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	<title>ECONOMIA E FINANZA Archivi | MALANOVA</title>
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	<description>Solo cattive notizie per il Mondo di Sopra</description>
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	<title>ECONOMIA E FINANZA Archivi | MALANOVA</title>
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		<title>Mille miliardi per Elon Musk: gli azionisti di Tesla approvano il più grande stipendio aziendale della storia</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 09:33:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi le finanziarie lacrime e sangue hanno un altro sapore! Non ci sono i soldi per la Sanità, grida il Ministro dalla sua stanza, non ci sono le risorse per l&#8217;Università, risponde l&#8217;altra Ministra da casa sua usufruendo del vantaggio dello smartworking. Dobbiamo finanziare le armi per l&#8217;amico Zelensky, ricorda il Ministro della guerra mentre [&#8230;]</p>
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<p>Oggi le finanziarie lacrime e sangue hanno un altro sapore! </p>



<p>Non ci sono i soldi per la Sanità, grida il Ministro dalla sua stanza, non ci sono le risorse per l&#8217;Università, risponde l&#8217;altra Ministra da casa sua usufruendo del vantaggio dello smartworking. Dobbiamo finanziare le armi per l&#8217;amico Zelensky, ricorda il Ministro della guerra mentre sgranocchia una tartina al caviale inaugurando la stagione teatrale della sua città.</p>



<p>Tira di qui, tira di là e la coperta si fa cortissima lasciando i cortigiani al freddo e al gelo! Preferite la pace o i climatizzatori? Urla Mario Draghi dalla sua vacanza ai tropici.</p>



<p>Nel frattempo, nell&#8217;Occidente statunitense, il povero ma intelligentissimo Elon Musk punta i piedi dichiarando: &#8220;il movimento operaio ha buttato il sangue per ottenere lo statuto dei lavoratori ed io ho una paga da fame! Non è plausibile che un lavoratore sia trattato così nel 2025, mica siamo nell&#8217;antico Egitto!&#8221; </p>



<p>Dopo la vibrante protesta e la minaccia di dimissioni del Ceo di Tesla arriva il &#8220;sì&#8221; del democraticissimo Consiglio d&#8217;Amministrazione: i soci approvano il maxi compenso di mille miliardi di dollari! Ma noi ci chiediamo: potrà mai sopravvivere Elon visti i tempi che corrono, l&#8217;inflazione che s&#8217;impenna e lo shutdown in corso?</p>



<p>Grazie alla sua strenua resistenza, Musk potrà incassare fino ad un triliardo di dollari e resterà alla guida della società per il prossimo decennio. Pensate che angoscia vive questo povero lavoratore cognitivo ogni qual volta il capitalista collettivo deve rinnovargli il contratto a tempo: cosa sono 10 anni di contratto oggi che si arriva a viverne 120?</p>



<p>Il pacchetto – approvato da oltre il 75% degli azionisti durante l’assemblea tenuta nella sede di Austin in Texas – assegna a Musk circa <strong>423 milioni di azioni</strong> dell’azienda leader nel settore degli autoveicoli elettrici: varrebbero quasi mille miliardi di dollari se fossero raggiunti gli obiettivi previsti dall’accordo. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/03/elon-musk-e-sempre-piu-ricco-e-la-prima-persona-a-raggiungere-un-patrimonio-da-500-miliardi-di-dollari-il-nuovo-record-attestato-da-forbes/8147754/">Ora Musk potrebbe diventare il primo triliardario al mond</a>o.</p>



<p>Eppure, ci sono anche persone che, inspiegabilmente, non tollerano questo stato di cose, come ad esempio il fondo sovrano norvegese.</p>



<p>Il maxi-bonus, racconta il <em>Washington Post</em>, ha sollevato la “resistenza da parte di investitori, consulenti e attivisti che sostenevano fosse eccessivo o immeritato, facendo notare la recente storia di Musk al di fuori di Tesla”. Ma Musk ha anche ottenuto “<strong>guadagni storici</strong>, trasformando l’azienda nella casa automobilistica di maggior valore al mondo, un&#8217;azienda che per i suoi sudori dà lavoro a tanti ingegneri meccanici e elettronici disadattati e che altrimenti faticherebbero a sbarcare il lunario. Un&#8217;impresa caritativa, potremmo dire, più che una macchina per far soldi come affermano i maligni.</p>



<p>Grazie ad Elon, molte persone possono fare la spesa nelle carissime catene di supermercati americani.  </p>



<p>Tesla organizza i propri dipendenti attraverso una <strong>struttura gerarchica</strong> articolata in sette livelli, numerati dall’1 al 7. Gli operai del <strong>livello 1</strong>, la categoria più bassa, guadagnano circa <strong>25 dollari l’ora</strong>. Quelli che raggiungono il <strong>livello 7</strong> percepiscono invece una tariffa oraria di <strong>35 dollari</strong>.</p>



<p>Invece di dire baggianate, dovremmo tutti ringraziare la verve filantropica di persone come Elon, anzi troppo poco quello che gli viene riconosciuto in cambio delle sue idee innovative.</p>



<p>Continuate a lamentarvi delle risorse che mancano per garantire una Sanità adeguata per tutti, una scuola efficiente ed efficace e risorse idonee per fare la spesa addirittura tutti i giorni, nel frattempo Musk ci spingerà su Marte con il suo turismo interstellare, finirà la sua infrastruttura satellitare Starlink che offre servizi ai vari eserciti che guerreggiano e ci applicherà, finalmente, un chip neurale capace di ampliare il nostro sistema cognitivo, puramente umano, fallace e lento, mettendolo in comunicazione con l&#8217;intelligenza artificiale: niente più libri da leggere, sarà il bot a suggerirci cosa dire e cosa fare!</p>



<p>Grazie, Elon! Ciaone, poveri!</p>



<p></p>
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		<title>Recensione al libro di Sergio Bologna: &#8220;Le multinazionali del mare&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 10:40:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO E CAPITALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sergio Bologna nel suo libro “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale” analizza lo sviluppo storico dei porti che sono un ecosistema economico e logistico che interessa la movimentazione di beni e servizi che interessano sia l’apparato industriale e commerciale che i consumatori finali. Il porto è un nodo fondamentale nella rete degli scambi [&#8230;]</p>
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<p>Sergio Bologna nel suo libro “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale” analizza lo sviluppo storico dei porti che sono un ecosistema economico e logistico che interessa la movimentazione di beni e servizi che interessano sia l’apparato industriale e commerciale che i consumatori finali. Il porto è un nodo fondamentale nella rete degli scambi internazionali: il “porto” al maschile diventa, declinato al femminile, una “porta” tra economie locali e mercati mondiali.</p>



<p>In effetti, l’immane mole di merci nel mercato internazionale vengono movimentate principalmente attraverso quattro modalità: marittima, stradale, ferroviaria e aerea. Circa l’80-90% delle merci (secondo il peso) o circa il 70% (secondo il valore), raggiunge i mercati via mare. La nave è un mezzo fondamentale per gli scambi intercontinentali e transoceanici capace di movimentare un’enorme quantità di beni. Le navi più grandi oggi disponibili possono contenere 24mila container (altra innovazione fondamentale nella tematica), quanto un ipotetico treno merci lungo 44 miglia. I container possono trasportare di tutto (alimentari, medicine, autoveicoli, macchinari pesanti, ecc.), anche materiale liquido (soprattutto petrolio e derivati). Cina e Asia costituiscono il baricentro dei trasporti marittimi. Il primo porto mondiale per movimentazione container è Shanghai  e molti altri porti cinesi compaiano nella classifica dei primi 10 al mondo. Il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al 10° posto); anche Anversa e Amburgo figurano nei primi 20. Tra questi compare un solo porto negli USA (Los Angeles, 17°). </p>



<p>Il porto di Gioia Tauro in Calabria, è il primo porto italiano per traffico merci e l’ottavo in Europa, situato strategicamente vicino alla rotta oriente-occidente che si estende dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Suez; è principalmente un centro di trasbordo, collegando le reti globali e regionali che attraversano il Mediterraneo.</p>



<p>La teoria distingue tra <strong>porto industriale e porto commerciale</strong>. Il primo è legato a produzioni locali, dove le merci sono destinate a trasformazione o consumo immediato, mentre il secondo risponde alla domanda dell’Hinterland, il territorio retrostante, con merci gestite attraverso operazioni logistiche complesse che interessano il trasporto, lo stoccaggio o il mantenimento della famosa “catena del freddo” per i prodotti alimentari. Il porto è un <strong>sistema economico autonomo</strong>, non una semplice interfaccia tra terra e mare. La storia evolutiva di questi snodi logistici è strettamente connessa alle evoluzioni della storia economica globale che è evoluta da secoli di autarchia e nazionalismo e dalla logica dei dazi fino a giungere alla liberalizzazione radicale dei traffici della globalizzazione economica e a ritornare, seguendo l’evoluzione delle politiche americane con la presidenza Trump, a nuove politiche di tassazione. Il passaggio dalla navigazione a vela a quella a vapore con i suoi immensi investimenti ha reso più facile la movimentazione di merci da un capo all’altro del mondo. L’introduzione delle portacontainer con gru di bordo, abbinate a una flotta di camion con pianali, furono un’altra evoluzione del porto che coincise con il passaggio dal modello fordista a quello postfordista. Inoltre, il testo di Sergio Bologna affronta il tema dei processi di privatizzazione dei porti e dei servizi logistici con la precarizzazione del lavoro portuale.</p>



<p>Dall’analisi delle difficoltà delle operazioni di carico e scarico partì l’idea di un’unità standardizzata in grado di passare da un mezzo di trasporto all’altro con minori sforzi. L’introduzione del <strong>container</strong> ha segnato una rivoluzione radicale: semplificazione delle operazioni portuali, standardizzazione delle unità di carico e nascita della <strong>logistica intermodale</strong>. La prima nave appositamente progettata per il trasporto container, la Clifford J. Rogers, entrò in servizio nel 1955 ma fu solo negli anni ‘60 che il sistema containerizzato decollò veramente, grazie alla standardizzazione delle dimensioni (20 piedi, TEU) e alla creazione di terminal dedicati. Il porto diventa così un hub industrializzato e automatizzato, basato su software gestionali come <strong>SPARCS</strong> ed <strong>EXPRESS</strong>, capaci di pianificare operazioni, gestire flussi documentali e turnazioni del personale.</p>



<p>Dal 2006, con l’avvento di mega-navi come la <em>Emma Maersk</em>, il <strong>gigantismo navale</strong> ha posto sfide logistiche e infrastrutturali. Se da un lato aumenta l’efficienza a bordo, dall’altro comporta <strong>costi crescenti per i terminal</strong>, con lavori importanti che interessano fondali, gru, piazzali e retroporti. Le navi diventano veri e propri <strong>asset finanziari</strong>, scambiati più per logiche speculative che per esigenze operative, come denuncia la formula “<strong>trading ships not cargo</strong>”.</p>



<p>Il futuro dello shipping dovrà integrarsi in catene logistiche più <strong>trasparenti, automatizzate e sostenibili</strong>. Le mega-navi riducono la flessibilità e aumentano i costi di transhipment. Sergio Bologna e altri studiosi come Stopford prevedono un <strong>ridimensionamento del gigantismo</strong>, con un ritorno alla centralità della <strong>connettività</strong>, dell’intermodalità e della resilienza.</p>



<p>Bisognerà anche fare i conti con gli sviluppi della guerra commerciale oggi in corso tra gli USA ed il resto del mondo.</p>



<p></p>



<p>Link per l’acquisto del libro: <a href="https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/management/MULTINAZIONALI_DEL_MARE_LE.aspx">https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/management/MULTINAZIONALI_DEL_MARE_LE.aspx</a></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="320" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/04/image.png" alt="" class="wp-image-11102" style="width:356px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/04/image.png 200w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/04/image-188x300.png 188w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>



<p></p>
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		<title>&#8216;Terre rare&#8217;: il ruolo strategico di Ucraina e Russia</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/03/13/terre-rare-il-ruolo-strategico-di-ucraina-e-russia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 16:36:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[terre rare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>13/03/2025 Negli scorsi giorni, il dibattito geopolitico si è incentrtato sulla richiesta di Trump all&#8217;Ucraina di ripagare gli aiuti militari ricevuti attraverso una risorsa strategica dell&#8217;economia globale chiamata terre rare. Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per la tecnologia moderna, utilizzati in settori chiave come elettronica, energia rinnovabile, difesa e [&#8230;]</p>
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<p>13/03/2025</p>



<p>Negli scorsi giorni, il dibattito geopolitico si è incentrtato sulla richiesta di Trump all&#8217;Ucraina di ripagare gli aiuti militari ricevuti attraverso una risorsa strategica dell&#8217;economia globale chiamata terre rare.</p>



<p>Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per la tecnologia moderna, utilizzati in settori chiave come elettronica, energia rinnovabile, difesa e mobilità elettrica. A dispetto del nome non sono poi così “rare” in quanto ampiamente diffuse nel mondo, ma difficili da estrarre con processi ecosostenibili. Per questo motivo le attività di estrazione si sono concentrate in Paesi con una legislazione ambientali molto &#8216;leggera&#8217;.</p>



<p>I principali produttori mondiali di terre rare sono la Cina, che detiene oltre il 60% della produzione globale, seguita da Stati Uniti, Australia e Myanmar. Altri Paesi, tra cui Canada, Brasile e India, possiedono riserve significative, ma la loro estrazione è ancora limitata rispetto alla domanda crescente.</p>



<p>La quota di mercato cinese sale all’85% nella fase successiva della filiera, quella della raffinazione oltre a rappresentare una fetta quasi monopolistica, intorno al 90%, dei magneti a base di terre rare. Questi magneti hanno un vasto mercato a livello globale trattandosi di componenti centrali per veicoli elettrici e turbine eoliche. Per la sua politica di conversione all&#8217;elettrico, la domanda di tali prodotti da parte dell’Unione Europea raddoppierà entro il 2030. Ma al momento sul territorio europeo non si estraggono terre rare e si producono solo l’1% dei magneti.</p>



<p>Ad oggi, l&#8217;Unione Europea è fortemente dipendente dalle importazioni, motivo per cui si stanno intensificando gli sforzi per diversificare l&#8217;approvvigionamento e sviluppare una filiera più autonoma.</p>



<p>La Russia possiede alcune delle più grandi riserve di terre rare al mondo, concentrate principalmente nella Siberia orientale e nella regione di Murmansk. Sebbene il Paese non sia tra i maggiori produttori globali, sta cercando di aumentare la propria capacità estrattiva per ridurre la dipendenza dalla Cina e rafforzare la propria posizione geopolitica.</p>



<p>Nel 2023, la Russia ha annunciato piani per espandere la produzione di terre rare, puntando su nuovi giacimenti nella regione di Krasnoyarsk e sulla costruzione di impianti di raffinazione. L&#8217;obiettivo è quello di diventare un fornitore alternativo per Paesi in cerca di una diversificazione dell’approvvigionamento, specialmente dopo le tensioni economiche con l’Occidente.</p>



<p>L’Ucraina, pur non essendo attualmente un grande produttore di terre rare, possiede importanti giacimenti minerari, in particolare nella regione <strong>del Donbass e nel bacino del Dnepr</strong>. Alcuni studi indicano che il sottosuolo ucraino potrebbe contenere riserve significative di terre rare, ma l’instabilità geopolitica e il conflitto con la Russia hanno ostacolato lo sviluppo di un’industria mineraria su larga scala.</p>



<p>Nel 2021, l’Ucraina ha firmato un accordo con l’Unione Europea per rafforzare la cooperazione nel settore minerario, con l’obiettivo di sviluppare una produzione di terre rare che possa ridurre la dipendenza dell’Europa dalla Cina. Tuttavia, la guerra ha reso incerto il futuro di questi progetti.</p>



<p>La competizione per il controllo delle terre rare sta diventando un tema centrale nella geopolitica globale. La Cina mantiene un dominio quasi assoluto sulla raffinazione di questi elementi, mentre Stati Uniti ed Europa cercano alternative per ridurre la dipendenza da Pechino. In questo contesto, Russia e Ucraina potrebbero giocare un ruolo strategico nei prossimi anni.</p>



<p>Per l’Europa, investire nella produzione ucraina potrebbe rappresentare un’opportunità per diversificare le fonti di approvvigionamento, ma il successo dipenderà dall’evoluzione del conflitto e dalla stabilità del Paese. D’altro canto, la Russia, già sotto sanzioni internazionali, potrebbe cercare di rafforzare la propria posizione come esportatore di materie prime verso Paesi non allineati con l’Occidente.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="622" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-3-1024x622.png" alt="" class="wp-image-11076" style="width:771px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-3-1024x622.png 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-3-300x182.png 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-3-768x467.png 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-3.png 1458w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Per ridurre il divartio con la Cina, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha approvato di recente il finanziamento di due impianti di separazione delle terre rare sul suolo statunitense. È un piccolo passo verso l&#8217;obiettivo dichiarato dell&#8217;amministrazione Trump di rompere la dipendenza del paese dalle forniture cinesi di minerali critici.</p>



<p>In questo progetto c&#8217;è il coinvolgimento diretto del Pentagono che deve coadiuvare l&#8217;arduo compito della creazione da zero di una catena di approvvigionamento di terre rare non cinesi.</p>



