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	<title>FINANZA Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>FINANZA Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>INFLAZIONE: OVVERO QUANDO LA RAZIONALITÀ DEL MERCATO ELIMINA I PIÙ DEBOLI (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/06/14/inflazione-ovvero-quando-la-razionalita-del-mercato-elimina-i-piu-deboli-i/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 14 Jun 2023 17:44:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione L’inflazione è un problema che affligge la vita quotidiana, erodendo la capacità di spesa delle persone[1]. Pur essendo, da manuale, una questione generalmente risolvibile con le leve della politica macroeconomica, questa espleta il suo influsso a livello microeconomico, andando cioè ad influire sugli equilibri tra domanda e offerta di beni e servizi. Rispetto ai [&#8230;]</p>
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<p><strong>Introduzione</strong></p>



<p>L’inflazione è un problema che affligge la vita quotidiana, erodendo la capacità di spesa delle persone[1]. Pur essendo, da manuale, una questione generalmente risolvibile con le leve della politica macroeconomica, questa espleta il suo influsso a livello microeconomico, andando cioè ad influire sugli equilibri tra domanda e offerta di beni e servizi. Rispetto ai fenomeni inflattivi degli anni ‘80 e ‘90 oggi le leve per arginare il problema a livello europeo, non sono in mano ai singoli stati ma sono demandate alle scelte della BCE. Questo aspetto non è secondario all’interno di un consesso economico a velocità multiple. Ma cos’è in parole semplici l&#8217;inflazione? Il fenomeno si presenta, in estrema sintesi, come un generalizzato e costante aumento dei prezzi di beni e servizi. Se è quindi relativamente semplice comprenderne gli effetti, è invece alquanto complicato definirne le cause, soprattutto in una società complessa come la nostra. In queste pagine, senza scendere troppo nei tecnicismi, tenteremo una disamina dei principali fattori che, dal nostro punto di vista, determinano l&#8217;inflazione.</p>



<p>Cominceremo la trattazione esaminando ciò che accadde immediatamente dopo il lock-down per descrivere una sorta di linea temporale del recente cambiamento dei prezzi di alcuni prodotti. Cercheremo poi di analizzare un processo che viene da un po’ più lontano e che ha visto un innalzamento dei costi energetici, già prima della pandemia, e come poi l’effetto combinato di questi fattori sia stato, almeno a livello europeo, moltiplicato dal conflitto scatenatosi in Ucraina. Un commento a parte, ma significativo, è destinato alla speculazione (parte che sarà trattata nella seconda uscita relativa a questo pezzo) e alle modalità che le industrie e i fornitori di beni e servizi impiegano per deviare i costi scaricandoli sui cosiddetti “utenti finali”, cioè individui, nuclei familiari e utenti in genere.</p>



<p>Prima di addentrarci nella trattazione vera e propria è importante sottolineare alcuni punti chiave&nbsp; del fenomeno inflattivo. Il primo è che l’inflazione è sempre presente ma a determinare preoccupazione è quanto crescono i prezzi in tempi troppo rapidi. Da qui gli obiettivi della BCE di riportare il tasso inflattivo attorno al 2% definito in qualche modo “fisiologico”. Il secondo punto è che l’aumento dei prezzi in qualche modo si autosostenta e tende a crescere in maniera più che proporzionale. Quando un’economia si trova una fase di inflazione elevata, la reazione da manuale è quella di evitare che si inneschi una spirale prezzi-salari, cioè che gli operatori economici finiscano con l’incorporare nei contratti delle proiezioni future riguardanti livelli inflattivi più consistenti, creando quindi un ciclo che si autoalimenta. Le “medicine” per curare il male le stiamo vedendo,&nbsp; cioè interventi molto incisivi delle banche centrali (aumento del tasso di interesse)&nbsp; dagli esiti indiscutibilmente recessivi.&nbsp; Attualmente però il discorso sull’inflazione si concentra sul rapporto prezzi-profitti invece del “tradizionale”, rapporto fra prezzi e salari. In quanto i salari sono bassi e lo sono da troppo tempo.&nbsp;</p>



<p>É chiaro che, dal nostro punto di vista, l&#8217;inflazione che si abbatte su un tessuto socio-economico già provato da una decennale fase di stagnazione crea non pochi problemi. A tal proposito prendiamo a prestito una definizione interessante che può fornire una cornice descrittiva alla fase che stiamo analizzando. L.H. Summers parafrasando Alvin Hansen, descrive la stagnazione secolare come “<em>la tendenza cronica degli investimenti privati ad essere insufficienti ad assorbire il risparmio privato, la quale porta, in assenza di politiche straordinarie, a tassi di interesse estremamente bassi, inflazione inferiore a quella auspicabile e crescita economica lenta</em>”[2]. Verrebbe immediatamente da chiedere come mai si parla di tasso di inflazione minore di quello auspicabile in un articolo nel quale si dovrebbe discutere dei problemi legati alla crescita repentina dei prezzi. La questione è che se si vuole tentare di spiegare qualcosa di complesso non ci si può abbandonare a spiegazioni semplicistiche o peggio banali.&nbsp;</p>



<p>C’è bisogno di tenere in considerazione la fase attuale del sistema come prodotto di stati pregressi. E lo stato pregresso è descritto abbastanza adeguatamente da un elemento tutto sommato noto, ossia la sproporzione fra detentori di ricchezza e il livello di ricchezza pro capite. Quando all&#8217;indomani dello scoppio della bolla speculativa che ha dato origine alla big recession, urlando slogan in piazza si sosteneva che il 90% della ricchezza era detenuto dall’ 1% della popolazione non si stava esprimendo nulla di assurdo. Certo le ragioni del perché della sproporzione e le conseguenze di tale fenomeno erano lungi dal potersi esprimere in uno slogan ma oggi quelle conseguenze si possono toccare con mano.&nbsp;</p>



<p>La contrazione degli investimenti spiega una pre-condizione alquanto paradossale, cioè una altissima liquidità presente nel circuito bancario e una scarsa propensione ad elargire credito, non solo ai piccoli risparmiatori ma anche alle imprese di cabotaggio medio e&nbsp; medio piccolo, che nella maggior parte dei casi sono l’ossatura dei sistemi economici locali. Questo crea quella difficoltà di assorbimento del risparmio. Ma ancor peggio, crea una situazione di sostanziale “rigidità” del sistema nel rispondere a perturbazioni economiche.&nbsp;</p>



<p>Senza l’accesso al credito in buona sostanza non c’è l’anticipo di capitale che innesca la produzione, ma esso funge anche da volano per le fasi negative, come prestito per estinguere debiti e sbloccare la produzione. Se il circuito si ferma o la moneta prende vie differenti, dettate dalla preferenza per l’estrazione di valore dall’economia finanziaria invece che da quella produttiva, il sistema si ritrova nel paradosso di cui sopra. Ossia molta ricchezza e liquidità circuitante solo in determinati canali e gestita da un numero ridotto di soggetti, nel contempo si indebolisce la cosiddetta economia reale fatta di produzione, vendita e consumo di merci, materie prime, beni durevoli o di prima necessità.&nbsp;</p>



<p>Questo sbilanciamento rende il sistema instabile ed estremamente sensibile alle perturbazioni anche di piccola entità o su scala locale, figuriamoci una pandemia su scala globale con l’ interruzione di intere filiere produttive e il contraccolpo che questo può generare. La pandemia con tutte le sue conseguenze ha quindi chiarito quanto poco duttile e resiliente fosse il sistema. Senza accesso al credito sono bastati pochi mesi di lockdown per far chiudere battenti ad attività in equilibrio già precario. Il resto lo hanno fatto l’impennata dei costi energetici e la carenza di materie prime o semilavorati cruciali per determinate filiere produttive.&nbsp;</p>



<p>C’è da dire che in Italia è stato assestato un colpo destabilizzante nel maldestro tentativo di rilanciare l’economia con gli incentivi per l’adeguamento energetico (il famoso superbonus 110%). Quel tentativo ha accelerato un iniziale aumento dei costi di servizi e beni strumentali aumentandone la domanda esattamente in una fase di contrazione del settore delle costruzioni. Abbiamo avuto un primo assaggio di <em>shortage</em>.</p>



<p><strong>Post Lock-down e Shortage</strong></p>



<p>Shortage è un termine col quale abbiamo nostro malgrado familiarizzato a ridosso della fase di lockdown, nulla di astruso solo un nome un po’ più “cool” per definire la penuria, piú o meno prolungata, di alcuni prodotti che ne caratterizza quindi l’aumento dei prezzi. Ma andiamo per ordine, rispolveriamo brevemente un po’ di concetti economici elementari. Uno shortage può essere causato o da una carenza produttiva (contrazione dell’offerta) o per un eccesso di domanda, l’esito è praticamente sovrapponibile, ossia i prezzi legati a quel determinato bene o gruppo di beni aumentano. Le possibili cause sono molto diverse, che in parte analizzeremo più avanti, ma il loro effetto é sempre l’aumento del prezzo finale di prodotti e lavorazioni.&nbsp; Qual è quindi il meccanismo che sta dietro alla contrazione di offerta o al rapido innalzamento di domanda che fa lievitare il prezzo?</p>



<p>Quando lo shortage si determina come una minore disponibilità di determinati beni, nel momento in cui la domanda resta invariata ma la disponibilità diminuisce, per effetto del meccanismo stesso di formazione del prezzo (incontro fra curva di domanda e curva dell’offerta), questo aumenta. La velocità di lievitazione del prezzo dipende dalla velocità con la quale la disponibilità diminuisce o nel caso inverso con la velocità di crescita della domanda. Un esempio su tutte le mascherine ad inizio pandemia, non si trovavano e quelle poche che c’erano costavano uno sproposito (effetto combinato shortage più speculazione).&nbsp;</p>



