Much ado about nothing…

Un cielo così terso, da qualche mese a questa parte a Roma non s’era mai visto; è una giornata marzolina che sa di maggio e primavera inoltrata ad accogliere i capi di Stato e plenipotenziari da tutta Europa in pompa magna nelle strade del centro storico, debitamente chiuse ad ogni umana e civile intromissione. Alla retorica tattica della inviolabile “zona rossa” oggi si sostituiscono due pigmentazioni assai diverse, anche se complementari: quella verde e quella blu, quasi a voler rassicurare gli ospiti d’onore della passerella quotidiana che dalla colazione passano con disinvoltura alle canoniche strette di mano. Strette di mano che la letteratura politica iconografica ci ha sempre
presentato accompagnate da una sottile o spessa lama dietro la schiena, ma che in questo caso sono salde, granitiche, simmetriche: è un anniversario importante, molto importante, il periodo non è tra i più rosei, così i capitani che governano una flotta nel mare in tempesta devono apparire saldi, granitici, simmetrici davanti al timone, nella bufera. Poco importa se i capitani sono docili e farseschi capitan Uncini, o bestiali e spietati fratelli Larsen: quello è il loro momento, il loro giorno, che sublima un’intesa perduta nei ricordi della modernità. Loro, o chi per loro, ci sono sempre stati; qualcuno si è aggiunto, qualcuno si è sottratto, ha abbandonato la nave, ma la segue da molto vicino,
su un mercantile apparentemente più piccolo, dritto sulla scia che aveva segnato agli albori di un’epoca, per gli altri. D’altronde – come diceva Foucault? – un vascello non è altro che il più perfetto strumento di espansione economica e di sviluppo! Ma sotto il cielo dell’Urbe, ça va sans dire, è grande la confusione generata da voci di dissenso e consenso, da chi aderisce entusiasta all’evento, pur non potendo essere presente, pubblico escluso dalla partita in casa della propria stessa squadra, a chi invece ha qualcosa da dire – tante – ai capitani di corvetta, velieri e galeoni blindati in uno spazio che esprime al massimo la finalità spettacolare della città-vetrina, del centro storico artefatto,
dall’urbanistica più centripeta dell’intera penisola. Qualcuno proprio non ne può più di farsi rappresentare da questi inarrivabili soggetti, vuole scappare, uscire; ma i piani di fuga sono variegati, e la loro realizzazione spesso non tiene conto della visione d’insieme: meglio scegliere altri rappresentanti? O meglio non averli affatto, questi rappresentanti, tornare a capitani – stavolta di ventura – più piccini, più mansueti, più prossimi? Be’ magari si potrebbero scegliere quelli più forti, decisi, puri! Come gli antichi popoli che vivono questo continente privilegiato… Ma, a rigor del vero, di uomini forti ce ne sono, a quel tavolo, eccome! Se si guarda ad est, i muscoli garanti dell’identità sono bene in vista. I vecchi capi di orticelli più o meno grandi, divisi in base ai sommovimenti storici,
che prendono il nome di Stati-Nazione, però, sono anacronistici. Si prenda una enorme, fragrante torta al gusto di – che so? – panna e cioccolato, e la si divida in tantissime piccole porzioni, talmente piccole da poter essere quantificabili su un piano, euclidianamente: ogni punto, ogni singolo frammento dell’enorme torta, alla panna e al cioccolato, sarà un infinitesimale frammento di torta. Panna, e cioccolato. Forse, dunque, il problema, non è proprio sceglierne altri: ma è alla base del postulato, che si vuole per l’appunto, per definizione, indimostrabile. O meglio, che si vorrebbe come tale, immutabile, assioma archetipico fondamentale. Forse il problema è proprio quella
rappresentanza, che pretende di avvicinare interessi allontanandone i fautori, di fondare il proprio legame su una divisione, di definire il tutto dal particolare estraendolo, quel particolare, dal tutto. Ma perché allora, perché l’assioma non funziona? Perché non è tale, è un derivato, è una sovrastruttura. E la sovrastruttura, da figlio di architetti, dovrei benissimo raffigurarla nella mia mente come una serie di piani posti su una struttura alla base, magari a delle solide fondamenta, colonne e capitelli, che la sorreggono; ma in questo caso, le forme sono cangianti, mutano, sono dinamiche, si muovono: si innalzano, quasi a voler raggiungere una vetta, ma subitaneamente ripiegano sulla base, si afflosciano ri-aderiscono alla massa informe che ha generato la verticalità (incompiuta?). È quella struttura a non funzionare, checché se ne dica! Chi si è accorto di questo fondamentale problema,