<p>Gli Stati Uniti, infatti, sono quasi interamente dipendenti dalle importazioni di composti di terre rare e metalli nell&#8217;ultimo anno, proprio come nei due anni precedenti. Secondo lo United States Geological Survey (USGS), la Cina è rimasta il principale fornitore con circa l&#8217;80% di tutte le importazioni.</p>



<p>Questa dipendenza dalla Cina per i minerali in usi critici per un&#8217;ampia gamma di applicazioni civili e militari è sempre più problematica visto il deterioramento delle relazioni commerciali e geopolitiche sino-statunitensi. </p>



<p>Gli USA attualmente non hanno praticamente alcuna capacità di produrre magneti al neodimio-ferro-boro (NdFeB), l&#8217;uso finale più comune per le terre rare che è fondamentale per il passaggio dell&#8217;industria automobilistica globale ai veicoli elettrici.</p>



<p>Strano ricordare che la General Motors, proprietaria di due brevetti originali per tali magneti, ha venduto i diritti proprio alla Cina. </p>



<p>&#8220;La maggior parte dei magneti sono prodotti in Cina&#8221;, ha detto ad Argus Media Pol Le Roux, vice presidente vendite e marketing di Lynas Corp. (&#8220;Argus White Paper: How to build a rare earth supply chain&#8221;, luglio 2020).</p>



<p>Certamente continueremo a sentire parlare di terre rare a lungo visto la loro centralità economica e geopolitica. La corsa agli armamenti e allo sviluppo tecnologico è appena iniziato e continuerà sulla linea di sviluppo di razzi spaziali, tecnologie energetiche e militari. Non importa alle elite globali quando questo impattera sull&#8217;ambiente e in termini di vite umane.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/03/13/terre-rare-il-ruolo-strategico-di-ucraina-e-russia/">&#8216;Terre rare&#8217;: il ruolo strategico di Ucraina e Russia</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>DOCUMENTI: La &#8216;Chimera del Nucleare&#8217; tra costi, tempi e incertezze</title>
		<link>https://www.malanova.info/2025/03/13/documenti-la-chimera-del-nucleare-tra-costi-tempi-e-incertezze/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 12:40:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRITICA ECOLOGICA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Rapporto “Elementi per un’Italia 100% rinnovabile”, elaborato da 21 docenti e ricercatori di diverse università e centri di ricerca, presentato di recente, espone come sia possibile, ecologico e conveniente, decarbonizzare la produzione di elettricità utilizzando unicamente fonti energetiche rinnovabili e come sia destituito da ogni logica il ritorno al nucleare. 11 marzo 2011 – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2025/03/13/documenti-la-chimera-del-nucleare-tra-costi-tempi-e-incertezze/">DOCUMENTI: La &#8216;Chimera del Nucleare&#8217; tra costi, tempi e incertezze</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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<p></p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-e585df2a1a92bbf211a332877c9577a6"><em><strong>Il Rapporto “Elementi per un’Italia 100% rinnovabile”, elaborato da 21 docenti e ricercatori di diverse università e centri di ricerca, presentato di recente, espone come sia possibile, ecologico e conveniente, decarbonizzare la produzione di elettricità utilizzando unicamente fonti energetiche rinnovabili</strong></em> <strong><em>e come sia destituito da ogni logica il ritorno al nucleare.</em></strong></p>



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<p><strong>11 marzo 2011 – 2025: 14esimo anniversario dell’incidente nucleare di Fukushima</strong></p>



<p>L&#8217;Italia torna a discutere di energia nucleare, ma il rapporto <em>La Chimera del Nucleare</em> lancia un allarme chiaro: questa tecnologia rischia di essere un&#8217;opzione costosa, tardiva e scarsamente competitiva rispetto alle fonti rinnovabili. Il dibattito si inserisce all&#8217;interno del nuovo Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), che ipotizza un ritorno graduale del nucleare con piccoli reattori modulari (SMR) e investimenti futuri sulla fusione nucleare. Tuttavia, il documento evidenzia una serie di criticità che rendono il progetto poco convincente.</p>



<p>Il PNIEC sostiene che l&#8217;inserimento del nucleare nel mix energetico italiano potrebbe portare a un risparmio di 17 miliardi di euro rispetto a uno scenario basato esclusivamente sulle rinnovabili. Tuttavia, come sottolineato dal rapporto, mancano studi dettagliati e trasparenza su come questo risparmio venga calcolato. A differenza della Germania, che ha fornito un&#8217;analisi dettagliata e dati concreti a supporto del proprio piano energetico, l&#8217;Italia si limita a rimandare le valutazioni alla <em>Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile</em>, i cui risultati, inizialmente previsti per ottobre 2024, non sono ancora stati resi pubblici.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-midsmall-font-size"><strong>Un settore in declino globale</strong></h3>



<p>L&#8217;energia nucleare, dopo aver raggiunto un picco di produzione pari al 17% dell&#8217;elettricità mondiale alla fine del secolo scorso, è in fase di riduzione, con un contributo sceso al 9,2% nel 2022. I ritardi e i costi elevati delle nuove centrali in Europa rappresentano un monito: il progetto francese EPR di Flamanville è passato da un costo iniziale di 3,3 miliardi a oltre 23 miliardi di euro, mentre i tempi di realizzazione sono lievitati da sei a venti anni. Situazioni analoghe si sono verificate negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con ritardi che spesso superano i vent&#8217;anni.</p>



<p>Un altro aspetto spesso ignorato è la dipendenza dal mercato dell’uranio, dominato dalla russa Rosatom, che controlla il 46% della capacità globale di arricchimento del combustibile nucleare. L’eventuale interruzione delle forniture potrebbe trasformare molte centrali europee in <em>stranded assets</em>, causando ingenti perdite economiche e problemi nella sicurezza energetica.</p>



<p>Anche i costi di smantellamento e gestione delle scorie radioattive vengono spesso sottovalutati: in Europa, la gestione delle scorie radioattive è stimata tra 422 e 566 miliardi di euro, mentre in Italia la chiusura del precedente programma nucleare è costata 11,4 miliardi di euro, cifra destinata a crescere.</p>



<p>Il rapporto sottolinea che la costruzione di una centrale nucleare richiede in media 21 anni tra pianificazione e operatività. Questa tempistica rende utopica ogni programmazione a breve termine ed ogni propaganda che veda il nucleare come panacea a breve termine per ogni problema legato all&#8217;energia e all&#8217;inquinamento.  In realtà, infatti, secondo lo studio quest gap temporale che ci condurrebbe alla produzione di energia nucleare ha un impatto climatico significativo: durante il periodo di attesa, l&#8217;Italia continuerebbe a dipendere dal gas fossile, ritardando la transizione energetica e aumentando le emissioni di CO2.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="768" height="241" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-2.png" alt="" class="wp-image-11070" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-2.png 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-2-300x94.png 300w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-midsmall-font-size"><strong>Le rinnovabili come alternativa più conveniente</strong></h3>



<p>Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), il costo di produzione dell’energia nucleare è ben più elevato rispetto alle fonti rinnovabili. Nel 2023, il costo livellato dell&#8217;energia (LCOE) del nucleare era di 170 $/MWh, contro i 50 $/MWh del solare e i 60 $/MWh dell’eolico. Nel 2050, il gap rimarrà netto: 125 $/MWh per il nucleare, contro soli 25 $/MWh per il solare fotovoltaico.</p>



<p class="has-text-align-left">Inoltre, la crescente efficienza dei sistemi di accumulo e l’integrazione delle reti intelligenti stanno rendendo le rinnovabili sempre più affidabili, eliminando gradualmente il problema dell&#8217;intermittenza.</p>



<p class="has-text-align-left">Il ritorno dell’Italia al nucleare, dunque, appare nel rapporto come un&#8217;operazione ad alto rischio economico e temporale. Il documento &#8216;<em>La Chimera del Nucleare</em>&#8216; evidenzia come il mix energetico basato sulle rinnovabili, supportato da sistemi di accumulo e interconnessioni avanzate, sia già oggi una soluzione più efficiente, sicura e sostenibile rispetto a una scommessa nucleare che rischia di rivelarsi un boomerang finanziario e ambientale. La transizione energetica italiana deve puntare su strategie concrete e ben documentate, evitando di inseguire miraggi dal costo incalcolabile.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-1-1024x683.png" alt="" class="wp-image-11069" style="width:1042px;height:auto" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-1-1024x683.png 1024w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-1-300x200.png 300w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-1-768x512.png 768w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-1-1536x1024.png 1536w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2025/03/image-1.png 1800w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Le Big Pharma e i finanziamenti pandemici Covid-19</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/11/06/le-big-pharma-e-i-finanziamenti-pandemici-covid-19/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 09:16:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sviluppo di un candidato vaccino richiede solitamente notevoli investimenti in ricerca e sviluppo (R&#38;S) e richiede molti anni, la maggior parte dei quali trascorsi nelle tre fasi consecutive degli studi clinici. Considerata l’urgenza, sono state adottate una serie di scorciatoie, come l’esecuzione di test paralleli e l’utilizzo dell’autorizzazione all’uso di emergenza/autorizzazione all’immissione in commercio [&#8230;]</p>
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<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-0a31b084fe63f57aaf0214dd5e926383"><em>Lo sviluppo di un candidato vaccino richiede solitamente notevoli investimenti in ricerca e sviluppo (R&amp;S) e richiede molti anni, la maggior parte dei quali trascorsi nelle tre fasi consecutive degli studi clinici. Considerata l’urgenza, sono state adottate una serie di scorciatoie, come l’esecuzione di test paralleli e l’utilizzo dell’autorizzazione all’uso di emergenza/autorizzazione all’immissione in commercio condizionata, aumentando al contempo la capacità di produzione già durante i test clinici. Sono stati effettuati investimenti finanziari pubblici e privati ​​senza precedenti e sono state avviate collaborazioni scientifiche.</em> (dallo studio commissionato dal Parlamento Europeo, “Managing public and private investments in COVID vaccines”, p. 13)</p>
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<p></p>



<p>L’ideologia neo-liberista, un’ideologia para-religiosa, è stata sapientemente modellata dalle classi uscite vincitrici dalla guerra fredda come potente meccanismo di accumulazione delle risorse mondiali in pochissime e selezionate mani. La religione liberal-globalista ha anche la sua divinità ed il suo fato, entrambi irrazionali: la mano invisibile e l’equilibrio di mercato. Secondo questo mito, basterebbe lasciare libero il meccanismo della produzione e della vendita affinché la mano invisibile possa regolamentare ed equilibrare al meglio il mercato con pieno soddisfacimento di tutti. <em>Laissez-faire</em>. In realtà questa è una vera e propria favoletta per i popoli, il vero oppio. Nella realtà, il potere politico-economico che attiva le leve macroeconomiche è tutt’altro che invisibile e la mano della minoranza dei miliardari tiene strettamente e saldamente le redini del gioco stabilendone le regole e, quando serve, comprando consensi e voti, democraticamente. Le elezioni non sono che un ben congegnato e fittizio paravento democratico alla realtà dell’oligarchia reale che regge le nostre sorti.&nbsp;</p>



<p>Non si contano i casi, i pochi svelati, di borse piene di pacchi di euro destinate a euroburocrati per guadagnarne i servigi al fine di modellare le leggi a misura di multinazionale.</p>



<p>“<em>Ammonta ad oltre un milione e mezzo di euro il totale delle banconote trovate dalla polizia belga nel corso delle perquisizioni alle abitazioni di Antonio Panzeri e dell’ex vicepresidente dell’Eurocamera Eva Kaili, entrambi agli arresti per il Qatargate</em>”. (fonte <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/qatargate-sequestrati-750mila-euro-kalili-e-17mila-euro-panzeri-AEigSnOC">Sole 24 Ore</a>)&nbsp;</p>



<p>La vicenda si riferisce al giro di denari legati all’organizzazione della Coppa del Mondo del 2022. Il Qatar, che lottava per essere scelto come sede delle kermesse sportiva, avrebbe cercato di acquistare la benevolenza del Parlamento europeo per promuovere i propri interessi, tra cui quello di cercare di insabbiare le critiche sulla sua situazione interna relativa ai diritti dei lavoratori e alla condizione femminile. L’Europa dei diritti e della democrazia pare si sia genuflessa alla sacralità dei dollari.</p>



<p>“Il Qatargate ha squarciato un velo sull’influenza delle lobby a Bruxelles (grazie all’inchiesta belga, non interna alle istituzioni europee)&nbsp;[…]. Lo scandalo di corruzione rivela molto del Qatar, ma anche delle pratiche delle lobby e della corruzione nella Ue. Già nel 1998, la Commissione guidata da Jacques Santer era stata obbligata a dimettersi in blocco per le accuse di corruzione”. (fonte <a href="https://ilmanifesto.it/lobbisti-di-tutta-europa-unitevi-la-carica-dei-40mila">Il Manifesto</a>)&nbsp;</p>



<p>Molto diffuso, inoltre, il meccanismo delle “porte girevoli” che permette il riciclo delle cariche apicali delle multinazionali e degli enti governativi europei. Pensiamo, ad esempio, al nostrano Mario Draghi che è stato vicepresidente di Goldman Sachs per l&#8217;Europa dal 2002 al 2005 e successivamente, sempre nel 2005, venne nominato&nbsp;governatore della Banca d&#8217;Italia e quindi della Banca centrale europea per diventare successivamente Primo Ministro italiano. Sorte inversa per l’ex presidente della Commissione Europea José Barroso, passato dopo la scadenza del mandato a lavorare per Goldman Sachs.</p>



<p>Dopo Washington, in effetti, Bruxelles è la patria dei lobbisti. Nel registro ufficiale imposto per “trasparenza” si contano circa 12.500 lobbisti che gravitano attorno alle istituzioni europee perché retribuiti dalle grandi multinazionali o da gruppi di potere per esercitare pressioni sugli euroburocrati. Secondo Transparency International il numero verosimile di lobbisti in Europa è più vicino ai 40mila addetti.</p>



<p>SOMO, un centro di ricerca sulle società multinazionali attivo dal 1973, ha redatto uno studio nel 2023 relativo all’impatto che la pandemia ha avuto sul fatturato delle grandi aziende farmaceutiche e sul meccanismo che partendo dai fondi pubblici per la ricerca genera profitti privati (<a href="https://www.somo.nl/pharmas-pandemic-profits/">Pharma’s Pandemic Profits</a>, febbraio 2023). Come si suol dire nel giornalismo investigativo…segui il denaro!</p>



<p>Il settore farmaceutico è uno dei settori commerciali globalmente più redditizi, quello che naviga più tranquillamente tra i marosi dei mercati anche perché gode del vento in poppa della paura delle persone che pur di guarire sono disposte a sottostare a qualunque condizione. Di fronte ad una malattia importante o solo alla paura di ammalarsi, chiunque è portato a non badare a spese per aver garantita la guarigione o l’immunità. Il farmaco è di fatto più costante e redditizio dell’energia e persino della speculazione finanziaria più audace.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXeJcvcJapGYpMvVofbgDdvvl4HJvOiZaxKZatHlEPXWSneDk3U4IMHQD5XI9zdGOC6Goy8JPAfNPSpno_fsrcUwBlNrTZuKSJrkp_gHqQz5CBMNLsGool76m_OG9cO2fjG_24xGxUlYVY4gS-35XT1fZ8fyVcYb73Wl5vDOi1sZjvqVGZQh3SI?key=NvJ8iJu6VGBjCPsxZtBK4A" alt=""/></figure>



<p class="has-text-align-center has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-33bdd24eeac16c5310563ec4f122939b"><em>Grafico tratto dallo studio SOMO</em></p>



<p>La ricerca SOMO, che ha avuto luogo tra il 2021 e il 2022, ha rilevato un fatturato di oltre 90 miliardi di dollari provenienti dalla ricerca e dalla commercializzazione dei vaccini e dei medicinali contro il COVID-19. Le aziende farmaceutiche private hanno potuto ottenere questi utili straordinari grazie a decenni di ricerca finanziata da investimenti pubblici e da sovvenzioni per lo sviluppo e la produzione oltre che a decine di miliardi in accordi di acquisto anticipati (APA). Investimenti pubblici per generare profitti che dalle multinazionali passano ai loro azionisti privati anziché andare a beneficio del popolo.</p>



<p>I contratti di acquisto anticipato (Advance Purchase Agreements – APA) sono accordi per l&#8217;acquisto di vaccini ancora in fase di ricerca e sperimentazione. I governi investono risorse provenienti dalle tasse e dalle imposte pagate dai contribuenti per sovvenzionare la ricerca: attenzione, non quella dei laboratori universitari e statali ma quella dei grandi gruppi farmaceutici privati. Prima ancora che i farmaci siano stati approvati, quando ancora sono in fase di ricerca e sperimentazione, gli Stati anticipano risorse promettendone l’acquisto ed eliminando in tal modo qualsiasi rischio associato allo sviluppo e alla produzione di farmaci e vaccini. Durante la pandemia si è fatto qualcosa in più: non solo finanziamenti e pre-acquisti ma anche clausole di manleva che ponevano le grandi aziende private al sicuro da eventuali effetti avversi e dai relativi risarcimenti. L’Europa ha detto in sostanza a queste aziende private: ricercate con soldi pubblici, realizzate il vaccino, vendetelo e tenetevi i proventi e se qualcosa va storto saremo noi a pagare eventuali risarcimenti per danni ai cittadini attingendo dai soldi dei cittadini!</p>