<p>L’effetto speculativo è un fattore determinante nel definire il prezzo nel momento di scarsità, possiamo immaginarlo un po’ come l’effetto mercato nero in periodo bellico, non si trovano i prodotti più elementari e quei pochi che girano hanno costi esorbitanti. La speculazione nella fase di shortage avviene attraverso il rallentamento dell’immissione dei beni nel circuito per farne aumentare i prezzi, trattenendo, ad esempio, la merce in deposito per tempi prolungati con l’effetto di una ridefinizione del prezzo reale.&nbsp;</p>



<p><strong>Il sistema produttivo globale</strong></p>



<p>Chiariti i punti fondamentali del meccanismo di formazione del prezzo e di come questo vada sù e giù in funzione di fattori che influenzano tanto la domanda quanto l’offerta, ora possiamo concentrarci sulla complessità del nostro sistema produttivo il quale spesso genera da sé le fluttuazioni di prezzo in virtù della sua stessa complessità strutturale. Qui dobbiamo richiamare alcuni concetti chiave del sistema di integrazione globale cioè le Global Value Chains (GVCs) dette in italiano Catene di Valore Globali. Queste rappresentano la struttura produttiva così come oggi la conosciamo.&nbsp;</p>



<p>Un esempio può chiarire la faccenda. Per produrre un paio di scarpe io divido il prodotto nelle sue componenti (suola, tomaia, tacco ecc.) cerco di capire dove mi conviene produrre (o acquistare) ogni singolo componente in termini di costo (costo che si compone&nbsp; di lavoro, materie prime, energia, trasporti e leggi sulla salvaguardia ambientale). Quindi fatte le mie scelte decido di assemblare il prodotto e piazzarlo sul mercato ad un determinato prezzo che tenga conto del costo e del mio profitto. In estrema sintesi questo è il processo decisionale che influenza tutte le fasi produttive e l’allocazione di risorse lungo catene di valore che si dipanano in lungo e in largo per il pianeta.&nbsp;</p>



<p>Questo dovrebbe far capire quanto la complessità della filiera produttiva renda un prodotto sensibile agli aumenti dei costi di trasporto che sono spesso intimamente legati al costo energia[3]. Quindi l’aumento di costi in filiera o anche solo un’interruzione nelle catene di approvvigionamento possono rendere un determinato bene estremamente più costoso o diminuire la sua disponibilità. Quando ad essere in carenza è una singola categoria di prodotto alcuni soggetti economici possono anche non accorgersi di nulla. Ma quando lo shortage diventa sistemico la questione cambia tanto a livello qualitativo quanto a livello quantitativo.&nbsp;</p>



<p>Se la carenza interessa più prodotti chiave e/o più filiere produttive, riguardanti ad esempio beni di largo consumo e prima necessità, ovvero materie prime essenziali alla produzione, le cose cambiano e si assiste a quello che gli economisti anglo-americani chiamano “the snowball effect”. La pandemia ha imposto restrizioni e blocchi della produzione, ma ha anche generato panico da accaparramento di risorse, una manna per gli speculatori. Il problema dei problemi è che la pandemia ha lasciato a casa parecchia gente, ha accelerato alcuni processi di delocalizzazione e ha stimolato lo sviluppo di cicli produttivi automatizzati per limitare al minimo la presenza umana e reagire ai futuri lockdown in maniera più agile. Quindi ci ritroviamo a ragionare con la sovrapposizione di alcuni effetti.&nbsp;</p>



<p>Aumento dei prezzi e disoccupazione vanno spesso a braccetto nelle crisi economiche, innescando un circolo vizioso rotto solo da interventi pubblici di tipo Keynesiano, con l’uso dell’indebitamento pubblico per stimolare la domanda. Nei casi di inflazione per surriscaldamento dell’economia in una fase espansiva che vede un incremento di produzione e aumento del reddito medio le scelte macroeconomiche sono di innalzamento dei tassi di interesse. L’innalzamento dei tassi dovrebbe avere effetti di raffreddamento dell’economia e contrastare l’impennata dei prezzi in special modo quando c’è una estrema tendenza a spendere. Non ci sembra che sia questo il caso, o meglio a spendere e spandere non sembra la classe media che invece nel corso degli ultimi tre decenni si è progressivamente impoverita. Quindi bisogna cercare di capire questa inflazione da dove arriva e se l’innalzamento dei tassi di interesse ha uno scopo più indirizzato ai mercati e all’economia finanziaria che alla produzione e alla cosiddetta economia reale.</p>



<p><strong>Inflazione: come e perché</strong></p>



<p>La nostra ipotesi è che l’attuale perturbazione inflattiva sia dovuta alla sovrapposizione di alcuni effetti particolari rintracciabili, tra gli altri, nell’influenza del settore finanziario su quello produttivo, quindi, non accidentali ma sistemici. Senza scendere troppo nel dettaglio, anche se consentirebbe una descrizione più accurata del fenomeno, possiamo dire che quota parte del mercato finanziario, cioè quello più comunemente legato alle azioni societarie (quindi teniamo fuori azioni e prodotti finanziari legati all’andamento di beni o scommesse sul futuro valore di alcuni titoli), è come ovvio che sia, legato alle performances delle aziende quotate in borsa. In estrema sintesi maggiore è il fatturato maggiore sarà il valore del titolo.&nbsp;</p>



<p>Bene, fin qui nulla di anomalo è così dai tempi di J.D. Rockefeller e J.P.Morgan, ma da qualche decennio i guadagni non sono più strettamente legati a quello che si produce, ma a come e dove si produce. In estrema sintesi uno dei fattori principali che determinano le buone performance di un’impresa quindi del suo titolo azionario è il vantaggio competitivo, molto spesso inteso nel senso più banale ossia produrre a minori costi per guadagnare di più[4]. Ciò implica di andare a rintracciare aree geografiche nelle quali la produzione ha costi minori (lavoro, accesso alle materie prime, minori imposte ecc.) il che comporta di dover coordinare la produzione e trasportare merci da un capo all’altro del globo. Il processo di integrazione globale, favorito dall’implementazione delle reti di comunicazione ha fatto sì che ciò che viene prodotto in un dato contesto geografico può anche non finire nel mercato locale ma viene esportato in toto verso altre mete. Questo punto è cruciale per capire fino in fondo quali sono i fattori al contorno che possono indurre aumento di costi.&nbsp;</p>



<p>Questa premessa, si è resa necessaria per inquadrare il problema nei suoi punti cruciali. Quindi abbiamo una produzione sparsa per il globo, la quale necessita di un circuito di distribuzione complesso che influisce non poco sui costi. Fino a qualche anno addietro il processo di produzione-vendita-consumo ammette dei tempi di stoccaggio delle merci, un sistema oggi definito obsoleto in quanto prevedeva le scorte di magazzino. Il problema con lo “storage” sono i costi di gestione, un magazzino ha dei costi fissi che i buoni imprenditori preferiscono non pagare, in primis quelli dei magazzinieri. Quindi negli ultimi vent’anni le strategie si sono orientate verso il “just in time”, ossia accelero o freno la produzione in funzione della domanda. In questo i contratti precari assolvono al loro reale compito, ossia quello di assumere per tempi brevi solo quando serve. Teniamo conto che precarietà vuol dire incertezza, redditi mediamente più bassi e una certa propensione al risparmio, tutta roba che fa a cazzotti con la crescita di domanda di beni e servizi e ben lungi dal riscaldare l’economia.</p>



<p>Tornando alla produzione, possiamo aggiungere che le scorte di magazzino avevano un indubbio vantaggio, fare da volano per flessioni improvvise di prodotto. Se il prezzo di un bene sale ma ne abbiamo in magazzino una certa quantità non possiamo (legalmente almeno) alzare il prezzo di un prodotto già acquistato, ma sostanzialmente la scorta impedisce che da un giorno all’altro quel determinato bene non sia più disponibile. Quindi rallentando gli effetti della perturbazione inflattiva nel caso di aumenti dei prezzi al consumo. Ora cerchiamo di mettere in ordine un po’ dei dati che abbiamo fin qui esposto, e otteniamo una bella fila di tasselli che, caduto il primo innesca un effetto a cascata (il famoso <em>snowball effect </em>di cui sopra).</p>



<div style="height:86px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Note</strong></p>



<p><strong>[1]</strong> La soglia di inflazione non è un dato fisso o fisiologico, dipende dalle condizioni del sistema in cui si opera, dal momento che è in un certo qual modo connessa con il tasso di occupazione, il reddito medio, il risparmio e l’accesso al credito, tutti fattori che ammortizzano gli effetti inflattivi fornendo una sorta di margine o soglia di sopportazione al rialzo dei prezzi nel breve periodo.</p>



<p><strong>[2]</strong> Cfr. Rachel and Summers, “On secular stagnation in the industrialized world”, NBER Working Paper No. 26198 August 2019 JEL No. E43,E44,E50,E60,F41</p>



