IL ROMANZO COME CRITICA DELLA REALTÀ

Proponiamo una recente intervista ad Alessandro Gaudio, autore del libro NECESSITÀ DEL ROMANZO (Edizioni Divergenze) e pubblicata da letture.org. Il romanzo qui viene reso strumento ed espressione di lotta, teoria e pratica insieme, della pluralità, persino dell’azione politica, ma è anche una «disposizione, uno strumento d’indagine, utile sia a chi legge sia a chi scrive, un utensile della conoscenza, un atto vitale necessario». Il romanzo, dunque, come predisposizione a «sottrarsi alla narrazione dominante, discostarsi da anodini diktat capitalistici per ritrovarsi in uno spazio di pensiero dove poter orientarsi meglio nel caos che ci circonda, pervenendo a un rapporto più autentico con la realtà. Per rispondere all’astrazione imposta dal capitale, che svaluta il soggetto e la prassi storica consapevole, abbiamo bisogno di qualcosa che non si esprima come dogma, bensì come dubbio».


Prof. Alessandro Gaudio, Lei è autore del libro Necessità del romanzo edito da Divergenze: quali sono oggi le regole e le esigenze del romanzo?
Le regole e le esigenze del romanzo, genere polimorfo e impuro per eccellenza, non sono prescrivibili. E il punto, a mio avviso, non risiede tanto nell’individuare modalità o scelte tecniche preferibili. Il romanzo è, nella mia idea, una vera e propria disposizione, uno strumento d’indagine, utile sia a chi legge sia a chi scrive, un utensile della conoscenza, un atto vitale necessario. In quest’ottica, il romanzo è critica della realtà in cui si vive, ma anche elaborazione autocritica di se stessi. La disposizione al romanzo consente, per questa via, di sottrarsi alla narrazione dominante, discostarsi da anodini diktat capitalistici per ritrovarsi in uno spazio di pensiero dove poter orientarsi meglio nel caos che ci circonda, pervenendo a un rapporto più autentico con la realtà. Per rispondere all’astrazione imposta dal capitale, che svaluta il soggetto e la prassi storica consapevole, abbiamo bisogno di qualcosa che non si esprima come dogma, bensì come dubbio. Abbiamo bisogno del romanzo, mezzo di contrapposizione dialettica di identità e di non identità, di impegno politico e letterario, vero e proprio atto acreativo dell’esistenza umana nel quale la soggettività può costituirsi pienamente perché mossa da un desiderio inconscio, ma oggettivizzato dallo sguardo.

Quali romanzi ritiene necessari per l’apertura di uno spazio di desiderio, critica e fuga dal reale?
Il romanzo, a mio modo di vedere, non è svago o fuga dal reale. Tramite esso, però, possiamo sfuggire all’asfissia di una modernità che ci ha schiacciati sull’oggetto, possiamo porci alla giusta distanza rispetto a esso e considerarlo, dunque, da una prospettiva che fugge, per così dire, dalla realtà, ma soltanto per avere maggior presa su di essa. Si vede bene come, in quest’ottica, il romanzo si faccia pratica persino antiletteraria che agisce anche in presenza di elementi non prettamente narrativi. È per questo che nel mio libro individuo alcuni esempi in ambito antimodernista e distopico, recenti e meno recenti e per lo più italiani, nei quali ho riconosciuto quel terzo spazio cui ho fatto riferimento rispondendo alla domanda precedente. Tratto, ad esempio, di Petrolio di Pier Paolo Pasolini, romanzo che ricalca, già nella sua struttura, il sistema inconscio e simmetrico dei sogni e il funzionamento stesso di una psiche condannata, diceva Franco Fortini, alla frustrazione e al caos; oppure di Dissipatio H.G. di Guido Morselli, romanzo esemplare per il modo in cui apre il reale alla possibilità o, se si vuole, l’oggettività al soggetto, aggirando ogni limitazione ideologica; o, anche, di alcuni splendidi romanzi brevi scritti da Italo Calvino negli anni Cinquanta che dimostrano plasticamente come la comprensione del reale e la sua critica passino da una misura che è processo di giudizio più che sentenza, è autoriflessione, sì, ma mai profondistica o apodittica. Tuttavia, i modelli che ho scelto per il mio libro non sono necessariamente romanzi: mi sono sentito libero di scegliere anche alcuni racconti, scritti tra gli altri da Dino Buzzati o da Paolo Volponi, nei quali si potesse facilmente cogliere il percorso che questi grandi autori suggeriscono per attraversare la tenebra del presente, sottraendosi a passività e inerzia.