<p>I finanziamenti governativi sono arrivati a cascata nei conti correnti dei sette maggiori produttori di farmaci: Pfizer, BioNTech, Moderna, Sinovac, AstraZeneca, Johnson &amp; Johnson e Novavax. Le risorse complessive anti-Covid, secondo il report di SOMO, ammontano ad un totale di almeno 5,8 miliardi di dollari, di cui 5 miliardi provenienti dagli Stati Uniti d’America.&nbsp;</p>



<p>Per lo sviluppo dei vaccini contro il coronavirus si sono utilizzati anche altri fondi precedentemente elargiti dai governi e i risultati di ricerche che per decenni si sono concentrate sullo sviluppo di tecnologie mRNA e vaccini contro l’HIV.</p>



<p>“Pfizer afferma di non aver accettato fondi governativi per sviluppare il suo vaccino, ma di aver beneficiato indirettamente di un finanziamento di 0,4 miliardi di dollari da parte del governo tedesco per sviluppare il vaccino Pfizer/BioNTech. Pfizer, in realtà, è stata anche pesantemente finanziata tramite&nbsp;APA, miliardi di anticipazioni sulle vendite future. Così, tutti i produttori di vaccini hanno tratto grandi profitti dagli APA. Secondo le fonti consultate dal report, l&#8217;importo totale che le aziende hanno ricevuto tramite gli APA ammontava a 86,5 miliardi di dollari, “una cifra difficile da definire e che potrebbe essere molto più alta perché aziende e governi non sono stati trasparenti. Per quanto è possibile stabilire, i contratti APA non imponevano alle aziende di restituire il denaro utilizzato per sviluppare e produrre vaccini, anche quando lo sviluppo falliva e il vaccino non veniva mai consegnato”. (<a href="https://www.somo.nl/pharmas-pandemic-profits/">Pharma’s Pandemic Profits</a>, p. 5)</p>



<p>Solo nel 2021 le vendite dei vaccini anti Covid-19 hanno generato un fatturato di 86 miliardi di dollari per un utile netto di 50 miliardi di dollari. Il margine di profitto su queste vendite è dunque pauroso, attestandosi intorno al 57%. Nonostante molti “intenditori” ed “esperti” da social network portino come prova della mancata speculazione durante la pandemia il fatto che i vaccini non produrrebbero abbastanza utili e quindi non sarebbero al centro delle mire produttive e speculative delle multinazionali farmaceutiche, i report e le ricerche hanno appurato che i vaccini anti-COVID-19 hanno totalmente infranto i già alti ed usuali profitti che si generano nella redditizia industria farmaceutica. Lo studio del SOMO, considerando quattro delle sette società che hanno realizzato profitti straordinari, Pfizer, BionTech, Moderna e Sinovac, ha stimato che i margini di profitto netti per il 2021 sono addirittura compresi tra il 62% e il 76%.</p>



<p>Segnaliamo un altro meccanismo di “mercato” molto interessante. Nonostante i ricchi finanziamenti e pre-acquisti conferiti alle Big Pharma dagli enti statali, il prezzo dei vaccini è stato stabilito a livelli tutt’altro che popolari. Inoltre, in previsione della fine della pandemia e della diminuzione delle forniture, lo stesso prezzo è balzato repentinamente. Se tra luglio 2020 e luglio 2022, il prezzo del vaccino Pfizer/BioNTech è aumentato da 19,9-24,4 dollari a 30,5 dollari per dose e il prezzo di Moderna da 16,5 a 26,4 dollari, nel 2023 i listini sono stati enormemente ritoccati e “<em>Pfizer, insieme alla tedesca BioNtech,&nbsp;venderà il suo vaccino a 120&nbsp;dollari per dose.&nbsp;Moderna&nbsp;a 129 dollari, Novavax a&nbsp;130 dollari.&nbsp;Cifre che sono&nbsp;dieci volte tanto rispetto ai primi vaccini immessi&nbsp;sul mercato. Certo, le nuove dosi includono una protezione per le nuove varianti, ma è difficile che questo giustifichi i super rincari. Il prezzo di produzione dei vaccini viene stimato&nbsp;in pochi dollari a dose</em><em>.&nbsp;Sempre utile non dimenticare che questi medicinali sono stati sviluppati soprattutto grazie&nbsp;ad ingenti finanziamenti pubblici,&nbsp;erogati in varia forma, che hanno pagato la prima fase dello sviluppo,&nbsp;quella più rischiosa&nbsp;da un punto di vista imprenditoriale poiché le spese sono ingenti e i risultati molto incerti</em>”. (fonte <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/09/13/maxi-rincari-per-i-vaccini-covid-almeno-120-dollari-a-dose-il-costo-di-produzione-per-le-case-farmaceutiche-e-di-pochi-dollari/7290473/">il Fatto Quotidiano</a>)&nbsp;</p>



<p>Questo dato è utile per sottolineare ancora una volta il fatto che i privati non hanno tanto a cuore la salute dei malati ma il livello di profitti che si riescono ad ottenere da un prodotto farmaceutico. Altra ragione per lottare contro il processo della privatizzazione della salute che è oramai una solida realtà del sistema in cui viviamo.</p>



<p>Seguendo lo stesso criterio di massimizzazione dei profitti, il meccanismo di mercato ha generato anche una disparità nella diffusione geografica dei vaccini. Mentre le organizzazioni governative parlavano della necessità di una forte accessibilità dei vaccini a livello globale, in base alle esigenze e indipendentemente dallo status economico, in realtà le cose sono andate molto diversamente. A fine 2021 solo il 3% della popolazione nei paesi poveri era stata vaccinata con almeno una dose, mentre, nello stesso periodo, nei paesi ricchi la fetta di popolazione vaccinata si attestava intorno al 60%. A fine 2022 nel Sud economico del mondo ci si è fermati al 28%. Leggendo questi dati, quale umanità e filantropismo dimostrano multinazionali e burocrazia mondiale?</p>



<p>È evidente che le aziende farmaceutiche hanno destinato vaccini e farmaci ai paesi ad alto reddito visto che venivano anticipatamente e comunque velocemente pagati, mentre molto a rilento è andata la distribuzione di vaccini a ‘prezzo di costo’ nei paesi poveri dai quali ci si aspettava l’incapacità di onorare le forniture. Il principio, dunque, che ha prevalso nelle dinamiche di mercato a livello globale non è stato certamente quello della pubblica incolumità ma unicamente quello del mero profitto. Anche in questo caso la divina mano invisibile equilibratrice dei processi economici non si è palesata.</p>



<p>I dati dello studio del centro di ricerche SOMO sono sostanzialmente confermati da uno studio del 28/04/2023 e commissionato dal Parlamento Europeo e dalla ‘Commissione speciale sugli insegnamenti da trarre dalla pandemia’ (COVI) ai docenti di Scienze della Finanza dell&#8217;Università di Milano, Massimo Florio, Simona Gamba e a Chiara Pancotti del Center of Industrial Studies, Csil. Il documento si intitola “<a href="https://www.europarl.europa.eu/committees/en/managing-public-and-private-investments-/product-details/20230428CAN69605">Mappatura degli investimenti pubblici e privati ​​a lungo termine nello sviluppo di vaccini anti-COVID-19</a>”.</p>



<p><em>“Anche se di solito ci vuole un decennio o più, i primi vaccini per le nuove malattie sono stati sviluppati in meno di 12 mesi: al 3 febbraio 2021, c’erano 289 vaccini sperimentali contro il COVID-19 in fase di sviluppo, di cui 20 nella fase 3 dei test clinici. (Wouters, 2021). A marzo 2021, meno di un anno dopo che la pandemia aveva colpito i paesi europei, nell’Unione europea erano state somministrate più di 34 milioni di dosi, numero che aumenterà rapidamente nelle settimane successive (all’inizio di aprile 2021, 74 milioni di dosi erano state somministrate nell’UE, e un anno dopo più di 844 milioni di dosi). Questi straordinari risultati sono stati raggiunti grazie a due fattori decisivi: a) più di due decenni di ricerca di base e, b) agli ingenti investimenti da parte di una serie di finanziatori nel periodo della pandemia. Per entrambi questi aspetti è stato fondamentale un forte coinvolgimento del settore pubblico. In effetti, la ricerca di base e lo sviluppo in fase iniziale sono spesso sostenuti dal settore pubblico (vedi, tra gli altri, Galkina et al., 2018)”. (op. cit., p. 9)</em></p>



<p>I dati resi disponibili dall’Europa ai professori milanesi portano a dire che dal 2020, inizio della pandemia, ai primi mesi del 2022, i fondi esterni&nbsp;utilizzati per la ricerca e sviluppo dei vaccini (fondi governativi, ma anche di enti filantropici, terzi privati, partenariati internazionali pubblico-privato e banche multilaterali di sviluppo)&nbsp;ammontavano a circa 9 miliardi di euro a cui si sommano circa 21 miliardi di euro di APA. Gli investimenti delle aziende private in ricerca e sviluppo, invece, si stimano intorno ai 4 o 5 miliardi di euro. Dunque, la parte pubblica ha messo a disposizione oltre l’80% del totale dei fondi utilizzati. La massa dei finanziamenti pubblici si suddivide in sovvenzioni a fondo perduto per il 27%, prestiti per lo 0,6% e APA per il 54% per un totale dell’81,6%. I restanti fondi (18,4%) sono stati forniti da enti filantropici, società private terze, partenariati pubblico-privati ​​e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXeNQITyZukFWn-MRRbK3qqtWn7Hw73AGNKjmCUrZl1V0t19VQZbhBBZzDO8-PF4m4U7Npw9rau9DBQb-Uobt34zDdEwLjRZZdJv57DOHQjK9UpZggBPnITyLxVPy5wzI8ImZ6G6-Y3FqaWj0GKQcJlqQeRdN5w2U0VY_hMd?key=NvJ8iJu6VGBjCPsxZtBK4A" alt=""/></figure>



<p>Anche lo studio europeo arriva alla conclusione che il finanziamento pubblico diretto e indiretto alla produzione dei vaccini “ha notevolmente ridotto i rischi degli investimenti aziendali […]&nbsp;e di conseguenza ha aumentato i rendimenti per gli investitori, in particolare per quelle aziende che non hanno affermato di fissare il prezzo della dose in base ai costi. Gli APA hanno svolto un importante ruolo di riduzione del rischio, spostando parte del rischio dalle aziende private al settore pubblico e [&#8230;] hanno consentito alle aziende di pianificare meglio la propria capacità produttiva e logistica”. (op. cit. p. 10)</p>



<p>Marginale il ruolo dell’UE nel finanziamento della fase di Ricerca &amp; Sviluppo dei vaccini dove gli Stati Uniti hanno pesato per un 78% delle risorse complessive. L’Europa invece è intervenuta, come abbiamo già visto, molto pesantemente con i contratti di acquisto anticipato (APA).&nbsp;</p>



<p>Oltre ai finanziamenti diretti e ai preacquisti degli enti pubblici e statali, l’industria farmaceutica privata da decenni si avvale delle acquisizioni scientifiche fatte grazie a finanziamenti pubblici e laboratori universitari e ospedalieri. Per lo sviluppo sia del vaccino Moderna che di quello Pfizer-BioNTech (vedi Lalani et al.&nbsp; 2021) si sono avvalsi di due decenni di ricerca da parte di enti pubblici e no-profit sulla tecnologia dell’mRNA. Anche per i vaccini basati su vettori virali, ad esempio AstraZeneca, l’industria ha utilizzato la precedente ricerca fatta presso l’Università di Oxford.&nbsp;</p>



<p>Analizzando il trend degli ultimi decenni, lo studio che stiamo esaminando afferma che solo con l’emergenza Covid l’industria farmaceutica ha invertito la scelta di un sostanziale disinvestimento nella ricerca sulle malattie infettive e sul relativo sviluppo di vaccini. Le Big Pharma si sono buttate nella lotta per lo sviluppo record del vaccino anti COVID-19 solo quando si sono decisi finanziamenti pubblici che hanno, come dicevamo, di fatto annullato gran parte del rischio d’impresa. Questa evidenza si accompagna negativamente al sistema dei brevetti per cui le industrie private del farmaco possono attingere gratuitamente alle acquisizioni scientifiche della ricerca finanziate principalmente con denaro pubblico per poi brevettarne il risultato finale condensato nel farmaco o nel vaccino. L’esempio portato dallo studio è quello del sequenziamento fatto in Cina del genoma del SARS-CoV-2 e subito reso pubblico; sequenziamento che poi è servito come base per arrivare alla nascita dei vaccini. Questa è la ricetta indigesta che pone nello stesso piatto la ricerca finanziata dal pubblico, i finanziamenti degli enti governativi a fondo perduto e i preacquisti alle aziende private che alla fine decidono di brevettare e vendere la pietanza così assemblata al prezzo che più gli aggrada senza alcun ritorno per le casse statali.</p>



<p><em>“È necessario un nuovo quadro politico per evitare che la futura scienza dei vaccini, sostenuta dai contribuenti, venga completamente privatizzata senza alcuna garanzia in materia di diritti di proprietà intellettuale (DPI), distribuzione equa e prezzi accessibili. Durante la pandemia i negoziati si sono svolti sotto pressione e in un contesto di asimmetria informativa. Il panorama attuale consentirebbe invece accordi più equi tra fornitori e beneficiari dei fondi, inclusa la possibilità che i diritti di proprietà intellettuale e il potere di concessione di licenze siano attribuiti, in tutto o in parte, alle istituzioni pubbliche che hanno sostenuto la ricerca e lo sviluppo. Gli accordi con le aziende dovrebbero essere stipulati in modo molto più trasparente, in un quadro giuridico più stabile, al fine di offrire linee guida chiare alle parti interessate e responsabilità nei confronti dei cittadini”. (op. cit. </em><a href="https://www.europarl.europa.eu/committees/en/managing-public-and-private-investments-/product-details/20230428CAN69605">Mappatura degli investimenti pubblici e privati ​​a lungo termine nello sviluppo di vaccini anti-COVID-19</a>).</p>



<p>Secondo i ricercatori il COVID-19 non è stato vinto ma ci avremo ancora a che fare per molto tempo a causa delle sue mutazioni. Sono necessari altri studi e forti investimenti, capire le reali dinamiche e le cause delle pandemie per combatterle alla radice piuttosto che limitarsi a lenirne gli effetti. Non dovrebbe essere più possibile per le multinazionali, ma qui le lobby del farmaco non sarebbero d’accordo, accampare diritti di proprietà intellettuale senza tenere in debito conto dell’impatto dei fondi pubblici e dei preacquisti su tutto il processo. Anche sulle politiche dei prezzi e della distribuzione dei farmaci dovrebbero tener conto dei precedenti investimenti e sostegni pubblici in ricerca e sviluppo.&nbsp;</p>



<p><em>“Si dovrebbe elaborare un quadro normativo e normativo favorevole. Dovrebbe essere perseguito un ambiente infrastrutturale per le sperimentazioni cliniche condotte all’interno dell’UE.&nbsp;Nel breve termine, il disegno e il ruolo di HERA dovrebbero essere rivisti&nbsp;per garantire che possa diventare un ente autonomo con un proprio budget. Come suggerito da uno studio STOA (Florio&nbsp;et al&nbsp;., 2021),&nbsp;nel lungo periodo, la creazione di un’infrastruttura paneuropea di ricerca e sviluppo e di un’organizzazione di fornitura incentrata sulle minacce e sulle aree di ricerca e sviluppo che sono sottoinvestite nell’attuale modello di business dovrebbe essere considerato.&nbsp;L’infrastruttura dovrebbe avere le dimensioni di bilancio e l’ambizione scientifica degli NIH statunitensi ed essere dotata di capacità di ricerca e sviluppo interne, con uno sforzo congiunto delle istituzioni dell’UE e degli Stati membri”. (Ibidem)</em></p>



<p>Se non possiamo non essere d’accordo con l’istituzione di una struttura pubblica capace di monitorare l’intero processo e magari dar vita ad una ricerca autonoma intorno alla pandemie e alle malattie in generale; se non possiamo non essere d’accordo sul ritorno nelle mani pubbliche della salute dei cittadini europei e del mondo intero, sul primato della politica sul mercato, non possiamo essere d’accordo sulla individuazione della soluzione nel modello americano che genera queste conseguenze e non riesce a bloccare, anzi sta alla base dell’intero meccanismo di accumulazione di extraprofitti nelle tasche dei privati azionisti della multinazionali del farmaco. In questo senso non possiamo che sottolineare nuovamente l’unica soluzione sensata: finanziare la ricerca scientifica nel campo della salute e mantenere un forte controllo pubblico sulla produzione e distribuzione dei farmaci affinché sia assolutamente bandita la possibilità di fare profitti sulla vita stessa delle persone.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="has-text-align-center has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-b7b7608b2ec710f5a2b11ac684de7461"><strong>ALLEGATO</strong></p>



