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	<title>ECONOMIA SOLIDALE Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>ECONOMIA SOLIDALE Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>RIPRENDIAMOCI LA CASSA. UN CONFRONTO CON MARCO BERSANI</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/06/01/riprendiamoci-la-cassa-un-confronto-con-marco-bersani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 11:28:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo slogan &#8220;nulla sarà come prima&#8221; è vuoto se non lo si relaziona a quel &#8220;prima&#8221; che ha generato la crisi della pandemia. Il Corona virus non è estraneo al sistema economico-produttivo di tipo capitalistico, primo responsabile della rottura degli equilibri ambientali. Prima del virus infatti si parlava della crisi climatica generata dall&#8217; iper sfruttamento [&#8230;]</p>
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<p>Lo slogan &#8220;<em>nulla sarà come prima</em>&#8221; è vuoto se non lo si relaziona a quel &#8220;prima&#8221; che ha generato la crisi della pandemia. Il Corona virus non è estraneo al sistema economico-produttivo di tipo capitalistico, primo responsabile della rottura degli equilibri ambientali. Prima del virus infatti si parlava della crisi climatica generata dall&#8217; iper sfruttamento delle risorse mondiali e si parlava di una nuova crisi sistemica quando ancora non eravamo usciti da quella del 2008.</p>



<p>Questa fase rappresenta un po&#8217; il 1989 per il sistema neoliberale: questo significa che le crisi non sono un qualcosa di accessorio ma rappresentano dei momenti di rottura strutturali sempre più radicali e profondi del meccanismo capitalista. Ma come sempre, giunti al capolinea si aprono due vie: la <strong>prima</strong> è quella della prosecuzione delle politiche di austerità ma dentro un telaio molto più autoritario di quello precedente, come ha mostrato il lockdown; la seconda è quella della presa di coscienza che i nodi sono tutti venuti al pettine e c’è bisogno di un cambio radicale di paradigma. Questo modello ha dimostrato di non proteggere nessuno. Il virus ha spiazzato completamente coloro che avevano costruito perimetri di illusoria protezione (&#8220;prima il Nord&#8221; o &#8220;Prima gli italiani&#8221;), mettendo a nudo la profonda precarietà della vita di molti, anche di quelle categorie come gli autonomi e le Partite Iva. Allora, un primo cardine di un&#8217;alternativa do società non può che passare dall&#8217;eliminazione della precarietà.</p>



<p>Un <strong>secondo</strong> aspetto è che se la pandemia è endogena al modello capitalistico, allora è dall&#8217;<strong>ecologia</strong> che bisogna ripartire per superare questo modello e costruire un&#8217;alternativa.</p>



<p>La pandemia, inoltre, dà profondamente ragione al <strong>pensiero femminista</strong> che ha sempre sottolineato la preminenza della riproduzione sociale sulla produzione economica. Il lavoro di cura, il lavoro domestico, messi sempre in secondo piano dal lavoro di fabbrica, sono diventati evidentemente le basi imprescindibili per ogni discorso sulla possibilità stessa di un meccanismo economico produttivo. C’è dunque necessità di contrappore alla società del profitto, una società della cura di sé, degli altri e dell&#8217;ambiente.</p>



<p>La <strong>territorialità</strong> assume, in questo contesto, un significato completamente inedito. Il virus si è moltiplicato e diffuso così velocemente perché ha utilizzato i binari dell&#8217;iperglobalizzazione che permettono alle merci, alle persone ed ai capitali di muoversi a velocità supersoniche dentro il mito di una crescita infinita. I corpi di manager e tecnici specializzati, lavoratori di trasporti e logistica, turisti sono stati i canali utilizzati dal Covid-19 per moltiplicare in brevissimo tempo il contagio. Se per bloccare la pandemia si devono bloccare questi flussi globali bisognerà anche pensare ad una riterritorializzazione della produzione. Così i Comuni e gli enti locali divengono sempre più centrali. Non solo sono quelli chiamati ad assistere i cittadini nelle emergenze a causa della prossimità ma saranno sempre più investiti dell&#8217;organizzazione dei sistemi produttivi riterritorializzati. Chiaramente sarebbe razionale, una volta investiti di queste nuove funzioni di coordinamento economico-produttivo, che recuperassero anche una capacità di scelte politiche e di indirizzo autonome. Bisogna ripensare dal basso, dalle comunità territoriali, come si costruisce un altro modello che sia socialmente ed ecologicamente orientato.</p>



<p>Da qui nasce la necessità di &#8220;<strong>riprendersi il comune</strong>&#8221; in una duplice accezione. La prima nel senso della riappropriazione sociale di tutto quanto ci appartiene, contrastando la privatizzazione e la svendita della ricchezza collettiva, ma anche superando la logica del pubblico così come l&#8217;abbiamo storicamente conosciuto dato che non deve coincidere necessariamente con lo statale e con il burocratico; si tratta si immaginare e sperimentare un autogoverno partecipativo delle comunità locali. La seconda nel senso della riappropriazione degli enti locali, in quanto i luoghi della democrazia di prossimità non possono più essere semplicemente i terminali che eseguono le politiche di austerità liberiste stabilite dall&#8217;alto (Unione Europea, Governo italiano) ma vanno ripensati come luoghi di resistenza all&#8217;interno dei quali le comunità territoriali rivendicano la tutela dei diritti umani fondamentali e sperimentano un altro modello sociale e democratico.</p>



<p>Per andare in questa direzione, occorre che tutti i comitati ed i movimenti territoriali facciano un <strong>salto di qualità</strong>. Assistiamo oggi ad una proliferazione di vertenze in campo su temi specifici che rischiano l’inefficacia se non si approcciano al modello comune in termini sistemici. Dal livello locale a quello nazionale, occorre uscire da quella che noi chiamiamo la trappola del debito, dell&#8217;austerità, dei vincoli di bilancio. Significa affermare, nell&#8217;ottica della società della cura, che l&#8217;obiettivo degli enti locali non può essere il pareggio di bilancio finanziario ma deve diventare il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere. L&#8217;obiettivo di un <strong>autogoverno delle comunità locali</strong> deve essere quello di colmare il disavanzo sociale garantendo a tutti i diritti fondamentali, colmare il disavanzo ambientale modificando l&#8217;impronta ecologica della produzione territoriale e colmare il disavanzo di genere ed il suo portato di discriminazione. L&#8217;orientamento alla società della cura ci fa pensare che debbano saltare quei vincoli finanziari e di bilancio che non permettono agli enti locali di garantire pari opportunità e pari diritti a tutti e tutte.</p>



<p>Sono le vie diametralmente opposte percorse da Firenze e Napoli in questa fase di crisi pandemica. Il Sindaco di Firenze, partendo dal dato vero del rischio di default del Comune, ha esternato di voler fare tutto il possibile per salvarlo anche se questo dovesse significare indebitarsi mettendo a garanzia tutte le proprietà pubbliche compresi i musei, i mercati, i monumenti. Il problema che si pone è cosa voglia dire &#8220;salvare la città&#8221; se la si consegna in toto alle banche.</p>



<p>Napoli sta tentando con molta difficoltà una strada diversa. È stata recentemente approvata una delibera, alla fine di un percorso partecipativo all&#8217;interno della <strong>Consulta Pubblica per l&#8217;Audit sul debito</strong>, ai cui lavori hanno partecipato esperti, associazioni e cittadini, che pone la città in aperto conflitto con le istanze superiori. Napoli non ha fatto altro che chiedere, e resto stupito dell&#8217;immobilismo degli altri comuni, la sospensione del patto di stabilità interno, così com&#8217;è stato sospeso il patto di stabilità per gli Stati in Europa. Inoltre, a gennaio, il governo ha approvato all&#8217;interno della legge &#8220;Milleproroghe&#8221; la possibilità di accollarsi i mutui degli enti locali contratti con Cassa Depositi e Prestiti per tagliare drasticamente i tassi di interesse dovuti. Purtroppo non è mai stato deliberato il decreto attuativo, e ancora oggi i Comuni pagano a Cassa Depositi e Prestiti interessi intorno al 4-6%, assolutamente esorbitanti rispetto all&#8217;attuale costo del denaro che si attesta ad una percentuale vicina allo 0%. Ora, sapendo che l&#8217;81% della CDP è del Ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze, ci troviamo in una situazione paradossale, dentro la quale lo Stato fa usura sugli enti locali!</p>



<p>L&#8217;attuale soluzione in campo, proposta da Cassa Depositi e Prestiti, rimane quella della rinegoziazione che significa semplicemente spalmare il debito su più anni accrescendo ancora di più il valore degli interessi che alla fine saranno pagati dai Comuni. Un&#8217;ultima via segnalata dalla riflessione della Consulta Pubblica per l&#8217;Audit sul debito è la richiesta allo Stato di poter accendere, per tutto il prossimo biennio, mutui a tasso zero, sulla falsariga di quelli concessi alle aziende. Si è data in soli due giorni la garanzia dello Stato a un prestito di 6,3 miliardi concesso a FCA, per altro con sede fiscale all’estero, e non si capisce perché non si riescano a reperire analoghe risorse per i Comuni al fine di uscire dall&#8217;emergenza. Sono proposte che ogni Sindaco di buon senso dovrebbe considerare come prioritarie.</p>



<p>I movimenti territoriali proprio in questo dovrebbero fare un salto di qualità, sostituendosi ai Sindaci dormienti, costringendoli al conflitto con le istanze superiori, chiedendo con forza che le risorse per uscire dalla crisi arrivino subito senza aspettare la marea di sussidi <em>ad personam</em> che nella maggior parte dei casi non risolvono i problemi dei cittadini.</p>



<p>In questa fase sostanzialmente non democratica dove la rappresentanza è destituita di ogni significato reale, <strong>la mobilitazione sociale è l&#8217;unico motore</strong> che può in qualche modo sperare di trasformare i rapporti di forza e, se è una mobilitazione ampia e consapevole, anche riuscire a cambiare le istituzioni.</p>



