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	<title>conricerca Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>conricerca Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>Operaismo e conricerca oggi</title>
		<link>https://www.malanova.info/2026/04/09/operaismo-e-conricerca-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 09:03:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[KRITIK]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[conricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un compendio ed un video recente. L&#8217;operaismo italiano è stato uno dei laboratori politici e teorici più vivaci del Novecento e la conricerca ne rappresenta la metodologia più innovativa. Non si è trattato solo di &#8220;fare ricerca&#8221;, ma di sovvertire il rapporto tradizionale tra intellettuale e classe operaia. Per fare conricerca bisogna sporcarsi le mani, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Un compendio ed un video recente. L&#8217;operaismo italiano è stato uno dei laboratori politici e teorici più vivaci del Novecento e la <strong>conricerca</strong> ne rappresenta la metodologia più innovativa. Non si è trattato solo di &#8220;fare ricerca&#8221;, ma di sovvertire il rapporto tradizionale tra intellettuale e classe operaia.</em> <em>Per fare conricerca bisogna sporcarsi le mani, frequentare gli infrequentabili, capire la soggettività in sé e non quella che vorremmo che essa sia!</em></p>



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<h4 class="wp-block-heading">Che cos&#8217;è la Conricerca?</h4>



<p>In termini semplici, la conricerca è una <strong>metodologia di indagine militante</strong> che rifiuta la distinzione tra chi osserva (il sociologo o il leader politico) e chi è osservato (il lavoratore). Non abbiamo una ricerca con un soggetto e un oggetto specifici ma tutto tende a con-conoscersi. L&#8217;obiettivo del metododo, infatti,<strong> n</strong>on è produrre statistiche accademiche, ma produrre conoscenza funzionale alla lotta per la trasformazione dello &#8220;stato presente delle cose&#8221;. L&#8217;assunto pricipale è che solo chi vive la condizione di sfruttamento può veramente conoscerla e quindi analizzarla e, nel farlo insieme all&#8217;intellettuale militante, acquisire la consapevolezza necessaria per organizzare l&#8217;insubordinazione ed il cambiamento reale della propria condizione.</p>



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<h4 class="wp-block-heading">Le Origini: Romano Alquati e i Quaderni Rossi</h4>



<p>Sebbene il termine affondi le radici nelle inchieste di Marx ed Engels (come l&#8217;<em>Inchiesta operaia</em> del 1880), la conricerca moderna nasce nei primi anni &#8217;60 attorno alla rivista <strong>Quaderni Rossi</strong>, fondata da <strong>Raniero Panzieri</strong>. Il vero &#8220;padre&#8221; della conricerca è, però, <strong>Romano Alquati</strong>. Le sue inchieste alla FIAT e alla Olivetti tra il 1960 e il 1961 segnarono una rottura totale con la sociologia del lavoro dell&#8217;epoca. Alquati non parlava con i delegati sindacali della vecchia guardia, ma con i giovani operai immigrati dal Sud (l&#8217;operaio massa). Attraverso questo metodo militante, scoprì che l&#8217;operaio non era un elemento passivo del capitale, ma un soggetto che resisteva quotidianamente attraverso il sabotaggio, il rallentamento dei ritmi e l&#8217;assenteismo. In una conferenza recente di Sergio Bologna, lo stesso ricorda come Alquati diceva di indagare non solo i motivi per cui l&#8217;operaio si ribella ma anche i motivi per cui non si ribella, non si muove. Sono, entrambe, due situazioni ugualmente interessanti per &#8220;cogliere le leggi all&#8217;interno di un movimento spontaneo&#8221;. Lo stesso Bologna ricorda come proprio così si riuscì spesso ad anticipare, prevedere, alcuni momenti di lotta che effettivamante scoppiarono.</p>



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<h4 class="wp-block-heading">I pilastri della metodologia</h4>



<p>La conricerca si distingue per alcuni passaggi chiave che ne definiscono l&#8217;identità:</p>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><thead><tr><td><strong>Fase</strong></td><td><strong>Descrizione</strong></td></tr></thead><tbody><tr><td><strong>Inchiesta dal basso</strong></td><td>Raccolta di dati, interviste e osservazione partecipante direttamente sulle linee di montaggio in fabbrica.</td></tr><tr><td><strong>Restituzione</strong></td><td>I risultati dell&#8217;inchiesta vengono riportati agli operai stessi (tramite volantini o assemblee) per verificarne la validità.</td></tr><tr><td><strong>Formazione Politica</strong></td><td>Il processo di analisi diventa il momento in cui l&#8217;operaio riconosce il proprio ruolo nel ciclo produttivo e la propria forza contrattuale.</td></tr><tr><td><strong>Inversione dei Ruoli</strong></td><td>L&#8217;intellettuale impara dalla fabbrica; la teoria non cala dall&#8217;alto ma emerge dal conflitto.</td></tr></tbody></table></figure>



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<h4 class="wp-block-heading">Evoluzione: Dall&#8217;Operaio Massa all&#8217;Operaio Sociale</h4>



<p>Con il passare dei decenni e il mutare del capitalismo, la conricerca si è per forza di cose adattata:</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li><strong>Anni &#8217;60 (Classe Operaia):</strong> Focus sulla fabbrica fordista e la catena di montaggio.</li>



<li><strong>Anni &#8217;70 (Autonomia):</strong> La conricerca esce dalle fabbriche e si sposta nel territorio (quartieri, università, ospedali). Si inizia a parlare di <strong>&#8220;operaio sociale&#8221;</strong>.</li>



<li><strong>Anni &#8217;90/2000 (Cognitariato):</strong> autori come Toni Negri, Sergio Bologna e più di recente gruppi come i <em>ChainWorkers</em>, la conricerca si applica al lavoro precario, cognitivo e digitale (i lavoratori della logistica, dei call center, i rider).</li>
</ol>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h4 class="wp-block-heading">Perché sarebbe ancora importante oggi?</h4>