<p><em>Visto il recente ritiro del vaccino Oxford/Astrazeneca, proponiamo una delle schede incluse nello studio commissionato dal Parlamento Europeo per avere una traccia che orienti il nostro approfondimento relativo alla relazione tra finanziamento pubblico e profitto privato.&nbsp;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading">SCHEDA&nbsp;RIASSUNTIVA​​</h3>



<p><strong>ASTRAZENECA</strong>‌‌</p>



<p>L&#8217;azienda ha preferito non commentare questa Fiche né informazioni di pubblico dominio</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXeyX-a3r2yxIE4wkmNliXlzn-YBInKCIG6e3cJcyEJr-GXutzs5jH7mUBcM73SXztH0r0HCCmzN0GPzNfgpRmz13PrjOD05Boqh8uDbrhAlVrtdLyv-a8gJHkE4ptDe8JhUX-kwAAjEGN_eyg7r4xbkUkwIoM4X0CBVpOOiYRSmBZx4Q3Iodyw?key=NvJ8iJu6VGBjCPsxZtBK4A" alt="Immagine"/></figure>



<h3 class="wp-block-heading">INFORMAZIONI CHIAVE</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Nome</td><td>AstraZeneca plc</td></tr><tr><td>Sede centrale</td><td>Cambridge, Inghilterra, Regno Unito</td></tr><tr><td>Anno di fondazione</td><td>1999</td></tr><tr><td>Tipo di azienda</td><td>Società per azioni</td></tr><tr><td>Elencato</td><td>LSE: AZN</td></tr></tbody></table></figure>



<p><img loading="lazy" decoding="async" alt="Immagine" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXf8WLUsc7R9o9lvBKEBZqDCb7y8pKQZt6ZjNxY4NpUMbFRgvJsxHnKOvV2uqGLOmnDIwV-zMJnkBgDz2PySrpbqkQts1hXgMCRyFJS-ZlEN3XTZocWpBDncWgttSmF9EhJR-DHbrAaAbhfoA6yiyGyWxYTpeOnWdsdr6siVRl04HS2UFt73YNM?key=NvJ8iJu6VGBjCPsxZtBK4A" width="17" height="15">&nbsp;<strong>PRODOTTI E FATTURATO (MILIONI £)</strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Portafoglio prodotti</td><td>Oncologia, biofarmaceutica, cardiovascolare, renale, metabolismo, respiratoria e immunologia, vaccini, malattie rare</td><td><a href="https://www.astrazeneca.com/our-therapy-areas/pipeline.html">Sito web</a></td></tr><tr><td>Entrate (utile netto) 2019</td><td>19114 (+1046)</td><td>Relazione finanziaria</td></tr><tr><td>Entrate (utile netto) 2020</td><td>21518 (+2492)</td><td>Relazione finanziaria</td></tr><tr><td>Entrate (utile netto) 2021</td><td>27509 (+81)</td><td>Relazione finanziaria</td></tr></tbody></table></figure>



<p><img loading="lazy" decoding="async" alt="Immagine" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXexiZsKWPyY6Aishmx5l7zfw9hP7gskv0-y5J598dRaLZAkaOwN5L9YpHMKJEhi4XNtECAEus34hDnvnMVWu-lQCfYKidN8yA5RP7QJH7wuZf7KV-FVvsuVznD9EbDrdPYD175KAYunxgl2-jVbD93JW8-J7sK-qZSLTlmNwlQ3THrx4ITzGmU?key=NvJ8iJu6VGBjCPsxZtBK4A" width="17" height="15">&nbsp;<strong>VACCINO CONTRO IL COVID-19</strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>Nome</td><td>Vaxzevria o vaccino COVID-19 AstraZeneca</td></tr><tr><td>Tipo</td><td>Vettore virale</td></tr><tr><td>Stato dell&#8217;EMA</td><td>Approvato</td></tr><tr><td>Data della richiesta di autorizzazione</td><td>01/2021</td></tr><tr><td>Data dell&#8217;autorizzazione all&#8217;immissione in commercio condizionata da parte dell&#8217;EMA</td><td>29/01/2021</td></tr><tr><td>Data dell&#8217;autorizzazione all&#8217;immissione in commercio standard dell&#8217;EMA</td><td>31/10/2022</td></tr><tr><td>Data dell&#8217;autorizzazione all&#8217;immissione in commercio da parte della FDA</td><td>/</td></tr></tbody></table></figure>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXc0_vpN4BhGHDt1-bKL7v2iWwWPrtCzpZ2NMOo6Gyr_3pOOb9Vy1BJKbrrkMw64KatW-gCQvTh6FcMIvFCNmLt2qGaORGj8B0Qd6C4RvwT3vOa5OS-_neu_80Qb--94RldsF6DWp_VNamCg2Q_-eb281oZjDOvKGxaSAfBaLoLi8rUpE2M4ZKw?key=NvJ8iJu6VGBjCPsxZtBK4A" alt="Immagine"/></figure>



<h3 class="wp-block-heading">FONTI DI FINANZIAMENTO ESTERNE</h3>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td colspan="5">FINANZIAMENTI PER R&amp;S + CAPACITÀ PRODUTTIVA</td></tr><tr><td>Data</td><td>Finanziatore</td><td>Importo (milioni di dollari)</td><td>Tipologia</td><td>Fonte</td></tr></tbody></table></figure>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td></td><td></td><td></td><td></td><td></td></tr><tr><td>04/2020</td><td>CEPI</td><td>384</td><td>Finanziamenti per ricerca e sviluppo</td><td><a href="https://cepi.net/research_dev/our-portfolio/">Portafoglio CEPI</a></td></tr><tr><td><br>10/2020</td><td><br>governo degli Stati Uniti</td><td><br>1600</td><td><br>Finanziamento diretto (R&amp;S+produzione)</td><td><a href="https://www.medicalcountermeasures.gov/app/barda/coronavirus/COVID19.aspx">BARDA in espansione</a><a href="https://www.medicalcountermeasures.gov/app/barda/coronavirus/COVID19.aspx">Portafoglio&nbsp;di contromisure mediche COVID-19</a></td></tr></tbody></table></figure>



<p><strong>Nota:&nbsp;</strong>la tabella non comprende i finanziamenti erogati all&#8217;Università di Oxford dal governo del Regno Unito, per un totale di circa 77 milioni di euro.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td colspan="7">CONTRATTI DI ACQUISTO ANTICIPATO (APA)</td></tr><tr><td><br>Data</td><td><br>Finanziatore</td><td>Numero di dosi</td><td>Prezzo per dose</td><td>Importo (milioni)</td><td><br>Tipologia</td><td><br>Fonte</td></tr><tr><td><br>08/2020</td><td><br>governo degli Stati Uniti</td><td><br>mancante</td><td><br>Mancante</td><td><br>1200 $</td><td><br>APA</td><td><a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-eu-vaccine-price-idUKKBN25N25X">Guarascio, 2020, l&#8217;UE paga&nbsp;336 milioni di euro per garantire il potenziale&nbsp;vaccino anti-COVID-19&nbsp;di AstraZeneca</a></td></tr><tr><td><br>08/2020</td><td><br>Governo del Regno Unito</td><td><br>mancante</td><td><br>Mancante</td><td><br>65,5£</td><td><br>APA</td><td><a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-eu-vaccine-price-idUKKBN25N25X">Guarascio, 2020, l&#8217;UE paga&nbsp;336 milioni di euro per garantire il potenziale&nbsp;vaccino anti-COVID-19&nbsp;di AstraZeneca</a></td></tr><tr><td><br>2020</td><td><br>Unione Europea</td><td><br>300milioni</td><td><br>2,90 euro</td><td><br>870 euro</td><td><br>APA</td><td><a href="https://commission.europa.eu/sites/default/files/commission-decision-implementing-advance-purchase-agreements-covid-19-vaccines.pdf">Contratti di acquisto anticipati per&nbsp;i vaccini&nbsp;anti-Covid-19</a></td></tr></tbody></table></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/11/06/le-big-pharma-e-i-finanziamenti-pandemici-covid-19/">Le Big Pharma e i finanziamenti pandemici Covid-19</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>Processi di liquefazione della residuale “comunità di senso” familiare</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/10/31/processi-di-liquefazione-della-residuale-comunita-di-senso-familiare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Oct 2024 09:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[comunità di senso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivevamo, nell’articolo precedente, di un processo di liquefazione delle comunità di senso che nascono tradizionalmente come solide: processo che vorrebbe esondare dai confini del liquido per condurre tutto, gradualmente, ad un effervescente stato gassoso. Una di queste comunità di senso è certamente la famiglia. Comunità solidissima e spesso totalizzante capace certamente di condizionare o “incanalare” [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/10/31/processi-di-liquefazione-della-residuale-comunita-di-senso-familiare/">Processi di liquefazione della residuale “comunità di senso” familiare</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Scrivevamo, <a href="https://www.malanova.info/2024/10/07/comunita-di-senso-negli-stati-solido-liquido-e-gassoso/">nell’articolo precedente</a>, di un processo di liquefazione delle comunità di senso che nascono tradizionalmente come solide: processo che vorrebbe esondare dai confini del liquido per condurre tutto, gradualmente, ad un effervescente stato gassoso.</p>



<p>Una di queste comunità di senso è certamente la famiglia. Comunità solidissima e spesso totalizzante capace certamente di condizionare o “incanalare” la libertà delle nuove generazioni. Comunità di senso sempre contestata, generazione dopo generazione, ma poi riprodotta, ogni volta, quasi fedelmente. Comunità imputata politicamente di essere la cinghia di trasmissione della società borghese (anche se preesistente ad essa) o socialmente accusata di procrastinare una società patriarcale (non considerando la sua esistenza anche in società matriarcali).</p>



<p>Non dimenticando, dunque, le potenziali negatività, non bisogna neanche trascurare le positività. Innanzi tutto, come dicevamo, il fatto di garantire ai bambini quell’ambiente sociale e relazionale fondamentale nel loro divenire propriamente umani. “Senza la trasmissione culturale di migliaia di generazioni che ci hanno preceduto, noi torneremmo probabilmente a vivere come scimmie”. Se è vero che le comunità e le istituzioni umane (scuola, associazioni, parrocchie, famiglie) possono rappresentare una cinghia di trasmissione di disvalori, di tradizioni malate, di ipocrisie collettive, è anche vero che senza queste istituzioni comunitarie non salveremmo neanche il patrimonio culturale e scientifico che in positivo ha portato ad avanzamenti importanti della nostra vita nel mondo; saremmo costretti a ricominciare daccapo ad ogni generazione. </p>



<p>Dato questo cappello introduttivo sull’importanza della solidità delle comunità di senso, passiamo all’analisi di un dato puramente economico che però potrebbe far luce su una parte del processo di gassificazione della famiglia e delle altre istituzioni comunitarie.&nbsp;</p>



<p>“Osservatorio Single” è un’analisi redatta da <a href="https://www.ipsos.com/it-it">Ipsos</a> che arriva alla conclusione che nei prossimi 20 anni si registrerà un +9% di genitori single e -18% di famiglie con figli. Il primo processo di trasformazione dal solido al liquido aveva visto il frammentarsi della famiglia tradizionale maggioritaria (uomo, donna sposati in chiesa e due figli) in una serie di altre varianti più o meno estese che vanno dalle coppie non sposate, a quelle sposate in municipio, alle unioni civili e fino ai mononuclei o ai single. Il processo di liquefazione familiare lo potremmo coloritamente tratteggiare attraverso quella risposta/battuta di Franco Califano alla domanda se lui volesse trovare moglie: “il matrimonio dura se marito e moglie dormono in stanze diverse, per i poveri, in case diverse per i più abbienti…ma meglio ancora sarebbe se dormissero in città diverse”. Una battuta tratta dal bagaglio esperienziale del cantante romano che potrebbe assurgere quasi a profezia del processo in corso di gassificazione della famiglia e delle altre comunità di senso. Pensiamo solo di passaggio al fenomeno della personalizzazione dei partiti con la chiusura delle sedi territoriali o alla novella del superamento dei sindacati per una individualizzazione della contrattazione lavoratore-padrone o nell’aziendalizzazione dei centri sociali e dell’associazionismo.&nbsp;</p>



<p>Comunque, riprendendo il filo del discorso, il fenomeno delle coppie LAT, Living Apart Together, si sta diffondendo nella società. Film, Vip e influenzer certificano questa propensione ad avere relazioni aperte o comunque a continuare a vivere ognuno per proprio conto.</p>



<p>I dati del 2023 fotografano il fatto che le famiglie composte da una sola persona sono in netto aumento tanto da rappresentare in Italia il 33% della popolazione nazionale. Una persona su cinque ha meno di 45 anni, non solo vedovi dunque. In Italia, i nuclei familiari monopersonali saranno sempre più diffusi e, nei prossimi 20 anni, aumenteranno del 17% le persone sole, diminuiranno del 18% le coppie con figli, ma aumenteranno del 9% i genitori single. La tendenza culturale è molto chiara: “Famiglie” single o mononucleari.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter"><img decoding="async" src="https://lh7-rt.googleusercontent.com/docsz/AD_4nXfQzI5slxZV4tQf4XOGDRFD7CvE4HZgINTm_GDK59B2Ws11Deyg5QXk8ksdc9zEw5ZKoN4xhaqAq3Fp-d7nYOkUYzcfyPLiTqnufTJeLp9tQYSw3EtALomyCkuQDJl7OQy4pENGjgs-VGNnQwE7oiEi3PPH?key=KLPJeKS3DoudIZfsnxTG7g" alt=""/></figure>



<p>La persona single nella contemporaneità, secondo Ipsos, è percepita come completa, indipendente, libera, sicura e con la piena consapevolezza di sé e nel pieno possesso della gestione del proprio tempo. Il fattore tempo, infatti, gioca un ruolo di grande importanza: prendersi dei momenti in solitaria è percepito come arricchimento del proprio valore alimentando un senso di autonomia e di orgoglio. Ma quanta depressione, solitudine e smarrimento possono nascondersi nelle maglie di questa società a responsabilità limitata? Questa autonomia, libertà e gestione personale del tempo non nascondono piuttosto una mancanza di capacità relazionale per occuparsi dell’altro da sé che sia il partner o i figli?&nbsp;</p>



<p>Il rischio della solitudine e dell’estraniamento, così come quello dell’incapacità di generare relazioni emotivamente stabili, è rilevato da un altro fattore analizzato da Ipsos: il successo presso questi single delle app di dating, di incontri. Secondo i dati dell’inchiesta, il Match Group, l’azienda madre di Tinder, Hinge, OKCupid, Meetic conta più di 16,5 milioni <strong>di utenti paganti</strong>. Gli strumenti e le piattaforme di incontro, inoltre, hanno perso la loro aurea negativa essendo state sdoganate socialmente e percepite sempre più come mere occasioni per connettersi e aprirsi all’altro, per ampliare la propria cerchia di amicizie e conoscenze. La relazione amorosa, solida e duratura della tradizione è evoluta nel rapporto liquido di una o più sere, senza complicazioni, mercificato e mediato da un’app. Il prossimo stato gassoso potrebbe essere rappresentato dalle app di sesso virtuale praticato nel multiverso rimanendo a casa da soli muniti di un visore 3D e vari accessori multimediali.</p>



<p>Questa percezione individuale (o sociale) ottimistica della singletudine, a nostro avviso sostenuta dalle campagne comunicative della propaganda global-capitalistica, si scontrano, secondo Ipsos, con “l’altro lato della medaglia che racconta di sfide, incertezze, difficoltà economiche e il rischio di isolamento”.</p>



<p>Il costo della vita che si scarica sulle risorse del single è percepito come maggiore rispetto a quello delle famiglie tradizionali. il 45% del campione afferma di avere difficoltà a mantenere il proprio tenore di vita.</p>



<p>Tutti i dati, ma anche il semplice buon senso, affermano che la singletudine fa bene al mercato. Sulla base dei dati ISTAT si nota che alcune voci di spesa sono molto differenti tra single e coppie. La prima voce è la casa. Una casa può ospitare nuclei familiari anche importanti e plurireddito o gravare su una singola persona. Anche nel caso di coppie divorziate, quando il marito non va a dormire in auto, si è costretti a dividersi su più abitazioni e magari pagare fitti prima non necessari. Inoltre, per tutti i servizi essenziali casalinghi, chi è solo spende il 66% in più (non poco) rispetto a una coppia. “Solo sommando queste prime due voci”, secondo il rapporto moneyfarm, “chi convive spende 530 euro al mese, contro i 904 euro dei single. Anche per quanto riguarda i generi alimentari, bisogna tenere presente che il costo al chilo aumenta al diminuire della quantità acquistata, penalizzando i single: per cibo e bevande, chi vive solo spende in media ben 304 euro al mese, contro i 236 euro a testa di chi convive, con un maggior costo di 68 euro (+29%). Questa voce è anche quella che, in valore assoluto, incide di più sulle spese mensili, dopo la casa”.</p>



<p>Un single, inoltre, si incontra più frequentemente con gli amici o le amiche in locali o ristoranti per passare la serata che normalmente le coppie stabili passano, risparmiando, in famiglia. Oltretutto, il single, deve essere più performante fisicamente e esteticamente per fare breccia nel cuore di eventuali partner occasionali. Si sommano quindi spese di palestra, parrucchiere, estetista etc. etc..&nbsp;</p>