<p><strong>Oggi chi pensa di entrare nelle istituzioni perché quello è il luogo in cui si possono rappresentare le comunità fa un errore di visione storica</strong>. Chi pensa di entrare nelle istituzioni per sopperire alla frustrazione dell&#8217;incapacità di essere presente all&#8217;interno della società e della comunità fa un&#8217;operazione di tipo opportunistico. Si può pensare di “prendere le istituzioni” dopo che si è riusciti a creare una mobilitazione sociale capace di produrre una gigantesca energia collettiva capace di irrompere per trasformare le stesse. Senza questo valore aggiunto si entra nelle istituzioni con l’intento di cambiarle dal di dentro ma si finisce ogni volta per esserne cambiati non avendo le forze necessarie per attuare questa irruzione trasformatrice.</p>



<p>Il <strong>conflitto sociale</strong> che inevitabilmente si svilupperà nel <strong>prossimo autunno</strong>, a causa dei drammatici problemi economici e sociali legati alla crisi non si risolverà all&#8217;interno delle istituzioni ma nelle piazze. Per questo occorre costruire convergenza tra le tante e anche approfondite piattaforme rivendicative sui diversi aspetti della crisi; servono mobilitazioni ampie e consapevoli per trasformare i rapporti di forza. Anche storicamente le tante conquiste degli anni 50, 60 e 70 del secolo scorso arrivarono da movimenti di massa extra parlamentari e con un Partito Comunista all&#8217;opposizione.</p>



<p>Se non saremo capaci di imporre le rivendicazioni attuali attraverso le piazze, il rischio di un&#8217;uscita a destra diventerà più che concreto e potremmo trovarci a sperimentare un moderno fascismo incarnato da istituzioni autoritarie che imporranno con maggiore violenza le ricette antipopolari calate dall&#8217;alto e che continueranno ad espropriare la ricchezza collettiva a vantaggio dei pochi.</p>



<p><strong><em>Documento di sintesi della diretta in <a href="https://www.facebook.com/malanova.info/videos/291364085229988/">streaming live di Malanova</a> con Marco BERSANI di Attac Italia </em></strong></p>
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		<title>MUTUALISMO O DELL’INCOMPATIBILITÀ COLLETTIVA</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/05/06/mutualismo-o-dellincompatibilita-collettiva/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 06 May 2020 16:43:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di JR* Il processo tecnologico abbatte progressivamente la domanda di lavoro manuale (e non solo), erodendo progressivamente la domanda aggregata a causa dell’abbassamento del reddito pro-capite.[1] In questo scenario di progressiva contrazione della forza lavoro, sostituita da intelligenza artificiale, automazione robotica e gestione digitale, nonché dalla specializzazione nella produzione immateriale che esclude di fatto i [&#8230;]</p>
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<p>di JR*</p>



<p>Il processo tecnologico abbatte progressivamente la domanda di lavoro manuale (e non solo), erodendo progressivamente la domanda aggregata a causa dell’abbassamento del reddito pro-capite.[1] In questo scenario di progressiva contrazione della forza lavoro, sostituita da intelligenza artificiale, automazione robotica e gestione digitale, nonché dalla specializzazione nella produzione immateriale che esclude di fatto i soggetti con un basso livello di istruzione,[2] il problema riguardante la tenuta sociale è non solo urgente ma improcrastinabile. Quello che attende il mondo nel post-pandemia è un’accelerazione di questi fattori. Sul versante dell’analisi da molte aree si sta cominciando a capire la vastità del problema e quanto fosco e cupo sia l’immediato futuro. Sul versante delle proposte ci si divide tra rivendicazioni e proposte autogestionarie, entrambe non scevre da contraddizioni.</p>



<p>Negli anni che vanno dal ’90 ad aggi si sono avvicendati una serie di visioni, ragionamenti, percorsi, processi e pratiche tra le più disparate e colorite per immaginare un “qualcos’altro”, ma cos’era questo altro cui si dava la caccia? Era qualcosa che si sosteneva fondamentalmente sul concetto di alternatività; un “essere alternativo” più che essere altro. Non voglio fare della filologia o contorsioni etimologiche, ma va da sé che gli esiti di queste sperimentazioni sono state nella migliore delle ipotesi delle enclave di autogestione e autoreddito, spesso sostenute da una “controcultura alternativa”. Queste si sono spesso poste in conflitto con alcuni meccanismi del sistema, ma non in conflitto col sistema in quanto tale, processi legati al proibizionismo o pratiche tese ad aggirare la fiscalità pubblica, nulla quindi di profondamente incompatibile con le leggi di riproduzione del capitale.</p>



<p>Sorge quindi spontaneo chiedersi Cosa sia l’incompatibilità e cosa sia il conflitto. Sono due termini complementari se immaginiamo l’esistenza di un sistema non accetti nulla che non possa assorbire o meglio sussumere. L’azione che si oppone alla sussunzione è definibile come indisponibilità ad essere parte integrata in un sistema. Questo pone l’accento sul concetto di alternativa, non come altro assoluto rispetto al sistema dato ma un modo altro per appartenervi, concetto un po’ diafano e untuoso, sul quale non si contano gli scivoloni di interi pezzi di movimento a livello globale, i quali hanno abbracciato un modo alternativo di stare nel ciclo di riproduzione capitalista.</p>



<p>Incompatibilità e conflitto divengono quindi necessariamente complementari nel momento in cui non si cerca una forma diversa -alternativa- di appartenenza al meccanismo di produzione e riproduzione della società dei consumi, ma si cerca di sottrarvisi, schivando il processo di sussunzione. Solo sotto questa condizione praticare l’incompatibilità è conflitto in atto.</p>



<p>il concetto di conflitto dovrebbe essere quindi inteso in termini di opposizione fra sistemi, non v’è conflittualità se non si prefigura un sistema opposto, incompatibile a quello dominante. Non ci si può attardare su proposte di aggiustamenti all’esistente, si parla quindi di intraprendere un percorso che sia incompatibile con le logiche sulle quali si struttura la società nella quale siamo immersi. Quindi l’altro mercato, la controinformazione, l’alternatività sono elementi che devono compiere un’evoluzione nel senso di un reale distacco e di costituzione di un’incompatibilità assoluta, per essere ciò che affermano di essere.</p>



<p>Il perché del mutualismo a questo punto diviene il nodo centrale del discorso, ma soprattutto per quale motivo esso deve essere considerato conflitto in atto. Per essere il più chiari possibile è necessario partire da un’istantanea del quadro attuale determinato dalla competizione, la quale agisce in maniera trasversale su tutto il sistema, riconfiguratosi negli ultimi 30 anni sul principio della scarsità. Le politiche ultraliberiste hanno di fatto rotto il meccanismo di redistribuzione della ricchezza, ottenuto attraverso quella forte conflittualità che aveva costretto le socialdemocrazie del secolo passato a garantire un minimo di decenza esistenziale. Oggi il sistema ha polarizzato la ricchezza su specifiche linee di accumulazione e il poco che resta in circolazione deve essere conteso dalla rimanenza del corpo sociale, quindi più che competizione è un conflitto senza quartiere che implementa il processo di atomizzazione sociale; la storica guerra tra poveri.</p>



<p>Si potrebbe ora banalmente affermare che il mutualismo sia conflittuale in quanto tenta di introdurre un contro-processo aggregativo che si oppone alla disgregazione in atto, ma senza un riconoscibile percorso di disarticolazione del sistema, si rischia di cadere nella semplice solidarietà. Questa è un moto spontaneo innescato da un sentimento, che si traduce spesso in un impegno volontaristico che, seppur lodevole a livello umano, si presta molto bene ad essere sussunto dal modello capitalista, trasformando la solidarietà in un business multimilionario. Quindi il mutualismo non è solidarietà dettata dall’anima bella di shilleriana memoria, se così fosse non potrebbe essere conflitto in atto.</p>



<p>In un sistema socio-culturale dettato dall’individualismo spinto non basta inserire un po’ di azioni umanitarie e volontariato sociale, queste sono solo toppe dello stesso e identico tessuto nel quale è avvenuto lo strappo, meccanismi interni che obbediscono alla stessa legge che ha creato lo squilibrio e che spesso hanno la duplice utilità di abbassare il livello della tensione e creare nuovi meccanismi di riproduzione del capitale; una perfetta compatibilità di sistema. Un contro-sistema mutualistico dovrebbe invece riuscire ad erodere agibilità pratica al sistema dominate, ribaltandone i paradigmi fondativi, non fosse altro che per dimostrarne l’inconsistenza. Il raggiungimento di una linea di incompatibilità [3], passa dal conflitto, ma che non è da intendere dentro la mera cornice dello scontro, quello è un contorno che in funzione delle situazioni diviene più o meno inevitabile, ma la conflittualità in quanto tale risiede nella necessità di mettere in discussione il nostro presente fin dalle fondamenta. Quello che si richiede non è sfidare il sistema ma scavargli sotto le fondamenta e farlo implodere nella sua stessa insignificanza.</p>



<p>In quest’ottica le differenze fra rivendicazioni e processi di incompatibilità diventano abissali: le rivendicazioni si indirizzano verso un soggetto che può decidere di fare delle concessioni, l’incompatibilità è non riconoscere a quel soggetto più nessun ruolo, a partire dalle relazioni sociali.</p>



