di Alessandro GAUDIO*

Insieme all’emergenza sanitaria, più che vigente anche oggi, è l’emergenza sociale che bisogna affrontare, cercando, almeno in questo caso, di approntare per tempo quel piano che, sul versante sanitario, è clamorosamente mancato. In attesa che il piano venga preparato, è essenziale, sin da adesso, disporre della capacità e delle energie per provvedere vicendevolmente a noi stessi e per affrontare un futuro mai come ora davvero incerto. Da più parti la soluzione sembra essere connessa a un concetto che anche al sud sembra essere largamente dimenticato: quello di vicinato.

Leggendo un comunicato di Woodbine − un centro sperimentale per lo sviluppo di pratiche e competenze autonome, gestito da volontari e situato a Ridgewood, nel Queens −, apprendo che a New York centinaia di persone stanno organizzando su base locale piani per il mutuo soccorso e l’assistenza in caso di calamità, dando continuità a una tradizione piuttosto radicata di mutuo aiuto; si può leggere lo scritto in questione anche nella traduzione approntata dai redattori di «Malanova», disponibile al seguente URL: http://www.malanova.info/2020/04/13/dal-mutualismo-al-dualismo-di-potere-nello-stato-di-emergenza/(ultimo accesso: 13 aprile 2020). Laggiù, molte comunità praticano quotidianamente questo comunismo del disastro per far fronte alle calamità, laddove lo Stato proprio non riesce ad arrivare. Dopo l’uragano del 2012, ad esempio, nacque Occupy Sandy, una struttura di soccorso spontanea e auto-organizzata che ha fornito servizi supplementari, ma che è anche servita come importantissimo spazio di relazione che fosse in grado di ospitare le idee che sarebbero servite negli anni successivi alla disgrazia.

Ovviamente, concedono quelli di Woodbine, è estremamente difficile affrontare la questione del mutuo aiuto in regime di distanziamento sociale e smobilitazione politica. Eppure, a noi italiani, una domanda sorge spontanea: e noi? Dove sono i nostri vicini? Dov’è il nostro quartiere? E il senso di comunità? Come riusciremo ad allestire un concreto spazio di relazione? Saremo in grado di guardare i volti degli altri, di accarezzarli e anche solo di avvicinarli? Sapremo, sul versante opposto, chiedere aiuto ai nostri vicini senza vergognarci?

Anche in queste note ho più volte paventato il pericolo che, alla fine dei conti, si riproponga esattamente lo stesso ordine che abbiamo potuto apprezzare prima che l’epidemia di COVID-19 esplodesse. Per evitare che ciò avvenga e non appena sarà possibile, riattiviamo i nostri spazi locali di condivisione, i nostri vicinati, e tracciamo quel piano di cui sentiamo tanto la mancanza. Se la quarantena non ha spento del tutto la nostra umanità, il nostro spirito comunitario e se poi abbiamo anche vissuto in un vicinato, sappiamo benissimo quanto potranno rivelarsi utili le rivendicazioni di Woodbine: per iniziare, assistenza sanitaria gratuita per tutti, buoni alimentari universali e assenze retribuite per malattia, sospensione indefinita di mutui e affitti, blocco dei pagamenti alle società forniscono elettricità, gas e internet e rifugi di emergenza in hotel, dormitori e case libere per i senzatetto. O preferiamo farcelo spiegare dagli americani?

Torre della Signora, 14 aprile 2020

*R.A.S.P.A. (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela)

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