Lo sceriffo di Falerna che gioca sulle vite dei profughi.

di Francesco Cirillo

Due anni fa eravamo stati in quel villaggio di dimenticati nel Comune di Falerna. Rivedendo oggi la situazione nulla è cambiato, anzi tutto sembra peggiorato. Di queste cento venti anni nessuno se n’è occupato tranne qualche associazione umanitaria. Niente ha fatto il sindaco, niente lo Stato. Anzi il sindaco oggi ha diramato un’ordinanza di sgombero, la n. 52 nella quale ordina a tutti gli occupanti del villaggio di andarsene non si sa dove . Il sindaco Giovanni Costanzo cerca il suo quarto d’ora di celebrità. Non vede l’ora di finire su qualche telegiornale paragonato al sindaco di Goro, e ricevere le congratulazioni di Salvini. Gli appelli del Papa Francesco all’accoglienza, evidentemente nemmeno li recepisce, tantomeno il comportamento avuto da questi nord africani, che in tre anni dal loro arrivo non hanno commesso alcun reato e sono riusciti a ben inserirsi autonomamente senza aiuto di nessuno nella comunità, finendo come al solito sfruttati come manodopera nella raccolta delle cipolle. Ora questa ordinanza fa ripiombare tutti nella paura dello sgombero. I primi ad accorrere e prendere sul serio l’ordinanza del sindaco sceriffo, sono state alcune associazioni cosentine. A loro i ragazzi hanno raccontato che effettivamente la polizia è entrata nel residence intimando loro lo sgombero entro pochi giorni. Le associazioni hanno detto loro che questa pratica è illegale in quanto tutto è stato detto a loro a voce e la legge prevede che lo sgombero venga notificato per iscritto 30 giorni prima. All’interno attualmente ci sono circa 30 minori non accompagnati, alcune donne incinte, diversi bambini e molti di salute cagionevole. Due casi sono davvero gravi, si tratta di giovani con dita amputate. Uno a seguito di un incidente sulla strada, è stato investito tre mesi fa mentre era in sella alla bici da un’auto che non si è fermata. Questo ragazzo venne spostato a Bari per l’intervento chirurgico, dimesso è tornato a Falerna. Un altro si è tranciato un dito un mese fa con una motosega, mentre tagliava un albero (ovviamente lavorava in nero). E’ preoccupante l’altro dito, mozzato a metà e chiaramente infetto, con il rischio concreto che vada in cancrena. Poi c’è un ragazzo che ha avuto l’infarto e svariati altri casi di persone malate. Molti sono solo di passaggio, sono ritornati solo per il rinnovo del permesso di soggiorno ma vivono al nord o in giro per l’Italia come lavoratori stagionali. Questo villaggio , denominato “Residence degli Ulivi” , come alcuni pensano, non è stato occupato abusivamente, ma qui vennero deportati i superstiti dell’operazione umanitaria “nord Africa”. All’inizio erano circa 250 persone trasportate qui dopo essere sbarcati a Lampedusa. Un’operazione umanitaria aperta ufficialmente nell’aprile del 2011 a seguito delle “primavere arabe” e conclusa nel dicembre del 2013.  Tutta l’operazione coordinata dalla protezione civile è costata milioni di euro ancora complessivamente non quantificabili. Nel dicembre 2013 , tutti i centri, istituiti dalla protezione civile per l’accoglienza vennero e le persone ospitate chi finì rispedita nel paese d’origine, chi trasferito con il permesso di soggiorno, chi svanito e reso clandestino dalla legge Bossi-Fini solo da poco abrogata.  Da tutto questo è venuto fuori che l’intera nostra nazione è diventata per questi profughi un’enorme prigione a cielo aperto , mentre per i cosiddetti “accoglienti” costituiti da associazioni e cooperative una bella barca di finanziamenti. Un rubinetto di soldi aperto dal governo Berlusconi che scatenò la corsa di associazioni e cooperative sociali, all’ottenimento degli appalti per gestire i profughi sistemandoli in vecchi e disusi alberghi, strutture varie e villaggi turistici come questo “Residence degli ulivi” a Falerna, essendo i CPA oramai strapieni .