<p><strong>[3]</strong> Per approfondire vedasi la correlazione fra Ipp (Indice prezzi di produzione) e Ipc (indice dei prezzi al consumo) nel caso di un aumento del solo Ipc siamo davanti ad un rincaro solitamente indotto da un eccesso di domanda o da un rialzo della ricchezza disponibile (salari più alti) se ad aumentare è l&#8217;Hpv abbiamo a che fare con aumento dei costi di produzione o materie base. Molto spesso le differenze non sono così nette e semplici. L&#8217;inflazione con la quale abbiamo a che fare oggi (2023) è principalmente causata dall’aumento dei prezzi indotti dall’aumento dei costi di produzione e costi di materie prime o componenti base.</p>



<p><strong>[4]</strong> Per una trattazione più completa si rimanda al concetto di<a href="http://www.faracididattica.it/vecchiosito/files/basile_-_lambiente_competitivo_modello_di_porter_.pdf"> vantaggio competitivo</a> e<a href="https://impreseestere.it/wp-content/uploads/2022/03/capitolo3.pdf"> Global Value Chain analysis</a>.</p>
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		<title>CARO SPESA E GDO: LE DEBOLEZZE SISTEMICHE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/01/24/caro-spesa-e-gdo-le-debolezze-sistemiche/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2023 16:08:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[GDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come entra in crisi il ciclo di produzione e vendita basata sulla GDO Il contesto economico è seriamente in affanno ma soprattutto non è un mistero per nessuno. La pandemia ha imposto restrizioni e blocchi della produzione ma ha anche generato panico da accaparramento di risorse, Il problema dei problemi è che la pandemia ha [&#8230;]</p>
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<p><strong>Come entra in crisi il ciclo di produzione e vendita basata sulla GDO</strong></p>



<p>Il contesto economico è seriamente in affanno ma soprattutto non è un mistero per nessuno. La pandemia ha imposto restrizioni e blocchi della produzione ma ha anche generato panico da accaparramento di risorse, Il problema dei problemi è che la pandemia ha lasciato a casa parecchia gente, ha accelerato alcuni processi di delocalizzazione e stimolato lo sviluppo di cicli produttivi automatizzati per limitare al minimo la presenza umana. Quindi ci ritroviamo a ragionare con la sovrapposizione di alcuni effetti, come la riduzione della forza lavoro, un aumento dei prezzi di materie prime e beni funzionali come i combustibili, che crea una situazione di una certa gravità. Aumento dei prezzi e disoccupazione vanno spesso a braccetto innescando un circolo vizioso rotto solo dal consueto intervento pubblico. La sovrapposizione di alcuni effetti particolari non sono accidentali ma sistemici, cercheremo di arrivarci per gradi partendo da alcuni dati.</p>



<p>Da un rapporto del centro studi CUB nel 2022 i salari e gli stipendi in Italia hanno perso mediamente circa il 10% del loro valore a causa dell&#8217;inflazione, e addirittura intorno al 12% se si analizzano i beni di prima necessità [1]. Secondo il rapporto ARAN (Rapporto semestrale Aran sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti) le retribuzioni contrattuali medie annue dei dipendenti pubblici sono cresciute tra il 2013 e fine settembre 2022 del 6,7% a fronte di un aumento dei prezzi nello stesso periodo del 13,8% e una crescita dei salari del privato esclusi i dirigenti dell’11,6: sono quindi oltre sette i punti percentuali persi per il potere d’acquisto dei salari. Da notare che il rapporto si ferma a settembre 2022 quando l’inflazione acquisita in corso d’anno era già al 7,1% a fronte di un aumento delle retribuzioni pubbliche dello 0,9%[2].</p>



<p>Questi i dati dalla parte della domanda, che va contraendosi man mano che la crisi avanza, con una erosione progressiva della capacità di spesa. Senza considerare la rinuncia a beni voluttuari e l’immancabile effetto domino sulle filiere produttive, proviamo a ragionare sulla sola filiera dell’agroalimentare, dal campo alla tavola. Anche qui ci serviremo di qualche dato per inquadrare il problema e capire chi all’interno del meccanismo continua a guadagnare e chi continua a perdere.&nbsp;</p>



<p>La coldiretti a seguito di uno studio congiunto con il CENSIS ha sostenuto che la filiera dell’agroalimentare è in crisi a causa del processo inflattivo e non solo, <em>le difficoltà delle famiglie infatti si trasferiscono direttamente sulle imprese dove l’aumento dei costi di produzione colpisce duramente l’intera filiera agroalimentare a partire dalle campagne dove più di 1 azienda agricola su 10 (13%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività, ma ben oltre 1/3 del totale nazionale (34%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari</em>[3].&nbsp;</p>



<p>Come spesso accade quando le cose vanno male non si mette mai in discussione la filiera e le strane procedure che ne determinano il normale funzionamento, si preferisce socializzare le pecche endemiche del meccanismo spalmandone i costi sulla collettività. Prova ne è che, sempre nello stesso articolo testé citato, il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, sottolinea l’importanza di <em>raddoppiare da 5 a 10 miliardi le risorse destinate all’agroalimentare nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) spostando fondi da altri comparti per evitare di perdere i finanziamenti dell’Europa</em>[4].</p>



<p>La crisi che stiamo attraversando più che abbattersi su un sistema socio economico fragile per motivi esogeni è cogenerata da un sistema economico di per sé fragile, in quanto basato su sprechi, posizioni dominanti, concorrenza agguerrita e minimizzazione dei costi di filiera per massimizzare il guadagno. È un sistema di per sé propenso a generare squilibri e fasi critiche in quanto si fonda sullo sfruttamento senza riserve tanto del potere d’acquisto del compratore quanto della posizione dominante per imporre un prezzo volutamente basso delle derrate alimentari.&nbsp;</p>



<p>Un sistema che quindi assume lo sfruttamento bracciantile come <em>conditio sine qua non</em>&nbsp; per poter far fronte all’abbassamento dei prezzi d’acquisto imposti dalla catena di distribuzione. Analizzando quindi com&#8217;è cambiato il sistema di produzione, vendita e consumo dei prodotti alimentari in generale e degli agroalimentari in particolare, si può comprendere come il sistema sia nei fatti un meccanismo in equilibrio precario sempre bisognoso del puntello pubblico.&nbsp;</p>



<p>A prescindere da quanto afferma la Coldiretti, riteniamo che un’attenzione particolare vada dedicata al discorso su tutto quello che sta tra il produttore diretto e il consumatore, ossia il sistema di intermediazioni e logistica che compone la grande distribuzione organizzata (GDO). Sistema che si è imposto come unico intermediario fra l’azienda agricola e il consumatore finale. La ragione per cui la GDO ha assunto questo ruolo-chiave si fonda sul progressivo cambiamento dei comportamenti di acquisto da parte dei consumatori. Questi sono mutati in via principale in funzione del livello di urbanizzazione crescente, soprattutto nei paesi a cosiddetto “sviluppo avanzato”.&nbsp;</p>



<p>L’esistenza urbana ha contribuito non poco a concentrare i tempi di acquisto in giorni specifici della settimana o in momenti precisi della giornata, con poco tempo a disposizione. Va da sé che si preferisce fare acquisti lì dove si può trovare una più ampia varietà di prodotti concentrati nello stesso luogo. Da qui il fatto che la quota principale degli acquisti alimentari viene realizzata presso i punti di vendita della GDO. In Italia, la GDO costituisce oggi l’intermediario pressoché obbligato in quanto il 76% dei consumi alimentari tra il produttore agricolo od industriale ed il consumatore avviene attraverso il sistema della grande distribuzione [5].&nbsp;</p>



<p>A questo trend, non può non corrispondere un certo tipo di rapporto di forza nelle filiere agro-alimentari. La GDO ha cercato di sviluppare strategie finalizzate a massimizzare i vantaggi di questa posizione favorevole di intermediazione. Queste strategie sono state orientate nella direzione di un crescente potere di mercato della GDO rispetto agli altri comparti delle filiere agro-alimentari. In estrema sintesi, tali strategie commerciali sono finalizzate a conquistare potere di mercato nelle due direzioni. Cioè verso il consumatore, alla ricerca di posizioni fortemente oligopoliste mediante la creazione delle private labels. Verso i fornitori, alla ricerca di posizioni fortemente oligopsonistiche, fino a porsi localmente come monopsoniste (uniche acquirenti) [6].</p>



<p>Ora tale sistema non è assolutamente autosostenibile e trae la sua linfa vitale da due fattori principali, peraltro già accennati in apertura, ossia il potere dato dalla posizione dominante di <em>price maker</em> (quanto di più prossimo si possa avere al monopsonista) e l’intervento pubblico mirato nei vari punti nevralgici della filiera. Molto spesso i due fattori convergono esattamente nello stesso punto come nel caso delle integrazioni europee al prezzo di vendita di talune derrate alimentari. Le integrazioni intervengono creando una sorta di circolo vizioso di progressivo abbattimento dei prezzi e consolidamento della posizione dominante del sistema di acquisto e distribuzione da parte di grosse imprese.&nbsp;</p>



<p>Caso tipico è stato quello delle arance calabresi comprate da Coca Cola per le sue bevande che venivano pagate solo cinque-sette centesimi il chilo, per anni l’Europa ha sostenuto questo processo integrando il prezzo di acquisto con 12-14 centesimi al Kg. Quando però i rubinetti sono stati chiusi i nodi sono venuti al pettine ed è servito l’intervento statale che per legge ha innalzato la percentuale minima di succo nelle aranciate dal 12 al 20%. Di fatto rompendo tanto un’egemonia di mercato (il prodotto Fanta) quanto un circolo vizioso, che ha visto negli anni vaporizzare ingenti capitali che avrebbero invece potuto essere utili ad un ripensamento delle attività agricole.&nbsp;</p>



