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MUTUALISMO O DELL’INCOMPATIBILITÀ COLLETTIVA

di JR*

Il processo tecnologico abbatte progressivamente la domanda di lavoro manuale (e non solo), erodendo progressivamente la domanda aggregata a causa dell’abbassamento del reddito pro-capite.[1] In questo scenario di progressiva contrazione della forza lavoro, sostituita da intelligenza artificiale, automazione robotica e gestione digitale, nonché dalla specializzazione nella produzione immateriale che esclude di fatto i soggetti con un basso livello di istruzione,[2] il problema riguardante la tenuta sociale è non solo urgente ma improcrastinabile. Quello che attende il mondo nel post-pandemia è un’accelerazione di questi fattori. Sul versante dell’analisi da molte aree si sta cominciando a capire la vastità del problema e quanto fosco e cupo sia l’immediato futuro. Sul versante delle proposte ci si divide tra rivendicazioni e proposte autogestionarie, entrambe non scevre da contraddizioni.

Negli anni che vanno dal ’90 ad aggi si sono avvicendati una serie di visioni, ragionamenti, percorsi, processi e pratiche tra le più disparate e colorite per immaginare un “qualcos’altro”, ma cos’era questo altro cui si dava la caccia? Era qualcosa che si sosteneva fondamentalmente sul concetto di alternatività; un “essere alternativo” più che essere altro. Non voglio fare della filologia o contorsioni etimologiche, ma va da sé che gli esiti di queste sperimentazioni sono state nella migliore delle ipotesi delle enclave di autogestione e autoreddito, spesso sostenute da una “controcultura alternativa”. Queste si sono spesso poste in conflitto con alcuni meccanismi del sistema, ma non in conflitto col sistema in quanto tale, processi legati al proibizionismo o pratiche tese ad aggirare la fiscalità pubblica, nulla quindi di profondamente incompatibile con le leggi di riproduzione del capitale.

Sorge quindi spontaneo chiedersi Cosa sia l’incompatibilità e cosa sia il conflitto. Sono due termini complementari se immaginiamo l’esistenza di un sistema non accetti nulla che non possa assorbire o meglio sussumere. L’azione che si oppone alla sussunzione è definibile come indisponibilità ad essere parte integrata in un sistema. Questo pone l’accento sul concetto di alternativa, non come altro assoluto rispetto al sistema dato ma un modo altro per appartenervi, concetto un po’ diafano e untuoso, sul quale non si contano gli scivoloni di interi pezzi di movimento a livello globale, i quali hanno abbracciato un modo alternativo di stare nel ciclo di riproduzione capitalista.

Incompatibilità e conflitto divengono quindi necessariamente complementari nel momento in cui non si cerca una forma diversa -alternativa- di appartenenza al meccanismo di produzione e riproduzione della società dei consumi, ma si cerca di sottrarvisi, schivando il processo di sussunzione. Solo sotto questa condizione praticare l’incompatibilità è conflitto in atto.

il concetto di conflitto dovrebbe essere quindi inteso in termini di opposizione fra sistemi, non v’è conflittualità se non si prefigura un sistema opposto, incompatibile a quello dominante. Non ci si può attardare su proposte di aggiustamenti all’esistente, si parla quindi di intraprendere un percorso che sia incompatibile con le logiche sulle quali si struttura la società nella quale siamo immersi. Quindi l’altro mercato, la controinformazione, l’alternatività sono elementi che devono compiere un’evoluzione nel senso di un reale distacco e di costituzione di un’incompatibilità assoluta, per essere ciò che affermano di essere.

Il perché del mutualismo a questo punto diviene il nodo centrale del discorso, ma soprattutto per quale motivo esso deve essere considerato conflitto in atto. Per essere il più chiari possibile è necessario partire da un’istantanea del quadro attuale determinato dalla competizione, la quale agisce in maniera trasversale su tutto il sistema, riconfiguratosi negli ultimi 30 anni sul principio della scarsità. Le politiche ultraliberiste hanno di fatto rotto il meccanismo di redistribuzione della ricchezza, ottenuto attraverso quella forte conflittualità che aveva costretto le socialdemocrazie del secolo passato a garantire un minimo di decenza esistenziale. Oggi il sistema ha polarizzato la ricchezza su specifiche linee di accumulazione e il poco che resta in circolazione deve essere conteso dalla rimanenza del corpo sociale, quindi più che competizione è un conflitto senza quartiere che implementa il processo di atomizzazione sociale; la storica guerra tra poveri.

Si potrebbe ora banalmente affermare che il mutualismo sia conflittuale in quanto tenta di introdurre un contro-processo aggregativo che si oppone alla disgregazione in atto, ma senza un riconoscibile percorso di disarticolazione del sistema, si rischia di cadere nella semplice solidarietà. Questa è un moto spontaneo innescato da un sentimento, che si traduce spesso in un impegno volontaristico che, seppur lodevole a livello umano, si presta molto bene ad essere sussunto dal modello capitalista, trasformando la solidarietà in un business multimilionario. Quindi il mutualismo non è solidarietà dettata dall’anima bella di shilleriana memoria, se così fosse non potrebbe essere conflitto in atto.