<p>Secondo l’Istat, i single dedicano in media 4,3 ore alla settimana in più alle attività di tempo libero. Il settore del fitness specificamente progettato per single è un settore in forte espansione.</p>



<p>Quindi, tutto sommato, la propaganda della libertà, della singletudine, dell’autonomia degli spazi e del tempo, è molto utile al mercato e alle imprese affamate di consumatori frizzanti e compulsivi.</p>



<p>“Uscendo dalla sfera dell&#8217;ideale ed entrando in quella del reale e dell’economico, anche il viaggio assume un connotato diverso: una persona su due dichiara, infatti, che viaggiare è più costoso come single. Importantissimo anche il tema del benessere e della salute mentale che può essere intaccata se dalla solitudine ricercata si scivola nell’isolamento; un rischio ad alta probabilità per chi vive da solo. Otto persone su dieci affermano che avere qualcuno con cui condividere le esperienze è essenziale per viverle appieno”.</p>



<p>Anche in questo senso, una persona atomizzata, che vive nello stato liquido o addirittura gassoso delle relazioni comunitarie, rischia l’isolamento e un continuo e non evidente stato di depressione e abbattimento che cerca una compensazione nel consumo di merci e servizi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il dato analizzato in occidente pare essere confermato anche dai dati cinesi a testimonianza che è una tendenza capitalista globale al di là dei confini territoriali. Secondo una ricerca di Nielsen Cina, i single tendono ad avere una propensione all’acquisto maggiore, socializzano e trascorrono più tempo all&#8217;aperto rispetto alle famiglie tradizionali, il che li rende più propensi a mangiare fuori che a cucinare a casa, ad esempio. Il report datato 2020 parla di una vera e propria “single economy”.</p>



<p>Justin Sargent, presidente di Nielsen Cina, ha affermato: &#8220;La single economy è il risveglio della consapevolezza dei consumi da parte delle persone single, che riflette la loro ricerca di una migliore qualità della vita. [&#8230;] Per conquistare questo gruppo di consumatori, che ha un potere d&#8217;acquisto estremamente forte e un grande potenziale di consumo, è di vitale importanza rispondere alle loro esigenze di consumo uniche e ascoltare le loro voci&#8221;.</p>



<p>Anche in Cina, dove vige un sistema capitalistico molto avanzato anche se legato alle politiche governative, le persone single sono più propense ad acquistare prodotti di alta qualità. Il 75% dei single comunica di aver intenzione di acquistare vestiti, una percentuale più alta rispetto al 65% dei non single. Circa il 35% dei single intervistati ha affermato che acquisterà vestiti di qualità a un prezzo relativamente alto, mentre solo il 25% dei non single farà una scelta del genere, secondo il rapporto. Inoltre circa il 41% dei single esprime l’intenzione di acquistare elettronica di consumo, una percentuale più alta rispetto al 28% dei non single. Circa il 52% dei single consuma per comodità e risparmio di tempo, una percentuale più alta rispetto al 39% dei non single. I single sono, inoltre, grandi promotori della &#8220;night economy&#8221;. L&#8217;undici percento dei single solitamente si dedica ad attività culturali e ricreative dalle 11 di sera fino a tarda notte, rispetto a solo il 6 percento dei non single.</p>



<p>Tutti i dati ci portano a pensare che una vita imperniata su valori etici improntati all’individualismo e all’edonismo sono certamente più affini ad un sistema capitalistico di mercato fondato sulla commercializzazione di merci e servizi. Una propaganda spinta per il <em>divertissement, </em>per<em> </em>l’autonomia e la gestione del tempo e dello spazio<em>, </em>spinge le nuove generazioni a sposarsi o convivere con il proprio partner molto tardi o a rimanere, come dicevamo, single. Il senso di isolamento e solitudine, pubblicizzato come libertà e autonomia, alla fine nasconde un’incapacità sempre più diffusa di assumersi responsabilità rispetto ad altre persone che si traduce molto spesso in forme di acquisto compulsivo utilizzato come antidepressivo e svago e che favorisce le imprese multinazionali nella collocazione delle loro merci e dei loro servizi appositamente pensati per questo target.</p>



<p>Da qui una forte propaganda dei valori della libertà e dell’autonomia, che sono gli alter ego dell’individualismo e dell’egocentrismo, che caratterizzano la specifica antropologia dell’homo economicus globalizzato con il relativo bombardamento delle residue comunità di senso (famiglia, comunità, associazione, partito) che passano sempre più da uno stato solido ad uno liquido per arrivare, in un futuro prossimo, allo stato gassoso proprio della fase sociale del metaverso virtuale modulato dall’intelligenza artificiale.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-malanova wp-block-embed-malanova"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="zhKALENc79"><a href="https://www.malanova.info/2024/10/07/comunita-di-senso-negli-stati-solido-liquido-e-gassoso/">&#8220;Comunità di senso&#8221; negli stati solido, liquido e gassoso</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;&#8220;Comunità di senso&#8221; negli stati solido, liquido e gassoso&#8221; &#8212; MALANOVA" src="https://www.malanova.info/2024/10/07/comunita-di-senso-negli-stati-solido-liquido-e-gassoso/embed/#?secret=ljOGf1aPgv#?secret=zhKALENc79" data-secret="zhKALENc79" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/10/31/processi-di-liquefazione-della-residuale-comunita-di-senso-familiare/">Processi di liquefazione della residuale “comunità di senso” familiare</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
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		<title>La politica sanitaria europea: azzerare i debiti di bilancio aumentando la mortalità</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/08/01/la-politica-sanitaria-europea-azzerare-i-debiti-di-bilancio-aumentando-la-mortalita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Aug 2024 09:32:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DIRITTO ALLA SALUTE]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
		<category><![CDATA[CURE/SALUTE/SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La difficile situazione della Sanità italiana colpisce anche altri Stati europei in una morsa che pare proprio derivare da una strategia ideologico-politica ben precisa che si chiama privatizzazione. Secondo l&#8217;Oms, nel 2021, in piena pandemia, in tutto il mondo mancavano sei milioni di infermieri.&#160; &#160;“Gli infermieri e le infermiere sono la spina dorsale del nostro [&#8230;]</p>
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<p>La difficile situazione della Sanità italiana colpisce anche altri Stati europei in una morsa che pare proprio derivare da una strategia ideologico-politica ben precisa che si chiama privatizzazione.</p>



<p>Secondo l&#8217;Oms, nel 2021, in piena pandemia, in tutto il mondo mancavano sei milioni di infermieri.&nbsp;</p>



<p>&nbsp;“<em>Gli infermieri e le infermiere sono la spina dorsale del nostro sistema sanitario</em>”, disse durante la pandemia il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus, nello stesso momento in cui la realtà italiana manifestava l’assurdità di strutture private convenzionate che chiudevano alla disponibilità di intervenire per l’emergenza Covid mentre quelle pubbliche annaspavano essendo a corto di personale per rispondere positivamente all’emergenza.</p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-408d3cd8fe95653675bf7b95f52e9603"><strong><em>Un po’ di numeri</em></strong></p>



<p>Nel 2020 la media europea si attestava a 8,3 infermieri ogni mille abitanti.&nbsp;Mentre in Finlandia si può fare affidamento su 13,6 infermieri ogni mille abitanti, in Irlanda il dato scende a 12,8 mentre è quasi dimezzato in Italia 6,3 e 6,1 in Spagna, fino a scendere sotto i 5 infermieri in Polonia e Bulgaria. Il fanalino di coda è la Grecia con 3,4 infermieri per mille abitanti, dato che risentiva del trattamento iperliberista dei tagli lineari imposti dall’Unione Europea. Si ritiene che negli ultimi anni sia scomparso il 25 per cento dei posti di lavoro infermieristici in Grecia. Il dato fa tremare le vene ai polsi e nello stesso tempo evidenzia l’estremo cinismo con cui la governance europea tratta le materie economiche. Il ciclo di&nbsp;<em>austerity</em>&nbsp;sotto il controllo della Troika ha portato la Grecia a dover rispettare impegni molto duri terminati nel 2022. Come sottolineato dal primo ministro Kyiriakos Mitsotakis, il popolo greco &#8211; per colpe non sue ma dei suoi governi &#8211; ha sopportato&nbsp;tasse alte, tagli a salari e pensioni, all’istruzione pubblica e soprattutto alla sanità.</p>



<p><em>“Carenza di farmaci e presidi medico-sanitari, mancanza di medici e infermieri&nbsp;negli ospedali, strumentazioni diagnostiche non adeguate. A pagare la crisi della Grecia è anche il suo sistema sanitario – che in questi sette anni sembra conoscere solo tagli – e, ovviamente, i suoi cittadini. Quelli che in questi anni hanno perso il lavoro hanno perso anche l’assicurazione sanitaria: le stime ne contano oltre 2,5 milioni. In aumento anche la depressione, i suicidi e la diagnosi fai-da-te. Non ultimo, i medici che emigrano all’estero perché’ in patria non hanno più prospettive. È un quadro a tinte fosche quello che tratteggia al ‘Sir’ Nikolaos Platanisiotis, presidente dell’Associazione medica del Pireo, una delle più grandi e importanti associazioni mediche greche composta da 4mila medici attivi sia nella sanità pubblica che in quella privata. […] Mancano personale, farmaci e attrezzature diagnostiche. In passato è successo anche che molti nosocomi restassero senza pasti per i ricoverati e senza medicine, acquistate direttamente dai parenti per poter consentire le cure necessarie. In altri casi la mancanza di strumentazioni ha richiesto il rinvio di operazioni chirurgiche”.<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em></p>



<p>Parlavamo del cinismo dell’Unione Europea che come una matrigna guarda all’economia solo nel verso dei puri numeri che compongono i bilanci nazionali senza leggere in controluce cosa quei numeri significano per la vita delle persone.</p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-386677a392af3f9c42582bf7b3570144"><strong><em>Una guerra salariale paneuropea</em></strong></p>



<p>Visti i continui disinvestimenti nel settore sanitario, medici ed infermieri sono in continuo vagare alla ricerca di un salario dignitoso in quegli Stati dove questo è ancora garantito.</p>



<p><em>“Gli ospedali olandesi cercano infermieri soprattutto in Spagna. Paloma Garzón Aguilar, infermiera spagnola di 25 anni, studia intensamente la lingua neerlandese da quasi due mesi con l’obiettivo di cominciare a lavorare nel paese a partire dalla prossima primavera.&nbsp;Paloma ha raccontato a&nbsp;El Confidencial&nbsp;che in Spagna non riusciva a far quadrare i conti, dunque ha deciso di lasciare la sua città in Castilla-La Mancha. La ragazza ha trovato su internet una società olandese, Eduployment, che offre agli infermieri stranieri non soltanto corsi di lingua ma anche posti di lavoro a tempo pieno […] Secondo i dati pubblicati dall’Associazione degli infermieri spagnoli, nel 2023 gli infermieri emigrati in un altro paese sono stati 1.473, nonostante nel paese il tasso di disoccupazione nel settore sia pari a zero”.<a href="#_ftn2" id="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a>&nbsp;</em></p>



<p>In Ungheria più di mille medici e quasi duemila infermieri lasciano il sistema sanitario nazionale ogni anno. Questo esodo crea una grossa carenza nelle strutture sanitarie che sono costrette ad assumere reclutando in paesi come l’Ucraina, la Serbia e addirittura arrivando fino all’India e alle Filippine.&nbsp;Non è notizia recente il reclutamento di medici cubani attivato dalla Regione Calabria per bypassare i costi stellari dei medici provenienti dalle cooperative<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>.</p>



<p>In Bulgaria mancano almeno 29mila infermieri.&nbsp;“Secondo un sondaggio condotto dall’associazione di settore, in Bulgaria oltre metà degli infermieri lavora tra le 41 e le 80 ore la settimana (inclusi i secondi lavori). I salari nel settore pubblico variano tra i 1000 e i 1.500 lev (circa 510-770 euro).<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a></p>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-efd78e2289fbea540cf50234617140f4"><strong><em>Un servizio sanitario al collasso</em></strong></p>



<p>Il rapporto tra medici, infermieri e posti letto non è solo un dato statistico. Gli studi effettuati in tutto il mondo non fanno altro che confermare un dato in realtà abbastanza evidente: i pazienti ospitati in strutture con una forte carenza di personale presentano un tasso di mortalità superiore rispetto agli altri.</p>



<p>Inoltre la domanda di servizi sanitari è incomprimibile per cui se non trovi soluzione nell’assistenza pubblica o non ti curi o traslochi in quella privata. Così, una fetta sempre più rilevante della popolazione a reddito medio-basso ha praticamente rinunciato a curarsi e solo una parte della popolazione, quella con reddito medio-alto, può permettersi di saltare le file pagando la prestazione in una clinica privata.&nbsp;</p>



<p>Sempre più utilizzate sono, inoltre, le polizze di assicurazione che hanno cominciato a prendere piede dopo l’entrata in vigore del “<em>Job Acts</em>” che prevede la deducibilità delle polizze di&nbsp;<em>“sanità integrativa</em>”. Un altro tassello verso il modello privatistico statunitense che in qualche modo tutela i lavoratori dipendenti mentre lascia senza copertura partite Iva (spesso sfruttamento mascherato da lavoro autonomo) e disoccupati.</p>



<p>Sempre di più, dunque, la linea di tendenza politica richiama le varie ‘gambe’ del sistema sanitario: non solo il pubblico ma anche il “privato accreditato” ed il “privato-privato”. I Governi che si sono succeduti nel nostro paese hanno mantenuto per il settore una sostanziale “continuità”&nbsp;di politiche portando scientemente il SSN all’implosione.</p>



<p>Nell’ultima “riforma”, inserita nel progetto complessivo dell’Autonomia differenziata,&nbsp;la tutela della salute è diventata “<em>competenza concorrente</em>” tra Stato e Regioni: lo Stato, attraverso il Piano Sanitario Nazionale, stabilisce i LEA, le Regioni e le Provincie Autonome, in piena autonomia, programmano e gestiscono la sanità sui loro territori, mentre le Aziende Sanitarie, pubbliche e private “<em>accreditate</em>”, forniscono i servizi ai cittadini.</p>



<p>Questo lo schema futuribile di una Sanità che vede un continuo decremento, dopo il periodo emergenziale pandemico, degli investimenti.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-full wp-duotone-purple-yellow"><img loading="lazy" decoding="async" width="643" height="260" src="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image.png" alt="" class="wp-image-10690" srcset="https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image.png 643w, https://www.malanova.info/wp-content/uploads/2024/08/image-300x121.png 300w" sizes="auto, (max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p>Il progetto politico dell’Autonomia differenziata sembra, dunque, analogo a quello dello scarica barile finanziario che ha già colpito gli enti locali come i Comuni: aumento dell’autonomia e delle deleghe con diminuzione del budget complessivo.</p>



<p>L’approccio economicista dell’Unione Europea sul bilancio degli Stati membri e sul sistema sanitario in particolare, ha innescato una tendenza aziendalistica della gestione dei servizi sanitari per cui il rispetto “<em>di vincoli di bilancio prevale su criteri di valutazione fondati sulla necessità e l’appropriatezza delle prestazioni per la tutela della salute dei cittadini e che, di conseguenza, pone il medico in posizione subordinata rispetto ai responsabili economico-finanziari della sanità. Il contenimento della spesa come obiettivo primario ha generato il perverso spostamento del costo di una parte non irrilevante di prestazioni appropriate dal bilancio pubblico ai budget privati delle famiglie, creando il presupposto di una sanità differenziata per capacità economica”</em>.<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a></p>



<p>In conclusione: Autonomia differenziata a finanziamento decrescente e aziendalizzazione della Sanità pubblica &#8211; con una spinta politica cosciente, continua e determinata verso la privatizzazione sanitaria – sta producendo una forte discriminazione tra cittadini con la polarizzazione delle prestazioni sanitarie: ottime per i ricchi, pessime per i poveri.</p>



<div style="height:58px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="has-luminous-vivid-orange-color has-text-color has-link-color wp-elements-e7e2240395912ced7c9515470bd03167"><strong>NOTE:</strong></p>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.ordineinfermieribologna.it/2017/grecia-con-la-crisi-sistema-sanitario-a-picco.html">https://www.ordineinfermieribologna.it/2017/grecia-con-la-crisi-sistema-sanitario-a-picco.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Europa/Europa-infermieri-sempre-piu-rari-e-contesi-232407">https://www.balcanicaucaso.org/aree/Europa/Europa-infermieri-sempre-piu-rari-e-contesi-232407</a></p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Qui un’inchiesta fatta da Report sul tema: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OvSlsHCpxdk">https://www.youtube.com/watch?v=OvSlsHCpxdk</a></p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Ibidem</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Report Censis 2024, <a href="https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/SINTESI%20DEI%20PRINCIPALI%20RISULTATI%20DEL%20RAPPORTO%20FNOMCEO%20CENSIS.pdf">https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/SINTESI%20DEI%20PRINCIPALI%20RISULTATI%20DEL%20RAPPORTO%20FNOMCEO%20CENSIS.pdf</a></p>
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		<title>CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (III)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/03/09/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-iii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2024 09:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Austerity Sintetizzando al massimo le strutture socio-economica e politico amministrativa nelle quali viviamo, le quali va ricordato sono strettamente interconnesse quindi difficilmente analizzabili in maniera totalmente separata, abbiamo un modello (quello europeo) che è basato sulla stabilità finanziaria intimamente legata alla solvibilità dei titoli di debito statali, una serie di regole per mantenere stabile e [&#8230;]</p>
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<p><strong>Austerity</strong></p>



