RENDERE TONDO CIÒ CHE È QUADRATO. ANCORA SUGLI ZAPATISTI IN CALABRIA

Intrecciamo il percorso iniziato con l’articolo Marx e l’inchiesta operaia con la notizia dello “sbarco” degli zapatisti in Europa. Un’occasione unica per riflettere sulle provocazioni politiche sperimentate con tanto sacrificio e dispendio di vite umane in Chiapas e su come dovrebbero e potrebbero contaminare l’asfittico panorama “antagonista” italiano e calabrese.

In uno splendido articolo di qualche tempo fa, i militanti europei che sbarcavano trasognanti in Chiapas venivano dalle comunità indigene bollati come “zapaturisti”. Spesso, infatti, risulta più semplice tifare per le lotte altrui che agirne di proprie.

Perché compas, una cosa è gridare ‘non siete soli’, ed un’altra affrontare solo col proprio corpo una colonna blindata di truppe federali, come successe nella zona degli Altos del Chiapas, e sperare che con un po’ di fortuna qualcuno lo venga a sapere, e sempre con un po’ di fortuna sperare che chi lo viene a sapere si indigni, e che con un altro poco più di fortuna chi si indigna faccia qualcosa.1

Il primo tema che tratteremo si riallaccia, come dicevamo, all’articolo su “Marx e l’inchiesta operaia” dove concludevamo con questo assunto:

il lavorio militante dell’inchiesta diventa necessario per saggiare se il “movimento operaio” esista nella realtà e non solo nelle fantasie settarie, perché se il “movimento” esiste, esiste ma, se non esiste, si può lavorare per una sua maturazione, anche se, di certo, non lo si può inventare!

Questa constatazione è stata fatta propria dall’EZLN quando, partendo da una rigida teorizzazione preassemblata a freddo, si è trovato di fronte alla realtà pulsante delle comunità indigene con la loro ancestrale visione del mondo.

Affermava Marcos in un’intervista del 1999:

Noi siamo arrivati con un progetto, un’idea: cambieremo il mondo e lo cambieremo per mezzo delle armi; ed è un assurdo che si possa imporre un’idea con l’argomento delle armi e abbiamo fatto il nostro primo combattimento e lo abbiamo perso, fortunatamente, lo abbiamo perso il nostro primo combattimento. Fu con la concezione degli indigeni […]. È che noi siamo arrivati con proposte politiche quadrate da fuori, vuol dire che il problema del politico professionista è che non capisce l’altro, il differente. In questo caso le comunità indigene hanno un altro modo di fare politica e un’altra maniera per vedere la propria vita, la propria vita politica e ciò con cui ha a che fare. Sicché proposte organizzative rigide non tardarono ad andare in conflitto con proposte più aperte. La vita in comunità è molto aperta, molto vicina, non dico che sia buona o che sia meglio della vita urbana, però le unioni sono molte, tutto si sa, tutto si racconta allora devi essere più sincero. In una certa maniera questo genera una forma di fare politica che si scontra con i progetti di un’organizzazione politico-militare come eravamo noi […]. Il problema principale fu lo scontro culturale. Noi siamo arrivati con concezioni urbane occidentali, come dicono ora, e ci siamo dovuti confrontare con il problema del linguaggio. La lingua e il problema della cultura. Il nostro primo intento fu quello di provare a tradurre questa concezione politica che avevamo del mondo. Noi diciamo una concezione molto quadrata, provare a tradurla nel mondo indigeno e quello che è successo fu che non siamo riusciti a tradurla perché quando i compagni indigeni ricevevano questa la trasformavano, l’idea quadrata la rendevano un cerchio e la completavano in aspetti che noi non potevamo immaginare; quindi l’EZLN non nasce propriamente 15 anni fa il 17 di novembre o quando arrivarono i primi compagni, l’EZLN nasce come tale quando le comunità l’afferrano e lo modellano com’è ora.2

Questo il “peccato originale” dei militanti (o attivisti come oggi si chiamano) di tutti i tempi. Aderire a un dogma e provare a evangelizzare le masse barbare e ignoranti, mettergli in bocca slogan posticci che non partono dalla loro reale comprensione, dal loro vissuto; ventilare obiettivi incomprensibili per il livello di maturazione delle comunità che si incontrano sul proprio cammino.