In un sistema socio-culturale dettato dall’individualismo spinto non basta inserire un po’ di azioni umanitarie e volontariato sociale, queste sono solo toppe dello stesso e identico tessuto nel quale è avvenuto lo strappo, meccanismi interni che obbediscono alla stessa legge che ha creato lo squilibrio e che spesso hanno la duplice utilità di abbassare il livello della tensione e creare nuovi meccanismi di riproduzione del capitale; una perfetta compatibilità di sistema. Un contro-sistema mutualistico dovrebbe invece riuscire ad erodere agibilità pratica al sistema dominate, ribaltandone i paradigmi fondativi, non fosse altro che per dimostrarne l’inconsistenza. Il raggiungimento di una linea di incompatibilità [3], passa dal conflitto, ma che non è da intendere dentro la mera cornice dello scontro, quello è un contorno che in funzione delle situazioni diviene più o meno inevitabile, ma la conflittualità in quanto tale risiede nella necessità di mettere in discussione il nostro presente fin dalle fondamenta. Quello che si richiede non è sfidare il sistema ma scavargli sotto le fondamenta e farlo implodere nella sua stessa insignificanza.

In quest’ottica le differenze fra rivendicazioni e processi di incompatibilità diventano abissali: le rivendicazioni si indirizzano verso un soggetto che può decidere di fare delle concessioni, l’incompatibilità è non riconoscere a quel soggetto più nessun ruolo, a partire dalle relazioni sociali.

Negli anni recenti si è spesso dibattuto su varie tematiche legate ai diritti e alle relative riappropriazioni. Dal diritto alla casa, all’insegnamento, alla sanità finendo, con un processo quasi filologico, all’enucleazione del diritto al reddito, il che ha potenziato i ranghi di coloro i quali valutavano positivamente il reddito di cittadinanza o reddito universale o reddito sociale. Di là del reale significato e delle confusioni con altri strumenti economici o di welfare (vedi il basic income), quel che è interessante notare è come si sia progressivamente prodotta una mutazione nelle rivendicazioni: il rivendicare una redditualità diretta (monetaria) ha aperto nuove visioni nell’immaginario collettivo, rendendo compatibili con l’esistenza nell’era dei consumi meccanismi quali il precariato. Infatti, se si immagina di poter rimpinguare il gap salariale con un minimo garantito, allora si è ben disposti a percepire paghe ridotte o a pagare un canone locativo lievemente più alto o subire in maniera passiva la privatizzazione e l’aziendalizzazione dei pubblici servizi. Si rende socialmente accettabile un passaggio epocale, insomma il sostegno indiretto alla produzione dei servizi dalle casse statali alle casse delle aziende passando dalle tasche del cittadino medio. Questa non è però che la parte emersa del problema: il cambio di prospettiva del reddito diretto come diritto ha di fatto distorto le prospettive di un immaginario collettivo, che ora rivendica denaro e non diritti o, peggio, rivendica il denaro come strumento di acquisizione di diritti.

Il reddito è oggetto di dibattiti complessi, ma la sua centralità è sempre stata vista come “positiva”, come oggetto di conquista, mai come problematica da decostruire. L’esigenza del reddito è centrale, se e solo se c’è l’implicita accettazione che questo sia l’unico strumento per avere esistere al mondo come soggettività immersa in una società. Molte delle esperienze e discussioni degli ultimi anni non hanno mai creato le doverose istanze di incompatibilità con il sistema (in questo caso la declinazione utile è quella del sistema mercato medito dallo Stato); ci si ritrova quindi a dibattere su come riappropriarsi di reddito o di liberare spazi per un ibero ottenimento dello stesso, svincolato da leggi e regole, nella speranza che questo basti ad avviare un processo di reale emancipazione dai dettami del sistema socio-economico che ci determina. In realtà, però, si liberano risorse e si creano dei micro ammortizzatori sociali attraverso l’economia informale, che nel complesso sgrava lo Stato ed il sistema in generale da alcuni obblighi e oneri. In questo complesso flusso di dibattiti e analisi è spesso sfuggito il concetto stesso di reddito e cosa invece potrebbe configurarsi come suo sostituto, nell’ottica di ricostruire una ricomposizione sociale, ossia il riappropriarsi dei mezzi per la produzione di reddito indiretto, cioè beni e servizi non indirizzati alla produzione di denaro, in breve recuperare il valore d’uso nell’ottica di dissacrare il valore di scambio. [4]