<p>Sintetizzando al massimo le strutture socio-economica e politico amministrativa nelle quali viviamo, le quali va ricordato sono strettamente interconnesse quindi difficilmente analizzabili in maniera totalmente separata, abbiamo un modello (quello europeo) che è basato sulla stabilità finanziaria intimamente legata alla solvibilità dei titoli di debito statali, una serie di regole per mantenere stabile e sotto controllo il debito. Questo modello è a sua volta inserito all’interno del più vasto meccanismo dell’economia a trazione capitalista, la quale si configura come un meccanismo che senza indebitamento di Stato e famiglie non può sostenersi[1]. Alcuni analisti ed economisti hanno dimostrato (anche se solo a livello teorico) che la riproduzione di ricchezza, quindi la realizzazione di profitti, redditi e consumi, si genera in uno stretto rapporto fra debito e produzione. Tale rapporto vede il sistema bancario giocare un ruolo essenziale, come prestatori di prima e ultima istanza. Come agenti che attivano tanto la produzione anticipando crediti alle imprese, quanto il consumo anticipando crediti allo stato e alle famiglie.</p>



<p>Stante così la situazione il ferreo controllo del debito appare abbastanza in antitesi con il principio di indebitamento che sostiene la crescita economica. Non è chiaro il perché quindi dei vincoli tanto restrittivi dell’UE. Una ipotesi non troppo peregrina potrebbe essere azzardata se si osserva la struttura economica europea. Questa, come peraltro già affermato da Augusto Graziani[7], è nata a due velocità fin dal 1987 in piena era SME e a due velocità è rimasta fino ad oggi (2024), momento in cui le due velocità sembrano riallinearsi per rallentamento delle economie trainanti (Germania e Francia in primis).&nbsp;</p>



<p>Questa differenza strutturale si riflette nella stabilità debitoria dei vari paesi, chi traina ha una bilancia commerciale in positivo grazie all’indotto dei paesi più lenti. Ha un PIL più performante grazie alla vendita del prodotto finito a più alto valore aggiunto delle sub-componenti o dei semilavorati. Questo è ad esempio il rapporto che intercorre nell’industria dell&#8217;automotive o nell’industria meccanica fra Italia e Germania. Semilavorati e sub-componenti dall’Italia e assemblaggio del prodotto in Germania. Un po’ come quello che facciamo con la moda made in Italy coi semilavorati dall’Asia, solo che il fatturato è enormemente diverso.&nbsp;</p>



<p>In questo meccanismo non si ha solo una differenza nella bilancia commerciale (comunque rilevante) ma il ruolo di subordinazione lo si evince in ambito di credibilità sui mercati finanziari che scambiano titoli di debito statale. La germania che prima aveva il marco come elemento di cambio stabile, in un periodo nel quale la svalutazione monetaria era uno strumento per riequilibrare la bilancia commerciale, ora ha il Bund come elemento di riferimento per il debito europeo. Cambiano i termini e i metri di paragone ma il ruolo dei teutonici resta quello di core business europeo.&nbsp;</p>



<p>Possiamo intuire come una doppia velocità significhi anche una diversa capacità di reagire alle traversie dei cicli economici già abbastanza difficili da gestire senza i limiti all’indebitamento. Figuriamoci se non è possibile indebitarsi per sostenere l’economia reale e quotidiana. In questo sta l’apparente paradosso dell’austerity, ossia quell’insieme di procedure e accordi atti a preservare la solvibilità del debito. Per chi ha memoria dei fatti legati alla grande recessione del 2008, ricorderà come l’austerity fu adottata come misura indifferibile e necessaria.</p>



<p>Procederemo quindi a delineare il periodo dell’austerità post 2008, cercheremo di comprenderne la natura reale e a giovamento di chi ha sortito i migliori effetti e cercheremo un parallelo con il nuovo patto di stabilità e la situazione di crisi nel motore produttivo europeo. Dalla folle idea che l’austerità avrebbe risolto qualche problema ad oggi, si è assistito ad un costante rallentamento della crescita economica accompagnato da una sostanziale compressione dei redditi, causati da salari bassi, contratti nazionali non rinnovati, precarietà e consumi in stallo.&nbsp;</p>



<p>In poche parole quella che i tecnici definiscono stagnazione secolare alla quale si è aggiunta l’inflazione. Fermo restando che del modello in crescita infinita siamo strenui oppositori, è importante però comprendere cosa sia effettivamente avvenuto negli ultimi tre lustri. Partiamo considerando l’Austerity, osservandola da oltre Oceano, dal punto di vista di soggetti che di tutto possono essere tacciati fuorché di essere degli inveterati fautori del socialismo. L&#8217;economista David M. Kotz asserisce che l&#8217;attuazione delle misure di austerità nell’Eurozona dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 è stato un tentativo di preservare il modello capitalista neoliberista[3].</p>



<p>Gli economisti Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart hanno scritto nell&#8217;aprile 2013: <em>L&#8217;austerità raramente funziona senza riforme strutturali – ad esempio, cambiamenti nelle tasse, nei regolamenti e nelle politiche del mercato del lavoro – e se mal progettata, può colpire in modo sproporzionato i poveri e la classe media. Il nostro consiglio costante è stato quello di evitare di ritirare troppo rapidamente lo stimolo fiscale, una posizione identica a quella della maggior parte degli economisti tradizionali</em>[4].</p>



<p>Nell&#8217;ottobre 2012, il FMI ha annunciato che le sue previsioni per i paesi che hanno implementato programmi di austerità sono state costantemente troppo ottimistiche, suggerendo che gli aumenti delle tasse e i tagli alla spesa hanno fatto più danni del previsto e che i paesi che hanno implementato stimoli fiscali, come Germania e Austria, hanno fatto meglio del previsto[5]. Se quindi le pratiche di austerity sono state una cura peggiore del male per l’economia reale, a cosa sono servite?</p>



<p>Sono essenzialmente servite a tenere alta la fiducia dei mercati finanziari. Bisogna comprendere che la questione del debito e delle politiche di austerity dipendono in buona parte non dal debito in quanto tale ma da che tipo di debito è chi lo detiene. Partiamo dall’assunto, sostenuto teoricamente da Giorgio Gattei, che il debito degli Stati è storicamente e statisticamente destinato ad aumentare, potrebbe (o dovrebbe) essere considerata la normalità[6]. Ecco perché considerare il solo parametro del debito non è significativo se non lo si qualifica legandolo alla crescita del PIL. </p>



<p>Infatti l’aumento costante del debito non è un problema se serve a creare un adeguato aumento del PIL, in quanto ciò significa che il debito è indirizzato alla crescita, quindi è “sostenibile” (anche se solo economicamente). Se al contrario il debito non genera PIL significa che il paese sta spendendo in modo improduttivo. Questo secondo scenario rende più complesso un ulteriore finanziamento sui mercati che potrebbero ritenere tale debito non sostenibile.</p>



<p>Il meccanismo è abbastanza intuitivo, se faccio debito e questo debito produce PIL, vuol dire che il valore prodotto e scambiato genera ricchezza quindi (in teoria e al netto dell’evasione) nuove entrate con le quali pago interessi e debito, se non genero crescita di PIL il meccanismo fiscale non genera gettiti da destinare al pagamento del debito. Ora entra in gioco il problema di chi detiene il debito.</p>



<p>Se uno stato contrae debito con sé stesso la questione è abbastanza tranquilla, immaginiamo l’INPS che vanta crediti dai vari ministeri non si sognerebbe mai di esigere liquidità, ma rinnova il credito senza troppi problemi. Ma se lo Stato è indebitato con soggetti altri, tipo istituti bancari ed enti finanziari, il debito è di fatto scambiato sul mercato dei titoli, il che implica una certa esposizione ad operazioni speculative.</p>



<p>Le azioni speculative sono qualcosa di strutturale nelle compravendite in generale e dei mercati finanziari in particolare. Una volta emessi i titoli di Stato, cioè dopo che il Ministero del Tesoro ha incassato il capitale necessario tramite il mercato primario, questi possono essere scambiati tra gli investitori sul mercato secondario, costituito dalla normale borsa.</p>



<p>Se un investitore acquista un titolo di Stato con scadenza decennale ma dopo poco tempo ha necessità di liquidità, può rivenderlo sulla borsa al prezzo di mercato che è ovviamente fluttuante, ossia&nbsp; può essere maggiore o minore rispetto a quello delle aste. Solo mantenendo il titolo fino a scadenza si ha la certezza di ottenere un utile, mentre vendendo il titolo durante il periodo di validità sul mercato si deve accettare la volatilità del titolo di quel preciso momento.</p>



<p>I prezzi che si formano sul mercato secondario non sono numeri casuali, ma sono essenzialmente dovuti all’andamento dei tassi di interessi e al rating del paese. Se il paese viene giudicato a rischio di insolvenza (dalla AAA si passa a BBB) lo Stato per piazzare i suoi titoli deve invogliare l&#8217;acquisto con tassi di interesse maggiori all’emissione nel mercato primario. Il problema si verifica quando il rapporto debito/PIL aumenta in modo smisurato, cioè indebitamento senza crescita, in questa situazione il mercato ritiene che lo Stato in questione non sia in grado di ripagare a scadenza il debito contratto a causa della crescita troppo contenuta o nulla.</p>



<p>Quindi chi detiene i titoli di stato cercherà di rivenderli sul mercato secondario temendo l’insolvenza. Questo fa ovviamente scendere il prezzo del titolo facendo registrare una forte perdita all’investitore. Inoltre quando in borsa diminuisce il prezzo dei titoli, aumentano i tassi di interesse (dal momento che maggiore è il rischio legato ad un titolo maggiore è l’ipotetico guadagno). Questo è un dato cruciale, in quanto questa tendenza influisce sui tassi di interesse che lo stato dovrà pagare per le nuove emissioni sul mercato primario, creando un circolo vizioso che può portare lo Stato a non potersi finanziare sui mercati.&nbsp;</p>



<p>Questo fu il caso della Grecia e l’Italia fu vicina al punto di insolvenza (il che portò al governo Monti). Ciò indusse il quantitative easing della BCE, ossia “acquistare debito” dagli stati a rischio. Detto in parole più semplici la BCE si è resa garante del debito dei PIIGS ristabilendo la “fiducia” dei mercati facendo incetta di titoli nel mercato primario. Resta il fatto che poi questi titoli finiscono nel mercato secondario ed eventualmente soggetti a mosse speculative, quindi capire chi detiene il debito di un paese è fondamentale per capire quanta esposizione alle speculazioni ci sia.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://lh7-us.googleusercontent.com/3-34SUyVggxOobMkoIuNKOVtP7ecnKydy_TmY8h33vY1B4wAR7Tp1C8vtCHb5iliVYfnK1h39-J2qw4781PAbhRfZtdzALdHopqX0epPMdXIxXse7VlODOrW2sYwRUpiw1rhZ-51dR20hKWQsltncVA" alt=""/></figure>



<p class="has-text-align-center"><em>fig.1</em></p>



<p>Ora nel caso del debito italiano (fig.1) questo è detenuto da bankitalia per circa il 26%, da investitori esteri per circa il 24%, da compagnie assicurative circa 14%, da banche circa 17%, e infine dai privati circa 5%. Beninteso assicurazioni e banche italiane detengono circa il 31% del debito, non è molto ma neanche poco che un terzo del debito statale possa essere soggetto a speculazione, in quanto finirebbe per influenzare anche le future emissioni.</p>



<p>Quindi le varie misure di contenimento del debito più che dettarle l’Europa le dettano i mercati e in ragione degli investitori di casa nostra. D’altronde gli interventi statali sono stati più che evidenti come i cosiddetti “Tremonti bond”. Questi titoli sono sottoscritti dal ministero dell’Economia e hanno l’obiettivo di rafforzare il capitale di vigilanza “Core Tier 1” e, di conseguenza, favorire l’erogazione del credito a famiglie e imprese. Questo particolare indicatore (core Tier 1) voluto espressamente dall’accordo di Basilea 2, misura la solidità patrimoniale delle banche. E’ calcolato come rapporto fra il patrimonio di base e il totale delle attività ponderate per il rischio.</p>



<p>Quindi un certo sostegno, apparentemente generalizzato, all’accesso al credito per piccole e medie imprese e famiglie, ma nella realtà, e col senno di poi, si è palesato come sostegno a determinati istituti con specifici problemi. Difatti questi cosiddetti Tremonti Bond sono dei prodotti ibridi a cavallo fra azioni e obbligazioni e sono inoltre convertibili in azioni ordinarie dell’emittente solo su richiesta della stessa banca. Altra “interessante” caratteristica è che sono perpetui, non hanno scadenza anche se possono essere rimborsati dalla banca in qualsiasi momento.</p>



<p>Indubbi vantaggi per gli istituti che ne fanno richiesta sono inoltre rappresentati dalla non perentorietà degli obblighi etici richiesti dall’emissione dal momento che non vi sono clausole contenenti sanzioni specifiche nel caso in cui i fondi non fossero effettivamente usati per garantire accesso al credito ai soggetti più esposti.</p>



<p>Neppure gli interessi promessi, crescenti fino al tetto del 15% annuo, previsto dal 2039 in poi, sembrano costituire una valida risposta all’impegno economico pubblico, dal momento che tale remunerazione sarà corrisposta solo in presenza di un effettivo utile distribuibile. Questo lascerebbe una serie di vie aperte e indurre gli istituti ad assumere una strategia di sospensione nella distribuzione dei dividendi, attraverso il riacquisto delle azioni della stessa banca, tutto a danno dell’erario e dei piccoli azionisti.</p>



<p>Nulla viene detto neanche su alcuni aspetti centrali del potere di conversione dei titoli in azioni riconosciuto alla banca che li sottoscrive. Anche in questo caso gli istituti potrebbero liberamente decidere di convertire i bond in azioni per ostacolare scalate ostili, oppure per favorire la propria società, sfruttando le fluttuazioni di mercato. MPS ha fatto ricorso a tutto l’arsenale messo a disposizione dei Tremonti Bond per evitare scalate o di affondare, per esempio.</p>



<p>Appare chiaro che questi fondi, vista la natura singolare dei titoli, sono immobilizzati fino a quando il sottoscrivente non risarcisce, col suo tempo. Da qualche parte questi fondi devono rientrare e il modello standard della gestione economica suggerisce tagli e politiche fiscali restrittive. Non per spezzare lance a favore di qualcuno o qualcosa, ma la Troika molto spesso è stata un alibi per giustificare manovre tutte italiane di salvataggio o rafforzamento di punti chiave del sistema bancario.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>NOTE:</strong></p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Gattei, G, (2015). “<em>Augusto Graziani e il doppio paradosso del guadagno imprenditoriale”</em>, Itinerari di ricerca storica, anno XXIX, n° 1.</li>



<li>Graziani, A. (1994) Trascrizione del convegno “Pragmatismi, disciplina e saggezza convenzionale. L’economia italiana dagli anni ’70 agli anni ’90”, Università “La Sapienza” di Roma – 9 novembre 1994.</li>



<li>David M Kotz, (2015) The Rise and Fall of Neoliberal Capitalism. (Harvard University Press, 2015), ISBN 0674725654 Reinhart, Carmen M.; Rogoff, Kenneth S. (25 April 2013). &#8220;Opinion | Debt, Growth and the Austerity Debate&#8221;. The New York Times. ISSN 0362-4331. Retrieved 10 March 2019.</li>



<li>Reinhart, Carmen M.; Rogoff, Kenneth S. (25 April 2013). <a href="https://www.nytimes.com/2013/04/26/opinion/debt-growth-and-the-austerity-debate.html">&#8220;Opinion Debt, Growth and the Austerity Debate&#8221;</a>. The New York Times. <a href="https://en.m.wikipedia.org/wiki/ISSN_(identifier)">ISSN</a> <a href="https://www.worldcat.org/issn/0362-4331">0362-4331</a>. Retrieved 10 March 2019.</li>



<li>Brad Plumer (12 ottobre 2012) &#8220;FMI: l&#8217;austerità è molto peggio per l&#8217;economia di quanto pensassimo&#8221;. Washington Post.</li>



<li>Gattei, G, (2015). op.cit</li>
</ol>



<div style="height:61px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>LE PRIME DUE PARTI SONO CONSULTABILI AI SEGUENTI LINK:</strong></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2024/02/09/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-i/">CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (I)</a></p>



<p><a href="https://www.malanova.info/2024/02/23/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-ii/">CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (II)</a></p>
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		<title>CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (II)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/02/23/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-ii/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 12:48:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
		<category><![CDATA[MALANOVA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anni ‘90 compimento dell&#8217;integrazione globale e presupposti per la crisi. Il ruolo delle banche è fortemente cambiato negli ultimi decenni. Chi ha memoria del crac del 2008 rammenta come ci furono grosse polemiche circa la trasformazione delle banche da istituti di credito e risparmio in istituti finanziari d’investimento. Ma altre evidenze le abbiamo alle nostre [&#8230;]</p>
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<p><strong>Anni ‘90 compimento dell&#8217;integrazione globale e presupposti per la crisi.</strong></p>



