Non c’è un periodo storico in cui non vi siano state forme di controllo sociale sull’opinione pubblica. Il potere ha sempre tentato di sterilizzare il dibattito pubblico e condensare in poche mani il diritto di decidere, come direbbe Carl Schmitt, sullo stato di eccezione. La religione, certamente, è stata abusivamente utilizzata per far ridiscendere dall’alto il diritto del monarca, e della sua famiglia ereditariamente, a comandare. Offendere l’imperatore equivaleva ad offendere Dio stesso. Pian piano il cerchio magico del potere si è allargato, passando dalla monarchia all’oligarchia nobiliare, poi ai borghesi e, quindi, secondo il mito reppubblicano, al popolo intero per mezzo delle libere elezioni, che tanto libere non sono mai state.

Da sempre la letteratura, fantasia creativa che pesca nella realtà, è piena di figure di spioni, ruffiani di vario genere e pusillanimi che, pur di ingraziarsi il potente di turno, giocano con vantaggio la parte dei delatori delle altrui vite e delle altrui illegalità, vere o presunte. Gli untori, gli ebrei usurai, le streghe. Se per fuggire da sguardi e orecchie al servizio del sistema di potere di turno un tempo ci si affidava alla penombra delle società segrete o alla clandestinità della lotta di resistenza o armata, oggi, in un’epoca iperdigitalizzata, privacy e segretezza sembrano essere vere e proprie utopie. Questo perché la distopia dell’era digitale è capace di mettere in luce ogni piega della nostra personalità: gusti, tendenze sessuali, fede politica o calcistica, luoghi visitati, celle agganciate durante la nostra giornata. Un Grande Fratello in stile Orwelliano ma sottotraccia, impalpabile. Il mare di dati raccolti dalle piattaforme, che in cambio ci danno la possibilità di utilizzare i servizi offerti gratuitamente, rappresentano i nuovi pozzi petroliferi dai quali pescare ‘sentiment’, tendenze o addirittura costruire consenso e mercato.

Se da un lato siamo consapevoli di un certo controllo da parte delle holding dell’informatica, dall’altra ci fidiamo della loro professionalità sulla custodia e segretezza dei nostri dati. Anche questo è un racconto ben confezionato al pari di quello del supermercato che non può vendermi cose insalubri (perché ci sono i controlli) o delle grosse aziende agro-industriali che badano al benessere animale. Di contro, al prezzo di questo piccolo e discreto controllo, ci sembra di godere di una libertà di espressione mai vista prima nella storia. I social network ci permettono di essere collegati con il mondo intero: ci arrivano notizie, possiamo commentare, possiamo anche diventare creator di contenuti multimediali senza cacciare un soldo. Abbiamo l’impressione di essere iper-informati tanto da poterci liberamente esprimere su temi tecnici, sulla virologia, sulla preparazione atletica dei calciatori o sul livello del tasso d’interesse stabilito da ogni Banca Centrale. Abbiamo l’impressione che oggi non possa più esistere una Santa Inquisizione o il reato di associazione e che ogni forma di censura sia stata debellata dalla tecnologia informatica. 

Quando pensiamo alla censura, infatti, adiamo subito con la mente a quella dei regimi autoritari storici, quello nazifascista e quello stalinista, cioè alla chiusura di giornali o addirittura all’assassinio di chi denunciava pubblicamente il potere. Nulla di tutto ciò oggi parrebbe possibile, in un’epoca, appunto, dove ognuno ha uno smartphone o un PC con il quale collegarsi con il mondo.