Quello che colpisce è che nella rincorsa del reddito spesso si sottovaluta la direzione verso la quale si avvia la rivendicazione, si perde di vista il fatto che ciò che si chiede è la crescita economica nella sua più genuina formula Neo-classica, ossia la generalizzata crescita del reddito pro capite. Che a chiedere ciò sia la classe media, in un tentativo di recupero del suo potere di spesa e quindi dei suoi storici privilegi, non sorprende; le contraddizione esplodono quando queste istanze divengono le parole d’ordine di un intero movimento e di una intera generazione che chiede semplicemente accesso al reddito, cioè potere d’acquisto. Si ammantano di connotati rivoluzionari alcune pratiche tendenti a scavare nicchie nel mercato globale, che non emancipano dalla necessità del reddito diretto ma, anzi, ne fanno il fine ultimo, costruendovi attorno una serie di rapporti che su scala ridotta mimano la complessità della produzione di massa. Orfane di un preciso percorso politico di reale incompatibilità, molte sperimentazioni concedono molto di più di quel che ottengono, mentre lo sforzo di realizzare un profitto depotenzia e dirotta le energie dal movimento alla produzione.

Siamo nel campo delle ipotesi e della speculazione teorica un tempo definita utopia. È però pur vero che se da un lato il reddito serve per poter accedere a beni e servizi, nel momento in cui questi si riesce ad autoprodurli od autogestirli il fabbisogno di moneta comincia a decrescere, fino a limiti fisiologici imposti dal sistema economico e sociale nel quale si è immersi. Con questo non si intende un eremitaggio di massa od un ritorno alle istanze bucoliche: si intende mettere a sistema la tecnologia disponibile per sopperire alle tariffe dei servizi, si intende una messa a sistema delle conoscenze per sopperire alla scarsità di servizi collettivi (ad esempio ambulatori popolari ed istruzione autogestita); in una parola Mutualismo, che diviene conflittuale in sé in quanto pratica che tiene fuori la concezione stessa di un sistema di riferimento che preordina bisogni e risorse.

È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia micro filiera produttiva è assai più semplice che autoprodurre progressivamente quello di cui si ha bisogno, il portato socio-politico del percorso è però decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione. Utopia certo ma, altrove, discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi: è chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, preferire però percorsi meno complessi non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut, o il reddito o il conflitto: probabilmente si può uscire dal dualismo attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali e complessi.

Questo è forse l’aspetto più controverso ed arduo da affrontare: c’è stato un processo di impoverimento delle pratiche e soprattutto del loro contenuto teorico, per cui da molti e sotto parecchi punti di vista l’organizzazione è vista come un ostacolo alla libertà di espressione degli individui, con le conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi. In questo scenario è veramente difficile tracciare anche solo una direzione da percorrere: sarebbe abbastanza presuntuoso indicare una via profetizzando un avvenire diverso. Ciò che è certo è che l’esempio offre ancora un certo successo nella mente di chi non trova quel che desidera nel suo quotidiano esistere: qui sono le pratiche a determinare inclusione, pratiche però che non nascono dall’agire per l’agire, che non siano autocelebrazione dell’incapacità di creare immaginari bensì la naturale prosecuzione di una sintesi collettiva. La messa in atto di un percorso meditato e ragionato in maniera plurale, con una serie di concetti e punti fondamentali dai quali non si può prescindere. Dalla crisi che si sta approssimando e dalla miseria che ne consegue non se ne esce da soli e non se ne esce continuando a percorrere le direttrici obbligate del sistema socio economico ultraliberista, se ne può uscire solo riconquistando dinamiche di inclusione e ricomposizione sociale, un tendenza quindi di per sé in aperto conflitto con un sistema che tende a dividere e a polverizzare il corpo sociale.

*Umanità Nova | n.12 – 2020

NOTE:

[1] RIFKIN, Jeremy. “The zero marginal cost society: The internet of things, the collaborative commons, and the eclipse of capitalism”. St. Martin’s Press, 2014.

[2] SPENCE, Michael. “The impact of globalization on income and employment: The downside of integrating markets.” Foreign Aff. 90 (2011): 28.

[3] JR. “Breve discorso sul reddito”, Umanità Nova, https://umanitanova.org/?p=6036

[4] Mentre un’economia di puro scambio o di baratto può essere descritta in termini marxiani come M-D-M, in altri termini come produzione finalizzata ad ottenere delle merci e quindi volta al raggiungimento di valori d’uso, un’economia capitalistica è descritta come D-M-D’, D’>D. Ciò significa che il fine della produzione è ottenere una quantità di capitale maggiore a quella di partenza attraverso la produzione. Si fa quindi necessaria la distinzione fra prodotto e merci: queste ultime devono subire una metamorfosi in moneta perché, oltre che essere prodotte, devono anche essere vendute. In “Il Circuito monetario” di Stefano Lucarelli e Andrea Fumagalli, Milano 2007.

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