<p>Il ruolo delle banche è fortemente cambiato negli ultimi decenni. Chi ha memoria del crac del 2008 rammenta come ci furono grosse polemiche circa la trasformazione delle banche da istituti di credito e risparmio in istituti finanziari d’investimento. Ma altre evidenze le abbiamo alle nostre latitudini con lo svuotamento delle casse di risparmio locali, (i vari crediti cooperativi, casse rurali ecc.) acquisite da banche commerciali e poi usate per finanziare speculazioni nel mercato azionario, spesso con esiti infausti per chi aveva risparmi depositati. Ma cosa è cambiato nella natura e quindi nel ruolo delle banche?</p>



<p>bisogna tenere presente che fra gli anni ‘70 e gli anni ‘90 si sono susseguiti una serie di balzi epocali nei sistemi di comunicazione ai quali ha fatto eco l’innovazione finanziaria. Quindi il progresso tecnologico e la nascente ingegneria finanziaria crearono le condizioni per un allentamento delle regole. Il perché risiede in una motivazione che potrebbe suonare banale, se grazie all’implementazione delle ICT (Information and Communication Technologies) si possono avere stime e proiezioni sull’andamento dei mercati più realistici, vuol dire che le potenzialità del mercato&nbsp; finanziario diventano virtualmente illimitate. Di contro un sistema che imbriglia le potenzialità è irrazionale in quanto non consente di massimizzare le opportunità messe a disposizione dalla tecnologia, quindi bisogna agire per eliminare gli ostacoli. Questo in parole estremamente sintetiche le ragioni alla base della deregulation.&nbsp;</p>



<p>Ma oltre alle ragioni pratiche vi erano convinzioni granitiche derivanti dalle varie teorie economiche a fondamento del pensiero neoliberista, molto spesso si trattava più di autoconvincimento che ragioni oggettive, dal momento che sono state prese solo le teorie più accomodanti rispetto alla fiducia dei mercati. Ad ogni modo, alla base di queste “certezze” vi era l’assunto che l’industria finanziaria avesse al proprio interno gli anticorpi necessari, sotto forma di incentivi, per tenere sotto controllo i rischi. Per queste ragioni di carattere tecnologico, teorico, politico e culturale, la vigilanza statale in “light-touch supervision”, in virtù della convinzione assoluta secondo la quale il mercato è in grado da solo di raggiungere condizioni di equilibrio.</p>



<p>In virtù di ciò furono introdotte svariate misure misure, come la riduzione delle barriere per la circolazione di capitali e per entrare nel mercato azionario e la conseguente apertura dei mercati domestici alle banche straniere.&nbsp; Nel contesto della liberalizzazione dei movimenti di capitali, si è poi fatto ricorso in maniera sempre più frequente alle privatizzazioni delle banche centrali, all’aumento della concorrenza bancaria, con il graduale passaggio da un approccio rigoroso di vigilanza di tipo strutturale ad uno di tipo più prudenziale, basato sulle garanzie di solvibilità. In breve si affermò definitivamente l’idea che la banca è un’impresa, che svolge quindi un’attività imprenditoriale con fine di lucro, che non esercita quindi un servizio pubblico o socialmente rilevante, pur continuando a trarre beneficio dalla protezione pubblica per la specificità della sua attività.</p>



<p>I benefici di cui sopra sono legati ai rapporti fra depositi e potenziale di credito, detto anche moltiplicatore del credito. In parole semplici per ogni euro che una banca deposita come riserva obbligatoria nella banca centrale, ha potere di elargire credito per un fattore moltiplicativo virtualmente illimitato. Si può ben capire come le esposizioni bancarie possano in breve tempo scivolare su cifre a nove zeri. Ma non è questa la ragione dei problemi, il dato più interessante è esattamente il ruolo che le banche hanno assunto negli ultimi decenni: ossia quello di istituzioni di credito di prima e ultima istanza.&nbsp;</p>



<p>Se come abbiamo appena visto Reagan ha posto le basi strutturali per il decollo della finanziarizzazione, Bill Clinton è stato colui il quale ha poi rimosso tutti gli ostacoli ai flussi di capitale. L’ultima barriera da rompere era costituita dal Glass-Steagall Act, forse una delle intuizioni più brillanti mai partorite da un paese fieramente capitalista per salvaguardare tanto il denaro pubblico, inteso come contribuzione fiscale sulla proprietà, quanto il risparmio privato dalle bizze del mercato. I legislatori originariamente intendevano che il Glass-Steagall Act tenesse ben separate le banche commerciali, che accettavano depositi, concedevano prestiti ed erano assicurate dalla FDIC, e le banche di investimento, che portavano emissioni di titoli sui mercati, agivano come intermediari e scambiavano quei titoli precedentemente emessi.&nbsp;</p>



<p>Ma quella separazione si stava erodendo da anni. Le banche commerciali erano degli autentici forzieri, con le pance piene di depositi e risparmi e volevano entrare nelle attività di sottoscrizione e negoziazione in modo da poter utilizzare i fondi a basso costo offerti loro dall&#8217;assicurazione FDIC e così competere con le banche di investimento con questo vantaggio intrinseco. Il che portò poi alle fusioni per la creazione delle cosiddette “universal bank” banche sia commerciali che di investimento, da un lato si incamerano fondi assicurati e dall’altro si investono allegramente, nessun rischio per chi gioca, tutti i rischi per chi assicura i fondi, cioè lo Stato. Questo era esattamente ciò che il Glass-Steagall Act era stato chiamato ad impedire.&nbsp;</p>



<p>Il processo è stato però lungo e il presidente Clinton ha tagliato l’ultimo filo che teneva ancora tutto in equilibrio. Durante gli anni &#8217;70 e &#8217;80 le banche commerciali avevano ottenuto l&#8217;approvazione per una serie di assurde deroghe alla legge, ma volevano sempre di più. Per evitare di essere surclassate nel crescente mercato finanziario dall&#8217;abbondante ed economico capitale a disposizione delle banche commerciali, le banche d&#8217;investimento hanno dovuto modificare le loro strutture di capitale. Durante gli anni &#8217;70 e l&#8217;inizio degli anni &#8217;80, hanno cominciato ad avviare un processo di fusione per diventare più grandi per resistere alla concorrenza delle banche commerciali. Alla fine, le banche d&#8217;investimento hanno concluso un accordo e l&#8217;inevitabile è accaduto quando la separazione è stata abrogata nel novembre 1999, quando il presidente Clinton ha firmato il Graham-Leach-Bliley Act.</p>



<p>Circa 9 anni dopo, la crisi si è verificata, trasformando una recessione nel peggior evento economico dai tempi della Grande Depressione. La crisi finanziaria si è verificata perché le banche coinvolte nelle speculazioni erano diventate mastodontiche, concentrate e pericolosamente interconnesse in risposta all&#8217;abrogazione della separazione di Glass-Steagall. Ma nel frattempo le interconnessioni non esistevano solo fra banche statunitensi, le partecipazioni erano globali.&nbsp;</p>



<p>Nel mondo contemporaneo, che come abbiamo visto fonda le sue radici nelle ultime tre decadi del secolo scorso, il ruolo delle banche si è profondamente trasformato, divenendo imprese finanziarie ma non solo, per come si estrinseca il meccanismo produttivo, gli istituti di credito hanno la funzione di sostenere non solo la produzione ma anche (e forse soprattutto) la realizzazione dell’utile d’impresa.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Prendendo in esame la teoria del circuito monetario in una sintesi  Augusto Graziani relativa al ruolo del credito bancario nella produzione[1]. Industria e sistema creditizio sono due elementi la cui relazione è cambiata nel corso della storia. Se è vero quanto sostiene Graziani che nel processo produttivo all’interno di un’economia capitalista nella quale vale il sistema delle plusvalenze D-M-D’, il denaro [D] necessario ad un ciclo di produzioni atto a liberare il plusvalore [D’] non si crea dal nulla o dal risparmio dell&#8217;imprenditore, ma viene anticipato da chi detiene moneta o può emettere crediti ossia le banche. Espresso in maniera assai scarna e semplificata questo è l’incipit del ciclo produttivo. Ma il ragionamento di Graziani non si ferma qui, si considera anche il versante del consumo dei prodotti realizzati, ossia la domanda. Questa necessità di essere alimentata dal reddito, ma nel momento in cui si deve sostenere un consumo superiore alla disponibilità economica &#8211; il che è la regola ai giorni nostri &#8211; si deve avere una certa accessibilità al credito. Mutui, prestiti e rateizzazioni, sono i tipici strumenti di accesso al credito (le carte di credito rateizzano il debito). Ragion per cui il sistema bancario presta denaro per realizzare i consumi e lo presta tanto alle famiglie quanto allo Stato[2].</p>



<p>Da questo schema (anche se presentato in maniera assai semplificata) si può capire come il sistema economico di matrice capitalista sia letteralmente innervato sul circuito bancario, quindi quando questo entra in crisi i flussi si fermano o meglio cambiano rotta, andando ad irrorare il sistema centrale invece che quello periferico (considerato sacrificabile).</p>



<p>Con il progredire del processo di integrazione globale, anche l’industria ha subito forti trasformazioni, una delle quali è stato un massiccio trasferimento di produzione di beni materiali dai cosiddetti paesi a capitalismo avanzato verso quelli “emergenti”. Il che ha creato nuove condizioni nel circuito monetario avendo in parte dismesso la produzione e avendola in parte trasformata da realizzazione di beni ad offerta di servizi.</p>



<p>Questa operazione non è stata repentina ma non è stata neanche indolore. nel giro di circa cinque lustri l’Europa ha man mano trasferito interi settori produttivi in altri ambiti geografici più favorevoli in termini di costi (costi di costruzione, di forza lavoro, quelli legati all’ambiente e costi fiscali) spostando le esigenze imprenditoriali sempre più sul management e i servizi legati al controllo delle attività a distanza. Questo processo non ha solo delocalizzato la produzione ma ha cambiato anche il modo di intendere il profitto dall’industria. La delocalizzazione, come precedentemente accennato, non va intesa come una semplice esternalizzazione delle fasi produttive, ma una vera e propria ricerca di vantaggi competitivi, spesso solo in termini di abbattimento dei costi di produzione.&nbsp;</p>



<p>Questo ha contribuito a creare non pochi problemi socio economici localizzati. L’offshoring avviene generalmente per alcuni particolari lavorazioni, generalmente quelle più onerose e a minor valore aggiunto. Ciò crea una sofferenza  nell’indotto che vive su quelle specifiche fasi produttive, non trovando sbocco o chiusura o, se ne ha la possibilità trasferisce a sua volta la produzione. Questo innesca un effetto domino su tutto il corollario di servizi diretti o indiretti alle aziende, da quelli di consulenza economica alla logistica fino alle imprese di pulizia e manutenzione. Ciò implica una perdita sistematica di redditualità che innesca un processo di contrazione sistematica della domanda locale. </p>



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<p><strong>note: </strong></p>



<p>[1] A. Graziani,  <em>La teoria monetaria della produzione: supplemento al N. 36 della rivista &#8220;Etruria oggi&#8221;</em>. (1994), Banca popolare dell&#8217;Etruria e del Lazio.</p>



<p>[2] G. Gattei, <em>Augusto Graziani e il doppio paradosso del guadagno imprenditoriale</em>, (2015) Itinerari di ricerca storica, anno XXIX, n° 1.</p>



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<p><strong>La prima parte dell&#8217;articolo è consultabile <a href="https://www.malanova.info/2024/02/09/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-i/"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-luminous-vivid-amber-color">qui</mark></a></strong></p>
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		<title>CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (I)</title>
		<link>https://www.malanova.info/2024/02/09/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-i/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stam]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2024 13:36:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E FINANZA]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.malanova.info/2024/02/09/crisi-in-europa-ma-cosa-e-entrato-in-crisi-i/">CRISI IN EUROPA, MA COSA È ENTRATO IN CRISI? (I)</a> proviene da <a href="https://www.malanova.info">MALANOVA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>All’indomani della morte di Jacques Delors (27 dicembre 2023), da tutti considerato il padre dell’unione economica europea, cogliamo l’occasione per fare il punto sulla fase, cercando di tracciare le origini dei problemi che, ad una attenta analisi appaiono connaturati con la stessa Unione Europea. Non è sicuramente semplice produrre delle ipotesi sul futuro dell’Europa, ma se si sta strategicamente parlando di come implementare la competitività dell’area euro, affidando il compito a Mario Draghi, è evidente che si profilano per il futuro cambiamenti di ragguardevole portata.</p>



<p>L’ipotesi che si snoda lungo la serie di scritti che stiamo proponendo si articola attorno alla considerazione che l’attuale crisi europea si fondi su almeno tre nodi principali. Crediamo che solo in parte la crisi sia riconducibile ad una congiuntura di fase abbastanza sfavorevole, ma quel che qui ha maggiore importanza è che, almeno a nostro avviso, sia dovuta tanto ad una tara strutturale della stessa architettura europea, quanto al suo ruolo nello scenario internazionale.</p>



<p>Come cercheremo di spiegare, definire cosa sia una crisi economica non è una questione liquidabile in due parole, possiamo però affermare con una certa serenità che la complessità di una crisi economica è direttamente proporzionale alla complessità del sistema che ne è affetto, sarebbe quindi opportuno prima descrivere il sistema oggetto di crisi piuttosto che la crisi in sé. A quanto pare, visti i dati su occupazione, inflazione e PIL, l’Europa si trova in una fase piuttosto instabile. Una crisi che da stagnazione secolare sta sfociando in una recessione, (secondo alcuni già in atto) al di là delle rassicurazioni di governi e istituzioni varie.&nbsp;</p>



<p>Ma cos’è una crisi in definitiva? In senso lato, la crisi è una situazione&nbsp; non lineare e complessa, per affrontare la quale vanno prese alcune scelte. Il problema delle scelte sta tanto negli strumenti che noi abbiamo per decidere, quanto tra cosa ci è consentito scegliere. Dobbiamo tenere conto che questo “noi” è un noi che in parte non ci riguarda. Il potere di scegliere la strada “migliore” per risolvere una crisi sta altrove, il “noi” che invece ci comprende lo usiamo quando c’è da far fronte agli esiti, spesso negativi, di queste scelte.&nbsp;</p>



<p>Le scelte dipendono da cosa e chi si deve salvare, ma questa decisione generalmente non spetta alle persone comuni, (popolo o cittadini chiamiamoli come più ci aggrada) viene generalmente imposta come “scelta obbligata”, qualcosa di inevitabile se si vuole salvare la società. Il più delle volte si pongono <em>aut aut</em> anomali (un po’ come lo slogan fordiano per il modello T, “scegliete qualunque colore vogliate purchè sia nera”) nei quali si accetta e non si sceglie. Viene posta una sola opzione come assolutamente necessaria, ossia come sosteneva Milton Friedman, rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile.&nbsp;</p>



<p>Ma “zio Milty” sosteneva la shock economy in un periodo nel quale si doveva fare il conto con una controparte (più immaginaria che reale), ossia lo spauracchio russo, già in piena crisi degli anni ‘70. Oggi il pensiero unico neoliberista non ha rivali se non se medesimo in altri contesti geografici, quindi non c’è la paura della minaccia al “mondo libero” ma resta l’egida dei mercati per i quali devono essere prese le scelte “migliori”.</p>



<p>I soggetti o le funzioni da rassicurare e coccolare non sono quindi le categorie più fragili, i precari, le famiglie indigenti o i servizi di base. Al contrario quelli che si vogliono proteggere sono gli appetiti dei mercati, il sistema bancario e le grosse holding. Se si ragiona sul fatto che “ormai è così” c’è poco da argomentare e potremmo chiudere qui il discorso, ma sarebbe un po’ come dire che siccome c’è una dipendenza in atto si può solo perseverare onde evitare crisi d’astinenza. Ma se invece per un momento cercassimo di capire come siamo giunti a questa situazione e quali scelte abbiamo dovuto accettare, con la promessa di opportunità per tutti, forse avremo qualche informazione in più almeno per capire quanto le decisioni che sta prendendo l’Europa siano in contrasto con le stesse promesse fatte. Dobbiamo prima di tutto comprendere su quali spinte si è realizzata l’Unione europea. Non è sicuramente utile prendere l’UE come qualcosa di dato e di assolutamente inamovibile dal momento che quando lo richiedono i mercati e i flussi di capitale tutto può essere messo in discussione. Bisogna prima di tutto comprendere che la nascita dell’Europa, come mercato ancor prima che come istituzione, è avvenuta in un periodo storico ben determinato, nel quale il neoliberismo si faceva largo, proponendo una prospettiva che avrebbe da lì a poco fagocitato tanto la socialdemocrazia quanto il concetto stesso di Stato. Lasciando in piedi un vuoto simulacro, una sorta di teatrino delle ombre nel quale va in scena di volta in volta una compagnia diversa ingaggiata sempre dallo stesso impresario.</p>