<p>Oggi la conricerca potrebbe vivere una rinascita perché può offrire strumenti per mappare forme di sfruttamento altrimenti frammentate e invisibili.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;La conricerca è il tentativo di superare la separazione tra scienza e politica, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, per fare della conoscenza un&#8217;arma.&#8221;</p>
</blockquote>



<p>In un&#8217;epoca di algoritmi e &#8220;gig economy&#8221;, la necessità di un&#8217;inchiesta che parta dalla soggettività di chi lavora è più attuale che mai per comprendere se esiste e come si organizza oggi la resistenza nel mondo del lavoro.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Lezioni dall’operaismo. Attualità e metodo di un pensiero critico - Sergio Bologna" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/CwYsR3PNwok?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>BIBLIOGRAFIA MINIMA</p>



<h5 class="wp-block-heading">1. I Classici (Le origini e i Quaderni Rossi)</h5>



<p>Questi testi rappresentano l&#8217;inizio storico della conricerca. Qui si definisce il metodo e si rompe con la sociologia accademica.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Romano Alquati, <em>Sulla Fiat e altri scritti</em></strong> (Feltrinelli, 1975 &#8211; riedito da DeriveApprodi): È il testo fondamentale. Raccoglie i report di Alquati sulla &#8220;scoperta&#8221; dell&#8217;operaio massa e la critica della razionalità capitalista. (<a href="https://operaismoinenglish.wordpress.com/wp-content/uploads/2013/11/73113278-alquati-romano-sulla-fiat-e-altri-scritti-1975.pdf">Pdf</a>)</li>



<li><strong>Raniero Panzieri, <em>L&#8217;alternativa socialista. Scritti scelti 1944-1964</em></strong> (Einaudi): Fondamentale per capire la cornice filosofica entro cui nasce l&#8217;inchiesta operaia.</li>



<li><strong>Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero, <em>Futuro anteriore. Dai Quaderni Rossi ai movimenti del &#8217;77</em></strong> (DeriveApprodi, 2002): Un&#8217;opera monumentale che ricostruisce la storia politica e i metodi dell&#8217;operaismo attraverso interviste e documenti originali.</li>
</ul>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h5 class="wp-block-heading">2. Teoria e Metodologia</h5>



<p></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Marta Malo de Molina, <em>Nelle pieghe del reale. Conricerca e saperi militanti</em></strong> (DeriveApprodi, 2007).</li>



<li><strong>Gigi Roggero, <em>L&#8217;intelligenza delle lotte. Metodo e conricerca nello scontro capitale/lavoro</em></strong> (Ombre Corte, 2024)</li>



<li><strong>Steve Wright, <em>L&#8217;assalto al cielo. Per una storia dell&#8217;operaismo</em></strong> (Alegre, 2008): Anche se è un saggio storico, dedica ampio spazio all&#8217;analisi della conricerca come strumento distintivo del movimento italiano.</li>
</ul>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h5 class="wp-block-heading">3. Conricerca Contemporanea</h5>



<p>Per vedere come il metodo viene applicato oggi ai nuovi lavori (logistica, rider, precariato cognitivo):</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Emilio Quadrelli, <em>Andare ai resti</em></strong> (DeriveApprodi): Un esempio magistrale di inchiesta su strada e sui margini del lavoro e della marginalità sociale.</li>



<li><strong>Into the Black Box, <em>Capitalismo delle piattaforme e confini del lavoro</em></strong> (Meltemi, 2021): Un collettivo di ricerca che utilizza il metodo della conricerca per analizzare i giganti della logistica come Amazon.</li>



<li><strong>Collettivo di Fabbrica GKN, <em>Insorgiamo. Diario di una lotta</em></strong> (vari editori/documenti online): Anche se non è un manuale, la lotta della GKN di Firenze è l&#8217;esempio più vivido di &#8220;inchiesta operaia&#8221; e conricerca applicata alla resistenza industriale nel XXI secolo.</li>
</ul>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’URGENZA DELLA CONRICERCA (III)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/01/17/lurgenza-della-conricerca-iii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2023 14:43:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[conricerca]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per un nuovo progetto “malanovista” I dati, raccogliere, elaborare i dati. Ma cosa sono i dati? I dati sono spesso ben definiti come delle orme, delle tracce lasciate dagli eventi in qualche modo accaduti. Non necessariamente dati scritti, possono essere scritti, visivi, sonori, ecc., multimediali. Ed attraverso di questi noi possiamo ricostruire e comprendere qualcosa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Per un nuovo progetto “malanovista”</strong></p>



<p><em>I dati, raccogliere, elaborare i dati. Ma cosa sono i dati? I dati sono spesso ben definiti come delle orme, delle tracce lasciate dagli eventi in qualche modo accaduti. Non necessariamente dati scritti, possono essere scritti, visivi, sonori, ecc., multimediali. Ed attraverso di questi noi possiamo ricostruire e comprendere qualcosa di quegli eventi oscuri; noi perché allora appunto i dati sono piuttosto &#8220;passivi&#8221;, inerti, zitti. Dicono solo se noi li facciamo parlare &#8230; Innanzitutto non è vero che sono necessariamente solo &#8220;quantitativi&#8221;, nient&#8217;affatto. L’informazione invece che cos&#8217;è, in verità? Rispondo così: l’informazione è una differenza che crea una differenza. […] Cosicché le informazioni vere (in dimensione cognitiva) ristrutturano sempre il sapere e la conoscenza, li modificano: in genere, ripeto, li accrescono e li fondano meglio, danno loro più potenza anche rappresentativa (oltre che descrittiva, esplicativa, previsiva, normativa, simulativa, ecc.). Come il sapere, anche la conoscenza è sempre un sistema di informazioni in qualche modo strutturate e quindi elaborate che ora vengono rielaborate di nuovo. […] Talora però le informazioni (selezionate, per certa loro qualità) sembrano agire trasformando la realtà medesima anche direttamente; essere direttamente operative</em> (R. Alquati, <em>Per fare conricerca</em>, Calusca edizioni, 1993, p. 31-35).</p>