<p>Ma questa piccola vittoria non ha modificato nei fatti il trend dello sfruttamento all’interno della filiera agroalimentare. Se qualche produttore di arance oggi può tirare un sospiro di sollievo, è pur vero che continuano ad esserci altre tipologie di prodotto che ancora sono sotto stretto ricatto, dai pomodori da salsa alle zucchine, il mare magno dello sfruttamento di manodopera a basso costo è un dato di fatto.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che il sistema stesso non può ammettere un innalzamento del costo del lavoro in un settore come quello agricolo, nel quale il prezzo corrisposto al produttore diretto è talmente basso che una regolarizzazione in queste condizioni è semplicemente improponibile se si permane nel meccanismo predatorio della GDO. È la logica della grande distribuzione, una filiera di vendita basata su sprechi calcolati sia in entrata che in uscita, il tutto unito alla voracità crescente delle grandi catene di distribuzione che controllano quasi il 75% di tutto il cibo, il che rende la GDO quello che si definisce “price maker” (un monopolista per dirla in italiano), quello che determina una forbice folle tra il costo sul campo ed il prezzo finale sul banco di vendita; in media i supermercati incassano una quota sul prezzo finale al consumo di quasi il 50%, mentre agli agricoltori e ai lavoratori va meno dell’8%.&nbsp;</p>



<p>Se a questo aggiungiamo la congiuntura inflattiva e il sostanziale congelamento di salari e stipendi, che di fatto anche quando crescono non riescono a sopravanzare l’inflazione, ci troviamo con una compressione della domanda proprio nel settore agroalimentare maggiormente suscettibile di oscillazioni date da clima e condizioni meteorologiche avverse per lunghi periodi. L’esito è ovviamente misurabile in una stretta dei prezzi al produttore e un innalzamento dei prezzi al consumatore per bilanciare il volume di vendite mancanti. </p>



<div style="height:74px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Note</strong></p>



<p>[1]&nbsp; Ansa, Milano 18 Gennaio 2023, url: <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2023/01/18/inflazione-centro-studi-cub-salari-hanno-perso-circa-10_1d44b6f4-1f54-45bf-833f-cc499554c55c.html">https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2023/01/18/inflazione-centro-studi-cub-salari-hanno-perso-circa-10_1d44b6f4-1f54-45bf-833f-cc499554c55c.html</a></p>



<p>[2]&nbsp; Cfr. “Inflazione e salari”, Centro studi CUB, 16 Gennaio 2023; url: <a href="https://cub.it/inflazione-e-salari/">https://cub.it/inflazione-e-salari/</a></p>



<p>[3] Rapporto CENSIS-Coldiretti, 2022. <a href="https://www.askanews.it/economia/2023/01/15/inflazionecoldiretti-83-italiani-acquista-a-slalom-fra-negozi-pn_20230115_00006/">https://www.askanews.it/economia/2023/01/15/inflazionecoldiretti-83-italiani-acquista-a-slalom-fra-negozi-pn_20230115_00006/</a></p>



<p>[4] Ibid.</p>



<p>[5] Cfr. <a href="https://www.federdistribuzione.it/app/uploads/2022/10/Mappa-distributiva-2021.pdf">https://www.federdistribuzione.it/app/uploads/2022/10/Mappa-distributiva-2021.pdf</a></p>



<p>[6]&nbsp; <a href="https://elearning.unite.it/pluginfile.php/203810/mod_resource/content/0/La%20distribuzione.pdf">https://elearning.unite.it/pluginfile.php/203810/mod_resource/content/0/La%20distribuzione.pdf</a></p>
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		<item>
		<title>E SE TOCCASSE ALLA GERMANIA?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/11/15/e-se-toccasse-alla-germania/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2022 13:21:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brevi considerazioni su crisi, recessione e debito I tempi delle purghe marca Troika sembrano appartenere ad un tempo remoto, forse dovremmo chiederlo ai greci e non sembrerebbero tanto lontani, eppure potrebbero presto riaffacciarsi. Con modalità forse differenti ma preservando le medesime finalità predatorie. Dal momento che la BCE sta man mano ritirandosi dall’acquisto di titoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Brevi considerazioni su crisi, recessione e debito</strong></p>



<p>I tempi delle purghe marca Troika sembrano appartenere ad un tempo remoto, forse dovremmo chiederlo ai greci e non sembrerebbero tanto lontani, eppure potrebbero presto riaffacciarsi. Con modalità forse differenti ma preservando le medesime finalità predatorie. Dal momento che la BCE sta man mano ritirandosi dall’acquisto di titoli di Stato, e dal momento che, al netto dei titoli già acquistati, l’indebitamento con l’Europa riguarderà i prestiti del programma Next Generation (quello che finanzia il PNRR italiano per intenderci) i rientri debitori e gli scostamenti di bilancio sono il nodo centrale del dibattito a Bruxelles.</p>



<p>Forse questa volta le cose potrebbero essere più complicate, dal momento che da pandemia, inflazione e crisi energetica ne stiamo uscendo, chi più chi meno, tutti un po’ acciaccati e in recessione. Ma quando ad essere instabile è l’economia considerata il motore trainante del PIL europeo cosa potrebbe accadere? Ebbene la Germania, attorno alla quale si è sviluppato il grosso della produzione europea, appare alquanto fiaccata dalla congiuntura economica e politica piuttosto sfavorevole. La sovrapposizione dei contraccolpi economici dovuti al lockdown, uniti al rincaro dei prezzi delle materie prime e quelli del comparto energetico, stanno seriamente preoccupando la nazione considerata una garanzia di stabilità. Non dimentichiamo che i titoli di Stato tedeschi sono utilizzati come riferimento per il rendimento dei vari altri titoli europei, il famoso spread è il differenziale di rendimento fra il titolo più sicuro e stabile, (il BUND) e qualsiasi altro titolo di stato dell’eurozona. Ebbene anche questa certezza al momento sta vacillando pericolosamente. Tra taglio delle stime di crescita[1] e flop nelle emissioni di BUND[2], l’immediato futuro non appare roseo per quella nazione che poco più di dieci anni orsono ha contribuito non poco a fare della Grecia un esempio per tutta l’Europa[3] delle conseguenze nefaste dell’indebitamento eccessivo.</p>



<p>Ora che potrebbe toccare proprio alla Germania di sforare sui conti sarebbe interessante capire cosa potrebbe accadere. Nessun caso Grecia 2.0 ovviamente, dal momento che i conti tedeschi sono attualmente in perfetto ordine, ma per mantenerli tali cosa è disposto a fare il Governo centrale? Attualmente sono alle prese con un piano da duecento miliardi di euro per ammansire il caro energia ma con molti problemi a farli saltar fuori con la vendita di titoli di Stato. Quasi un cane che si morde la coda.</p>



<p>La crisi energetica rallenta l’economia tedesca, più questa rallenta meno fiducia c’è nel suo debito, il che implica meno acquisti di BUND, cioè meno fondi per alleggerire il carico del caro energia, quindi costi più alti per le imprese, licenziamenti e il ricorso agli ammortizzatori sociali, ossia altro debito. Quindi un’emissione di BUND trentennali andata malissimo e a fargli eco un’altra di titoli quinquennali abbondantemente sotto le aspettative minime (1.7 miliardi di titoli venduti a fronte di una vendita prevista di 4 miliardi di euro), non sono notizie che passano in sordina. Una congiuntura assai infelice che con tutta probabilità costringerà la Germania ad uno scostamento di bilancio e ad un taglio di alcuni capitoli di spesa per mitigare il caro energia che sta rallentando di fatto l’economia. Rallentamento che per inciso riguarda non solo i tedeschi ma tutto quello ad essi collegato, compresa l’economia nostrana, solidamente ancorata a quella teutonica da filiere produttive condivise (meglio sarebbe definirle catene di valore) per quanto concerne la manifattura.</p>



<p>Dopo aver tratteggiato la situazione sarebbe da capire cosa potrebbe accadere, ma siamo molto sicuri che alla Germania, difficilmente potrà mai toccare la stessa sorte della Grecia. Tant’è vero che la Commissione europea approva aiuti per 225,6 milioni di euro alla Germania per l&#8217;acquisto di SEFE, &#8220;ex-Gazprom tedesca&#8221;. Detta in soldoni si tratta di un sostegno statale per 225,6 milioni di euro affinché la Germania acquisisca il 100% del controllo su SEFE, l&#8217;ex Gazprom Germania. Dovrebbe quindi essere oltremodo chiaro che nell’UE ci sono figli di un dio minore o figli e figliastri se vogliamo. Una prima spiegazione a tali distinguo (verrebbe da dire de iure oltre che de facto) consiste nel fatto che la Comunità Europea è un mercato costruito attorno ad interessi specifici in cui baricentro è la Germania. Mentre, come abbiamo detto, l’ingresso nell’Unione monetaria europea ha imposto all’Italia un rovesciamento della sua linea tradizionale di politica valutaria, lo stesso non si può ripetere della Germania. Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo e ripercorriamo brevemente alcune fasi salienti del percorso che ha condotto all’UE. Citando Augusto Graziani[4] possiamo rammentare che <em>quando in Europa vigevano cambi flessibili (ad esempio fra il 1973 e il 1978) e anche successivamente, quando entrò in vigore il sistema monetario europeo, la Germania fece in modo di mettere in pratica una sua politica valutaria particolare </em>[5]<em>. In linea di principio, la Germania accettò più di una volta di rivalutare il marco rispetto alle altre valute europee; ma le successive rivalutazioni del marco furono sempre minori di quanto il differenziale di inflazione avrebbe richiesto per ripristinare il cambio reale precedente. Poiché per molti anni la Germania godette di una sostanziale stabilità dei prezzi, mentre gli altri paesi europei non potevano evitare una lenta ma continua inflazione, con il risultato che il marco tedesco, sebbene ufficialmente rivalutato in termini monetari, in realtà si andava svalutando in termini reali. L’industria tedesca riusciva in tal modo ad accoppiare la sua superiorità tecnologica al vantaggio derivante dalla possibilità di mettere in vendita i propri prodotti a prezzi relativi decrescenti. Questa strategia procurò alla Germania l’accusa di praticare una politica neomercantilista</em>[6].</p>



