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REFERENDUM: LA COMPLESSITÀ AL DI LÀ DEL SI O DEL NO

Nella questione del taglio dei parlamentari, mossa da un coacervo di slogan populisti, trovano spazio concetti di casta, stipendi stellari, professionisti della politica e altro, in una confusione tale da arrivare al paradosso del taglio dei parlamentari piuttosto che al taglio degli stipendi, approdando alla semplicistica equazione che per ridurre gli sprechi basta tagliare il numero delle uscite invece che rivedere i capitoli di spesa. Paradossale in quanto fa eco, almeno nel suo concetto fondante, alle politiche di austerity, che all’ottimizzazione delle risorse preferiscono i tagli lineari, per risparmiare senza urtare certi equilibri, nella consapevolezza che se l’acqua scarseggia i pesci grossi fanno fuori quelli piccoli e si ripristina l’equilibrio. Questo un po’ il corollario della faccenda, descritta in breve, cui fanno seguito le ragioni del SI e le ragioni del NO.

In questo articolo non daremo indicazioni di voto, non per sottrarci ad alcunché o per garantire una presunta neutralità; la nostra redazione è notoriamente dalla parte della critica radicale tanto ai finti dualismi quanto ad un sistema “democratico” che è nella migliore delle ipotesi una farsa pazzesca.

Se tentassimo di smarcarci da domande a trabocchetto, che non spostano di molto lo status quo, un po’ come la finta opzione di votare “il meno peggio”, provando invece a leggere il nostro presente, cominceremo a capire come il referendum costituisca un finto problema. Da un lato le barricate di cartapesta della “sinistra” che parla di attacco alla democrazia, dall’altra le già citate cantilene sul risparmio per il contribuente e un colpo alla casta dei parlamentari. Nel mezzo forse ci starebbe del vero se solo riuscissimo a coglierne il significato, cercando nella complessità di una politica che ha fatto della chiarezza il suo peggior nemico. Analizzeremo quindi la questione sia da un punto di vista istituzionale, leggi democrazia delegativa, sia da un punto di vista movimentista relativamente ad un concetto di democrazia diretta e partecipativa. Diamo come assodato che l’Unione Europea ha sussunto l’agire politico dei singoli stati attraverso un ferreo controllo economico e che quindi il Parlamento parrebbe servire solo a ratificare scelte ragionate altrove, pena le purghe dell’austerity. Sembrerebbe, quindi, che il compito di controfirmare qualcosa possa spettare anche ad un numero assai limitato di parlamentari. Ciò in realtà non è propriamente vero in quanto i “dictat” provengono molto spesso da trattati, protocolli e direttive, accettati senza troppe storie e spesso in maniera bipartisan dagli eurodeputati, salvo poi urlare allo scippo democratico quando i termini di quei trattati e dispositivi presentano il conto dell’incompetenza tricolore in Europea. Quindi, prima di abbandonarsi alle isterie da fine del mondo, sarebbe stato meglio non mandare soubrettes, cantanti, trombati e riciclati vari in un’arena tanto decisiva.

Ma passiamo oltre. Al di là delle proposte o degli slogan delle varie compagini partitiche, le scelte e le strategie tendono ad assomigliarsi. Solo un completo sprovveduto non si accorgerebbe che tra il cavallo bianco di Napoleone e il bianco destriero dell’imperatore di Francia le differenze sono solo apparenti. Questo per dire, fuor di metafora, che le ricette economiche, le riforme sociali e le politiche del lavoro portate avanti negli ultimi 25 anni, hanno un denominatore comune, cambia solo l’esecutore. Il comun denominatore è l’economia di mercato, gli esecutori sono stati in maniera alternata il centrodestra e il centrosinistra, indipendentemente da quanto strillato in campagna elettorale e da quanti parlamentari ci fossero a votare, (spesso giusto il numero legale). Per non parlare dei decreti sicurezza nei quali il PD ha staccato di due lunghezze la Lega sorpassandola per giunta a destra. Inoltre, per smantellare il discorso numerico, basterebbe ricordare come in passato passaggi storici di una certa importanza sono stati possibili grazie al trasformismo di pochi parlamentari (basta citare i casi rimasti indelebili nella memoria collettiva di Scilipoti e Razzi).

È chiaro che da una parte abbiamo un percorso obbligato dettato dalle esigenze di un mercato sempre più complesso e avido che ha modellato a suo uso e consumo i meccanismi della democrazia borghese e dall’altra, si fa per dire, abbiamo le esigenze di bottega delle cordate di industriali e finanzieri piccoli e grandi che sostengono i vari partiti quando non ne fondano uno direttamente. In pratica più che uno scontro fra idee c’è un conflitto fra varie fazioni del potere economico che tentano di scalarsi a vicenda o sopprimersi, portando la competizione economica in Parlamento, in barba ovviamente agli interessi sociali di un paese in angustie. Questo, per sommi capi, il punto di vista “istituzionale” nel senso di istituzionalizzazione degli interessi particolari. Sul versante di quello che dovrebbe essere l’argine alla piena o all’invasione dei mercati, troviamo molta confusione, mista ad un senso di frustrazione ed impotenza, che spesso sfociano in istinti suicidi, spesso in concomitanza di scadenze elettorali.