<p>La complessità dell’argomentazione ci impone quindi di procedere per passi successivi nella speranza di poter descrivere al meglio il processo generativo dell’attuale fase di transizione. Divideremo quindi la nostra analisi in tappe storiche per meglio descrivere i presupposti sui quali viene costruita l’Unione Europea. Al contempo tenteremo una disamina delle modifiche del modo di riproduzione capitalista e di come questi mutamenti abbiano condotto alle attuali condizioni socio-economiche. Ovviamente non è stato un processo automatico nel quale il capitale abbia agito come ente autonomo, si è trattato di un percorso fatto di scelte politiche con assunti teorici e presupposti ideologici che le hanno supportate.</p>



<p><strong>Anni ‘70: riconfigurazione di sistema</strong></p>



<p>Le strategie che hanno dettato la configurazione attuale dell’Europa sono nate in piena guerra fredda, con specifiche esigenze di egemonia geografica, ma che una volta venuta meno la controparte sovietica hanno subito modificazioni per riadattare il sistema alle mutate condizioni politiche. Questo processo di riconfigurazione avveniva tra gli anni ‘70 e ‘90, quindi tra il compimento del processo di integrazione globale (almeno per quanto riguarda i mercati finanziari) e l’imporsi dell’economie orientali favorite dalla stagione di offshoring che da occidente ha spostato interi settori produttivi verso aree con costi fiscali e produttivi assai più bassi.</p>



<p>Quello che è entrato in crisi è il sistema economico che ha visto un progressivo smantellamento di buona parte delle filiere produttive a basso valore aggiunto e la scelta strategica di puntare sulle ultime fasi di produzione o spostare il tiro verso i servizi. Per reggere la spinta trasformativa si sono dovute riconfigurare le regole del gioco ed eliminare gli “ostacoli” alla competitività. Morale della favola almeno in Italia abbiamo allegramente rinunciato ai distretti delle eccellenze produttive di mobili, pellami, filati, ceramiche ecc. mandando a casa un indotto capillare e ridimensionando diritti dei lavoratori e previdenza sociale.&nbsp;</p>



<p>Tale sistema basato sulla competitività ha avuto origine dalla particolare conformazione che il&nbsp; capitalismo ha assunto nel corso degli ultimi trent’anni del secolo scorso. Potrebbe essere utile citare qualche significativo evento storico. A partire dagli anni Settanta il dibattito politico internazionale, focalizza l’attenzione sui fallimenti delle politiche economiche pubbliche, criticando la sostanziale incapacità delle politiche monetarie e fiscali di impedire il susseguirsi di cicli di alta inflazione ed elevata disoccupazione, ossia periodi di stagnazione. Riemerge con una certa prepotenza il pensiero liberale, sulla scorta dei lavori di quattro economisti, Friedrich Von Hayek (padre del marginalismo moderno), Milton Friedman e George Stigler (alfieri del monetarismo di matrice neoliberista), e James M. Buchanan, (fondatore della teoria della scelta pubblica), i quali a vario titolo propongono un ridimensionamento del ruolo del settore pubblico nell’economia.</p>



<p>Quindi il neoliberismo nasce come forma pensiero non coerente e organica ma come critica su più fronti ai meccanismi di intervento statale in materia economica e finanziaria[1]. Solo successivamente&nbsp; vede la luce come costrutto normativo intorno al 1980 nel Regno Unito, sulla spinta delle politiche economiche della Thatcher, che hanno poi avuto una forte eco nell’amministrazione del presidente Reagan, sostituendo di fatto il &#8220;capitalismo regolamentato&#8221; che lo aveva preceduto.&nbsp;</p>



<p>Ben presto si diffuse in molti altri paesi, e arrivò ad indirizzare le strategie delle istituzioni economiche a livello globale di questa fase storica. In breve, nel capitalismo neoliberista le relazioni di mercato e le forze di mercato operano molto più liberamente di quanto non lo fossero fino agli inizi degli anni ‘80, svolgendo il ruolo predominante nell&#8217;economia. Per capitalismo regolamentato intendiamo invece una forma di capitalismo nel quale, istituzioni non di mercato come gli Stati, le burocrazie corporative e i sindacati, svolgono un ruolo importante nella regolamentazione dell&#8217;attività economica, limitando l’azione delle forze di mercato come soggetti decisori delle strategie economiche.</p>



<p>Quindi il passaggio di testimone da un sistema all’altro ha riconfigurato la matrice socio-economica sulla quale si reggeva la democrazia occidentale. Le modifiche sono state strutturali a tal punto da modificare ad esempio il rapporto fra credito e produzione, fra credito e consumo giungendo alla centralità del sistema creditizio nel processo produzione-vendita-consumo. In questa transizione il ruolo del circuito bancario è fortemente cambiato, da&nbsp; gestori di depositi e prestiti le banche sono sempre più divenute operatori finanziari.&nbsp;</p>



<p>Da qui la tendenza alla trasformazione delle banche in istituti per investimenti finanziari più che agenti dell’economia “reale”, caratterizzati dal ruolo di facilitatori dell’incontro tra risparmio familiare e investimenti per la produzione o per il consumo (mutui, prestiti personali, fido). Questo ha posto il sistema bancario in un ruolo cruciale, ossia quello di cardine tra l’economia finanziaria ed economia reale.</p>



<p>Questa centralità del sistema bancario è divenuto evidente nella crisi del 2008. Non è stata solo una crisi finanziaria che ha poi innescato una recessione particolarmente grave. È stata una crisi strutturale della configurazione del circuito monetario. La crisi, a differenza di quelle “classiche” insite nel ciclo economico, andò a interrompere il circuito dei prestiti ad aziende e famiglie per proteggere gli investimenti finanziari, o meglio si è interrotto il flusso di prestiti interbancari e la concessione di linee di credito per tamponare l’esposizione finanziaria successiva al crac dei subprime.&nbsp;</p>



<p>L’attuale crisi risente della configurazione assunta dal sistema, con le banche che di fatto sorreggono il circuito creditizio utile alla produzione e al consumo (credito alla produzione e credito al consumo). Capire come si è giunti a questa configurazione del sistema è di estrema importanza anche se non è estremamente semplice spiegarlo.</p>



<p>Un passaggio storico importante in questo senso, si è giocato tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 tanto a livello globale quanto a livello europeo. La fine del regime di cambi fissi e della convertibilità delle valute in oro da un lato (1971, Nixon manda in soffitta gli accordi di Bretton Woods) e la creazione del Sistema Monetario Europeo dall’altro (SME 1979) hanno segnato un profondo cambio di passo nella nostra storia. Questi avvenimenti pur se con ragioni diverse, hanno man mano alleggerito il circuito finanziario da ostacoli per la circolazione dei capitali e per ampliare le possibilità di speculazioni.&nbsp;</p>



<p>Non va nel frattempo dimenticata la “sperimentazione economica” in chiave neoliberista avvenuta in Cile in quegli anni, un vero e proprio banco di prova per le politiche economiche che da lì a poco avrebbero preso il sopravvento in Occidente. Tale sperimentazione si basava su alcuni elementi fondamentali, il principale dei quali era la necessità di uno stato autoritario ma pienamente assoggettato ai desiderata dei mercati[2]. Un decisore supremo che impone tutte le purghe necessarie per soddisfare i grossi interessi economico-finanziari. capace di imporre quelle scelte cui si accennava in apertura dell’articolo, ossia “rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile”. </p>



<p>L’austerity è stata una di queste politiche, spacciata come unica e necessaria, supportata da una narrazione tossica e caustica, che accusava un molto generico “noi” di aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità, che i debiti si pagano e che avere debiti è da irresponsabili. Peccato che il debito contratto sia in buona parte servito a tamponare la crisi e a purgare i pancini delle banche dai titoli tossici. Una bella lavanda gastrica al sistema che c’è costato lacrime e sangue.</p>



<p>Tornando agli anni ‘80-’90, nel vecchio continente la teoria neoliberista non solo si istituzionalizza, ma addirittura viene posta a fondamento della futura Unione Europea. Il mantra che il mercato sia la forma più democratica di regolamentazione sociale permette, con una sorta di perverso sillogismo, di sostituire pesi e contrappesi istituzionali con le regole di mercato. Promesse di progresso e sviluppo, opportunità e lavoro, benessere e prosperità per tutti. Integrazione e progresso sociale, promesse forti, impegnative ed entusiasmanti. Ma di tutte queste visioni e promesse è stato effettivamente realizzato solo quello che poteva essere utile ad una profonda trasformazione sociale in funzione di una “ristrutturazione” economica. La ristrutturazione giunge a compimento negli anni ‘90 con il crollo dell’Unione Sovietica e la riconfigurazione dei mercati europei.&nbsp;</p>



<p>Cerchiamo di dare una connotazione storica ad alcuni cambiamenti chiave del vecchio continente. Nel 1992 avviene uno dei primi grossi capitomboli della CEE, ossia la crisi dello SME, (Sistema Monetario Europeo), Un sistema che aveva raccolto i consensi di molti autorevoli pensatori economici e che era riuscito ad attirare altri paesi esterni alla CEE che avevano spontaneamente deciso di agganciare la loro valuta allo “scudo europeo” dando l’illusoria impressione che questo sistema non fosse solamente solido e affidabile, ma avrebbe addirittura potuto allargarsi al di là dei confini della comunità europea. Ripercorriamo brevemente la storia dello SME con le parole di Augusto Graziani:</p>



<p>[&#8230;] <em>Lo SME era sempre stato, sin dalla sua origine, nel ’79, molto diverso dal sistema che lo aveva preceduto, quello di Bretton Woods, un accordo di cambio con l’obiettivo di instaurare cambi stabili, che però lasciava liberi i&nbsp; paesi partecipanti di controllare i movimenti di capitali in via amministrativa e, in questo modo, ogni paese poteva gestire la politica monetaria in maniera più o meno autonoma. Era quindi possibile tenere bassi i tassi d’interesse e fare una politica di alta domanda globale di piena occupazione. Un certo influsso keynesiano, era travasato nel sistema di Bretton Woods. Lo SME parte, invece, con obiettivi molto più ambiziosi, non solo realizzare un accordo di cambio, ma realizzare anche un mercato finanziario unico, con l’obiettivo della libertà dei movimenti di capitali che, infatti, viene realizzato. Anche l’Italia, che è uno degli ultimi paesi a realizzarlo, nel ’90 ammette la piena libertà dei movimenti di capitali. È evidente che si crea uno spazio finanziario europeo unico, un tasso d’interesse collegato in tutte le piazze finanziarie al quale ogni paese deve adeguarsi. Non è più possibile condurre una politica monetaria autonoma, non è più possibile mettere in prima linea l’obiettivo del sostegno della domanda globale e della piena occupazione, occorre recepire il tasso d’interesse dai vincoli esterni che vengono dai mercati finanziari maggiori. L’equilibrio finanziario prende il sopravvento come obiettivo primario rispetto al precedente obiettivo della piena occupazione</em>[3].</p>



<p>Quindi è sempre più chiaro che la strategia di integrazione europea è già all’origine innervata nella matrice economica ultraliberista. Negli stessi anni si andava consolidando lo spostamento del baricentro economico europeo ad Est, con la Germania che attirava a sé investimenti, dipanando il suo indotto industriale tra Europa e paesi extraeuropei. Un passaggio cruciale che genererà una serie di cambiamenti esattamente a ridosso del crollo dell’URSS. Una Germania riunificata ed economicamente potente, vorace di materie prime ed energia a due passi dai ruderi del gigante rosso, creeranno i presupposti per un peso specifico sempre crescente dell’area mitteleuropea che tendera a sbilanciare lo scacchiere europeo fino ai giorni nostri.&nbsp;</p>



<p>Lo SME fu quindi non solo il preludio della moneta unica e della supremazia della finanza sull’economia reale, ma fu un primo decisivo strumento per affermare la centralità tedesca sull’economia europea. La crisi del 1992 fu una crisi innescata da cambi eccessivamente fluttuanti generati dalla volontà della Bundesbank di mantenere il suo vantaggio competitivo sul resto del mercato europeo. Sempre secondo Augusto Graziani quello che fece saltare la struttura del cosiddetto &#8220;serpente nel tunnel” (immagine del meccanismo di oscillazioni dei cambi, il serpente, calmierati tra un minimo ed un massimo; il tunnel) furono le scelte perseguite dalla germania in ambito monetario:</p>



<p>[&#8230;]<em>questa era una politica deliberata della Bundesbank che non aveva tanto d’occhio la stabilità dei prezzi monetari interni, come hanno sempre dichiarato, ma aveva piuttosto d’occhio il valore esterno del marco con lo scopo di proteggere le esportazioni di manufatti. […] Non solo rivalutazione reale del marco, ma anche, fin dal 1987, creazione di un’Europa a due velocità. Si crea un nocciolo europeo intorno alla Germania in cui abbiamo stabilità dei cambi, nominali e anche reali. L’Europa a due velocità, quindi, non è un problema che dobbiamo porci per l’avvenire, ma è un fatto che esiste già dal 1987. Intorno, una cintura di paesi deboli – Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia – rispetto ai quali, invece, il cambio reale fino al ’92 continua a cadere</em>[4].</p>



<p>Vantaggio competitivo quello della Germania che viene <em>de facto</em> ratificato all’interno dell’architettura della nascente UE. Un vantaggio competitivo che quindi crea due velocità nell’economia dell’area europea, la qual cosa sembra fare molto comodo, con paesi che in pratica ricomprano quello che hanno contribuito a produrre come indotto. Si ha un processo di integrazione verticale differenziato su scala europea, con paesi che hanno forti relazioni internazionali nei rami industriali più trainanti (all’epoca l&#8217;automotive era l’industria di punta) e paesi che fanno semplicemente parte della catena di valore con alcune tipicità di export ma che nella bilancia economica non hanno lo stesso peso.&nbsp;</p>



<p>In una prima sintesi sulla storia d’Europa possiamo quindi affermare che l’architettura dell’Unione nasce con un imprinting neoliberista più che di reale interesse allo sviluppo economico in senso neoclassico (il quale descrive lo sviluppo e la crescita solo quando vi era un generalizzato aumento dei redditi, non quindi un aumento nominale del reddito medio). In più nella stessa struttura che istituisce l’Unione si sancisce l’esistenza di due velocità socio-economiche. In parole povere l’UE nasce in un certo senso con figli e figliastri, quelli che in una fase successiva saranno nominati PIGS, che sono essenziali per l’indotto industriale Mitteleuropeo.</p>



<p>Anche se a grosse linee, è questa la matrice politica e socio economica che caratterizza l’Europa a nostro avviso, ed è partendo proprio da questi presupposti che intendiamo svolgere la nostra analisi per tentare di spiegare l’attuale fase. La situazione che l’Europa sta affrontando è quella che vede l’impennata inflazionistica non dovuta ad un surriscaldamento dell’economia, quindi i prezzi non aumentano per eccesso di domanda, ma in virtù della sovrapposizione di due effetti, lo shortage post pandemia e la crescita dei costi dell’energia, stanno portando ad una contrazione della produzione.&nbsp;</p>



<p>Alla luce di quanto precedentemente esposto dovrebbe essere più chiaro se ciò sia dovuto ad una criticità congiunturale o piuttosto un problema strutturale che emerge. Crediamo di poter asserire che la crisi in atto sia l’emergere di criticità strutturali innescate da un periodo di affanni protrattosi per circa quattro o cinque lustri, nei quali pandemia e conflitto russo-ukraino hanno accelerato il processo. In questo discorso devono essere inseriti anche alcuni fattori esogeni dovuti agli equilibri globali nei quali l’Europa non agisce come un unico soggetto quando si tratta di procacciare affari, ma subisce come unica entità quando si tratta di consentire il riassetto degli equilibri internazionali.&nbsp;</p>



<p>Ad esempio la guerra russo-ucraina l’UE la sta subendo per procura, e fintanto che la NATO per nome e per conto degli USA non deciderà di staccare la spina il conflitto andrà avanti con le note conseguenze tanto per l&#8217;Ucraina quanto per l’Europa.</p>



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<p><strong>NOTE:</strong></p>



<p>[1] Si può far risalire il primo nucleo teorico di idee neoliberiste o neoliberaliste con l’istituzione nel 1947 della Mont Pelerin Society ad opera dell’economista austrico Friedrich von Hayek, questa fu un&#8217;organizzazione internazionale composta da persone influenti come economisti, intellettuali e uomini politici, riunitisi per promuovere il libero mercato con il quale raggiungere l’obiettivo di una «società aperta».</p>



<p>[2] Il cosiddetto “Miracolo Cileno”, basato su principi economici, che oggi potremmo defini “ultra-liberisti” provenienti dalla scuola di Chicago, che dalla metà degli anni settanta furono assunti come linee guida dall&#8217;amministrazione del ministero dell&#8217;economia del Cile, guidato dal tecnico José Piñera, durante il regime di Augusto Pinochet. Le politiche del ministero di Piñera si caratterizzarono per il processo di privatizzazione delle imprese statali e liberalizzazione dell&#8217;economia del paese, questi processi condussero ad un trtemendo divario sociale, con una elité estremamente ricca, la sparizione della classe media e l’impoverimento generalizzato della popolazione ma con un PIL nominale molto più alto rispetto al recente passato.</p>



<p>[3] Graziani, A. (1994) Trascrizione del convegno “Pragmatismi, disciplina e saggezza convenzionale. L’economia italiana dagli anni ’70 agli anni ’90”, Università “La Sapienza” di Roma – 9 novembre 1994.</p>



<p>[4] Ibid.</p>
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