I social sono il vero sistema circolatorio dell’informazione. E nessuno può più ragionevolmente credere che siano “piattaforme neutrali” che si limitano ad ospitare i contenuti. Non sono servizi di “hosting” di testi e immagini, hanno potenti algoritmi che da un lato distribuiscono pubblicità, dall’altro veicolano i contenuti. Nei mesi della pandemia, sia Facebook che Twitter hanno modificato i rispettivi ‘termini di utilizzo’ restringendo la diffusione di opinioni assimilabili al mondo ‘no vax’. Non si trattava di censura in senso stretto, ci si poteva continuare a scatenare sul tema ‘si-vaccino-no-vaccino’, solo che le opinioni non gradite venivano rallentate. In pratica non le vedeva più nessuno. L’algoritmo tirava il freno a mano e il post ‘taggato’ come non gradito non era più in grado di diffondersi. Ognuno di noi poteva postare opinioni controcorrente rispetto a quelle ‘governative’, ma di fatto l’algoritmo di Facebook, aiutato da migliaia di fact checker setacciava l’infinità dei post pubblicati quotidianamente e laddove ravvisava posizioni ‘troppo eterogenee’ ne limitava la visibilità.” (fonte: Agenda Digitale)

Le piattaforme social sono certamente gratuite ma non sono di tutti, hanno un padrone, lo stesso che decide le regole di ingaggio. Ci sono post e post, puoi trovare la foto di un gattino con milioni di like e l’articolo di un noto scienziato semplicemente ignorato. Il sistema decide cosa evidenziare e cosa no. Anche dalla cerchia di “amici” virtuali non ci vengono recapitati tutti i post ma una selezione in base ai nostri gusti, alle nostre preferenze e interazioni, ma anche in base all’inserzionista pagante o alla parte politica da spalleggiare durante le elezioni. Il caso di Trump, il potente Presidente degli Stati Uniti d’America bannato da Twitter, il caso della “Bestia” di Salvini che moltiplicava le visualizzazioni e quindi il consenso del segretario della Lega con tecniche di falsi profili e fake news o gli oramai famosissimi interventi degli hacker russi per invadere il campo elettorale di diverse nazioni, ci danno la cifra dello stato presente delle cose.

Il caso più eclatante e discutibile è quello di Robert Malone. Malone è uno scienziato e ricercatore americano, uno dei primi ricercatori ad occuparsi di mRNA. Nei mesi successivi all’autorizzazione dei vaccini, Malone ha raccolto ampio consenso di pubblico e di seguito online intorno all’idea della controindicazione dei vaccini mRNA nei bambini (tema su cui ancora oggi il dibattito è decisamente aperto). Improvvisamente, senza preavviso, il 30 dicembre 2021, Twitter sospende definitivamente l’account di Malone, che aveva oltre 500.000 followers. Malone era uno scienziato, un ricercatore, una voce autorevole sull’argomento e parlava attraverso dati e informazioni. Non complottismo di basso livello”. (fonte: Agenda Digitale)

C’è anche la storia di Jacopo Fo, figlio del più noto Dario e di Franca Rame, che guadagnava anche grazie ai proventi provenienti dalla sua pagina Facebook. Circa mille dollari al mese provenienti dalle inserzioni pubblicitarie che la piattaforma metteva sui suoi video e che avevano un’audience mensile che si aggirava sui 23 milioni di visualizzazioni. Nel momento in cui ha trattato i temi della pace inerenti la realtà ucraina e quella palestinese si è accorto che le visualizzazioni erano abbondantemente calate e il contributo da creator di Facebook si era annullato arrivando alla misera somma di 5 centesimi.

“FB pratica verso le pagine che pubblicano contenuti pacifisti la tecnica dell’oscuramento nota come shadowban. Questa forma di censura comporta la riduzione parziale o totale della visibilità dei post su altre home page. Questa modalità è subdola in quanto non viene comunicata né giustificata in nessun modo all’utente censurato, né viene dato modo di contestare questa decisione, discuterla o ottenere informazioni sulla sua durata e intensità”. (fonte: Il Fatto Quotidiano)

L’Hampton Institute, un centro studi della sinistra radicale statunitense che prende il nome dal leader delle Black Panther Fred Hampton, ha denunciato su X che le piattaforme Instagram e Facebook bloccavano scientificamente i post che raccontavano ciò che accadeva in Palestina, a volte mascherandole da errori tecnici. A sua volta YouTube avrebbe cancellato i video che mostravano la vita quotidiana nella città di Gaza negli ultimi decenni.