<p>Negli anni recenti si è spesso dibattuto su varie tematiche legate ai diritti e alle relative riappropriazioni. Dal diritto alla casa, all’insegnamento, alla sanità finendo, con un processo quasi filologico, all’enucleazione del diritto al reddito, il che ha potenziato i ranghi di coloro i quali valutavano positivamente il reddito di cittadinanza o reddito universale o reddito sociale. Di là del reale significato e delle confusioni con altri strumenti economici o di welfare (vedi il basic income), quel che è interessante notare è come si sia progressivamente prodotta una mutazione nelle rivendicazioni: il rivendicare una redditualità diretta (monetaria) ha aperto nuove visioni nell’immaginario collettivo, rendendo compatibili con l’esistenza nell’era dei consumi meccanismi quali il precariato. Infatti, se si immagina di poter rimpinguare il gap salariale con un minimo garantito, allora si è ben disposti a percepire paghe ridotte o a pagare un canone locativo lievemente più alto o subire in maniera passiva la privatizzazione e l’aziendalizzazione dei pubblici servizi. Si rende socialmente accettabile un passaggio epocale, insomma il sostegno indiretto alla produzione dei servizi dalle casse statali alle casse delle aziende passando dalle tasche del cittadino medio. Questa non è però che la parte emersa del problema: il cambio di prospettiva del reddito diretto come diritto ha di fatto distorto le prospettive di un immaginario collettivo, che ora rivendica denaro e non diritti o, peggio, rivendica il denaro come strumento di acquisizione di diritti.</p>



<p>Il reddito è oggetto di dibattiti complessi, ma la sua centralità è sempre stata vista come “positiva”, come oggetto di conquista, mai come problematica da decostruire. L’esigenza del reddito è centrale, se e solo se c’è l’implicita accettazione che questo sia l’unico strumento per avere esistere al mondo come soggettività immersa in una società. Molte delle esperienze e discussioni degli ultimi anni non hanno mai creato le doverose istanze di incompatibilità con il sistema (in questo caso la declinazione utile è quella del sistema mercato medito dallo Stato); ci si ritrova quindi a dibattere su come riappropriarsi di reddito o di liberare spazi per un ibero ottenimento dello stesso, svincolato da leggi e regole, nella speranza che questo basti ad avviare un processo di reale emancipazione dai dettami del sistema socio-economico che ci determina. In realtà, però, si liberano risorse e si creano dei micro ammortizzatori sociali attraverso l’economia informale, che nel complesso sgrava lo Stato ed il sistema in generale da alcuni obblighi e oneri. In questo complesso flusso di dibattiti e analisi è spesso sfuggito il concetto stesso di reddito e cosa invece potrebbe configurarsi come suo sostituto, nell’ottica di ricostruire una ricomposizione sociale, ossia il riappropriarsi dei mezzi per la produzione di reddito indiretto, cioè beni e servizi non indirizzati alla produzione di denaro, in breve recuperare il valore d’uso nell’ottica di dissacrare il valore di scambio. [4]</p>



<p>Quello che colpisce è che nella rincorsa del reddito spesso si sottovaluta la direzione verso la quale si avvia la rivendicazione, si perde di vista il fatto che ciò che si chiede è la crescita economica nella sua più genuina formula Neo-classica, ossia la generalizzata crescita del reddito pro capite. Che a chiedere ciò sia la classe media, in un tentativo di recupero del suo potere di spesa e quindi dei suoi storici privilegi, non sorprende; le contraddizione esplodono quando queste istanze divengono le parole d’ordine di un intero movimento e di una intera generazione che chiede semplicemente accesso al reddito, cioè potere d’acquisto. Si ammantano di connotati rivoluzionari alcune pratiche tendenti a scavare nicchie nel mercato globale, che non emancipano dalla necessità del reddito diretto ma, anzi, ne fanno il fine ultimo, costruendovi attorno una serie di rapporti che su scala ridotta mimano la complessità della produzione di massa. Orfane di un preciso percorso politico di reale incompatibilità, molte sperimentazioni concedono molto di più di quel che ottengono, mentre lo sforzo di realizzare un profitto depotenzia e dirotta le energie dal movimento alla produzione.</p>



<p>Siamo nel campo delle ipotesi e della speculazione teorica un tempo definita utopia. È però pur vero che se da un lato il reddito serve per poter accedere a beni e servizi, nel momento in cui questi si riesce ad autoprodurli od autogestirli il fabbisogno di moneta comincia a decrescere, fino a limiti fisiologici imposti dal sistema economico e sociale nel quale si è immersi. Con questo non si intende un eremitaggio di massa od un ritorno alle istanze bucoliche: si intende mettere a sistema la tecnologia disponibile per sopperire alle tariffe dei servizi, si intende una messa a sistema delle conoscenze per sopperire alla scarsità di servizi collettivi (ad esempio ambulatori popolari ed istruzione autogestita); in una parola Mutualismo, che diviene conflittuale in sé in quanto pratica che tiene fuori la concezione stessa di un sistema di riferimento che preordina bisogni e risorse.</p>



<p>È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia micro filiera produttiva è assai più semplice che autoprodurre progressivamente quello di cui si ha bisogno, il portato socio-politico del percorso è però decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione. Utopia certo ma, altrove, discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi: è chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, preferire però percorsi meno complessi non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut, o il reddito o il conflitto: probabilmente si può uscire dal dualismo attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali e complessi.</p>



<p>Questo è forse l’aspetto più controverso ed arduo da affrontare: c’è stato un processo di impoverimento delle pratiche e soprattutto del loro contenuto teorico, per cui da molti e sotto parecchi punti di vista l’organizzazione è vista come un ostacolo alla libertà di espressione degli individui, con le conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi. In questo scenario è veramente difficile tracciare anche solo una direzione da percorrere: sarebbe abbastanza presuntuoso indicare una via profetizzando un avvenire diverso. Ciò che è certo è che l’esempio offre ancora un certo successo nella mente di chi non trova quel che desidera nel suo quotidiano esistere: qui sono le pratiche a determinare inclusione, pratiche però che non nascono dall’agire per l’agire, che non siano autocelebrazione dell’incapacità di creare immaginari bensì la naturale prosecuzione di una sintesi collettiva. La messa in atto di un percorso meditato e ragionato in maniera plurale, con una serie di concetti e punti fondamentali dai quali non si può prescindere. Dalla crisi che si sta approssimando e dalla miseria che ne consegue non se ne esce da soli e non se ne esce continuando a percorrere le direttrici obbligate del sistema socio economico ultraliberista, se ne può uscire solo riconquistando dinamiche di inclusione e ricomposizione sociale, un tendenza quindi di per sé in aperto conflitto con un sistema che tende a dividere e a polverizzare il corpo sociale.</p>



<p><em><strong>*Umanità Nova | n.12 &#8211; 2020 </strong></em></p>



<p><strong>NOTE</strong>:</p>



<p>[1] RIFKIN, Jeremy. “The zero marginal cost society: The internet of things, the collaborative commons, and the eclipse of capitalism<em>”.</em> St. Martin&#8217;s Press, 2014.</p>



<p>[2] SPENCE, Michael. &#8220;The impact of globalization on income and employment: The downside of integrating markets.&#8221; Foreign Aff. 90 (2011): 28.</p>



<p>[3] JR. “Breve discorso sul reddito”, Umanità Nova, <a href="https://umanitanova.org/?p=6036">https://umanitanova.org/?p=6036</a></p>



<p>[4] Mentre un’economia di puro scambio o di baratto può essere descritta in termini marxiani come M-D-M, in altri termini come produzione finalizzata ad ottenere delle merci e quindi volta al raggiungimento di valori d’uso, un’economia capitalistica è descritta come D-M-D’, D’&gt;D. Ciò significa che il fine della produzione è ottenere una quantità di capitale maggiore a quella di partenza attraverso la produzione. Si fa quindi necessaria la distinzione fra prodotto e merci: queste ultime devono subire una metamorfosi in moneta perché, oltre che essere prodotte, devono anche essere vendute. In “Il Circuito monetario” di Stefano Lucarelli e Andrea Fumagalli, Milano 2007.</p>
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		<title>RACCONTI DAI MARGINI. L&#8217;ESPERIENZA NAPOLETANA DELLE RETI SOCIALI PER L&#8217;EMERGENZA</title>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2020 14:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[TERRITORI]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riportiamo le testimonianze raccolte da Francesco Delia, Alessandro Di Rienzo e Giuseppe Ottaviano pubblicate sulla rivista Q Code Mag sull&#8217;esperienza di mutualismo e solidarietà di vicinato che ha visto coinvolte quasi 2mila famiglie napoletane escluse dai criteri di assegnazione dei buoni spesa, dalle misure riservate a professionisti e imprese o a chi, come i senza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2020/05/02/racconti-dai-margini-lesperienza-napoletana-delle-reti-sociali-per-lemergenza/">RACCONTI DAI MARGINI. L&#8217;ESPERIENZA NAPOLETANA DELLE RETI SOCIALI PER L&#8217;EMERGENZA</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Riportiamo le testimonianze raccolte da Francesco Delia, Alessandro Di Rienzo e Giuseppe Ottaviano pubblicate sulla rivista </em><strong><a href="https://www.qcodemag.it/">Q Code Mag</a></strong> s<em>ull&#8217;esperienza di mutualismo e solidarietà di vicinato che ha visto coinvolte quasi 2mila famiglie napoletane escluse dai criteri di assegnazione dei buoni spesa, dalle misure riservate a professionisti e imprese o a chi, come i senza fissa dimora, non individuati in nessuna misura economica governativa, regionale o comunale.</em></p>



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<p>“Ora e sempre resistenza, non resilienza, resistenza!”, Massimo Ferrante saluta così chi ha voluto festeggiare il 25 aprile con la sua “Bella ciao” in diretta streaming. Un festa della Liberazione che ha visto fermati dalle forze dell’ordine alcuni attivisti delle Reti Sociali per l’Emergenza Napoli che in questi giorni lavora alla più grande distribuzione di generi alimentari della capitale del Mezzogiorno.</p>