Il ministro degli Interni il leghista Maroni, studiò questo sistema per organizzare al meglio i rientri piuttosto che per integrare i profughi. A gestire il residence degli Ulivi intascando una barca di soldi, fu il Consorzio “Calabria accoglie”che è l’insieme di tre cooperative di volontariato ed onlus che gestì l’emergenza in Calabria. Fra le cose che avrebbero dovuto fare le cooperative di gestione, erano , corsi d’italiano, l’inserimento del profugo, le pratiche burocratiche per l’ottenimento dei diritti. Nessuno fece, e nessuno tutt’ora fa questo lavoro. I profughi sono stati letteralmente gettati in queste strutture, diventate discariche umane, e lì lasciati. Lo stato dava alle cooperative per ogni profugo 46 euro e 80 euro per i minori , al giorno. Le cooperative provvedevano al vitto tramite dei catering e davano ad ogni profugo una tessera d’acquisto con 2 euro e cinquanta al giorno da spendere presso negozi convenzionati. Alla fine di ogni rapporto ogni profugo ottenne una “liquidazione” di 500 euro, e un arrivederci e grazie. Questo è quanto. Cosa avrebbe dovuto farci un immigrato con 500 euro ? Aprirsi un’attività commerciale ? spostarsi in un’altra nazione ? oppure rientrare nel proprio paese in guerra? Molti hanno spedito quei soldi alle proprie famiglie in nord africa, altri hanno tentato di raggiungere parenti in Germania ed altri paesi europei dai quali sono stati regolarmente rispediti in Italia. Ma in questo villaggio di Falerna, è successo di più. Molto di più. Finita l’emergenza i profughi erano ancora tutti lì nel residence. Il consorzio “Calabria accoglie” se ne andò , da un giorno all’altro lasciando tutti lì. Non consegnò i locali al proprietario,  e non lo pagò nemmeno e chi s’ è visto s’ è visto.

Il proprietario, chiaramente e giustamente, fece causa al Consorzio ed ottenne dal Tribunale di Lametia Terme il congelamento dei beni del Consorzio “Calabria accoglie”. A detta dell’avvocato del proprietario sono una barca di soldi che il giudice del tribunale di Lametia ha recentemente condannato il Consorzio a versare al proprietario. Questa storia in definitiva potrebbe non riguardarci, quello che ci importa è la vita dei profughi all’interno del villaggio residence, ma invece, questa storia,  è basilare per capire come sta finendo. Perché il proprietario per chiedere la riconsegna dei locali al Consorzio ha dovuto esporre la questione al Tribunale, il quale non ha distinto troppo fra responsabilità del consorzio , diritti del proprietario e diritti dei migranti portati lì dal Governo. Eppure questi immigrati da quando sono a Falerna ne hanno risollevato in un certo qual modo la micro economia. E sì, perché per campare questi “dannati” si sono dovuti dare da fare ed eccoli la mattina, in oltre 150 andare a cercare lavoro, per 25 euro al giorno fra i campi di cipolle, di patate, di piccoli orticelli,  di Falerna e Campora San Giovanni.  Quella bella cipolla rossa che arriva fresca sulle nostre tavole, è coltivata e raccolta da queste persone. Sappiamolo questo. Molti di  loro vivevano prima in Libia. Nella Libia di Gheddafi. Lì, a detta loro, stavano bene. Avevano un lavoro garantito con un ottimo stipendio, la possibilità di spostarsi a proprio piacimento e soprattutto mandavano un bel po’ di soldi alle loro famiglie in Africa. Poi la guerra contro Gheddafi, scatenata dagli occidentali, li ha espropriati di tutto. Anche dei pochi risparmi che tenevano in banca o in depositi postali. Hanno perso tutto e molti non hanno fatto neanche in tempo a ritornare nei loro paesi d’origine e quindi sono stati costretti ad attraversare il mediterraneo pur di salvarsi. E’ gente giustamente arrabbiata che a stento riesce a controllarsi. Invece di trovare una soluzione umanitaria , quale quella di un inserimento nella nostra società, il sindaco sceriffo pensa allo sgombero violento. Eppure Falerna qualche anno fa fu oggetto di forti contestazioni da parte degli occupanti del villaggio. Occuparono per ore la strada statale, dopo che lo stesso sindaco aveva tolto loro l’acqua e l’Enel aveva staccato la fornitura di energia elettrica. La rivolta scoppiò subito. Tutti a uscire dal “villaggio dei dannati” ed a raggiungere la ss 18 bloccando auto e camion. Un corteo in piena notte che svegliò tutti i falernesi e che per fortuna non è sfociato nella violenza come accadde a Rosarno. L’intervento della Caritas di Lamezia che ha mediato con il sindaco e l’Enel riportò tutto alla normalità.  Il giorno dopo avevano siano la luce che l’acqua. Ora eccoli di nuovo lì pronti a difendere un loro diritto all’esistenza. Il sindaco però ha una bella responsabilità, evidentemente certo di poter controllare la situazione dal punto di vista militare.

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