Questo atteggiamento porta a costruire contenitori chiusi e ben definiti, con un programma e obiettivi chiarissimi, ma che non incontrano la volontà popolare che alla fine, come affermava Marx, seguiva i borghesi radicali, o che facevano i radicali salvo essere puntualmente tradita. Sembra la storia recentissima degli iscritti FIOM che votano Lega come alcuni meridionali o comunque una grossa fetta della popolazione italiana. Sembra la storia recentissima del Movimento 5 Stelle che va al governo con parole d’ordine saccheggiate di qua e di là e con un piglio deciso e diretto tra il manettarismo e il manipulitismo.

L’EZLN, affermava Marcos, è diventato dirompente quando si è messo ad ascoltare direttamente gli indigeni, quando ha appreso il loro modo di intendere le cose, quando da quadrato è divenuto cerchio. Allora, abbandonata l’idea di evangelizzare con il fucile, senza deporre le armi, ha continuato un’attività lenta ma costante di costruzione di autonomia con i caracoles, le giunte di buon governo, i presidi scolastici e sanitari, l’organizzazione dell’agricoltura. Si è strutturata anche una nuova forma di governo comunitario sintetizzato nella formula del “comandare obbedendo”:

Però quanto è indigena l’EZLN se lei continua ad essere il leader di questo movimento? Chi lo comanda veramente?

[…] Marcos non può prendere iniziative o decisioni da solo, né dire al Comitato che deve fare, ma è il Comitato che deve tracciare la rotta. Questo Comitato è agganciato e fissato alle comunità, non può prendere, perché sono eletti democraticamente, non possono prendere decisioni contro le comunità sovradeterminandoli negli accordi perché la comunità li revocherebbe, li leverebbe. Questo fa sì che il processo di presa di decisioni nell’EZLN sia molto lento, però molto solido. Quando l’EZLN lancia un’iniziativa è perché già ha il sostegno della sua gente e può scommetterci su questo per quanto è sicuro.

Il metodo zapatista, certo, si scontra con la situazione di assoluta marginalità in cui sono tenute le comunità indigene in Messico ma, dall’altra parte, fruisce di un tessuto relazionale e spirituale ancora vivo. La lentezza è il motore primario, quella lentezza che costruisce mattone su mattone un edificio robusto di relazioni e di consapevolezza. Quando l’EZLN lancia un’iniziativa è perché già ha il sostegno della sua gente. Le persone, in Chiapas, si parlano, cooperano, si rispettano reciprocamente.

Far rivivere queste sperimentazioni alle nostre latitudini è complicato, specie se la riproposizione nelle nostre menti ha un passamontagna in testa e un fucile in mano. Qui da noi avremmo dalla nostra una situazione politico-economica meno estrema, certo, ma si dovrebbe sicuramente fare i conti con la frammentazione delle comunità, un individualismo sfrenato di matrice capitalistica che ha investito ogni cellula del nostro essere, anche all’interno del movimento antagonista, cooptato da una febbre di popolarità che spinge le diverse cellule a gareggiare tra loro per acquisire le prime pagine o una leadership basata sul nulla, sulle macerie.

Allora sarebbe auspicabile, invece di scattarsi l’ultimo selfie davanti a uno striscione recante lo slogan di moda, prendere consapevolezza di queste macerie, capire una volta per tutte che il movimento è morto e che noi l’abbiamo ucciso. Da lì e solo da lì si potrebbe tentare la risalita, smettere di tentare di rimettere insieme i cocci andati in frantumi e costruire con lentezza e fatica, mattone dopo mattone, un nuovo edificio, ricominciando dalle fondamenta.

Non è facile, certo, questo crea sgomento e angoscia. Bisogna smetterla di tifare per le lotte altrui, di mettersi al petto le medaglie degli altri, di sventolare le altrui bandiere e cominciare un lavoro difficile di tessitura che non si sa dove potrà portarci. Significa rinunciare a leggere l’ultimo libro che parla del Rojava o guardare l’ultimo film sugli anni ’70, significa non aver tempo per molte questioni personali, significa rendere tondo ciò che è quadrato.

Redazione di Malanova


note:

1 Disponibile al seguente URL: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/05/28/tra-luce-ed-ombra

2 Disponibile al seguente URL: https://resistenzantisistema.noblogs.org/post/2012/05/10/subcomandante-marcos-intervistato-a-15-anni-dalla-nascita-dellezln

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