<p>La Germania è, assieme alla Francia, quindi uno dei soggetti egemoni all’interno dell’economia dell’Eurozona, va da sé che è assai difficile che faccia la stessa fine della Grecia. Vuoi anche per la capacità di somministrare “cure lacrime e sangue” alla popolazione senza troppe cerimonie, ma difficilmente si vedrà imporre lo stesso genere di ricatti che a suo tempo costrinse a far accettare alla Grecia. La crisi greca avrà a suo tempo arrecato qualche timore alla Germania in merito alla possibile tenuta dell&#8217;eurozona, ma al di là del timore&nbsp; ha portato più di qualche vantaggio. Questi profitti sono, in parte, il risultato di titoli di Stato ellenici acquistati dalla Bundesbank attraverso il cosiddetto SMP (Securities Market Program) della Banca centrale europea che sono poi stati trasferiti nel bilancio tedesco. Ciò ha consentito che fino al 2017 la Bundesbank abbia ottenuto un &#8220;utile&#8221; di 3,4 miliardi di euro, utile su titoli di debito di una nazione spremuta con un limone. Ma non basta, in quanto la creatività finanziaria unita al funzionamento del sistema di equilibri economici dell’UE hanno consentito che dei succitati 3.4 miliardi, 894 milioni siano stati &#8220;girati&#8221; tra il 2013 e il 2014 al Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e alla Grecia. Ciò significa non solo che una differenza positiva di circa 2,5 miliardi è rimasta nelle casse pubbliche della Germania, ma che la Grecia è stata “finanziata” con gli utili del suo stesso debito.</p>



<p>A questo punto è assai difficile immaginare che ci sia qualcuno che possa imporre certe carognate alla Germania dal momento che nessuno può vantare la sua stessa stabilità economica. Ma se tale stabilità venisse meno o se gli appetiti energetici tedeschi non potessero essere soddisfatti in altro modo che non fosse una serie di accordi separati con Mosca cosa accadrebbe? La tanto temuta instabilità dell’eurozona, evitata comminando sanzioni e salassi al più debole degli stati come monito per tutti i pigs (Portogallo, Spagna e Italia) sarebbe forse prodotta da chi ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo? Anche se alquanto remota come possibilità c’è comunque un rischio di frantumazione dell’eurozona, anche se non esplicitamente voluto dalla Germania.</p>



<p>Il dibattito sull’austerity e sui rientri debitori è approdato a qualcosa di conclusivo, rivedendo una serie di clausole che tendono ad essere improponibili visto il poderoso indebitamento generalizzato degli ultimi due anni. Ad ogni modo queste strategie che vedono sempre e comunque Berlino agire da una posizione dominante. Sta di fatto che l’Europa non è divisa solo politicamente, lo è, forse con maggiore forza, soprattutto economicamente. Ci sono di fatto membri di serie A e membri di serie B (se non addirittura di serie C), popolazioni sacrificabili e popolazioni spremibili. Territori svendibili al peggior offerente e ambiti intoccabili.</p>



<p>Quello che la congiuntura di pandemia, inflazione, crisi politica e conflitto stanno portando alla luce, sono le estreme differenze all’interno di una Unione solo sulla carta. Comunità fittizia che con tutte le sue vicissitudini e criticità si trova al centro di un conflitto globale, zona di contrasto fra due modalità di espansione globalista, quella unipolare a stelle e strisce e quella multipolare che vede Cina, Russia e India fra i principali animatori. Il futuro è fosco ma c’è la garanzia che per quanto possa andare male ci saranno paesi che potranno sopravvivere e paesi destinati ad anni di patimenti. la Germania sarà nel primo gruppo, ma l’Italia dove riuscirà a collocarsi?</p>



<div style="height:78px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>NOTE</strong></p>



<p>[1]. &nbsp; Cfr.<a href="https://berlinomagazine.com/2022-germania-deficit/"> https://berlinomagazine.com/2022-germania-deficit/</a></p>



<p>[2].&nbsp; Cfr.<a href="https://www.money.it/debito-germania-non-conviene-piu-perche-berlino-fatica-vendita-obbligazioni"> https://www.money.it/debito-germania-non-conviene-piu-perche-berlino-fatica-vendita-obbligazioni</a></p>



<p>[3].&nbsp; Cfr.<a href="https://www.money.it/La-Grecia-e-davvero-uscita-dalla-Crisi"> https://www.money.it/La-Grecia-e-davvero-uscita-dalla-Crisi</a></p>



<p>[4]. Cfr. Augusto Graziani, “L’Italia prima e dopo l’euro”, url: <a href="http://www.criticamente.com/economia/economia_politica/Graziani_Augusto_-_Cambiare_tutto_per_non_cambiare_niente.htm">http://www.criticamente.com/economia/economia_politica/Graziani_Augusto_-_Cambiare_tutto_per_non_cambiare_niente.htm</a>&nbsp;</p>



<p>[5]. Cfr. C. Thomasberger, <em>Schlingerkurs oder externe Stabilisierung? Anmerkungen zur Politik der deutschen Bundesbank</em>, «Weltwirtschaftliches Archiv», n. 5, 1993, pp. 265-85.</p>



<p>[6]. H. Hagemann<em>, On Some Macroeconomic Consequences of German Unification</em>, in H. Kurz ed., United Germany and the New Europe, E. Elgar Aldershot, 1993, pp.89-107. P. Ciocca, <em>La politica economica della Germania Federale</em>, in V. Valli ed., L’economia tedesca, Etas-Libri, 1981, pp.97-138.</p>
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		<title>COME IL CONFLITTO BELLICO CANCELLA IL MANTRA DELL’AUSTERITY</title>
		<link>https://www.malanova.info/2022/09/06/come-il-conflitto-bellico-cancella-il-mantra-dellausterity/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2022 16:23:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dieci anni di politiche di austerità ci avevano quasi convinti che gli scostamenti di bilancio fossero delle azioni deplorevoli e assolutamente da evitare. Il debito era una faccenda serissima e le bastonate comminate alla Grecia servirono da esempio a tutto il resto dei paesi con un rapporto debito/PIL difforme da quanto stabilito dai vari trattati [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dieci anni di politiche di austerità ci avevano quasi convinti che gli scostamenti di bilancio fossero delle azioni deplorevoli e assolutamente da evitare. Il debito era una faccenda serissima e le bastonate comminate alla Grecia servirono da esempio a tutto il resto dei paesi con un rapporto debito/PIL difforme da quanto stabilito dai vari trattati dell’Unione: “Quell’evento resta una ferita nella costruzione europea, perché è il momento in cui l’Unione ha cambiato la propria natura: da un insieme di paesi liberamente associati è diventata un’assemblea di creditori e debitori. Bruxelles si è arrogata un diritto di coercizione senza limiti, imponendo le sue regole e i suoi punti di vista in nome della difesa della moneta unica e dell’integrità dell’eurozona[1].” Un decennio di sacrifici e politiche lacrime e sangue perché ce lo chiedeva qualcuno o ce lo imponevano gli eventi. Un turbinio di slogan ripetuti come mantra fino allo sfinimento, tra i quali il più vergognoso è stato “abbiamo vissuto finora al di sopra delle nostre possibilità”, peccato che dai primi anni del nuovo millennio la falce delle politiche neoliberiste abbia cominciato a mietere vittime.</p>



<p>La precarizzazione sistematica faceva da vettore alla mercificazione di tutto quello che era possibile rendere valorizzabile sul mercato. La precarizzazione verticale e orizzontale era necessaria per rendere il lavoro scevro da rendite di posizione e “privilegi”. In poche parole il tempo indeterminato, nella migliore delle ipotesi, si traduceva da un concetto di relativa sicurezza ad una assoluta incertezza. Ciò era “necessario” per aprire il paese alla libera concorrenza e agli “investimenti esteri” poi la realtà ha dimostrato ben altro, ossia che l’investitore era attratto da incentivi e condizioni di lavoro rese ottimali dai contratti precari, dalla cancellazione dei contratti collettivi nazionali e dal blocco dei salari, in più vi era &#8211; immancabile &#8211; un pacchetto di agevolazioni fiscali. Un cambiamento radicale per svendere risorse e forza-lavoro al peggior offerente. Ci siamo ritrovati con lo Stato che faceva da ammortizzatore a tutti i capricci degli investitori intervenendo con la disoccupazione, la cassa integrazione e tutto quello che si poteva utilizzare per tenere a bada centinaia di migliaia di lavoratori in balia di mercati e mercanti. Si arriva allo scoppio della bolla che ha dato origine ad una delle peggiori catastrofi finanziarie della storia. Per ripulire le casse dei vari istituti finanziari dal boccone avvelenato dei titoli costruiti sui subprime si è dovuto iniettare liquidità, una sorta di lavanda gastrica per un abuso di sostanze nocive…</p>