Sono centinaia le storie di utenti molto seguiti che sono stati tacitamente oscurati quando hanno iniziato o intensificato la scrittura di post di denuncia su particolari tematiche. In questo senso, non v’è dubbio che desta più scalpore l’olio di ricino del ventennio, l’oscuramento dei Social in Russia o Cina, gli arresti iraniani delle donne che non indossano il velo o le lapidazioni dei talebani, ma questo non vuol dire che il democratico Occidente non soffra di problematiche censorie e vessatorie per la libertà di espressione altrettanto utili al potere, costituito o meno, anche se quasi impercettibili. Non ti arresto ma ti confino nel dimenticatoio, non ti manganello ma ti porto al suicidio con una campagna diffamatoria quanto falsa. Si è solo raffinata la tecnica per rendere la censura e l’ostracismo sociale impercettibili.

Tutta questa costruzione del ragionamento è stata necessaria per arrivare infine al dunque partendo da una base solida. Molto probabilmente il fascismo 4.0 non passa dallo Scurati di turno che non può leggere un testo in Rai, da Amadeus o da Fazio che scelgono di “esiliarsi” sul Nove con contratti milionari o dell’Annunziata che prova la via politica europea insieme, anche se in liste diverse, a Santoro. La censura non è più così evidente come con le epurazioni pervenute per tramite del famoso ‘editto bulgaro’ berlusconiano. È una censura più subdola che passa dal nostro stesso consenso ad un sistema che funziona in un certo modo, anche nell’ambito della comunicazione mass-mediale.

È estremamente difficile immaginare come il terrorismo puro possa funzionare indefinitamente. Può funzionare per un periodo abbastanza lungo, ma penso che, prima o poi, bisogna introdurre un elemento di persuasione, un elemento per convincere le persone ad acconsentire a ciò che sta loro accadendo. Ebbene, mi sembra che la natura della rivoluzione definitiva che ci troviamo di fronte sia proprio questa: che stiamo sviluppando tutta una serie di tecniche che consentiranno all’oligarchia un tipo di controllo – che è sempre esistito e presumibilmente esisterà sempre – per convincere le persone ad amare davvero la propria servitù”.  (Aldous Huxley, L’ultima rivoluzione, 1962, tradotto dalla redazione  dall’originale testo in ’inglese)

Saremo, o meglio, siamo schiavi pur immaginandoci liberi. Una censura soft, dunque, impalpabile, un nuovo tipo di fascismo non fondato sulle purghe ma sul consenso. L’idea alternativa semplicemente non esiste, è oscurata dai social network e ignorata scientificamente dai canali informativi mainstream, anche quelli più tradizionali. Non passi in tv, non ti pubblicano l’articolo sul giornale, non mettono in evidenza il tuo evento, magari anche molto partecipato e se non passi da questi canali semplicemente non esisti, vieni soffocato dai flutti tumultuosi di migliaia di altre notizie che vanno dal gattino rimasto incastrato sull’albero alla crostata più grande d’Italia.

Spesso ci capita di parlare con la gente comune in merito al pericolo della moltiplicazione delle telecamere in città, delle pubblicità di quel prodotto che ci appaiono sui social magari perché abbiamo fatto qualche ora prima una ricerca su Google o dei dati personali e spesso intimi che diffondiamo sul web con leggerezza. Spessissimo ci viene risposto che ben vengano le telecamere e la sorveglianza informatica se questo ci aiuta a bloccare i delinquenti…alla fine noi non facciamo nulla di male!

Se è grande il livello di penetrazione della tecnologia nelle nostre vite, è altrettanto grande il grado di assuefazione della gente alla loro presenza. Siamo già arrivati allo smartphone infestato da trojan che possono comandare da remoto la fotocamera o registrare audio. Siamo giunti all’esplosione della quantità di notizie che crea una naturale oscurità nell’utente che non riesce più a distinguere tra vere e false notizie (fake news). Siamo in piena fase sperimentale per l’impianto di chip nel cervello umano che ci permetteranno di dialogare direttamente con i dispositivi digitali.

Siamo sicuri che il nuovo fascismo si rivelerà con i manganelli? Siamo sicuri che il nuovo fascismo non sia già qui, in mezzo a noi? 

Malanova vostra!

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