains – GVC). L’AVC è uno strumento strategico che fornisce un modello per “esaminare sistematicamente tutte le attività svolte da un’impresa e come interagiscono” (Porter, 1985). Le GVC evidenziano il valore relativo di quelle attività che sono necessarie per portare un prodotto o un servizio dal concepimento attraverso le diverse fasi di produzione, fino alla consegna ai consumatori finali e allo smaltimento dopo l’uso. Un’analisi dell’economia globale deve comprendere più scale spaziali (locale, nazionale, regionale e globale). Le catene del valore internazionali operano in più di un paese. Le catene del valore alla scala delle regioni continentali spesso operano all’interno di “blocchi commerciali” (Europeo, Atlantico, Pacifico, ecc.) e le catene del valore globali operano anche in due o più blocchi regionali contemporaneamente (Gereffi, Humphrey, Kaplinsky e Sturgeon, 2001).

Negli ultimi decenni alcune importanti innovazioni, come l’ingegneria navale e i nuovi sistemi di comunicazione, hanno creato una forte riduzione dei costi di delocalizzazione, fornendo nuove strategie economiche di produzione. Secondo Rossi-Hansberg e Grossman, gli AVC sono strettamente legati al “commercio di compiti”, descritto come la “disintegrazione verticale della produzione oltre i confini” (“The Economist”, 2007).

Queste attività sono interconnesse in termini di produzione, ma sono delocalizzate in termini di spazio geografico; spesso la stessa filiera è distribuita su due o tre continenti e questo rende completamente inutile qualsiasi rivendicazione contro le delocalizzazioni posta su un piano unicamente legislativo. L’industria elettronica, ad esempio, presenta le basi di produzione in Asia, Europa e Nord America. I settori industriali tradizionali, come la manifattura, presentano diverse barriere di mercato e altri svantaggi, come i cosiddetti “sunk costs” (letteralmente “costi irrecuperabili”), ossia i costi di impianto. Questo settore è più redditizio fuori da quelle particolari fasi produttive (i tasks) caratterizzate da un basso valore aggiunto e da alti costi di impianto. In sintesi, la produzione è rappresentata come una “merce” altamente mobile che può essere reperita da qualsiasi parte del mondo dove i costi dei fattori sono favorevoli (Buciuni, Pisano,  2015). Questo meccanismo è evidenziato da Michael Spence in “The Impact of Globalization on Income and Employment”, nel quale si analizza il ruolo degli AVC nel processo di delocalizzazione dimostrando che il ricorso alle logiche di profitto attraverso la delocalizzazione ha causato il declino economico di alcune particolari industrie o settori produttivi in aree specifiche.

La strategia comune di un’impresa competitiva è produrre in una specifica catena del valore aggiunto che abbia un’importante influenza sul suo vantaggio comparato, poiché diverse attività all’interno della catena di prodotto possono generare diversi livelli di redditività. Generalmente le grandi imprese sceglieranno di svolgere una serie di fasi produttive in una specifica AVC come parte di un’operazione integrata, al fine di ridurre i costi o garantire forniture di input sicure o vincolate o sbocchi di mercato. In poche parole è diventata più che competitiva in un determinato settore, raggiungendo una posizione dominante. Alcuni studi mostrano i cambiamenti di valore aggiunto in alcune fasi chiave della produzione globale, dagli anni ’70 agli anni 2000 il vantaggio competitivo si è giocato nel passaggio dalla produzione reale di beni, a favore di attività più remunerative quali gestione, progettazione, logistica, ecc.

Ciò implica che il nuovo orientamento del profitto trascina con sé anche le competenze dei lavoratori, un passaggio dalla produzione manifatturiera ai servizi alle imprese o alla ricerca e sviluppo, significa una crescente disparità di reddito e occupazione nell’economia avanzata, con i lavoratori altamente istruiti che godono di maggiori opportunità e i lavoratori con meno istruzione che affrontano il declino delle prospettive occupazionali e redditi stagnanti (Spence, 2011).

Tutte queste considerazioni fanno sì che i cambiamenti nella struttura produttiva influiscano sull’economia locale non solo in termini di opportunità di lavoro, ma anche sulle reali possibilità che determinati soggetti a basso reddito acquisiscano quelle competenze richieste dal contemporaneo orientamento al mercato.

Risulta abbastanza evidente che la tendenza generale, nelle economie avanzate, è quella di ricollocare le componenti a minor valore aggiunto delle attività manifatturiere, nelle economie emergenti (Spence, 2011). Ciò ha un grande impatto sull’occupazione dei paesi nei quali avviene la delocalizzazione, causando, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione del reddito nei settori a basso valore aggiunto, in cui sono impiegati lavoratori poco qualificati. L’impatto sull’economia locale è una diminuzione della domanda di lavoro poco specializzato che può innescare una depressione localizzata. I meccanismi economici “tradizionali” di reazione al calo produttivo, come il labor pooling,[1] non funzionano più quando l’intero settore è in declino, in quanto è soggetto a un grosso processo di delocalizzazione.

La redazione di Malanova

Note

[1] Il “Labor pooling” è una sorta di esercito industriale di riserva composto da lavoratori formati. Un’eccedenza “necessaria” sempre disponibile.

Bibliografia

Buciuni G. and Pisano G. P. (2015). “Can Marshall’s Clusters Survive Globalization?” Harvard Business School Working Paper, No. 15-088, May 2015

Gereffi, G., Humphrey, J., & Sturgeon, T. (2005). „The governance of global value chains‟. Review of International Political Economy, 12(1), 78-104. doi:10.1080/09692290500049805

Gibson-Graham J.K. (2002). in A. Herod and M. Wright (eds), “Geographies of Power: Placing Scale”, Oxford: Blackwell Publishers, 2002, p.3-5

Kaplinksy R. and Morris M. (2001). “Handbook for value chain research”. Report prepared for IDRC, Canada. pp 15.

Porter, M. E. (1985). “Competitive advantage: Creating and sustaining superior Performance”, (II ed.). New York: Free Press.

Spence M. (2011). “The Impact of Globalization on Income and Employment –the downside of integrating markets”, Foreign Affairs, July/August 2011.

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