La fase storica, nella sua complessità e nella sua aggressività per tutto quello che non è soggettività protagonista dell’economia, ha fatto saltare alcuni meccanismi consolidati del conflitto sociale, sia ad opera dei soggetti che da promotori della lotta si sono trasformati in pompieri per salvaguardare la loro rendita di posizione, sindacati confederati in primis, sia dai partitini della sinistra che arrancano tra la costruzione del consenso per restare vivi e la ricerca di “idee nuove” per proporsi quale alternativa tutta interna ad un sistema in crisi permanente. La rottura necessaria per ristabilire un equilibrio sociale, tanto nella ridistribuzione delle opportunità quando nel recupero della dignità dei singoli e delle comunità, non può transitare nel solco scavato dagli interessi specifici e funzionali al mantenimento dello status quo. Non è possibile migliorare un sistema orientato allo sfruttamento scientifico delle risorse, siano esse umane o naturali; cosa si immagina di fare, addivenire ad uno sfruttamento etico? All’equità della prevaricazione? Sfruttare tutti per sfruttare meno sembra essere l’implicito mantra di talune organizzazioni politiche. Dall’altro si assiste a rivendicazioni che hanno in sé qualcosa di paradossale, seppur dettate dalla disperazione della mancanza cronica e generalizzata di mezzi di sussistenza, non innescano una critica strutturale ai meccanismi mercatali, ma vi galleggiano sopra; reddito per far fronte all’esigenza dei consumi. Per garantire linfa vitale alla società dei consumi si è disposti a chiedere di continuare a produrre beni inutili con sistemi insostenibili; su tutte l’automotive e l’industria pesante. Ancora peggio vi è la richiesta di opporsi all’inevitabile trasformazione della manifattura di massa in produzione automatizzata. Queste accelerazioni tecnologiche, unite all’estrema mobilità dei capitali lungo le catene di valore globali, stentano ad essere capite e quindi stentano a concretizzarsi le proposte di reali alternative.

Le tendenze che oramai si presentano come un processo inesorabile, sospinte da eventi come le pandemie, spingono a preferire agli operai che si ammalano le macchine, le reti neurali e l’informatica in generale che sono ovviamente in grado di infischiarsene dei virus provenienti dal regno animale e dal completo sfruttamento dell’ambiente. Tutto questo processo sarà guidato dalle potenti lobbies economico-finanziarie che hanno dimostrato, da sempre, di saper fare presa sugli appetiti dei nostri “rappresentanti” europei tanto da spingerli a votare tutto ciò che gli è gradito. Allora, più che semplificare tutto in un Si ed un No, servirebbe lo spazio per analizzare attentamente l’attuale infrastruttura istituzionale con i suoi meccanismi “democratici” che del demos, del popolo, se ne infischiano bellamente. Basta ridurre il numero di stipendi ai parlamentari per trasformare le sorti italiche? Ne dubitiamo vista l’esiguità della somma sul complesso della spesa pubblica. Basta mantenere o addirittura aumentare i rappresentanti per garantire un meccanismo democratico pienamente efficace? Anche qui fa sorridere l’inadeguatezza della soluzione rispetto al problema.

Innanzi tutto bisognerebbe ribaltare l’alto con il basso, ridare dignità agli enti locali, gli unici ad essere veramente vicini ai cittadini, spogliati negli ultimi decenni di tutte le loro prerogative e capacità decisionali tanto da renderli semplici meccanismi di amministrazione della spesa ordinaria in un contesto di garanzia del pareggio di bilancio. Inventare, attraverso il conflitto e la creatività dei movimenti, “nuove istituzioni” popolari che rendano capaci le popolazioni di prendere in mano il proprio destino lasciando meno spazio ai meccanismi della delega e della rappresentanza. In questo stanno le reali provocazioni del movimento zapatista e curdo che cercherebbero vere applicazioni locali e non semplici turbe di militant-fans con tanto di magliette e spillette!

Non servirebbe a nulla, infatti, abbassare per legge il livello della decisione istituzionale se manca ciò che fa carburare la democrazia diretta e cioè il conflitto che non si trova al supermercato, semplicemente esiste oppure no.

Come si costruisce un livello altro, ossia un percorso di reale incompatibilità? Oggi mancano autentiche “comunità insorgenti”, mentre brulicano i comitati in difesa di qualcosa ma spesso senza una capacità di lettura sistemica delle problematiche locali. Mancano visioni ampie e capacità di riconoscere il valore della comunità come elemento di rottura e creazione di incompatibilità. Mancano anche “militanti” capaci di avere l’occhio lungo rispetto a quelle che possiamo definire ”tendenze e possibilità” da comprendere, anticipare e curvare rispetto al proprio piano strategico (quale?).

Difronte a questa complessità il dualismo SI o NO ad un referendum come lo si può inquadrare se non nel frenetico lucidar ottoni mentre la nave affonda?

MALANOVA VOSTRA!

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