<p>Qui sta uno dei focus della nostra inchiesta. Mai come oggi, nella radicalità dell’informatizzazione dell’informazione, i dati elaborati macchinicamente riescono a creare mondi. Non solo, come affermava Carmelo Bene citando Derrida, “l’informazione informa i fatti e non sui fatti; non conta la veridicità di un fatto accaduto ma conta il convincimento che il messaggero di questo fatto riesce a trasmettere; i fatti non contano”. O citando Nietzsche, si può arguire che non vi sono fatti ma solo interpretazioni. Il web attraverso le sue applicazioni social, riesce oggi ad archiviare immagini e quantità di dati un tempo inimmaginabile, che nel contempo può anche manipolare e utilizzare in funzione di una loro mercificazione. I dati sono merce, quella merce che noi utenti consegniamo nelle mani dei fornitori di servizi on-line e che loro rielaborano e vendono a terze parti per scopi commerciali e di profiling dei consumatori. Ma non solo elaborano, anche creano. Viviamo di fatto già nel ‘metaverso’, in una realtà mediata dagli elaboratori, dove sono possibili infiniti punti di vista sul reale; punti di vista più reali dello stesso reale.</p>



<p>Da qui potremmo azzardare la distinzione tra il “reale reale”, ovvero il pezzo quotidiano della storia intorno a noi e che viviamo in prima persona, dal “reale elaborato” che spesso si sostituisce al “reale reale” nella nostra percezione quotidiana. Viviamo come in una bolla. Chiusi nel “mondo di dentro” delle nostre case fornite di ogni mezzo comunicativo che ci dà la percezione di conoscere perfettamente il mondo di fuori. Crediamo di conoscere meglio la situazione di una famiglia ucraina nel Donbass che le problematiche che affliggono i nostri vicini di casa. Ne siamo così convinti da riuscire a discettare perfettamente e compiutamente (almeno lo pensiamo, ritenendolo “reale reale”) di tematiche anche distanti tra loro e nella maniera che riteniamo la più informata. Spaziamo dalla geopolitica alla virologia, dai moduli calcistici all’etologia, dalla psicologia allo sciamanesimo. In realtà siamo inondati da un flusso costante di informazioni, talmente grande da rimanere assolutamente disinformati.&nbsp;</p>



<p><em>Nella moderna Società dell’informazione, il flusso delle informazioni scorre ad alta velocità da diverse sorgenti (new media), senza lasciare all’individuo il tempo e lo spazio di riflessione per comprenderle ed analizzarle. Questo non permette che la percezione dell’informazioni all’interno dell’individuo ricevente si relazioni e modifichi il proprio sistema di conoscenza. [&#8230;] L’aumento di estensione e di quantità dell’informazione si tramuta in una perdita di profondità. Questa situazione è amplificata dal fatto che, essendo presenti una elevata quantità di fonti emittenti non sempre accurate e veritiere, frequentemente la comunicazione veicola disinformazione, ossia informazione approssimata, distorta o falsa (fake news). In tal senso emergono i due maggiori effetti pericolosi della moderna Società dell’informazione,&nbsp; che sono da un lato, il Sovraccarico di informazione e, dall’altro, il fenomeno della Disinformazione o Informazione approssimata. (M. Morcellini M. e G.B. Fatelli, 1999). Questo fenomeno di Sovraccarico di informazione genera effetti molto simili a quelli del rumore, che si traducono in un disorientamento cognitivo, in cui l’individuo attenua la propria capacità di percezione e riduce la soglia di attenzione. In altri termini accade che l’aumento del flusso di informazioni conduce ad una difficoltà dell’individuo ad elaborarle in maniera critica al fine di analizzarle e compararle al proprio modello razionale. (U. V</em><em>olli, 1995)</em><em> Tale riduzione della capacità di analisi critica dell’individuo, oramai disattento è aggravata da una mancata formazione dell’uomo contemporaneo alla verifica della attendibilità delle fonti e quindi della veridicità delle informazioni (quali rappresentazioni della realtà). (H. </em><em>Darbishire ed altri, 1999</em><em>) Il risultato è che l’uomo contemporaneo, immesso in un flusso di informazioni che non ha il tempo e i mezzi di assimilare ed analizzare, rischia di ritrovarsi in uno stato di accettazione passiva e di incapacità ad accrescere la propria conoscenza, per mancanza di un modello di riferimento in cui inserirle e con cui relazionale. Si instaura così una profonda divergenza tra l’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione (new media) e la reale capacità sociale dell’uomo di evolvere la propria capacità conoscitiva </em>(V. De Luca, R. Ruggiero, A. Lombardi, G. Coppola, V. Bonaventura, S. Francese, S. Dimare, A. Dionisio, M. Illario, <em>Informazione come conoscenza</em>,<em> </em>Orione, n.15, dicembre 2018).</p>



<p>Il meccanismo dei social, che hanno praticamente preso il posto dei quotidiani e delle trasmissioni di approfondimento, è quello di offrirci esattamente quelle informazioni che dall’elaborazione dei nostri personali <em>big data (profilatura)</em> l’algoritmo ritiene più affini al nostro <em>sentiment</em>, alla nostra percezione delle cose. Raggiunti dalle opinioni di chi sostanzialmente la pensa come noi, ci (in)formiamo nel “reale elaborato” che scambiamo con il “reale reale”. Questa distonia spesso produce importanti sviste in alcuni comunicati politici che sembrerebbero informarci sulla presa del Palazzo d’Inverno derivante da certe manifestazioni che in realtà non hanno alcun eco al di fuori della bolla mediatica dei social. Rivoluzione conclamata all’interno del “reale elaborato” che non ha appendici di rilievo nel “reale reale”. Sviluppando il concetto, però, crediamo sia possibile che avvenga anche il contrario: ‘eventi’ virali nel “reale elaborato” possono sicuramente portare cambiamenti significativi nella percezione del “reale reale”, nelle nostre vite quotidiane. Pensiamo solo un attimo al ruolo e all’efficacia di questi nuovi comunicatori social chiamati &#8220;Influencer&#8221;.</p>