<p>Poche persone e distanziate per ogni quartiere hanno aperto striscioni che chiedevano alle istituzioni provvedimenti capaci di supportare tutte le persone, l’universalità del corpo sociale in Italia che, con la quarantena, conta una parte sempre crescente superare il confine dell’indigenza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“A casa mia siamo in quattro, io e i miei tre figli, e abbiamo perso tutti il lavoro” racconta Titti del quartiere Materdei. “Mia figlia è parrucchiera ed era contrattualizzata ma il datore di lavoro non sapendo come avverrà la riapertura e con quale giro di affari ha ritenuto di licenziare i dipendenti; così anche mio figlio che cercava case da vendere per una agenzia immobiliare gli è stato detto di continuare a lavorare da disoccupato non retribuito se intende avere speranze per una riassunzione; così come l’altro mio figlio che lavorava a nero in un bar e anche io che sempre a nero facevo servizi qua e là per arrangiare”.</p></blockquote>



<p>Arrangiare, accordare alla meglio, ma non un vestito o una seggiola rotta come suggerisce il Devoto – Oli, qui si arrangia soprattutto la propria esistenza e quella dei propri cari. Da un momento all’altro l’arrangiamento si è interrotto. È proprio in questa crepa che si sono inserite le azioni solidali delle Reti Sociali per l’Emergenza Napoli, iniziative di sostegno rivolte alle tante famiglie escluse dai criteri di assegnazione dei buoni spesa, dalle misure riservate a professionisti e imprese o a chi, come i senza fissa dimora, non individuati in nessuna misura economica governativa, regionale o comunale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Ad essere colpiti sono chi già stava ai margini, chi viveva di una pensione sociale e degli espedienti di qualche familiare e anche la piccola borghesia, il famoso ceto medio, sempre più logorato, di due lavoratori con figli che insieme arrangiavano duemila e cinquecento euro con una casa in affitto di settecento euro e nessun risparmio in banca” spiega Alfonso, storico attivista per chi una casa a Napoli non ce l’ha. “Anche questi oggi sono nel dilemma se pagare l’affitto o fare la spesa e se marzo è stato il mese dell’incosapevolezza, aprile il mese del compromesso, temiamo che a maggio scoppi l’emergenza sociale”.</p></blockquote>



<p>Sono tanti i collettivi di autorganizzazione oggi in rete a Napoli. Nel tentativo vano di citarli tutti ricordiamo lo Sgarrupato di Montesanto e il DAMM – Diego Armando Maradona Montesanto che insieme intervengono anche nei Quartieri Spagnoli e seguono 350 famiglie a settimana; l’Ex Opg che interviene al Cavone, alla Sanità e a Materdei, Il Giardino Liberato anche questo a Materdei, la Brigata Vincenzo Leone impegnata tra la Ferrovia e le Case Nuove, l’Area Flegrea Solidale che interviene a Bagnoli, il BAM a Scampia e il gruppo di Responsabilità Popolare operante su tante zone di Napoli.</p>



<p>Volontari e derrate alimentari sono protagonisti anche tra associazioni cattoliche, cooperative sociali e centri culturali e religiosi di riferimento per le comunità srilankese e senegalese. Una rete di mutualismo che in molti ritengono debba continuare anche dopo l’emergenza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Si è messa in moto una solidarietà di vicinato che a Napoli è la parte più bella di questa storia di merda che stiamo vivendo. La sfera della cura ha rotto quell’argine che prima era circoscritto all’ambito familiare e che ora si apre a delle dimensioni di prossimità che non vedevamo dal terremoto dell’80. Speriamo non sia un alibi per chi non si prende le proprie responsabilità sul piano istituzionale”, conclude Alfonso.</p></blockquote>



<p>A mobilitare e ad assemblare gli animi c’è anche quella categoria di cittadini che non poteva restare a casa: i senza fissa dimora e gli elemosinanti. Dalla sera alla mattina, non hanno saputo più a chi chiedere. Il tempo liberato dal lavoro per molti ha rappresentato l’occasione per mettersi a disposizione degli altri, senza mediazioni, in una delle tante mansioni necessarie per non lasciare soli i più fragili.</p>



<p>Alle 8:30 del mattino la Mensa del Carmine è già un pullulare di persone. Mentre Padre Francesco frulla i pelati, gli attivisti di Responsabilità Popolare preparano 140 litri di ragù alla bolognese che verrà servito già dalle 10:30. Il timore di tutti è che i pasti non siano sufficienti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Si tratta di un’assunzione di responsabilità collettiva rispetto a un problema collettivo”, spiegano Luigi e Stefano del gruppo di Responsabilità Popolare. “Tutto nasce dall’esigenza di prendersi cura dei senza fissa dimora rispetto i quali le istituzioni faticavano a intervenire prima del Covid 19 e ai quali hanno chiuso, in ottemperanza alle regole imposte con la quarantena, mense e ripari. Alla chiesa del Carmine nell’omonima piazza si recavano da padre Francesco in trecento ogni giorno per sfamarsi, con la quarantena sono saliti a settecento e la mensa fatica ad accoglierli. Il rischio di contagio nell’assembramento era grande così abbiamo cominciato anche a distribuire pasti caldi<br>organizzati in gruppi di prossimità. Ci siamo recati nei luoghi dove usano fermarsi per scoprire come il concetto di senza fissa dimora è assolutamente generico, comprende immigrati, tossicodipendenti, chi ha subito un abbandono o una separazione, chi ha perso un genitore che con la pensione garantiva un affitto per tutti, chi ha perso il lavoro. Per i senza dimora che non sono né elettori né consumatori e che nella nostra società storta sono veramente gli ultimi le Istituzioni non hanno fatto quasi nulla, non hanno riaperto le strutture che in tempo di pace funzionavano per garantire la salute e l’igiene minima. Se noi producevamo nelle nostre case centinaia di mascherine dagli assessorati sono arrivati pacchetti con 40-50 pezzi da dare a una mensa che contava almeno 500 persone in fila o al dormitorio dove ci sono 100 utenti che entrano ed escono ogni giorno”.</p></blockquote>



<p>I problemi legati alla sopravvivenza alimentare riguardano anche diverse famiglie dei quartieri popolari che sopravvivono con lavori in nero, spesso impiegati nel settore del turismo e della ristorazione. Nella piccola sala del centro di raccolta della Comunità Sant’Egidio nel quartiere Sanità si confondono persone che vengono a prendere e persone che vengono a donare. Si assomigliano, non si notano differenze, è palpabile la premura a dare e non lasciare nessuno indietro, sicuri che forse è solo un caso a non essere nell’altro ruolo, costretti a dover prendere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Sia io che i miei amici siamo piacevolmente sorpresi dalla mobilitazione grande di singoli cittadini, o dai giovani medici, energie che si riuniscono per rispondere al bisogno delle famiglie in maggiore difficoltà. A sorprendere è la costante fornitura di alimenti da consegnare a chi ha difficoltà a reperirne” racconta Patrizia, responsabile del punto di distribuzione alla Sanità della Comunità di Sant’Egidio. “Spero che questo tempo rappresenti una opportunità per una riflessione sulla vita disumana che abbiamo fatto fino adesso, che sproni un’apertura verso qualcosa di più essenziale che ci può salvare la vita, cioè che evidenzi i legami, la condivisione, la solidarietà”.</p></blockquote>



<p>“Distribuiamo cibo, indumenti e apriamo le docce per essere vicini a chi è senza casa. Prima la maggior parte degli assistiti erano extracomunitari, adesso ci sono anche gli italiani: gli italiani separati, gli italiani che sono stati licenziati. L’emergenza ha aumentato il bisogno degli assistiti, lo vediamo qui in Caritas dove tutti i giorni vengono per la spesa che noi cerchiamo di garantire, altrimenti questi non hanno proprio di come vivere. C’è gente che arrangiava nel quotidiano: l’ambulante, i parrucchieri, si sono trovati senza niente e senza preavviso” spiega Tina della Mensa Caritas di Santa Brigida. “L’alloggio per me è il problema più importante. Ci sono tanti alberghi chiusi e si potevano alloggiare qui i senza dimora come è stato fatto ad Ischia con il terremoto, anche gli albergatori avrebbero continuato a lavorare e a dare lavoro”.</p>



<p>Questo periodo con le sue strane dinamiche rivela, senza troppe esitazioni, le debolezze e le fragilità di tutti, ma l’attitudine a collaborare e fare rete è pervasiva. Dai dati raccolti dal 15 marzo al 24 aprile dalle reti del mutualismo si contano 1820 famiglie sostenute, 7270 pacchi spesa consegnati, 24242 pasti caldi dati in strada e circa 50mila euro raccolti tramite il crowdfunding. I destinatari di questa mobilitazione solidale sono individui e famiglie non rientrati nel raggio d’intervento istituzionale di Comune, Regione, Governo.</p>



<p>“Assistiamo oggi a Scampia mille e cinquecento persone, un numero crescente considerato il fatto che in molti ci contattano perché mandati proprio dal Comune di Napoli”, spiega Monica del Bam – Brigata di Appoggio Mutuo. “A dimostrazione che le comunità resistenti quando si organizzano riescono ad essere molto più efficienti della macchina istituzionale. Siamo un aggregato di collettivi autorganizzati insieme all’associazionismo religioso e non. Non riceviamo nessun aiuto dalle Istituzioni, l’unica cosa che abbiamo ricevuto – e ci sarebbe pure mancato! – è semplicemente il permesso per poter girare all’interno della Municipalità e fare quello che stiamo facendo. Tutti i beni di prima necessità che abbiamo raccolto e che abbiamo in questo momento in questa stanza provengono da una campagna di crowdfounding che abbiamo lanciato sin dalla prima settimana della pandemia e molti altri bancali di beni di prima necessità ci vengono donati come per esempio dal gruppo di Responsabilità Popolare piuttosto che da altre realtà. Scampia ha una tradizione di associazionismo molto lunga e si è avuto un’incidenza sul territorio proprio perché nonostante le diversità si cammina insieme per combattere l’isolamento e l’emarginazione. Con le persone, oltre a consegnare i beni di necessità, parliamo perché è chiaro che il dramma che vivono non verrà risolto dai buoni spesa o dalla spesa che portiamo noi ma si dovrà divenire massa critica per connettersi con le altre realtà cittadine al fine di supportarci a vicenda e per analizzare il prossimo futuro con sguardo critico. Oggi è 25 aprile, abbiamo deciso anche oggi di non restare a casa, di attraversare il quartiere portando la spesa alle famiglie che abbiamo in questa lista che abbiamo prodotto nel corso di queste settimane e porteremo il fiore al partigiano.</p>