Al di là di tutto, la questione di cui mi premeva scrivere non è semplicemente incarnata dai romanzi che ho scelto, ben distanti dal proporre stereotipi e personaggi preconfezionati. Attraverso essi, piuttosto, posso comprendere che il mio interesse non si esaurisce tra le loro pagine; le supera perché attiene al peso di quei romanzi nella mia vita e al coraggio di trascenderla per via della speranza e dell’utopia. Non si tratta di un peso romantico misurato bovaristicamente attraverso, che so, la mia capacità di immedesimarmi in un personaggio o in una vicenda: è il peso effettivo che ciò che maturo attraverso il romanzo assume nei miei comportamenti di ogni giorno. I romanzi di Calvino e quelli di Piovene, ma a tanti altri faccio riferimento nel libro, consentono di vedere la realtà, di osservarla. Di più, fungono da esempi che mi preparano ad affrontarla. È evidente come tutto ciò ponga la mia idea di romanzo agli antipodi rispetto a quella di chi presume che l’arte non debba occuparsi della vita. Direi, invece, che non si può impedirlo! L’arte e l’impegno profuso nel rapportarmi a essa rendono visibili le contraddizioni della modernità, le contraddizioni del capitale che tende a inchiodare all’opera un artista sempre meno in grado di esprimersi sulla realtà, sempre meno capace di interpretare la vita. Ciò è catastrofico perché da tempo ormai non si può più ignorare l’urgente richiesta che proviene dal mondo.

Quali procedimenti narrativi adotta Guido Morselli in Dissipatio H.G.?
Il narratore di Dissipatio H.G., l’ultimo romanzo di Morselli e per molti il più bello, è sfuggito al cataclisma che, nella notte tra il primo e il due di giugno, ha spazzato via dalla terra l’intera umanità. In questa dimensione il mondo assume una nuova evidenza. Si tratta di una dissipatio apparentemente priva di cause. Forse l’unico motivo plausibile è il tentato suicidio del protagonista/narratore. Il desiderio di compiere il suicidio causa la scomparsa del genere umano che si rivela una sorta di evento-verità. Il romanzo è, dunque, la zona in cui i desideri si materializzano, lo spazio in cui prende corpo l’immagine fantasmatica che Morselli ha del mondo. Il suicidio da fuga, come abbiamo detto in precedenza, diventa un atto etico che consente di uscire dal frammento di realtà cui siamo vincolati. È mediante la paura che il narratore di Dissipatio H.G. sonda il territorio dell’incoscienza cercando di riprodurne la natura, la struttura, mettendo in discussione una società capitalistico-borghese ordinata hegelianamente come una aggregazione di monadi che ha reso l’individuo ipertrofico ed estraniato da sé. All’anti-utopia capitalista, Morselli replica con un’altra anti-utopia, uguale e contraria, che prevede la sopravvivenza di un uomo solo sulla Terra. È come se questo grandissimo scrittore avesse esasperato la deriva imposta dal capitalismo e l’avesse poi raccontata. Interpretando il reale per mezzo del suo possibile e contestando l’esigenza dell’uomo di porsi come misura di tutte le cose, Morselli lancia all’uomo il suo avvertimento finale e lo restituisce alla consapevolezza che nessuna conoscenza della realtà può definirsi naturale. Un bel modo per scardinare qualsiasi concezione ideologica di essa, vero?

Che rapporto esiste tra il romanzo e la lotta per la verità?
Nella parte finale del mio libro faccio riferimento alla definizione che di verità fornisce Michel Foucault: essa non è l’insieme delle cose vere da scoprire e da accettare; la verità è l’insieme delle regole che consentono di separare il vero dal falso e che ordinano gli effetti del potere sviscerandoli e, nel contempo, riaprendosi al desiderio e alla ricostruzione. In ragione di ciò, il romanzo, saldandosi alla coscienza e all’intelletto, serve a testare il regime di questa verità. Illumina, dunque, la realtà, ma si fa strumento ed espressione di lotta, teoria e pratica insieme, della pluralità, persino dell’azione politica. Per fronteggiare il mare dell’oggettività che sommerge coscienza e giudizio individuale, per liquidare le ambiguità di una zona in cui siamo ciò che viviamo, è necessario, sì, cogliere la modernità nella sua pluralità, ma quanto bisogno abbiamo oggi di concettualizzarne il limite, tentando di vincere sulla rinaturalizzazione del capitalismo? Il romanzo, è così che concludo il mio lavoro, è uno strumento di analisi psichica e morale tanto delle costruzioni sociali quanto di noi stessi ed è in questo soprattutto che risiede, non soltanto oggi, la sua vitalità.


Alessandro Gaudio (1975) lavora presso il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria. Collabora con svariate riviste ed è membro del comitato scientifico della «Rivista di Studi Italiani», di «Diacritica» e di «Capoverso». Tra le sue pubblicazioni si segnalano La sinistra estrema dell’arte (Vecchiarelli, 2006), Animale di desiderio (Ets, 2008), Morselli antimoderno (Sciascia, 2011), Il limite di Schönberg (Prova d’autore, 2013), Il romanzo del Sud (Perrone, 2017) e Gli anelli di Saturno (con premessa di Massimo Fusillo, Diacritica, 2020).

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