<p>Così, quando i media ci bombardano con notizie relative agli sbarchi di clandestini, crediamo che stia avvenendo una vera colonizzazione al contrario, che l’Africa intera si stia riversando alle nostre latitudini. Inutile snocciolare dati reali e fornire analisi lucide, il reale elaborato si è sostituito producendo una nuova realtà dei fatti. La Bestia di Salvini, le società di comunicazione che seguono di pari passo i leader politici suggerendogli le battute, i tweet ed i post, lo sbarco dei capi di partito su Tik Tok ci dicono quali mezzi oggi sono più efficaci per creare una “coscienza” nella popolazione emarginata ad utenza. Certo possiamo ancora agire il “reale reale” con le nostre antiche prassi fatte di striscioni e manifestazioni, ma, purtroppo, tali pratiche risultano spesso inefficaci visto che spesso non passano dai media mainstream; oggi non passare dai nuovi media significa semplicemente non esistere.</p>



<p>È la piazza, ancora oggi il luogo dell’aggregazione degli umani? Sono i luoghi reali a realizzare la socialità oppure le relazioni interumane si sono spostate nello spazio e nel tempo virtuale? Cinematografo o Tv 70 pollici? Comizio o Tik Tok? Dibattito nel centro sociale o nella chat di whats app? Lavoro in azienda o smart working da casa?</p>



<p>Molto di più, sembrerebbe. Riesce a “divenire realtà” un video di pochi minuti (diventando “virale” sui social) che tante manifestazioni di protesta magari numericamente sgonfie. Questo meccanismo informativo è stato empiricamente colto da spezzoni di realtà di lotta che così lo sfruttano dando vita ad una sorta di teatralizzazione del conflitto; in alcuni casi utile a raggiungere degli avanzamenti parziali, in altri casi finalizzato solamente all’accumulazione di notorietà per il medesimo gruppo. Rimane il fatto che spessissimo il “reale elaborato” influisce maggiormente nella vita quotidiana del “reale reale”. Basta analizzare in questo momento, solo a titolo di esempio e superficialmente, la coscienza dei lavoratori, penultimi nella scala sociale, armata contro gli ultimi, i percettori del reddito di cittadinanza.</p>



<p>Il “reale reale” dovrebbe portare a lottare insieme, ultimi e penultimi, contro chi è il responsabile di questa loro classifica vitale. Il “reale elaborato” permette invece ai primi in classifica di assurgere al ruolo mitico di coloro che ce l’hanno fatta, chi partendo da un garage, chi dalla propria stanzetta del college, chi da una periferia del mondo, popolando i sogni di chi vorrebbe farcela; sono di fatto intoccabili. Le frustrazioni dei penultimi, allora, vengono elaborate nello scontro con gli ultimi e di questi con gli ultimissimi appena sbarcati sulle coste siciliane o calabre proprio allo scopo di rubargli il lavoro, la casa, il partner e il sogno stesso di potercela fare.</p>



<p><em>Da qui nasce un ulteriore interrogativo: disponiamo oggi degli strumenti concettuali adeguati per analizzare ed agire politicamente in questo contesto? Per esempio: le categorie marxiane di sussunzione formale e reale possono funzionare immutabilmente in un mondo in cui soggetti, procedure, relazioni e contenuti cambiano natura? […] Su quali entità percettive le tecnologie diffuse agiscono mutando i quadri di vita? Quali sono le conseguenze sulle soggettività? […] L’ala più “progressista” del sistema intuisce che per aumentare i livelli di rendita bisogna far leva su un tipo di cooperazione molto diversa da quella della fabbrica fordista. La fabbrica cognitiva è la metropoli e, nello spazio-tempo della metropoli, diverse sono le macchine, diversi sono i lavoratori</em> (G. Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Mimesis, 2016, p. 21).</p>



<p>Ribaltando questo ragionamento sul tema proprio della nostra inchiesta non possiamo non soffermarci su alcuni connotati spazio-temporali della quotidianità dei lavoratori della conoscenza e degli studenti.</p>



<p>Prima dell’introduzione massiva delle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) la gran parte del tempo utilizzato per la formazione e la comunicazione era speso nell’ambito del “reale reale”. Le cosiddette agenzie formative erano quasi esclusivamente la famiglia e la scuola che per altro tendevano a convergere e integrarsi vicendevolmente. Il padre, la madre e la maestra erano le autorità, spesso autoritarie, che dettavano la linea pedagogica. L’altra agenzia formativa, spesso antagonistica alla precedente, era il gruppo dei pari che si incontravano nelle piazze dei paesi, nelle sale giochi della città o tra i campi verdi con l’alternativa della saracinesca chiusa in città che si trasformavano in campi da calcio. L’interazione tra diverse umanità era sicuramente maggioritaria. Il trasferimento dell’informazione avveniva tra bocca ed orecchio.</p>



<p>Oggi, (in)formazione e comunicazione sono sempre più mediate dalla tecnologia informatica. Le app, il web, le piattaforme per le riunioni online, le chat hanno trasformato le modalità comunicative e relazionali. Se prima della rivoluzione informatica la maggior parte del tempo dedicato alla formazione si passava in un aula, oggi è maggioritario il tempo passato davanti a Youtube, Tik Tok o Instagram. Se prima la famiglia delegava la formazione dei figli alla scuola, oggi prevalentemente abbandona i pargoli nelle mani delle fonti della comunicazione informatizzata che funge da intrattenimento, educatore e babysitting. Questo, pensiamo, possa aver di molto contribuito ad aumentare il peso ed il potere dei mass media e dei social nella creazione della coscienza collettiva delle nuove generazioni.</p>