oggi, è destinato ad essere individuato, scortato, controllato a vista, scandagliato nei più profondi meandri delle sue intenzioni: partecipa sì, come altri, a questa macchia sul quadro della commemorazione dei sessanta anni dell’Unione Europea, fu Comunità Economica Europea, già Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, a questo sprezzante baffo sul volto enigmatico della Gioconda, ma è un partecipante speciale, meritevole delle migliori attenzioni. La macchina del consenso è già all’opera da giorni, si paventano novelle invasioni barbariche, unni alle porte della città d’oro, ombre nere che strisciano tra le arterie della città, atterrendola. E più che in ogni altra
occasione, agli occhi di chi scrive, lo spiegamento di forze atte a contrastarla è imponente: se si potesse guardare la città dall’alto – e qualcuno l’ha fatto, eccome – il blu delle camionette apparirebbe la tonalità più presente in mezzo al grigio delle case e delle strade. Mai in vita mia avevo visto una tale presenza, così massiccia, di forze di polizia a guardia di un corteo (uno dei tanti, ma il più numeroso): un tragitto di appena due chilometri sondato con maniacale presenza dal dispositivo repressivo statale, compresivo di forza pubblica e presenza mediatica “democratica” o presunta tale. Fotografi sui tetti degli edifici, elicotteri sorvolanti – per l’appunto – l’intera area, e un continuo
accenno ad uno scenario auspicato, anche se sottaciuto, che avrebbe portato alla piena realizzazione in atto di ciò per il quale quella incredibile potenza era stata pre-disposta: l’esperimento generale, sul campo, del nuovo decreto sicurezza, augurata panacea ai mali che affliggono l’onesto cittadino formante l’opinione pubblica “democratica” o presunta tale, mali come i poveri, gli emarginati, i graffitari, gli ultras, i migranti, gli antagonisti, ogni tipo di dissidenza interna che oppone i chiaroscuri al bagliore accecante dello Spettacolo Integrato. Cenni continui, che vedrebbero un presunto gruppo di “manifestanti in nero” pronti a “compattarsi” per dar vita ad una offensiva
urbana nei pressi di Bocca della Verità, dei quali il risultato è presto svelato: proprio all’altezza del punto in cui i principali media danno per scontato l’attacco, ecco le forze dell’ordine operare una manovra a sorpresa strozzando il corteo fino a dividerlo. Il parapiglia che ne dovrebbe conseguire, a soddisfazione onanistica dei ciarlieri televisivi e dei giornalai, però non si scatena: nervi tesissimi, intelligente autocontrollo e valutazione delle posizioni da parte dei “pericolosi antagonisti”, paragonati dal Ministro degli Interni Minniti a terroristi attentatori, scongiurano ogni tentativo di strumentalizzazione tattica e mediatica. Lello, non piccolo Davide contro l’enorme Golia, ma
pantagruelico gigante contro lo sterminato schieramento di camionette si erge a difesa, col proprio corpo, del Movimento. Così lo definisce, forse con quella M maiuscola che qualcuno penserebbe sepolta dal presente senza storia; e che invece mostra tutta la sua forza, oggi, forse diviso nelle eterne diatribe della più feconda scuola di pensiero sociale, ma unito più che mai nell’opporre una fragorosa risata di scherno al ghigno esacerbato del Potere. Così è stato oggi, così è stato ieri, così sarà domani; Sisifo, condannato, scalerà con un macigno la montagna, affronterà una nuova sfida, non priva di sofferenze, ma non vana: preparandosi alla nuova risalita, ad ogni discesa opporrà sempre il riso sguaiato, irrispettoso, eretico a quel Potere che lo vorrebbe afflitto e prono, succube al suo ruolo, e che invece lo rende ancora più pericoloso agli occhi del comando e della soggezione. Sisifo è consapevole che non è facile sottrarsi alla pena, ma è ancor più sicuro del suo beffardo intento: “o il mondo, o niente”.

Francesco Coccimiglio

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