<p>A Scampia c’è una via che si chiama via Fratelli Cervi e porteremo un mazzo di fori a questa targa e stenderemo uno striscione su cui abbiamo scritto Combatti la paura, Vivi il quartiere, Distruggi il fascismo”.</p>



<p><strong><em>Q </em></strong><em><strong>Cod Mag | 02.05.2020</strong></em></p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/01_QS_ViaAtri-AddettiSupermercato.jpg?fit=1500%2C1000"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1500" height="1000" src="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/01_QS_ViaAtri-AddettiSupermercato.jpg?fit=640%2C427" alt="" data-id="7470" data-full-url="https://i0.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/01_QS_ViaAtri-AddettiSupermercato.jpg?fit=1500%2C1000" data-link="http://www.malanova.info/?attachment_id=7470" class="wp-image-7470" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/01_QS_ViaAtri-AddettiSupermercato.jpg 1500w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/01_QS_ViaAtri-AddettiSupermercato-300x200.jpg 300w, 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class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://i2.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/15_QS_Mensa-del-Carmine-Vaschette-da-distribuire.jpg?fit=1500%2C1000"><img loading="lazy" decoding="async" width="1500" height="1000" src="https://i2.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/15_QS_Mensa-del-Carmine-Vaschette-da-distribuire.jpg?fit=640%2C427" alt="" data-id="7478" data-full-url="https://i2.wp.com/www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/15_QS_Mensa-del-Carmine-Vaschette-da-distribuire.jpg?fit=1500%2C1000" data-link="http://www.malanova.info/?attachment_id=7478" class="wp-image-7478" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/15_QS_Mensa-del-Carmine-Vaschette-da-distribuire.jpg 1500w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/15_QS_Mensa-del-Carmine-Vaschette-da-distribuire-300x200.jpg 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2020/05/15_QS_Mensa-del-Carmine-Vaschette-da-distribuire-1024x683.jpg 1024w, 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		<title>LA SOLIDARIETÀ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/04/15/la-solidarieta-ai-tempi-del-coronavirus/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 12:13:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tempi bui, questi! Tempi che ci hanno incarcerati nelle nostre case, con i nostri problemi, le nostre incertezze, le nostre paure. Cosa fare per rompere questo muro di isolamento costruito attorno a noi e che lascia abbandona al loro destino chi non ha una casa, un lavoro ufficiale da rivendicare, un minimo di reddito garantito [&#8230;]</p>
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]]></description>
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<p>Tempi bui, questi! Tempi che ci hanno incarcerati nelle nostre case, con i nostri problemi, le nostre incertezze, le nostre paure. Cosa fare per rompere questo muro di isolamento costruito attorno a noi e che lascia abbandona al loro destino chi non ha una casa, un lavoro ufficiale da rivendicare, un minimo di reddito garantito per poter comperare da mangiare? Che fare di questa situazione che isola senza alcuna via d’uscita donne, bambini, anziani e disabili alla mercé dell’oppressione domestica, spesso perpetrata da uomini violenti, che sfogano la tensione di questi insopportabili giorni su di loro? Cosa fare se non si può uscire e dare forma alla nostra voglia di aiutare, sostenere, supportare chi non ha mezzi per superare questa fase?</p>



<p>Con gli altri, Insieme agli altri. “Solo insieme potremo salvarci”. Forse questo è l’unico mantra, parzialmente condivisibile, a fronte di una vergognosa e falsa retorica patriottica. Parzialmente condivisibile, perché non è vero che siamo tutti sulla stessa barca che sta affondando. C’è chi continua ad arricchirsi speculando sulla nostra pelle e sulla crisi.</p>



<p>Che fare dunque con la voglia di mettersi in gioco , aspettando che si aprano le nostre case-galere? Abbiamo pensato di iniziare con uno <strong><a href="https://www.facebook.com/csoacartella/">sportello virtuale di mutua assistenza</a></strong> in grado di socializzare le informazioni più utili ed importanti per sopravvivere in questa fase, partendo da quelle già messe in campo, provando a interpretarle criticamente e cercando di costruire quella solidarietà, quell’autorganizzazione dal basso che sola potrà permetterci di affrontare i tempi ancora più duri che si prospettano.</p>



<p>“&#8230;Andrà tutto bene!&#8230;” ci viene ripetuto continuamente. Sì, ma il rischio è che questo funzioni solo per quelli che cascano sempre in piedi, quelli che prosperano con le sofferenze, le disuguaglianze, le ingiustizie.</p>



<p>Per il resto della società vale solo la possibilità fornita dal non isolarsi; solo mettendoci insieme e riscoprendo il valore di pratiche di mutualismo autorganizzate potremo attrezzarci per la risoluzione dei tanti problemi dell’oggi e, ancora di più, di quelli di domani. Da soli non ne usciamo!</p>



<p>Nel mentre, diffondiamo le informazioni, organizziamoci per supportare e sostenere le fragilità, le criticità. Per supportarci e sostenerci gli uni con gli altri. Ricreiamo comunità solidale.</p>



<p>Stay tuned!</p>



<p><strong><em>CSOA A. Cartella | Reggio Calabria</em></strong></p>
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		<title>QUALE VICINATO?</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/04/14/quale-vicinato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 09:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA CITTÀ]]></category>
		<category><![CDATA[PENSIERI AD ALTA VOCE]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
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		<category><![CDATA[DIRITTI]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandro GAUDIO* Insieme all&#8217;emergenza sanitaria, più che vigente anche oggi, è l&#8217;emergenza sociale che bisogna affrontare, cercando, almeno in questo caso, di approntare per tempo quel piano che, sul versante sanitario, è clamorosamente mancato. In attesa che il piano venga preparato, è essenziale, sin da adesso, disporre della capacità e delle energie per provvedere [&#8230;]</p>
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<p>di Alessandro GAUDIO*</p>



<p>Insieme all&#8217;emergenza sanitaria, più che vigente anche oggi, è l&#8217;emergenza sociale che bisogna affrontare, cercando, almeno in questo caso, di approntare per tempo quel piano che, sul versante sanitario, è clamorosamente mancato. In attesa che il piano venga preparato, è essenziale, sin da adesso, disporre della capacità e delle energie per provvedere vicendevolmente a noi stessi e per affrontare un futuro mai come ora davvero incerto. Da più parti la soluzione sembra essere connessa a un concetto che anche al sud sembra essere largamente dimenticato: quello di vicinato.</p>



<p>Leggendo un comunicato di <em><strong>Woodbine</strong></em> − un centro sperimentale per lo sviluppo di pratiche e competenze autonome, gestito da volontari e situato a Ridgewood, nel Queens −, apprendo che a New York centinaia di persone stanno organizzando su base locale piani per il mutuo soccorso e l&#8217;assistenza in caso di calamità, dando continuità a una tradizione piuttosto radicata di mutuo aiuto; si può leggere lo scritto in questione anche nella traduzione approntata dai redattori di «Malanova», disponibile al seguente URL: <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.malanova.info/2020/04/13/dal-mutualismo-al-dualismo-di-potere-nello-stato-di-emergenza/?fbclid=IwAR3skTVO8r7gSEbsqGzcopy6uJFqxd8JTNUqmmKL4VLu_GlT295-wO2g0EM" target="_blank">http://www.malanova.info/2020/04/13/dal-mutualismo-al-dualismo-di-potere-nello-stato-di-emergenza/</a>(ultimo accesso: 13 aprile 2020). Laggiù, molte comunità praticano quotidianamente questo comunismo del disastro per far fronte alle calamità, laddove lo Stato proprio non riesce ad arrivare. Dopo l&#8217;uragano del 2012, ad esempio, nacque Occupy Sandy, una struttura di soccorso spontanea e auto-organizzata che ha fornito servizi supplementari, ma che è anche servita come importantissimo spazio di relazione che fosse in grado di ospitare le idee che sarebbero servite negli anni successivi alla disgrazia.</p>



<p>Ovviamente, concedono quelli di Woodbine, è estremamente difficile affrontare la questione del mutuo aiuto in regime di distanziamento sociale e smobilitazione politica. Eppure, a noi italiani, una domanda sorge spontanea: e noi? Dove sono i nostri vicini? Dov&#8217;è il nostro quartiere? E il senso di comunità? Come riusciremo ad allestire un concreto spazio di relazione? Saremo in grado di guardare i volti degli altri, di accarezzarli e anche solo di avvicinarli? Sapremo, sul versante opposto, chiedere aiuto ai nostri vicini senza vergognarci?</p>



<p>Anche in queste note ho più volte paventato il pericolo che, alla fine dei conti, si riproponga esattamente lo stesso ordine che abbiamo potuto apprezzare prima che l&#8217;epidemia di COVID-19 esplodesse. Per evitare che ciò avvenga e non appena sarà possibile, riattiviamo i nostri spazi locali di condivisione, i nostri vicinati, e tracciamo quel piano di cui sentiamo tanto la mancanza. Se la quarantena non ha spento del tutto la nostra umanità, il nostro spirito comunitario e se poi abbiamo anche vissuto in un vicinato, sappiamo benissimo quanto potranno rivelarsi utili le rivendicazioni di Woodbine: per iniziare, assistenza sanitaria gratuita per tutti, buoni alimentari universali e assenze retribuite per malattia, sospensione indefinita di mutui e affitti, blocco dei pagamenti alle società forniscono elettricità, gas e internet e rifugi di emergenza in hotel, dormitori e case libere per i senzatetto. O preferiamo farcelo spiegare dagli americani?</p>