<p>Da uno scambio di battute che abbiamo avuto con un professore universitario si evince che il trait d’union tra docente e discente non sono più gli esempi, le battute tratte dai film o dai romanzi ma provengono direttamente dalle serie Netflix: “mi sono dovuto mettere a guardare tutte le serie per riuscire a comunicare con le nuove generazioni di studenti che disconoscono del tutto, ad esempio, i film che hanno affascinato la nostra generazione”. Tutto ciò, secondo un’insegnante delle scuole superiori, ha influito anche sulle abitudine ed i passatempi di un tempo: “quando ero giovane nel mio piccolo paese passavo il tempo delle lunghe estati leggendo romanzi, specialmente quelli degli autori russi. Diventata docente ho trovato anche in altri piccoli paesi del nord della Calabria la consuetudine dei ragazzi, per passare il tempo, di leggere tutte le storie contenute nei libri di testo e nelle antologie. Dovevo portare, per fare lezione, altri brani fotocopiati. Oggi invece mi accorgo che per molti, espletati i compiti casalinghi, la lettura viene completamente abbandonata a vantaggio dei contenuti multimediali fruibili dagli smartphone”.</p>



<p>Il nostro tempo pandemico ha visto anche mutare molto rapidamente i tradizionali scenari spazio-temporali di formazione e lavoro. L’obbligatorietà della reclusione casalinga ha spostato tutto sulle piattaforme informatiche. Le aule sono state sostituite dalle webcam così come gli uffici si sono sempre più ridotti fino a coincidere con il personal computer. Anche le assemblee politiche sono traslocate sul web così come molte delle riunioni scolastiche obbligatorie per gli insegnanti. Questi cambiamenti spazio-temporali hanno certamente sviluppato trasformazioni nelle abitudini umane, molto probabilmente accelerando uno scenario che sarebbe arrivato comunque magari solo differito nel tempo.</p>



<p>Tutto queste “metamorfosi” post-pandemiche vogliamo inchiestare, con i suoi influssi sull’utilizzo massivo delle tecnologie informatiche e con la rete di internet sempre più luogo, metaverso, che assomma in sé spazio e tempo utili sia per la produzione che per la riproduzione di un’umanità sempre più post-umana, liquida e forse sempre più etero-cosciente.</p>
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		<item>
		<title>L’URGENZA DELLA CONRICERCA (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2023/01/03/lurgenza-della-conricerca-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 11:38:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per un nuovo progetto “malanovista” Il primo passo che vogliamo fare sarà quello della “preparazione del campo” partendo da una prima attività prettamente di inchiesta nell’ambito del settore della conoscenza. Focalizziamo quest’attività preliminare nell’indagare il mondo della scuola, nei suoi diversi gradi, cominciando dagli “operai della conoscenza” &#8211; formatori e pedagogisti, dirigenti, personale tecnico ed [&#8230;]</p>
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<p><strong>Per un nuovo progetto “malanovista”</strong></p>



<p>Il primo passo che vogliamo fare sarà quello della “preparazione del campo” partendo da una prima attività prettamente di inchiesta nell’ambito del settore della conoscenza. Focalizziamo quest’attività preliminare nell’indagare il mondo della scuola, nei suoi diversi gradi, cominciando dagli “operai della conoscenza” &#8211; formatori e pedagogisti, dirigenti, personale tecnico ed amministrativo &#8211; e delle loro impressioni sulle trasformazioni di questo specifico settore e sulle inafferrabili nuove generazioni.</p>



<p>La <em>conricerca come percorso e metodo per un diverso e consapevole agire sociale che ci porti continuamente a doversi confrontare con la realtà, ci permetta di costruire un punto di vista della realtà considerata, e soprattutto ad essere attivi nel trasformare questa realtà. La qualità di questa elaborazione dipende principalmente dal rapporto con la situazione sociale, quindi c’è un problema di diffusione della presenza, presenza del militante che si radica in un contesto di attività sociali, di conflitti, di lotte e di proposte e ne costruisce relazioni iterative</em> (R. Alquati, <em>Per fare conricerca</em>, Calusca edizioni, 1993, p. 5).</p>



<p>Un percorso, dunque, come dicevamo, che punta ad una finalizzazione (strategia) ben chiara che si svolga attraverso fasi attive (tattica) che partono dalla definizione di <em>un’identità di parte, </em>di un punto di vista preciso capace di situarsi per analizzare e provare a deviare lo stesso flusso sociale dato. Una progettualità, direbbe Alquati, che si oppone al <em>mero abbandonarsi all&#8217;evoluzione e all&#8217;alterazione, come d&#8217;altronde a quella di farsi portare passivamente da un&#8217;innovazione (che per me nella specificità è sempre capitalistica). […] E suggerisce anche che la tendenza vada anticipata per deviarla altrove e non solo per precorrerla, e che per deviarla bisogna cercare contro-risorse nell&#8217;ambivalenza del presente finché la tendenza è ancora aperta, ovvero prima che sia conclusa; il che è tutto meno che farsi portare dall&#8217;innovazione</em> (ibidem, p. 6).</p>