<p>È storia ormai che la crisi l’abbia pagata la collettività a suon di austerity. Oggi a distanza di pochi anni dall’allentamento delle politiche restrittive (più o meno dal 2018) assistiamo all’esatto contrario. Bilanci dilatati con scostamenti allegri senza troppe remore &#8211; è chiaro che si doveva far fronte ad un evento assai desueto come la pandemia &#8211; ma ora che la pandemia sembra fare meno paura ecco arrivare la guerra, davanti alla quale non si fanno economie e si spende senza remore. Viene da pensare, finito il pandemonio, cosa ne sarà dei debiti contratti. In questo caso bisogna vedere se alla fine di questa fase di conflitti (a meno di un’escalation che porti ad una guerra conclamata) ci sarà ancora un organismo europeo sufficientemente autorevole cui dover dare conto. Questa è una delle ipotesi che non dovremmo scartare a priori, la tenuta del sistema Europa. È più che logico attendersi che da questa fase assai critica l’Unione ne uscirà alquanto mutata, in peggio o in meno peggio non è ancora dato saperlo, ma sicuramente questa parte di mondo per come la conosciamo non sarà più politicamente la stessa del 2008 o del 2018. L’azione congiunta di spese militari e interventi per calmierare il caro energia in congiunzione con l’indebolimento del sistema produttivo minuto (micro, piccole e medie imprese) sta preparando un conto sociale molto alto. Le sanzioni contro la Federazione Russa stanno avendo un effetto boomerang micidiale, in quanto avvengono contro un organismo che non è estraneo a commerci e contatti permanenti con l’Unione. Al contrario è, in tutta evidenza, il principale fornitore energetico, nonché negli anni si è configurato come area per l’offshoring di determinate fasi lavorative per aziende di vario cabotaggio nonché fornitore di prossimità di materie prime. Sovrapponendo tutti questi fattori abbiamo un quadro socio-economico, finanziario e politico assolutamente disarmante, nel quale l’Unione sta dimostrando tutta la sua debolezza nei confronti della libertà di arricchirsi di potenti soggetti privati. È Indicativo che la commissione europea e tutto il parlamento, non si fecero scrupoli a dare inizio alla mattanza sociale con le randellate dell’austerity, ma oggi non muovono praticamente un dito per bloccare i prezzi di determinate risorse. Eppure siamo in stato di allerta ed emergenza bellica, sarebbe nel pieno diritto di un organismo che deve preservare gli interessi della società che rappresenta di agire per bloccare le speculazioni. Ma evidentemente questo organismo rappresenta tutt’altro, scudo e spada di mercati, mercanti e operatori finanziari. Disposto a versare miliardi di euro in fondi strutturali per aprire alle cosiddette <em>market oriented strategies</em> ogni singolo ambito socio-produttivo, anche nei più remoti dei territori. È chiaro che questi finanziamenti non arrivano dal nulla, sono tutte le contribuzioni che ogni singolo Stato annualmente elargisce ai fondi comuni. Sono capitoli di spesa di una certa entità che non riguardano solo una voce nel bilancio dello Stato, ma arrivano a lambire molto da vicino il nostro quotidiano. In estrema sintesi le fonti di finanziamento europeo per ogni stato si possono riassumere in (1) Risorse Proprie Tradizionali (RPT), (2) risorse basata sull&#8217;IVA, (3) risorse basate sul Reddito Nazionale Lordo (RNL). Per l’IVA si ha un prelievo dello 0,35% sul gettito totale, non parliamo di bruscolini. In questo sistema di contribuzione volontaria siamo tutti coinvolti senza eccezioni.</p>



<p>Tralasceremo la spiegazione del meccanismo che spiega come tutto ciò sia pesantemente ancorato a consumi e produzione &#8211; sarebbe abbastanza lungo &#8211; ma comprendere l’esito del meccanismo dovrebbe far capire come la contribuzione in momenti di crisi sia qualcosa di non semplice. E di momenti critici se ne sono succeduti più di uno in un crescendo di gravità, il tutto accompagnato da una cosiddetta “stagnazione secolare”, ossia un rallentamento della crescita sotto al fisiologico 3% che garantirebbe un’economia in salute. Si potrà quindi comprendere come le bastonate della Troika e le conseguenti manovre lacrime e sangue avvenivano in momenti nei quali solitamente era prevista una ricetta di matrice Keynesiana, ossia di una forte spesa pubblica per riattivare la domanda ecc. Invece le ricette di matrice neoliberista impongono il contrario. Ora che invece si tratta di salvare non le casse degli istituti di credito operanti nell’area euro ma c’è in gioco la tenuta di un sistema economico più ampio, ossia il sistema Occidentale, si aprono i cordoni della borsa e si sversano capitali nel revamping green prima e nello sforzo bellico ora. Come sempre c’è chi impone la scelta.</p>



<p>Dalla congiuntura avversa, fino al più accorato appello al salvataggio della democrazia è tutto un pompare benzina sul fuoco per giustificare qualcosa che fino a ieri era considerato un tabù, un’eresia, un’infamia da purificare con l’austerità più severa. Il fatto è che una volta ristabilito l’equilibrio di liquidità nel sistema bancario tutto ora è possibile. Le speculazioni sulle risorse energetiche stanno fagocitando non solo il potere d’acquisto della famigliola media, ma stanno devastando un intero tessuto produttivo, il quale già provato dal fermo macchine del lockdown sta soccombendo sotto la pressione inflattiva. Quindi se da un lato si scialacquano fondi senza economie per lo sforzo bellico, dall’altro si adottano politiche sanzionatorie che sono assai simili a chi sega il ramo sul quale è seduto, il tutto elargendo qualche briciola ad un sistema produttivo in fase critica, alle prese con shortage, inflazione a tutto tondo e in più l’impennata del costo energia. Se consideriamo i necessari scostamenti di bilancio per far fronte a spese sanitarie e sostegno al reddito prima, spese militari e aiuti per calmierare i costi dopo, potremo vedere che nel giro di tre anni sono state polverizzate le fatiche i sacrifici fatti in 10-12 anni di austerity. Abbiamo devastato il sistema sanitario, il sistema scolastico, universitario e quello trasportistico, abbiamo mandato in pensione gente a quasi 70 anni, abbiamo svenduto il patrimonio statale al peggior offerente abbiamo accettato la precarizzazione totale del lavoro per poi veder depauperare tutto in un paio d’anni o poco più. E quando tutto sarà finito, chi sarà il nuovo soggetto che esigerà il pagamento di tutto ciò?</p>



<p><strong>La redazione di Malanova</strong></p>



<div style="height:51px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>NOTE</p>



<p><strong>[1]</strong> Cfr. M. Orange, <em>La Grecia non è più sorvegliata speciale, ma la crisi è ancora viva</em>; articolo originale “Grèce : l’Europe arrête la surveillance d’un pays toujours en crise”. Url edizione italiana:<a href="https://www.internazionale.it/notizie/martine-orange/2022/08/25/grecia-fine-sorveglianza"> https://www.internazionale.it/notizie/martine-orange/2022/08/25/grecia-fine-sorveglianza</a></p>
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		<title>ACQUA: L&#8217;ULTIMA FRONTIERA DELLA SPECULAZIONE FINANZIARIA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/12/22/acqua-lultima-frontiera-della-speculazione-finanziaria-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 14:23:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[ACQUA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Marco Bersani* Ci sono due modi&#160;di leggere gli insegnamenti della pandemia da Covid 19. Il primo è quello di comprendere finalmente la fragilità dell’esistenza e l’interdipendenza tra vita umana e natura, assumendo il limite come elemento fondativo dei beni comuni e come antagonismo all’appropriazione privata degli stessi. Da qui la stringente necessità di rivoluzionare [&#8230;]</p>
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<p>Di Marco Bersani*</p>



<p><strong><em>Ci sono due modi&nbsp;</em></strong>di leggere gli insegnamenti della pandemia da Covid 19. Il primo è quello di comprendere finalmente la fragilità dell’esistenza e l’interdipendenza tra vita umana e natura, assumendo il limite come elemento fondativo dei beni comuni e come antagonismo all’appropriazione privata degli stessi. Da qui la stringente necessità di rivoluzionare l’economia del profitto per costruire la società della cura, che è cura di sé, dell’altr*, del pianeta e delle generazioni future.</p>



<p><strong><em>Ma se ci poniamo</em></strong>&nbsp;dal punto di vista delle imprese multinazionali e delle grandi lobby finanziarie otteniamo una lettura opposta: la limitatezza dei beni a disposizione dell’umanità diviene in questo caso una nuova enorme possibilità di mercificazione, soprattutto se riguarda l’acqua, un bene essenziale e, come tale, a domanda rigida (tutt* abbiamo bisogno dell’acqua, tutti i giorni e per sempre) e business garantito.</p>



<p><strong><em>È esattamente dentro</em></strong>&nbsp;questo conflitto -che vede l’1% di ricchi contrapporsi al 99% del resto delle persone- che si possono infrangere tutte le regole democratiche che governano una società: così, se nel 2011, la maggioranza assoluta del popolo italiano aveva votato per considerare l’acqua come bene comune e per escludere dal mercato la gestione del servizio idrico, quasi dieci anni dopo non solo quella decisione sovrana non è stata attuata e la finanziarizzazione dell’acqua prosegue imperterrita, ma addirittura il nostro Paese si candida ad ospitare l’edizione 2024 del World Water Forum, l’incontro triennale in cui le multinazionali dell’acqua danno gli ordini ai governi su come favorire la privatizzazione.</p>