<p><em>Torre della</em> <em>Signora, 14 aprile 2020</em></p>



<p><strong>*</strong><em>R.A.S.P.A. (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l&#8217;Autotutela)</em></p>
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		<title>RIES: L&#8217;ECONOMIA SOLIDALE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS</title>
		<link>https://www.malanova.info/2020/04/10/ries-leconomia-solidale-ai-tempi-del-coronavirus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 10:32:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[SINDEMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il cambiamento sociale, ambientale ed economico, durante e dopo la crisi. La Rete Italiana per l’Economia Solidale (RIES), soggetto unitario che rappresenta numerose realtà, associazioni e cooperative di tutta Italia operanti a favore del cambiamento verso una società e un’economia equa, solidale e sostenibile, lancia un appello pubblico: le istituzioni preposte, a qualsiasi livello, [&#8230;]</p>
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<p><strong>Per il cambiamento sociale, ambientale ed economico, durante e dopo la crisi.</strong></p>



<p>La Rete Italiana per l’Economia Solidale (RIES), soggetto unitario che rappresenta numerose realtà, associazioni e cooperative di tutta Italia operanti a favore del cambiamento verso una società e un’economia equa, solidale e sostenibile, lancia un appello pubblico: le istituzioni preposte, a qualsiasi livello, riconoscano l’enorme valore sociale dell’economia solidale anche nell’attuale situazione di crisi.</p>



<p>Nel contempo questa Rete propone a tutti i soggetti variamente connessi alle ventennali pratiche dell&#8217;Economia Solidale o comunque uniti dalla semplice aspirazione ad un mondo più sensato, di mettere a disposizione tutti i mezzi possibili, per comunicare e concretizzare la necessità di un cambio di rotta: è necessario indurre il maggior numero di persone a un radicale cambiamento di stile di vita e, soprattutto, di ordine delle priorità personali.</p>



<p>E’ importante cogliere questo momento, poiché tra qualche settimana c’è il rischio che tutto sia re-indirizzato verso il consumismo e modelli produttivi insostenibili e avulsi dai contesti locali, nella logica del “business as usual”, perdendo l’occasione di trasformare in azione le consapevolezze che abbiamo acquisito sul senso del nostro vivere, del nostro essere comunità e del nostro rapporto con l’ambiente.</p>



<p><strong>Gli interventi delle realtà dell’economia solidale</strong><br><br>Come realtà dell’economia solidale, anche in questa fase di emergenza sanitaria ed economica abbiamo supportato da un lato le fasce della popolazione più fragili e in difficoltà, dall’altro i piccoli produttori agricoli e non solo, che mettono al centro non il profitto individuale e lo sfruttamento intensivo dell’ambiente, bensì il valore collettivo delle proprie attività.</p>



<p>Si tratta in particolare degli interventi di:<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; • Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), che hanno continuato ad approvvigionarsi e distribuire prodotti provenienti da filiere locali e sostenibili, garantendo di fatto la loro sopravvivenza;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; • Strutture della Piccola Distribuzione Organizzata e della logistica solidale, che si sono integrate con le azioni a favore di anziani o fasce deboli messe in atto da Comuni e Protezione Civile sull’onda dell’emergenza;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; • Soggetti che pongono attenzione ai piccoli produttori agricoli, ai mercati contadini e ai fornitori di servizi locali e sostenibili, nonché degli Attori della finanza etica e del commercio equo che hanno ampliato il campo d’azione.</p>



<p>Siamo convinti che la valorizzazione concreta ed effettiva di questo tessuto sociale ed economico sia un elemento cruciale per contribuire, proprio nei tempi di crisi e nei mesi difficili che ci attendono, alla tanto auspicata “tenuta” della società e dell’economia, evitando pericolose derive che già si intravedono.</p>



<p>Adottando uno sguardo più lungimirante, il modello di valore sociale diffuso sostenuto dall’economia solidale dovrebbe, a nostro avviso, essere l’architrave per impostare e consolidare una prossima ripartenza, che possa poggiare su basi solide e di lungo periodo. Le basi del cambio di rotta dovrebbero essere fondate sul valore primario di beni come la sanità, ora riscoperta come bene pubblico essenziale e vissuta da tante famiglie come bene comune, e su una solidarietà reciproca da organizzare insieme a tutti i soggetti della società civile, mobilitatisi per alleviare le conseguenze delle emergenze sulla popolazione. Tutto ciò a partire da una ridistribuzione diffusa delle misure economiche prospettate dal governo, facendo riferimento a esigenze collettive e non individuali o dei poteri economici più forti.</p>



<p><strong>Più attenzione e rispetto per le economie alternative</strong><br><br>I Decreti governativi di contenimento del contagio stanno impattando negativamente sulla realtà dei piccoli produttori locali, sull’operato dei Gruppi di Acquisto Solidale, basato su lavoro volontario e autorganizzazione, nonché dei mercati contadini. Le soluzioni proposte per garantire gli approvvigionamenti di base favoriscono le strutture della Grande Distribuzione, mettendo in difficoltà le esperienze dei GAS e della piccola distribuzione organizzata esistenti, disorientate da decreti che non prevedono il mantenimento e il supporto di queste attività. Sottolineiamo che tali attività sono spesso più “sicure” e gestibili rispetto agli inevitabili assembramenti dei grandi centri commerciali.</p>



<p>Tutto questo non permette la continuità di queste esperienze: molti gruppi hanno interrotto i loro ordinativi anche perché non hanno ricevuto dalle Prefetture indicazioni chiare riguardo le modalità per attuare in sicurezza le consegne dei prodotti ai loro iscritti o il loro ritiro in punti di distribuzione situati in Comuni vicini a quello di residenza. In altri territori il dialogo con le Prefetture è risultato più fecondo ed è approdato a procedure concordate per mantenere almeno l&#8217;approvvigionamento essenziale. Anche alcune piccole cooperative che gestiscono la distribuzione locale e solidale stanno verificando con difficoltà come procedere negli ordini e per le consegne.<br><br>Data la mancanza di omogeneità nella regolamentazione di queste attività, come RIES dopo un confronto e approfondimento con oltre novanta partecipanti a una riunione (a distanza) sul tema, abbiamo predisposto e diffuso alcuni facsimili (in allegato) che i GAS possono utilizzare al fine di continuare ad operare rispettando i decreti:<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; • una&nbsp;<strong><a href="http://www.economiasolidale.net/sites/default/files/allegati/RIES_Modello%20richiesta%20autorizzazione%20x%20GAS.odt">comunicazione da inviare alle Prefetture</a></strong>&nbsp;relativa alla continuazione dell&#8217;attività di acquisto collettivo da produttori di alimenti, unitamente a una&nbsp;<a href="http://www.economiasolidale.net/sites/default/files/allegati/RIES_Lettera%20ai%20prefetti.odt"><strong>lettera, sempre rivolta al Prefetto</strong></a>, in cui si spiega la natura dei GAS e della loro attività e si rinnova la richiesta di autorizzazione;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; • un&nbsp;<strong><a href="http://www.economiasolidale.net/sites/default/files/allegati/RIES_Autocertificazione%20ministero%20-%20membri%20GAS.odt">modello di autocertificazione per i membri dei GAS</a></strong>&nbsp;che si recano a ritirare;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp; • un&nbsp;<a href="http://www.economiasolidale.net/sites/default/files/allegati/RIES_Autocertificazione%20ministero%20-%20per%20distribuzione%20a%20GAS.odt"><strong>modello di autocertificazione per i soggetti che curano la distribuzione</strong></a>&nbsp;al GAS.<br>Chiediamo che a questa azione “dal basso” si affianchi un intervento da parte del Parlamento e di tutte le autorità competenti rivolta a introdurre immediate misure o direttive che possano assicurare il mantenimento dell’operatività di queste realtà.</p>



<p><strong>Unire le forze per una strategia comune</strong><br><br>Ci sembra importante sottolineare un elemento positivo che emerge in queste difficili settimane: l’attenzione rivolta al cibo, alla sua qualità e alle modalità della sua produzione da parte di numerose famiglie non più costrette dai modelli consumistici dominanti a relegare l’alimentazione all’ultimo posto nella scala dei propri consumi. Ciò è confermato dalla crescita delle vendite di prodotti biologici non industriali anche da parte degli operatori storici di questo settore.<br><br>Nel prospettare vari scenari futuri, non vorremmo che passata l’emergenza gli stili di consumo più responsabili e sobri, acquisiti da molte famiglie in questo periodo, venissero dimenticati; o che si desse per scontata &#8211; e gradita &#8211; la ripresa del modello industriale e globalizzato che, nelle mani di poche multinazionali, eroderebbe ancor più quel poco di sovranità agricola e alimentare rimasta.<br><br>Al contrario chiediamo alle istituzioni, rendendoci direttamente disponibili al confronto, di rispettare e sostenere le filiere agro-alimentari alternative e le numerose forme di economia solidale presenti nei territori, di fatto esempi virtuosi, capaci di fare infrastrutturazione sociale, che rappresentano le scelte di un segmento di società sempre più numeroso.<br><br>Nello stesso tempo ci impegniamo ad aprire un dibattito pubblico su questi e altri temi, per dare voce e per collaborare con tutti i soggetti e le iniziative in grado di ‘mettere in campo’ nuovi argomenti, competenze e strumenti per contrastare gli effetti delle periodiche crisi economiche (occupazionali e finanziarie), agricole, alimentari e ambientali, così come l’impatto di modelli energetici e di produzione non più sostenibili.<br>Siamo convinti che, oltre che al confronto nel merito dei contenuti, se riusciremo a individuare parallelamente una strategia comune di comunicazione e promozione delle nostre proposte, potremo con più forza incidere sulle istituzioni e su una porzione sempre maggiore della società.</p>