<p><em>Innovazione</em> fa rima con progresso e progressisti. <em>Identità</em>, seppure di parte, pare alludere a tradizione e/o conservazione. Eppure, secondo il fare della conricerca, proprio l’abbandonarsi all’innovazione, miracolisticamente, fatalmente, è specificamente caratterizzato come capitalista. L’innovazione può essere pensata come nuovo mantra del capitalismo se viene colta nel suo portato di accelerazione quantitativa dei processi, come espediente tecnologico che accelera, ottimizza e massimizza il concetto di produzione. Fortunatamente l’innovazione è anche altro, ma rimane sempre un oggetto pericoloso col quale baloccarsi, vista la facilità col quale l’approccio innovativo si presta al processo di sussunzione da parte del capitale. Molte di queste categorie troveranno, forse, una qualche sistematizzazione nel farsi dell’inchiesta. Ci proponiamo di non rifiutare nulla aprioristicamente ovvero ideologicamente. Per aprire vie nuove nella scalata della vetta non ci sono certezze, solo incognite:<em> scopo immediato della conricerca e di acquisire nuova ulteriore conoscenza più &#8220;potente&#8221; di quella che già abbiamo. Più potente nel senso di più estesa, più profonda e più aggiornata, oltreché più efficace ed efficiente nel conseguimento degli scopi di trasformazione della realtà odierna. Se si tien conto della maniera in cui molti oggi, soprattutto giovani, si buttano piuttosto su vecchie identità relativamente forti, e così vecchie pratiche e modelli paventando l&#8217;incertezza, si inferisce che la conricerca interessa ben poco</em> (Ibidem, p. 13).</p>



<p>Fare così come si è sempre fatto dà certamente sicurezza. Anche quando le prassi e le teorie si sono manifestate inadeguate e comunque almeno non “vincenti”, pare sia sempre più gratificante reiterare il medesimo invece di tentare altro. Di fatto siamo reduci da una completa dismissione “dei fondamentali”. Tutto ciò che era antico, storico, consueto è stato buttato giù dalle piccole e grandi “rivoluzioni” del XX secolo. In questo senso le pratiche e le teorie sono rimaste abbarbicate a quel periodo storico “epico” e spesso “mitico”. Quanto di tutta quella iconoclastia è stata utile ad un processo di vera liberazione? Allo Stato nazionale è succeduta la globalizzazione; il libero mercato su livelli planetari. Alla famiglia nucleare tradizionale è succeduta la sperimentazione degli affetti della cosiddetta famiglia allargata. Al patriarcato non è succeduto il matriarcato ma di certo non si vivono più (almeno in termini tendenziali ed in occidente) i tempi del padre padrone, anzi si è transitati all’oggi dalla fase dell’uccisione di ogni padre. Dall’autoritarismo privo di libertà si è passati, molto probabilmente, ad un democraticismo privo di regole, dal maestro con la bacchetta in mano alla professoressa denunciata per aver sgridato uno studente completamente indisciplinato, da una sessualità compressa ad una espressione sconfinata delle possibilità pensabili e spesso mercificate e schiavizzanti. Sono solo tracce di ricerca che non possiamo declinare se non attraverso il percorso di inchiesta e conricerca che dovrà situarci nella condizione storica attuale, consci della mutevolezza e temporalità di ogni condizione sociale.</p>



<p>Ancora oggi, però, sembra che risuonino in una stantia sinistra i medesimi slogan. Educazione sessuale nelle scuole, liberazione dei costumi, abbattimento del patriarcato, pedagogia democratica, dissoluzione della patria, della religione e della famiglia…come se il ‘900 fosse ancora lì e non avesse prodotto alcun effetto concreto. Proprio questi effetti concreti vogliamo indagare per comprendere l’oggi attraverso le lenti delle battaglie vinte e soprattutto di quelle perse.</p>



<p>Cos’hanno prodotto? Quali vittorie? Quali sconfitte? Viviamo in un mondo iper-tecnologico che ci conduce negli scenari virtuali del metaverso. Cosa significa tutto ciò per le nuove generazioni? Come interpretano il presente? Di quali lotte si fanno promotori? Quanto sono autonomi rispetto al flusso dell’innovazione capitalistica? Quanto e come la comunicazione mediale e social produce conoscenza e si fa coscienza?&nbsp;</p>



<p><em>Ho già parlato prima di &#8220;ipotesi iniziali contrastanti&#8221;, di partire da ipotesi provvisorie da selezionare e sempre meglio fondare. Questo è proprio il punto da cui una ricerca può partire. Quando si hanno ipotesi (e concetti) relative allo stesso fenomeno in contrasto e quante più così se ne hanno tanto più vale la pena di fare ricerca</em> (Ibidem, p. 21).</p>



<p>Il percorso ci dirà &#8211; speriamo &#8211; se la teoria &#8211; e la prassi da essa discendente &#8211; <em>è da reinventare (perché si è mostrata errata ed ha portato a fallimenti anche gravi e clamorosi) non solo la teoria più ampia e generale in cui sono inscritti, ma poi anche i modelli e le modalità organizzative delle pratiche che da tale teoria sono derivate. Ma questo purtroppo non sembra a taluni un motivo per cambiare strada. Prevale il bisogno di identificazione e di praticare un&#8217;organizzazione autoreferente, ossia fine a sé stessa!</em> (Ibidem, p. 13).<em>Noi dobbiamo incominciare a fare un lavoro preliminare, nel corso del quale si creino le condizioni perché almeno vengano fuori le ipotesi per una successiva fase di ricerca; quindi noi dobbiamo da un lato discutere e conformare le nostre concettualizzazioni cominciando a riconcettualizzare insieme; e dall&#8217;altro fare prima una specie di “prericerca&#8221;, o &#8220;ricerchina preliminare&#8221;, sia formativa che sperimentale ed esplorativa, che però serva a sua volta a tirare fuori queste ipotesi per una successiva fase di ricerca, e ad una prima riconcettualizzazione comune; e così anche a costruire un certo minimo linguaggio comune, con cui ci si capisca operando e per operare, e quindi dei significati comuni</em> (Ibidem, p. 23).</p>



