TERRITORI E CONFLITTUALITÀ

L’antagonismo tra istituzioni locali, da una parte, e Stato e Capitale, dall’altra, per quel che attiene la realizzazione delle grandi opere, si consuma quasi sempre sulla possibilità di realizzare le cosiddette “opere compensantive”. È quello a cui stiamo assistendo in questi giorni nei comuni dell’Alto Ionio cosentino i cui territori saranno interessati, nei prossimi anni, dall’attraversamento del terzo megalotto della S.S. 106. Un dibattito surreale, tutto incentrato sulla possibilità di raccogliere qualche spicciolo che scivolerà dal forziere del nuovo colosso italiano delle costruzioni, Webuild, per poter così assolvere alle copiose promesse fatte ai cittadini circa le ricadute occupazionali che quest’opera avrà su una porzione di territorio già di fatto svenduto agli interessi del capitale.

Cogliamo questa ennesima occasione di dibattito per tornare su un tema, complesso e contraddittorio, più volte affrontato tra le pagine di questo giornale, cioè sul rapporto tra territorio e conflittualità. È innegabile che alcuni dei conflitti che interessano la contemporaneità sono mossi da un concetto chiave sotteso a questo binomio: la messa a valore dei territori o, per meglio dire, la convulsa e imponente operazione di neo-enclosures,molto più vasta dei processi di recinzione che hanno interessato le terre demaniali inglesi tra il 1700 e i primi anni del 1800 e che diedero il via a un nuovo ciclo produttivo industriale.

Come in passato anche oggi ci troviamo di fronte a un processo violento di pura forza capitalistica: non è soltanto un atto di espropriazione di materie prime, terre, foreste e acqua, ma un vero e proprio meccanismo di accumulation by dispossession, per dirla con David Harvey1; un saccheggio che si spinge su tutto il valorizzabile finanche su sementi e organismi viventi. Seppur la traduzione italiana − accumulazione per espropriazione − del paradigma di Harvey non rende nell’immediato la modalità con la quale si svolge questa forma di accumulazione, il concetto di dispossession indica invece una spoliazione, uno spossessamento (come, ad esempio, quello che la Dieta renana impose nel 1842 con la legge contro i furti di legna e aspramente criticata da Marx nella «Rheinische Zeitung») come atto violento con il quale il capitale esercita la sua egemonia di classe. Un atto talmente violento che riesce a depauperare irrimediabilmente un territorio e a rompere i legami sociali e gli interessi collettivi di una comunità; elementi, questi ultimi, necessari, seppur non sufficienti, per caratterizzare fronti di resistenza e conflittualità. Il processo della deterritorializzazione, l’espianto di una struttura dei rapporti sociali per innestare qualcosa di più confacente alle dinamiche del capitalismo. La favola del progresso che marcia su nastri d’asfalto fa il paio con la competizione fra territori; competizione alla quale è stata estirpata tutta l’eticità del gareggiare per migliorare sé stessi, lasciando un significato vago di concorrenzialità attraverso la quale far passare ogni tipo di intervento sul territorio come l’unica possibilità per non essere tagliati fuori dai giochi. Ma di quali giochi si tratti e come si fa a capire se si è vinto qualcosa è difficile stabilirlo visti gli esiti finora ottenuti con mega cantieri e grossi appalti nel Paese.

Così appaiono del tutto evidenti i nessi tra le cosiddette grandi opere e le tanto volute opere compensative: interventi funzionali (seppur su scale differenti) alla proprietarizzazione di un territorio mediante l’uso della violenza spossessante. Un’offensiva sistematica accompagnata da un progressivo depotenziamento e assorbimento capitalistico della funzione di democrazia deliberativa assolta in passato (e oggi sempre meno) dai consigli comunali e che, in un certo qual modo, garantiva un equilibrio tra interessi particolari e collettivi in una chiave interpretativa sempre tesa a un non meglio definito “sviluppo” e sempre più allacciata alla sacralità della proprietà privata.

Questo ha prodotto delle forme di resistenza in quei territori nei quali i legittimi interessi collettivi di una comunità sono stati intaccati dalla violenza spossessante del capitale. Restano però ambivalenti i contenuti e le modalità di queste forme resistenziali. Proprio perché spesso la partita si gioca (almeno inizialmente) sulla dimensione locale, appaiono alti i rischi legati, ad esempio, al tradizionalismo e alla xenofobia intesi come elusione e mancato riconoscimento dei principi di eguaglianza e di differenza.

È chiara qui una cosa: non possono essere quelle del Novecento le lenti interpretative di questi fenomeni che troppo spesso sono stati liquidati come conservatori se non addirittura reazionari e neofascisti, inducendo pezzi importanti della cosiddetta sinistra e della società civile a declassare momenti conflittuali la cui natura ambivalente doveva e deve essere indagata e agita da un punto di vista di classe.

Probabilmente ci troviamo di fronte a un salto concettuale la cui forma non rinvia più a un contenuto interpretabile con la teoria politica di marca novecentesca. Questo può, in una certa misura, essere letto come l’esito di quel meccanismo di spossessamento violento cui accennavamo all’inizio che, da una parte, spoglia le identità comunitarie e, dall’altra, crea i presupposti per scenari rivoluzionari che oggi però fatichiamo a cogliere nella loro interezza e potenzialità.

