Riflessione sul terrorismo internazionale: cause ed effetti

Proseguendo la nostra riflessione sul terrorismo internazionale, dopo l’orrore delle circa cento vittime di Nizza, proviamo ad inquadrare le cause storiche che sono alla base di tali eventi superando le facili strumentalizzazioni xenofobe e le sintesi  orientate a generare la giustificazione per ulteriori disastri. Il rapporto Chilcot sulla guerra in Iraq sostiene l’infondatezza dell’intervento militare basato su informazioni di intelligence quanto meno poco attendibili. L’ex premier britannico Blair, davanti ai risultati dell’inchiesta condotta dall’istituzione, dopo un lavoro durato quasi sette anni, si è difeso sostenendo che oggi «ci troveremmo in una posizione peggiore se non fossimo intervenuti». Ma, secondo una nota del Primate della Chiesa caldea,  basta guardare ai risultati di quell’intervento per comprendere la falsità di una tale affermazione: «Abbiamo un Paese distrutto, quattro milioni di profughi solo dall’Iraq, conflitti che stravolgono la Siria e lo Yemen. I cristiani in Iraq prima di quella guerra erano un milione e mezzo, adesso sono meno di mezzo milione e molti di loro vivono da rifugiati lontano dalle proprie case. Non c’è lavoro, le economie di interi Paesi sono a pezzi, le istituzioni paralizzate, patrimoni culturali millenari sono stati distrutti. Mi chiedo con quale faccia si possa dire che quella guerra ha rappresentato un bene per il Medio Oriente». «Nel vuoto che si è creato i jihadisti hanno trovato spazio per far attecchire la loro proposta ideologica ancora più aberrante, quella dello Stato islamico. E viene da lì anche la deriva settaria che avvelena tutta la convivenza. Basti pensare che adesso le presunte ’soluzioni’ ai conflitti in corso puntano a cantonizzare l’Iraq e altre aree del Medio Oriente su base settaria».

Ritorniamo solo per un attimo all’orrore ed alla rabbia che abbiamo provato nel vedere quel camion piombare su un isola pedonale. Proviamo per un attimo ad immaginare i sentimenti dei parenti dei defunti. Adesso riportiamo tali sensazione nello scenario iracheno dove secondo un rapporto del 2O13 del National Geographic e dalla rivista scientifica statunitense Plos Medicine in associazione con il ministero della sanità di Baghdad sono state cinquecentomila le vittime civili della guerra terrorista in Iraq. Cosa pensate possano aver provato tante madri, padri, figli e fratelli per tanto orrore?

Ma il disastro provocato in Iraq dalla dottrina dell’esportazione della democrazia con le armi non ha  insegnato nulla alla governance tecnocratica mondiale. Successivamente è toccato alla Libia. Come emerge dalla Relazione sulla politica per l’informazione e la sicurezza presentata dal Governo Italiano al Parlamento la fotografia della Libia post Gheddaffi è quella di un autentico disastro, una voragine tenebrosa. “In Libia sono attive una miriade di tribù nei tre monconi nei quali è lacerato il Paese ( Cirenaica, Tripolitania e Fezzan) ma nel vuoto di potere di un governo che non c’è prolifera l’Is che «gradualmente ha consolidato la sua posizione, collocandosi con cellule più o meno strutturate sia in Tripolitania (soprattutto a Sirte) sia in Cirenaica (Ajdabiya, Bengasi e Derna)» alterando il tradizionale quadro di riferimento del terrorismo regionale, rivitalizzandolo. Tra gennaio e febbraio l’Is ha condotto operazioni sul campo «di notevole impatto propagandistico», quali l’attentato all’Hotel Corinthia di Tripoli a gennaio, l’uccisione di 21 egiziani copti a febbraio e l’attentato con un camion bomba contro il Centro di addestramento della polizia a Zlitem con 50 morti e un centinaio di feriti (il 7 gennaio).”

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In un articolo del Sole 24 Ore sulla guerra in Libia si afferma che: “L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.  La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni … La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi … il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.”

Oggi i media orientano la rabbia verso il migrante che “viene a rubarci il lavoro” creando ad arte un nemico e favorendo sentimenti xenofobi e islamofobi utili a sviare l’attenzione collettiva dai reali problemi. Dovremmo quanto meno prendere atto che se oggi il fuoco si chiama terrorismo, la scintilla che lo attizza ed il vento che lo propaga sono generati dalla finanza globale e dalle élite che governano il mondo seguendo religiosamente la dottrina neoliberista.

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