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<p>Le precedenti puntate&#8230;</p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2022/12/23/lurgenza-della-conricerca-i/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>L&#8217;URGENZA DELLA CONRICERCA (I)</strong></a></p>
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		<title>L’URGENZA DELLA CONRICERCA (I)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 12:51:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
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		<category><![CDATA[conricerca]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della militanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La conoscenza più di qualsiasi altro prodotto si presta a indurre processi di cooperazione, di socializzazione, di trasformazione. La sua caratteristica intrinseca forse più importante è sicuramente più potente sta nel fatto che essa si forma già per essere modificata dal fruitore e per modificare a sua volta chi ne entra in rapporto.[R. Alquati, Per [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p></p>
<cite><em>La conoscenza più di qualsiasi altro prodotto si presta a indurre processi di cooperazione, di socializzazione, di trasformazione. La sua caratteristica intrinseca forse più importante è sicuramente più potente sta nel fatto che essa si forma già per essere modificata dal fruitore e per modificare a sua volta chi ne entra in rapporto.</em><br>[R. Alquati, <em>Per fare conricerca</em>, 1993]<br></cite></blockquote>



<p><strong>Per un nuovo progetto “malanovista”</strong></p>



<p>La difficoltà di orientamento nella fase politica attuale è dovuto, tra l’altro, alla mancanza di una vera e propria strategia, fornita possibilmente da una approfondita analisi dei processi sociali, sempre più dinamici e camaleontici.&nbsp; Fossilizzarsi&nbsp; su acquisizioni (vere o presunte che siano), sugli snodi storici ‘riusciti’, può condurre facilmente fuori dal&nbsp; percorso realmente interessato ad una rottura col sistema, conducendo ad una narrazione autoassolvente, se non si investigano le mutate condizioni del presente.</p>



<p>A nostro avviso, occorrerebbero dei “<em>percorsi di elaborazione ed approfondimento di un punto di vista per guardare e stare nella realtà sociale, con la consapevolezza che questa non è statica, ma si forma e si trasforma all&#8217;interno di una processualità dinamica e dialettica destinata a non terminare mai. La realtà e i processi sociali, quindi, sempre possono essere trasformati, e il mutamento continuo può essere accelerato e portato alla rottura dalla concretizzazione di un agire consapevole e finalizzato: capace di ribaltarne i fini sistemici attuali</em>”. (R. Alquati, <em>Per fare conricerca</em>, Calusca edizioni, 1993, p.1).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Già da queste pochissime righe del densissimo saggio alquatiano possiamo estrapolare tre ingredienti fondamentali: una “identità di parte”, intesa come l’elaborazione e l’approfondimento di un punto di vista “di parte” per guardare e stare nella realtà sociale;<em> </em>“strategia” e “tattica” come concretizzazione di un agire consapevole e finalizzato.</p>



<p>Nello specifico, è utile un ragionamento per inquadrare il problema dal punto di vista storico e sociale facendo riferimento a un processo necessario, che potremmo definire di “identificazione”, ossia il processo di percezione del proprio ruolo all’interno di un contesto storico, economico, sociale e politico. Processo a priori, rispetto alla ricostruzione del concetto di identità di classe. Un processo pre-politico necessario per poter approdare a una definizione dell’incompatibilità col sistema, la quale dovrebbe configurarsi come elemento essenziale per innescare una rottura sostanziale &#8211; quindi strutturale &#8211; con il sistema. L’incompatibilità è la prima importante fase da concepire, senza la quale si rischia di intraprendere percorsi che si ammantano di velleità antagoniste o di conflittualità col sistema ma che, nella sostanza, cercano di scavare nicchie comode all’interno dello stesso (spesso finanche nicchie di mercato).&nbsp;</p>



<p>Cosa accade nel momento in cui alcune categorie sembrano saltare e la percezione del proprio essere parte di qualcosa viene meno? Spesso si genera una sorta di smarrimento edulcorato dalle esigenze e dai bisogni, si perde gradualmente la percezione di cosa si è, tentando di ristabilire un equilibrio gettandosi in granitiche convinzioni identitarie o nella strenua difesa di tradizionalismi, dei quali si è smarrita la memoria del senso. Identificarsi come componente sociale non è un passo semplice, non è un processo immediato; capire cosa si è e quale ruolo si svolge nell’economia della società vuol dire portare fino in fondo una critica alla struttura stessa della società, e al modo di riproduzione capitalista.&nbsp;</p>



<p>Identificarsi vuol quindi dire, analizzare la fase attuale mettendola a confronto con l’analisi delle altre fasi nella storia, identificazione e identità sono due concetti dissonanti nella misura in cui il primo serve da bussola per capire in quale parte della società attuale dovremmo collocarci, in seconda battuta l’identità dovrebbe invece definire la presa di coscienza sulla condizione che comporta il nostro essere in un punto della piramide sociale piuttosto che in un altro. La fase storica che stiamo attraversando è complessa e parimenti confusa; lo schiacciamento che la classe media ha subito, come contrazione necessaria al modo di produzione capitalista, come eliminazione di una parte sostanziale di garanzie socio-economiche in nome della sopravvivenza del principio di accumulazione, non è vista da molti nella sua genuina “semplicità”.&nbsp;</p>



<p>L’errore storico commesso spesso in questa fase è stato quello di adagiarsi solo sulle rivendicazioni della classe media, necessarie per riconquistare la sua egemonia perduta, in un percorso ammantato di antisistemicità. Il dilemma a questo punto apre una sorta di baratro, da un lato rivendicazioni per condizioni economiche migliori (tutte inscritte all’interno della società dei consumi) e dall&#8217;altra la rivendicazione di diritti civili in buona parte elargiti e definitivamente sussunti. Fuori restano rivendicazioni spesso per conto terzi, senza il vero soggetto richiedente, come nel caso dei migranti e del sottoproletariato in genere.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In questo senso, è davvero utile, ancora oggi, insistere solo sui diritti umani? Facendo un giro tra i giovani, troveremmo davvero emarginazione per chi decidesse di fare una scelta di genere specifica? Serve ancora demolire il concetto di autorità familiare, genitoriale, patriarcale? Siamo convinti che facendo un giro nelle nostre città ancora troveremo un diffuso autoritarismo machista e patriarcale che comprime le vite dei pargoli? Non abbiamo ovviamente delle risposte pronte ma crediamo che immergendosi nelle città, nelle periferie, frequentando i marciapiedi della storia forse riusciremo a trovare le tante sfumature del grigio analizzando quelle prevalenti e quelle recessive. Questo è il compito che ci prefiggiamo in questa seconda fase <em>malanovista</em>.</p>