Forse sono altri i parametri che dovrebbero essere adottati per interpretare la fase storica nella quale stiamo annaspando. Sicuramente l’elaborazione teorica e le analisi di certa parte dell’intellighenzia di sinistra degli ultimi venticinque anni non sono riuscite a scalfire la superficie del problema, in un continuo ondeggiare tra la costruzione del consenso a mezzo di narrazioni e di un nemico ad hoc verso cui indirizzare battaglie di scopo, perse le quali c’era solo da trovare un plausibile responsabile per il fallimento.

Senza voler enfatizzare alcunché e senza sminuire la portata delle pur molteplici esperienze provenienti dai territori, resta il nodo irrisolto delle identità comunitarie e territoriali che, da volàno insurrezionale, spesso diventano freno alla capacità di travalicare gli aspetti contingenti ed estendere la conflittualità sul piano generale e contro il capitale. Per fare ciò, il piano dell’agire militante deve rompere il rapporto dicotomico tra crescita economica ed emancipazione sociale, spiazzando la contrapposizione tra modernità e anti-modernità, per individuare nello sviluppo capitalistico le sue criticità immanenti e la possibilità della rottura rivoluzionaria. Le lotte contro lo sfruttamento e lo spossessamento capitalistico ci indicano la centralità della riappropriazione della ricchezza sociale prodotta e dell’autonomia del lavoro vivo e non la conservazione o un ritorno a uno stato ancestrale, naturistico e neo-identitario.

Spesso però osserviamo che il ruolo dei militanti resta ambiguo e contraddittorio: se la pratica antagonista separa e bunkerizza in gruppi, comitati e controgruppi non si fa altro che riprodurre il meccanismo dell’identificazione territoriale in sostituzione dell’altra identificazione necessaria, quella di classe, senza la quale alla lunga si produce autoreferenzialità, impotenza politica e autoesaltazione comunitaria con il parodosso di mettere al centro del proprio agire il gruppo di appartenenza e non appunto la composizione di classe.

Qui veniamo all’altro nodo irrisolto: come è possibile portare a soluzione l’equazione dell’identità comunitaria agendo sul diritto all’esistenza, sulla resistenza e sulla rivoluzione, facendo leva su quelle esperienze nelle quali si sta tentando di esprimere il diritto collettivo ad autodeterminarsi contro la violenza espropriatrice del capitale?

Qui diventa, a nostro avviso, importante il tipo di soggettività che si va formando sì nelle lotte territoriali, ma specificatamente all’interno del complesso rapporto che intercorre tra la capacità di anticipare una tendenza e la produzione di una rottura, che deve avere i connotati della rottura sistemica e strutturale. Non quindi una semplice incrinatura strategica per ottenere qualche vantaggio sul piano materiale. Un processo di completa disarticolazione del sistema, all’interno del quale non forgiare nuovi linguaggi, meta-dottrine o modi originali per incassare sconfitte dai nemici storici. Semmai la maturazione di una contro-soggettività, che diviene tale non come risultato della linearità del processo ma come salto che produce una rottura con il nemico di classe (ma anche contro noi stessi). Qui bisogna essere chiari: senza una consapevole costruzione del piano organizzativo le immancabili occasioni di attivazione dei processi di rottura non saremo noi ad afferrarli! Questo è possibile solo se la necessaria rigidità del punto di vista di classe viene articolata e combinata con la flessibilità della tattica, per agire quello che c’è su un territorio senza però rinunciare a un suo cambiamento.

Romano Alquati commentando i fatti di Piazza Statuto del ’62 affermò: «noi non ce l’aspettavamo, però l’abbiamo organizzata!» e Mario Tronti, a proposito dell’esperienza dell’operaismo degli anni Sessanta disse: «Quando scopri una contraddizione fondamentale che ha fatto epoca, anche nel momento in cui ti trovi senza quell’epoca, ti rimane poi il gusto e la spinta di guardare il mondo alla ricerca dell’altra grande contraddizione, senza la quale il resto che accade ti risulta inessenziale. Puoi non trovarla, la nuova contraddizione fondamentale, ed è un dramma, puoi trovare che non c’è ed è una miseria dei tempi, puoi trovare che c’è e non si dà chi sappia affrontarla e organizzarla ed è una tragedia. Ma tu sei lì sul campo di battaglia del pensiero, che muovi le idee come il generale i suoi soldati: perché di una cosa sei sicuro, non banalmente l’avversario ma seriamente il nemico c’è, ed è il rapporto di capitale. Allora, vedete, c’è un punto di vista operaio, anche se non ci sono più gli operai, organizzati in potenziale classe antagonista».

Anticipare una tendenza dunque, individuare le contraddizioni e provare a organizzarle.

La redazione di Malanova


1 David Harvey, La guerra perpetua, analisi del nuovo imperialismo, Milano, Il Saggiatore, 2006

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