<p><strong></strong><strong><em>E c’è una nuova frontiera&nbsp;</em></strong>della mercificazione dell’acqua, che ci arriva da una recentissima notizia: Cme Group, gruppo finanziario leader mondiale dei contratti derivati, ha annunciato che, nel quarto trimestre di quest’anno, quoterà un contratto finanziario derivato –&nbsp;<em>future,</em>&nbsp;in termine tecnico – sul prezzo dell’acqua. Pensato per gli enti pubblici e le imprese bisognose di gestire i rischi relativi alla scarsità di acqua in California, il nuovo contratto dipenderà dal Nasdaq Veles California Water Index, un indicatore dei prezzi idrici lanciato nel 2018 nello stato federato americano, con un mercato che già oggo vale almeno 1,1 miliardi di dollari. Ogni&nbsp;<em>future</em>&nbsp;regolerà le transazioni di 10 piedi acri (oltre 12.334 metri cubi) di acqua e sarà regolato in base all’indice di riferimento. Ogni settimana, il Nasdaq Veles California Water Index (NQH20) stabilirà un prezzo per i diritti di sfruttamento dell’acqua, calcolato sulla media ponderata dei prezzi e in base al volume degli scambi nei cinque maggiori mercati idrici dello stato federato americano.</p>



<p><strong><em>Il nuovo future</em></strong> non si fermerà ovviamente al solo mercato californiano. Come ha chiaramente detto Tim McCourt, dirigente di Gme Group: <em>“Con quasi due terzi della popolazione mondiale che dovrebbe affrontare la scarsità d’acqua entro il 2025, questa rappresenta un rischio crescente per le imprese e le comunità di tutto il mondo”.</em> ‘E un grandissimo business per noi’ ha lasciato sottintendere.</p>



<p>D’altronde, se vale il dogma liberista che&nbsp;<em>“tutto ciò che è scarso ha un prezzo”</em>, quale miglior occasione dei drammatici cambiamenti climatici in corso -già oggi 2 miliardi di persone vivono in Paesi sottoposti a “forte stress idrico”- per mettere in piedi un mercato con business garantito e duraturo?</p>



<p><strong></strong><strong><em>Senza contare come</em></strong>&nbsp;la quotazione di<em>&nbsp;future</em>&nbsp;basati sul prezzo dell’acqua, metterebbe quest’ultima immediatamente nelle mani degli speculatori finanziari, come già oggi avviene per mercati degli alimenti di base, tipo il grano. Quanti sanno che le primavere arabe, alimentate certamente dal bisogno collettivo di democrazia, hanno avuto la loro scintilla da un improvvisa escalation del prezzo del grano provocata da un’ondata di speculazioni sui mercati finanziari?</p>



<p><strong></strong><strong><em>La battaglia per l’acqua&nbsp;</em></strong>assume dunque un valore ancora più fondamentale: a un capitalismo in pluri-crisi sistemica, che, per sopravvivere, ha deciso di approfondire la finanziarizzazione e la mercificazione della società, della vita e della natura, occorre contrapporre da subito un altro modello sociale, che abbia la cura collettiva come elemento fondativo.</p>



<p>Ci sono <em>future</em> a beneficio dei pochi, soliti noti e c’è un futuro collettivo da conquistare. A ciascun* decidere da che parte stare.</p>



<p><strong>* Attac Italia</strong></p>
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		<title>VIRUR: 5 MESI E 120 MILIARDI DOPO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/10/29/virur-5-mesi-e-120-miliardi-dopo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 17:02:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco BERSANI* La precipitazione dell’emergenza sanitaria di queste ultime settimane, le recenti misure prese dal Governo per fronteggiarla e le prime esplosioni di rabbia sociale (al netto di alcune provocazioni costruite ad hoc) sono la cartina di tornasole di cosa ha voluto dire seguire la rotta indicata dalle imprese (Confindustria in testa) nella gestione [&#8230;]</p>
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<p>di Marco BERSANI*</p>



<p><strong><em>La precipitazione </em></strong>dell’emergenza sanitaria di queste ultime settimane, le recenti misure prese dal Governo per fronteggiarla e le prime esplosioni di rabbia sociale (al netto di alcune provocazioni costruite ad hoc) sono la cartina di tornasole di cosa ha voluto dire seguire la rotta indicata dalle imprese (Confindustria in testa) nella gestione dell’epidemia: <strong><em>cinque mesi dopo e con 120 miliardi spesi, come nel gioco dell’oca siamo ritornati al punto di partenza.</em></strong></p>



<p>Il sistema sanitario è di nuovo prossimo al collasso, le scuole iniziano a essere chiuse e, quando non lo sono, si muovono in continuo affanno tra disorganizzazione, continue interruzioni, precarietà; i trasporti pubblici, già pesantemente insufficienti nella vita ordinaria, sono divenuti il focolaio principale del contagio.</p>



<p><strong><em>Dentro questo quadro,</em></strong> se c’era un modo di intervenire male sulla nuova emergenza sanitaria, è esattamente quello che ha scelto il governo, decidendo provvedimenti che salvaguardano alcune fasce produttive a discapito di altre, innescando false gerarchie fra essenziale e superfluo, scegliendo alcuni diritti da tutelare e altri da negare, più in generale <strong><em>ponendo a tutt* il dilemma se scegliere tra la salute e il pane, mettendo in ogni caso in disparte la dignità.</em></strong></p>



<p>Si è in breve tempo trasformata l’Italia in una gigantesca Taranto, dove sopravvivenza economica e diritto alla vita sono quotidianamente messi in competizione.</p>



<p>Nasce da qui la rabbia sociale che, in maniera scomposta – i poveri sono sempre brutti, sporchi e cattivi – si sta esprimendo in diverse piazze del Paese, nelle quali una società frantumata risponde specularmente e ogni categoria di popolazione porta in piazza il proprio problema e il proprio diritto a sopravvivere.</p>



<p>Una rabbia che, senza una radicale inversione di rotta, è solo destinata ad espandersi e a rivelare come pia illusione quella espressa dalla Ministra dell’Interno di poterla affrontare come problema di ordine pubblico, magari creando il clima giusto attraverso addirittura due sere di scontri in Piazza del Popolo, munificamente concessi ai gruppi fascisti nel pieno centro di Roma.</p>



<p><strong><em>Per invertire la rotta,</em></strong>occorre innanzitutto indicare le responsabilità, che ricadono pesantemente su tutte le istituzioni – Governo e Regioni – che in questi sei mesi potevano agire e non lo hanno fatto, tanto sulla sanità quanto sulla scuola, tanto sul trasporto pubblico locale quanto sul diritto al reddito, solo per citare le falle più evidenti.</p>



<p>Ma la colpa maggiore è quella di aver continuato ad <strong><em>inseguire il mito del rilancio dell’economia, </em></strong>così come declinato dai vertici di Confindustria, andando a riempire di finanziamenti (il 70% di quanto speso) le imprese per mandare avanti una produzione purchessia, a prescindere dalle necessità e senza controlli sulla sicurezza con cui viene realizzata.</p>



<p>E se questa entra in contraddizione con altri diritti e bisogni, si sceglie la scorciatoia del negare questi ultimi per affermare i primi: è così che il problema dei trasporti viene risolto eliminando gli studenti e che tutto il tempo dedicato a sport, cultura e socialità viene negato <em>tout court</em>, indipendentemente dalle condizioni con le quali viene svolto e/o usufruito.</p>



<p><strong><em>Il rischio è di non risolvere il problema della salute e di spaccare ulteriormente la società, frammentandola in richieste corporative, tutte in competizione fra loro, tutte espresse con rabbia e disperazione.</em></strong></p>



<p><strong><em>Se c’è un insegnamento</em></strong> che la pandemia ci ha dato è che nessun* si può salvare da sol* e che, di conseguenza, nessun* può essere lasciat* indietro.</p>



<p>É&nbsp;ora che Governo, Regioni, Confindustria, grandi interessi finanziari e ceti ricchi se ne rendano conto, invece di pensare di continuare a estrarre valore e profitti, dichiarando degne le proprie vite e considerando da scarto quelle di tutti gli altri.</p>



<p>Non può essere più accettato nessun ricatto a lavorare, e a muoversi per poterlo fare, senza strette garanzie di poter svolgere entrambe le cose in completa salute e sicurezza.</p>



<p>Non può più essere accettata la scelta fra lavoro e salute, così come la gerarchia fra diritti: tutt* hanno diritto al pane, alla salute e soprattutto alla dignità, e ogni scelta deve essere conseguenza di queste garanzie.</p>



<p>Ecco perché <strong><em>la prima misura da prendere è quella di garantire un reddito a tutte le persone fino al termine dell’emergenza sanitaria:</em></strong> solo così si potranno prendere le misure necessarie – dallo svolgere tutte le attività in sicurezza fino ai possibili lockdown – senza far precipitare nessuno nella disperazione.</p>



<p>Ma questa misura va accompagnata da una radicale e urgente inversione di rotta sulla direzione da prendere, costruendo <strong><em>un piano di trasformazione ecologica e sociale che ponga fine alla dittatura del mercato</em></strong> e metta al centro unicamente i diritti, i beni comuni, i servizi pubblici e una produzione esclusivamente finalizzata al benessere collettivo.</p>