<p>Nella prima abbiamo dovuto, necessariamente, fare i conti con noi stessi; conti ancora aperti nonostante tutto. Un’autocritica certamente feroce ma necessaria, non rivolta ad alcuno se non a noi stessi. Usciti al gelo dal calduccio di quella che oggi si usa chiamare <em>comfort zone, </em>ci tocca ora il percorso più complesso: sondare i processi sociali attuali in mutamento continuo, talmente liquidi da non offrire, almeno in apparenza, appiglio alcuno. Proprio questi appigli, da novelli scalatori, vorremmo individuare per aprire nuovi percorsi o ripristinarne di antichi. Sicuramente ci tenteremo evitando, per quanto sta a noi, cadute rovinose nel crepaccio del “già visto”:</p>



<p><em>è una proposta che naturalmente ha una valenza generale, ma che più nello specifico cerca come interlocutori copartecipi quei soggetti e quegli ambiti di aggregazione sociale che sono emersi in questi anni e stanno presentandosi come punti di aggregazione, di espressione di nuovi e diversi bisogni, comportamenti e soggettività</em>” (Ibidem, p. 2).</p>



<p>Genealogicamente parlando, gli anni ’60 e ’70 hanno individuato questi ambiti nella fabbrica e nell’università in un mix poi risultato esplosivo. Negli anni ’90, Alquati li cercava nelle nuove forme di aggregazione rappresentati da radio, riviste, centri sociali, aggregazioni studentesche e giovanili, aggregati territoriali e lavorativi. L’ambito odierno è tutto da scandagliare. Certamente rimangono gli aggregati territoriali “classici” (città, quartieri) ma rimangono da indagare le aree rurali, attualmente oggetto di interessanti cambiamenti. Anche dal versante delle situazioni lavorative si deve attuare una profonda revisione degli schemi passati. Non essendoci praticamente più le conurbazioni industriali o i distretti, si deve analizzare quel che li ha rimpiazzati, pur nella loro complessità (call center, poli della logistica, uffici e centri direzionali, grande distribuzione organizzata). Dal punto di vista dei tentativi di aggregazione identitaria e di parte&nbsp; rileviamo il rinascere embrionale delle riviste nella loro formulazione online e il tentativo di generare nuove tipologie di spazi sociali.</p>



<p>Navigando nella confusione&nbsp; di questi ‘aggreganti’, cominceremo i primi passi dall’indagare il mondo della scuola, nei suoi diversi gradi, cominciando dai “lavoratori della conoscenza” &#8211; formatori e pedagogisti, dirigenti, personale tecnico ed amministrativo &#8211; e delle loro impressioni sulle trasformazioni di questo specifico settore e sulle inafferrabili “nuove generazioni”:&nbsp;</p>



<p><em>certo non sono percorsi semplici e privi di difficoltà, sono momenti da sperimentare, da costruire, da sviluppare. […] Occorre quindi avviare e concretizzare i percorsi e i processi capaci di determinarlo l&#8217;antagonismo! Cosa né semplice né breve da realizzare! Proprio questo è uno dei principali problemi irrisolti: come costruire degli indirizzi e un agire che producano un salto qualitativo, creino comportamenti, smuovano identità, costruiscano percorsi reali. L&#8217; attuazione della conricerca è andare in questa direzione</em> (Ibidem, p. 3).</p>



<p>Innanzi tutto ci troveremo di fronte ad un tipo particolare di servizio e di merce: la conoscenza. Talmente importante per il capitalismo attuale da essere definito da diversi autori come capitalismo cognitivo (es. Vercellone, 2006) o neurocapitalismo (Griziotti, 2016). Le multinazionali che oggi guidano tutte le classifiche di fatturato sono quelle che operano nel settore dell’informatica (Facebook, Google, Tik Tok) e della logistica trasportata su rete (Amazon, Wish). Comunque il terzo settore, quello dei servizi, in realtà è oggi divenuto il primo per fatturato ed occupazione. La cultura e la scuola sono diventati con il tempo un particolare tipo di merce. Inutile ricordare, ad esempio, le varie riforme universitarie che hanno aziendalizzato gli Atenei&nbsp; conformandoli sempre più ad un comparto privato con tanto di Consiglio di Amministrazione e Manager. Per un certo periodo, persino il personale che si dedicava a guidare gli studenti nei meandri del piano di studi veniva identificato con la qualifica di <em>Manager Didattico</em>. La <em>Preside</em>, negli Istituti Comprensivi, ha mutato il suo nome in <em>Dirigente Scolastico</em> e l’antico <em>Segretario</em>, responsabile del personale amministrativo, viene identificato come DSGA, Direttore dei servizi generali e amministrativi.</p>



<p>Tutte queste sono per noi le dimensioni da scandagliare per capire come si è evoluto e trasformato il settore della conoscenza e quali ripercussioni si sono date sull’esistenza di tante lavoratrici e tanti studenti:<em> la conoscenza ha una potenza trasformativa incommensurabilmente più grande. Mentre in genere una normale merce viene prodotta per un singolo utilizzatore o al limite per pochi utilizzatori, la conoscenza e l&#8217;informazione sono appositamente prodotte tenendo conto che saranno utilizzate senza limiti di spazio e di tempo da una grande massa di persone. È corretto ipotizzare quindi che la conoscenza è oggi una merce potente e quindi qualitativamente considerata dal capitale e pel processo di produzione capitalistico. A maggior ragione andrebbe esplorata la potenzialità, la ricchezza e le possibilità qualitativa della conoscenza qualora si riuscisse a liberarla della caratteristica di mercità e a spostarla e inserirla in processi altri, tesi a sviluppare percorsi di liberazione e di antagonismo</em>” (Ibidem, p. 5).</p>
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