<p><strong>Il Consiglio Direttivo di RIES &#8211; Rete Italiana Economia Solidale</strong></p>



<p><a href="http://economiasolidale.net/content/economia-solidale-crisi-covid-19-unire-le-forze-per-una-strategia-comune">http://economiasolidale.net/content/economia-solidale-crisi-covid-19-unire-le-forze-per-una-strategia-comune</a></p>
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		<title>6 RISPOSTE A CHI DIFENDE IL TTIP ZOMBIE</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/05/09/6-risposte-a-chi-difende-il-ttip-zombie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2019 12:05:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando il nostro governo ha dato il suo via libera in Consiglio europeo all’avvio di una nuova trattativa di liberalizzazione commerciale con gli Stati Uniti, abbiamo assistito a un disperato tentativo di convincere l’opinione pubblica del fatto che il TTIP non fosse tornato dal mondo dei morti. Invece, è andata è roprio così: un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da quando il nostro governo <a rel="noreferrer noopener" href="https://stop-ttip-italia.net/2019/04/16/nuovo-ttip/" target="_blank">ha dato il suo via libera in Consiglio europeo</a>   all’avvio di una nuova trattativa di liberalizzazione commerciale con  gli Stati Uniti, abbiamo assistito a un disperato tentativo di  convincere l’opinione pubblica del fatto che il <strong>TTIP </strong>non fosse tornato dal mondo dei morti. Invece, è andata è roprio così: un <strong>TTIP zombie</strong> è stato riesumato. </p>



<p>Questo <strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://stop-ttip-italia.net/wp-content/uploads/2019/05/Dossier_TTIP-Zombie_MAG2019.pdf" target="_blank">nuovo dossier</a></strong> liberamente scaricabile fornisce <strong>non una, ma sei risposte alle sterili e tristissime obiezioni diffuse in questi giorni</strong>.
 Per capire che siamo in presenza di un rilancio del trattato tossico 
che milioni di cittadini hanno contrastato in questi anni – e per capire
 come rispondere – bisogna infatti porsi alcune domande: </p>



<ul class="wp-block-list"><li>il “vecchio” TTIP è davvero morto? </li><li>Cosa contengono i mandati negoziali richiesti dalla Commissione per sedersi al tavolo con Trump? </li><li>Quali lobby hanno spinto per riavviare il negoziato? </li><li>Perché ci dicono che non è possibile il cibo e l’agricoltura 
potranno essere toccati dal nuovo TTIP quando invece è vero il 
contrario? </li><li>Che impatto avrà questo trattato sui diritti e sull’ambiente? </li><li>Cosa possiamo fare per non farci prendere in giro e far fallire anche&nbsp; il nuovo TTIP?</li></ul>



<p>Nel breve dossier che abbiamo realizzato trovate tutte le  spiegazioni, che potrete girare anche a tutti quei partiti, Ministri e  parlamentari, italiani ed europei, che hanno provato a giustificare una  scelta che resta irresponsabile e inaccettabile.</p>