<p><strong><em>Non ci sono i soldi, </em></strong>ci sentiremo di nuovo ripetere. Ma, a parte il fatto che anche i 120 miliardi, spesi per soddisfare in gran parte solo le imprese, non dovevano esserci e sono invece magicamente comparsi, i soldi vanno presi laddove si trovano, a partire da <strong><em>un prelievo su redditi e patrimoni del ceto più alto della società</em></strong> (seppur con ancora qualche timidezza, è quanto ha deciso di fare il governo spagnolo) per arrivare una volta per tutte e <strong><em>mettere a disposizione per gli investimenti necessari alla collettività i 265 miliardi di risparmio postale gestiti da Cassa Depositi e Prestiti, </em></strong>ora utilizzati per operazioni immobiliari, industriali e finanziarie tutte dettate dai profitti e dal mercato.</p>



<p>Tutte cose che si possono fare domani, se solo si abbandonasse la narrazione dominante dell’economia del profitto individuale per approdare alla costruzione della società della cura collettiva.</p>



<p>Tutte rivendicazioni che devono attraversare le piazze perché dalla pandemia si generi una nuova speranza e non la solita cieca disperazione.</p>



<p><strong>*Attac Italia</strong></p>
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		<title>CARO PROFESSOR DRAGHI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/03/27/caro-professor-draghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2020 10:36:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco BERSANI* Buongiorno Professore, devo confessarle che leggo sempre con molta attenzione ogni suo intervento, sia perché, a differenza di altri esponenti dell’élite che strabordano sui media, lei è generalmente più pudico, sia perché ho imparato che ogni volta che lei prende parola non è mai per caso, bensì per suggerire uno scenario. Per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco BERSANI*</p>



<p>Buongiorno Professore,</p>



<p>devo confessarle che leggo sempre con 
molta attenzione ogni suo intervento, sia perché, a differenza di altri 
esponenti dell’élite che strabordano sui media, lei è generalmente più 
pudico, sia perché ho imparato che ogni volta che lei prende parola non è
 mai per caso, bensì per suggerire uno scenario. Per dirla tutta e 
meglio, diciamo che ogni volta che lei interviene, non so perché, ma mi 
viene da guardarmi le spalle.</p>



<p>Ed è successo anche questa volta, dopo il suo autorevole intervento sul “<em>Financial Times</em>”, in cui ha espresso alcuni concetti fondamentali, che provo qui a sintetizzare: <strong>a)
 siamo in guerra;&nbsp; b) come in ogni guerra servono misure straordinarie; 
c) queste misure devono essere a carico dello Stato, che deve spendere, 
moltissimo e subito, non solo per sostenere il reddito delle famiglie, 
ma per evitare il crollo della capacità produttiva del paese; e) per 
fare questo, lo Stato non si deve assolutamente preoccupare 
dell’innalzamento del debito pubblico e deve mobilitare il sistema 
bancario e finanziario, facendosi garante dei finanziamenti da questo 
erogati a tutti a tasso zero e senza condizioni.</strong></p>



<p>Sono sicuro che tra i burocrati di Bruxelles più d’uno sia cascato dalla sedia, sentendo queste parole.&nbsp; <em>“</em>Ma
 come? Uno dei massimi sostenitori della trappola del debito con la 
quale abbiamo per decenni ingabbiato i popoli facendogli digerire tagli 
alla spesa pubblica, privatizzazioni, sgretolamento dei diritti sociali e
 del lavoro, improvvisamente sostiene che gli Stati possono e devono 
spendere, subito e senza vincoli?”<em>. </em>O forse hanno capito il trucco.</p>



<p>Sono altrettanto sicuro del plauso che le verrà
immediatamente tributato dalle forze politiche di tutti gli schieramenti, sia
per ordinario servilismo verso i potenti, sia per poter prendere parola “al
rimorchio”, essendo rimasti attoniti di fronte alla emergenza sanitaria e
sociale che ha travolto le persone che avrebbero dovuto proteggere. E questi
non hanno sicuramente capito niente.</p>



<p>Vorrei allora, dalla modestia
 della mia scrivania di casa, dove sono confinato come quasi un 
miliardo&nbsp; di altre persone sul pianeta, provare a interloquire con lei.</p>



<p>Partiamo dall’assunto iniziale, che immediatamente non mi
trova d’accordo.</p>



<p>Non siamo in guerra e il nemico è tutt’altro che invisibile. Su questo, Bertolt Brecht scrisse questi versi memorabili: <strong>“Al  momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il  nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla  del nemico è lui stesso il nemico.”</strong></p>



<p>Parliamoci chiaro: perché di fronte a un serissimo problema sanitario
 e sociale, diventato tragedia per l’incapacità di gestirlo come tale, 
tutti, lei compreso, avete iniziato a militarizzare il linguaggio? <strong>State forse cercando di dirci che sarà la guerra – ora sanitaria, domani economica – lo scenario in cui pensate di rinchiuderci <em>sine die</em>? O state cercando di cementare un’unità nazionale, dentro la quale sarete ancora voi a comandare?</strong></p>



<p>Servono
 misure straordinarie e gli Stati devono spendere? Noi che abbiamo 
sempre combattuto la trappola del patto di stabilità, del <em>fiscal compact</em>, dei vincoli di bilancio – <strong>le vere cause della trasformazione di un serio problema sanitario in una tragedia di massa</strong> – non possiamo che essere d’accordo.</p>



<p><strong>Ma
 perché non dire allora che vanno abolite e che va stracciato il 
Trattato di Maastricht che le ha prodotte? State forse cercando di dirci
 che oggi si può spendere perché il mondo delle imprese è in affanno, 
per poi domani richiudere la gabbia e riproporci altri decenni di 
austerità?</strong></p>



<p>Sembra proprio di sì, stando alle sue parole. 
Perché, se è vero che gli Stati devono spendere senza guardare 
all’aumento del debito pubblico – e siamo d’accordo – quali 
provvedimenti prevede lo scenario da lei proposto perché, nel secondo 
tempo di questa drammatica partita, gli Stati e le popolazioni non siano
 di nuovo messi con le spalle al muro?</p>



<p><strong>Perché non dice  l’unica cosa che andrebbe detta, ovvero che la Banca Centrale Europea  dev’essere immediatamente trasformata in banca centrale che garantisca  illimitatamente il debito pubblico degli Stati e ne compri, attraverso  le banche nazionali, tutti i titoli emessi?</strong></p>



<p>Crollerebbe l’impianto liberista?</p>



<p>Mi creda, prof. Draghi, <strong>quell’impianto
 è miseramente crollato nel grido di rabbia di migliaia di medici e 
infermieri, che chiamate eroi solo perché sapete di aver mandato 
all’inferno; è crollato dentro gli scioperi degli operai in lotta per la
 loro vita e contro l’altrui profitto; è crollato nella 
colpevolizzazione dei cittadini, costruita ad arte per non farli 
riflettere sullo scempio che avete fatto in venti anni di austerità.</strong></p>



<p>Serve la responsabilità e la
collaborazione di tutt@? Siamo d’accordo, ma a un patto: che anche le decisioni
vengano prese con la partecipazione di tutt@ e, soprattutto, con un passo
indietro da parte di tutti quelli che in questi anni ci hanno chiesto di
competere fino allo sfinimento per poi non garantire protezione ad alcuno.</p>



<p><strong>Perché, professore, il futuro è troppo importante per lasciarlo agli indici di Borsa.</strong></p>



<p><strong>*ATTAC ITALIA</strong></p>
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		<title>OTTO DOMANDE AI SEGUACI DEL LIBERISMO</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/03/18/otto-domande-ai-seguaci-del-liberismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2020 08:48:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[FINANZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco BERSANI* Perché adesso si possono stanziare migliaia di miliardi e per venti anni avete sempre risposto ad ogni rivendicazione sociale che i soldi non c&#8217;erano? Perché adesso si possono investire miliardi a sostegno di famiglie e imprese e per venti anni ci avete detto che gli aiuti di Stato erano vietati e si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Marco BERSANI*</p>



<p><strong>Perché </strong>adesso si possono stanziare migliaia di miliardi e per venti anni avete sempre risposto ad ogni rivendicazione sociale che i soldi non c&#8217;erano? </p>



<p><strong>Perché</strong>
adesso si possono investire miliardi a sostegno di famiglie e imprese e per
venti anni ci avete detto che gli aiuti di Stato erano vietati e si potevano
finanziare solo le banche?</p>



<p><strong>Perché </strong>adesso
il patto di stabilità può saltare e per venti anni ci avete detto che era
l&#8217;unica legge divina e sovrana a cui sacrificare tutto?</p>



<p><strong>Perché</strong>
adesso si possono requisire le cliniche sanitarie ai privati e per venti anni
le avete finanziate smantellando quelle pubbliche?</p>



<p><strong>Perché</strong>
adesso si possono obbligare le imprese a convertire la produzione e per venti anni
ci avete detto che l&#8217;unico regolatore sociale era il mercato? </p>



<p><strong>Perché</strong>
adesso ci chiedete di essere tutti uniti e per venti anni ci avete detto che
dovevamo competere perché solo uno su mille ce la fa?</p>



<p><strong>Perché</strong>
adesso ci dite che siamo un&#8217;unica umanità e per venti anni ci avete detto che
dovevamo mandare via chi arrivava dal mare?</p>



<p><strong><em>Questo vi chiederemo ogni giorno quando potremo
finalmente uscire </em></strong></p>



<p><strong><em>e venire in tanti sotto le vostre case.</em></strong> <strong><em>Non riuscirete a fermarci.</em></strong></p>



<p><strong><em>Perché dopo essere stati costretti a stare soli e distanti ora sappiamo quanto sarà bello essere tanti e vicini.</em></strong></p>



<p><strong>*Attac Italia</strong></p>
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