<p>FONTE: <a href="https://stop-ttip-italia.net">Stop TTIP Italia</a></p>



<h3 class="wp-block-heading"><a rel="noreferrer noopener" href="https://stop-ttip-italia.net/wp-content/uploads/2019/05/Dossier_TTIP-Zombie_MAG2019.pdf" target="_blank">scarica il rapporto</a> </h3>
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		<title>D’agricoltura nun si campa; no. Di spazzatura? Si</title>
		<link>https://www.malanova.info/2019/02/21/dagricoltura-nun-si-campa-no-di-spazzatura-si/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2019 08:47:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>D’agricoltura nun si campa; no. Ce lo insegnano i pastori sardi, i piccoli ed i grandi agrumicultori delle nostre piane, i cerealicoltori. Tutti lavorano ad un prezzo imposto dal mercato che di solito non remunera neanche i costi d’impresa. O diventi un’agrindustria, spruzzi veleni e sfrutti i braccianti oppure sei fuori dai giochi. No. D’agricoltura [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>D’agricoltura nun si campa; no. Ce lo insegnano i pastori sardi, i piccoli ed i grandi agrumicultori delle nostre piane, i cerealicoltori. Tutti lavorano ad un prezzo imposto dal mercato che di solito non remunera neanche i costi d’impresa. O diventi un’agrindustria, spruzzi veleni e sfrutti i braccianti oppure sei fuori dai giochi. No. D’agricoltura nun si campa; no.</p>
<p>Di spazzatura si. Di spazzatura si campa. La puoi raccogliere, la puoi sotterrare – legalmente o meno – la puoi trasformare, la puoi incenerire, la puoi compostare o ci puoi produrre del biogas. Che bella parola magica questa&#8230;bio!</p>
<p>E’ così che all’ingresso del Parco Nazionale della Sila si è pensato di installare un bell’attrattore turistico. Un invito a tutto il meridione e, perché no, a tutta Italia di venire a sentire com’è profumata l’aria qui a Sud dove non ci sono le fabbriche. Una bella discarica, dove ammonticchiare un po&#8217; della spazzatura proveniente da tutta la provincia, no forse dalla regione e, perché no, da tutta Italia.</p>
<p>Mica è detto che si debba venire in Sila solo con gli autobus e per venire a sciare. Oggi va di moda la multifunzionalità! Allora, certo, vanno bene le truppe di sciatori ed escursionisti, ma perché impedire ai Tir di andare e venire liberamente dal nostro territorio? Anche quello produce ricchezza e lavoro.</p>
<p>Più giù, a valle, poi, abbiamo installato una bella centrale a biomasse. Altrimenti ci dite che cosa ce ne facciamo di tutti questi alberi? Quelli più vecchi andranno pure tagliati prima che ci cadano in testa, o no? Ed anche per evitare gli incendi. Prima che prendano fuoco “da soli” li trasformiamo noi in energia. Con questa si che si campa, e ci si riscalda, e ci si illuminano le notti buie, e inoltre si rivende fuori visto che la nostra regione è già energeticamente autosufficiente, e si crea lavoro.</p>
<p>No. D’agricoltura nun si campa; no.</p>
<p>Ma a noi questo discorso non convince molto, ne vorremmo almeno discutere.</p>
<p>Perchè, al contrario, le statistiche ci dicono che a sfamare il mondo sono prevalentemente le piccolissime realtà contadine agroecologiche a conduzione familiare sparse nel mondo?</p>
<p>Allora ci si campa?</p>
<p>Perchè, al contrario del contrario, tantissimi studi scientifici affermano che nelle vicinanze di discariche, inceneritori e centrali a biomassa si muore di più?</p>
<p>Allora non ci si campa?</p>
<p>Avranno mica ragione questi del Comitato Ambientale Presilano che, per non far passeggiare i Tir avanti e indietro per scaricare tonnellate di rifiuti, si sono beccati multe e denunce?</p>
<p>Noi crediamo di si e perciò li abbiamo sostenuti sul campo, abbiamo sperimentato insieme il primo GAS presilano e continueremo a sostenerli anche nel momento in cui le istituzioni con un tempismo perfetto hanno deciso da che parte stare, con i predatori più che con i predati, con gli inquinatori più che con i cittadini.</p>
<p>Ci vediamo Sabato, Ex Officine/Rialzo, al pranzo solidale.</p>
<p><b>GAS Cosenza</b></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-4149" src="http://www.malanova.info/wp-content/uploads/2019/02/discarica_celico-818x1024.png" alt="" width="818" height="1024" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2019/02/discarica_celico-818x1024.png 818w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2019/02/discarica_celico-240x300.png 240w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2019/02/discarica_celico-768x962.png 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2019/02/discarica_celico.png 960w" sizes="auto, (max-width: 818px) 100vw, 818px" /></p>
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		<title>GAS Cosenza: contro la SPIGA, attiviamoci!</title>
		<link>https://www.malanova.info/2018/12/02/gas-cosenza-contro-la-spiga-attiviamoci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Dec 2018 14:46:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vedendo un&#8217;inchiesta della trasmissione Report intitolata “Che spiga!” sull’oramai conosciuto utilizzo di erbicidi come il glifosato in agricoltura, elemento chimico altamente tossico e nocivo per la salute della terra, dell’uomo e degli animali, ci è venuto di scrivere questo invito ad andare oltre la denuncia per partecipare alla costruzione di quell’altro mondo possibile che passa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Vedendo un&#8217;inchiesta della trasmissione Report intitolata “Che spiga!” sull’oramai conosciuto utilizzo di erbicidi come il glifosato in agricoltura, elemento chimico altamente tossico e nocivo per la salute della terra, dell’uomo e degli animali, ci è venuto di scrivere questo invito ad andare oltre la denuncia per partecipare alla costruzione di quell’altro mondo possibile che passa dalla trasformazione dei “modi di produzione” che invadono in negativo le nostre vite. Da tempo, grazie all’impegno di persone reali &#8211; Mario, Lello, i contadini della rete costruita dal progetto <a href="http://www.utopiesorridenti.com/progetti-2/ilsemechecresce/">&#8220;il Seme che Cresce&#8221;</a>, il prefinanziamento degli aderenti al GAS Cosenza &#8211; noi glifosato non ne mangiamo! </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Grazie allo studio delle varietà &#8220;antiche&#8221; ed autoctone del grano, all&#8217;organizzazione di una filiera &#8220;dal basso&#8221; che va nella direzione della “sovranità alimentare” e che ci permette di controllare con estrema trasparenza quello che mangiamo. Nel tempo abbiamo approfondito le diverse fasi della lavorazione, dalla molitura alla pastificazione artigianale. Abbiamo compreso che non tutti i &#8220;modi di produzione&#8221; sono uguali, che non può esistere una pasta a 35 centesimi di euro perché non si riesce a ripagare neanche il grano con quella cifra. A quella cifra non ci può essere che sfruttamento dell&#8217;uomo e dell&#8217;ambiente. A quella cifra non può esserci che un&#8217;immensa frode. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Gli scaffali dei nostri supermercati sono, di fatto, LEGALMENTE, pieni di veleno. Altro che nutraceutica, altro che curarsi con il cibo. Mangiando, oggi, ci si ammala, si ingurgitano tonellate di composti chimici, gli stessi che impregnano i nostri terreni e finiscono per inquinare le falde. Andando oltre alla denuncia sul tema del cibo, dicevamo, la rete Utopie Sorridenti ha deciso di rimboccarsi le mani da ormai 14 anni. Abbiamo conosciuto tanti contadini e contadine che hanno il gusto di &#8220;curare&#8221;, &#8220;coltivare&#8221;, &#8220;migliorare&#8221;, la terra. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Portiamo ogni sabato presso uno spazio sottratto alla speculazione, le ex Officine/Rialzo, ortaggi locali appena raccolti e trasformati come la farina, il pane e la pasta di cui conosciamo tutta la storia, dal chicco alla tavola. Nel nostro piccolo ci siamo messi al riparo dalla speculazione che avviene sulle nostre vite, sulla nostra salute. Aspettiamo che anche gli altri e le altre se ne accorgano e utilizzino le loro energie fisiche e mentali per dare nuova linfa a questa sperimentazione che ha tanti difetti ma sicuramente è schietta e non nasconde frodi o speculazioni. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Costruiamo dal basso le nostre filiere. Riappropriamoci del cibo, della nostra salute e di quella della nostra terra. Braccia, cuori e gambe per cambiare davvero lo cose. Andiamo oltre le sterili denunce e le momentanee indignazioni. Che cos&#8217;è lo sfruttamento dei braccianti nelle nostre piane se non un modo di produzione? Che cos&#8217;è la Grande Distribuzione Organizzata se non un sistema di accaparramento a danno della terra?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Agrochimica, Industria alimentare, agricoltura intensiva. Oppure Gruppi di Acquisto Solidale, Agricoltura contadina, Cooperazione. Basta poco, il tempo di una scelta di &#8220;campo&#8221;!</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>L&#8217;inchiesta di Report</strong><br />
<a href="https://www.raiplay.it/social/video/2017/10/Che-spiga---30102017-52a602ad-9393-4fbe-968a-3c0306319e30.html?fbclid=IwAR3563zN4fS8mv8zCy51GJ4xNn7WptGIPIAZnyRTkNQ8hN41KQuGPJ8l6aQ">https://www.raiplay.it/social/video/2017/10/Che-spiga&#8212;30102017-52a602ad-9393-4fbe-968a-3c0306319e30.html?fbclid=IwAR3563zN4fS8mv8zCy51GJ4xNn7WptGIPIAZnyRTkNQ8hN41KQuGPJ8l6aQ</a></span></span></p>
<p><strong>Gruppo di Acquisto Solidale Cosenza</strong><br />
<strong> Casa dei Diritti Sociali &#8211; FOCUS</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2018/12/02/gas-cosenza-contro-la-spiga-attiviamoci/">GAS Cosenza: contro la SPIGA, attiviamoci!</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>LA Ri-MAFLOW VIVE e VIVRA&#8217;!!!</title>
		<link>https://www.malanova.info/2018/11/29/la-ri-maflow-vive-e-vivra/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 08:39:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA SOLIDALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come da sempre auspicato dalle lavoratrici e dai lavoratori che hanno dato vita al progetto RiMaflow, si è firmato oggi alle 9.30 presso la Prefettura di Milano un Protocollo di intesa tra UCL-Unicredit Leasing e la Cooperativa RiMaflow, con un importante ruolo di garanzia dell’imprenditore Marco Cabassi e del Direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come da sempre auspicato dalle lavoratrici e dai lavoratori che hanno dato vita al progetto RiMaflow, si è firmat<span class="text_exposed_show">o oggi alle 9.30 presso la Prefettura di Milano un Protocollo di intesa tra UCL-Unicredit Leasing e la Cooperativa RiMaflow, con un importante ruolo di garanzia dell’imprenditore Marco Cabassi e del Direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti.</span></p>
<div class="text_exposed_show">
<p>L’Ufficiale giudiziario, in base al percorso concordato tra le parti, che prevede verifiche puntuali nei prossimi mesi, ha sospeso lo sfratto previsto in data odierna rinviandolo in data successiva al prossimo 30 aprile, ossia al termine dell’iter previsto.</p>
<p>UCL per la prima volta riconosce i lavoratori e le lavoratrici di RiMaflow e la loro Cooperativa come “fabbrica recuperata” e come controparte.</p>
<p>Oggi non si conclude il contenzioso, ma inizia un percorso molto impegnativo per RiMaflow e per i garanti, finalizzato al rilancio delle attività economiche e produttive che consenta ai 120 operai e artigiani di consolidare il lavoro e quindi il reddito.</p>
<p>Avremo quindi il tempo necessario (6 mesi) per programmare la nuova RiMaflow, una RiMaflow 2.0, senza le pressioni – spesso sproporzionate – volte al rispetto di normative che, senza un titolo di occupazione, eravamo in difficoltà ad ottemperare se non in tempi congrui. Rivendichiamo il merito della trasformazione di gran parte del lavoro informale iniziale in lavoro oggi regolare nel corso di questi anni.</p>
<p>Tra le varie opzioni possibili discusse con i garanti figura l’acquisizione degli immobili per tutte le attività di RiMaflow da parte di un gruppo di soggetti finanziatori che condividono il percorso di autogestione intrapreso: ciò significherà la definitiva uscita di scena di UCL dopo il 30 aprile.</p>
<p>A fronte di una proposta di UCL superiore ai prezzi di mercato per i capannoni di via Boccaccio 1, interamente da bonificare (tetti in amianto e sottosuolo inquinato) e con seri problemi strutturali, che in questi anni ne hanno reso impraticabile la vendita, RiMaflow e i garanti hanno comunicato che tale possibile acquisizione di immobile si indirizzerà verso una struttura più consona e più efficiente presente nel nostro territorio. UCL darà un contributo al fondo Caritas per il sostegno al lavoro, come richiesto da RiMaflow.</p>
<p>La Cooperativa ha riaperto nel frattempo i contatti con il Ministero dello Sviluppo Economico che, attraverso la CFI, finanzia i progetti di cooperazione nati da crisi aziendali.</p>
<p>Tra la continuità di presenza nei prossimi anni di RiMaflow nell’attuale sito di via Boccaccio 1, auspicata da UCL con la vendita a ‘noi’ del suo sito, e un sito più efficiente abbiamo deciso quest’ultima strada, come a volte praticato dalle stesse fabbriche recuperate argentine, che ci hanno ispirato, a fronte di luoghi produttivi ormai obsoleti. Siamo convinti peraltro che UCL, che con tanta tenacia aveva chiesto fino ad oggi il nostro sgombero, si troverà sul groppone per anni un immobile totalmente privo di valore e da bonificare.</p>
<p>Il Protocollo di oggi è per RiMaflow più utile di quello ‘di compromesso’ proposto dalla Prefettura 18 mesi fa, da noi accettato e che UCL si è rifiutata di sottoscrivere, perché avrebbe comportato alla lunga oneri decisamente proibitivi.</p>
<p>Peraltro RiMaflow vigilerà insieme ai cittadini di Trezzano sulle bonifiche obbligatorie che UCL dovrà effettuare nel sito di via Boccaccio 1 per evitare i danni all’ambiente e alla salute provocati dai capannoni dismessi (vedi Demalena).</p>
<p>UCL – ne siamo certi &#8211; dichiarerà di aver dato una proroga a tempo rispetto allo sgombero, che comunque sarà effettuato dopo il 30 aprile. Ma RiMaflow 2.0 dopo il 30 aprile non avrà più bisogno di UCL e la saluta volentieri!</p>
<p>Ringraziamo il Prefetto di Milano, dott. Saccone, per la sensibilità dimostrata e la dott.sa Giusi Massa che per anni ha seguito la vertenza RiMaflow, cercando una composizione del contenzioso: la firma di questo Protocollo è un risultato molto positivo per tutti i lavoratori e le lavoratrici.</p>
<p>Ci dispiace che della partita non sia stato il Comune di Trezzano, che in questi anni non è stato in grado di cogliere le potenzialità del progetto RiMaflow e non ha svolto in nessun momento un ruolo propositivo per favorire un accordo tra le parti, appellandosi ad un astratto concetto di legalità. Quando la legalità non coincide con la giustizia sociale qualcosa non funziona, dovrebbe essere noto!</p>
<p>La realtà è una sola: solo la mobilitazione dal basso, che si è concretizzata nella presenza di centinaia di persone oggi venute da tutta Italia per impedire lo sfratto, così come la mobilitazione di realtà sociali che apprezzano le scelte di solidarietà e mutualismo tra i lavoratori ha ottenuto questo risultato, riportando UCL a negoziare nella sede naturale della Prefettura di Milano.</p>
<p>Ci auguriamo ora che nei prossimi giorni Massimo Lettieri, presidente della Cooperativa, termini la detenzione ai domiciliari, uscendo definitivamente da un processo che lo aveva visto accusato in modo infamante per smaltimento illecito di rifiuti. Massimo deve essere di nuovo tra noi per il rilancio della nuova RiMaflow 2.0</p>
<p>Dal 12 al 14 aprile 2019 presso il sito di via Boccaccio 1 è da tempo convocato il 3° Incontro europeo delle imprese recuperate, realizzato con la collaborazione della Libera Masseria di Cisliano e il patrocinio dello stesso Comune di Cisliano. Oggi siamo sicuri di poter ospitare l’evento nella ‘nostra fabbrica’.</p>
<p>Cooperativa RiMaflow 349.6489063<br />
Associazione Occupy Maflow 335.1213067</p>
<p>Trezzano sul Naviglio, 28 novembre 2018</p>
</div>
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