Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

(Antoine-Laurent de Lavoisier)

Nelle linee di indirizzo per l’adeguamento del Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR) della Regione Calabria, approvate dalla giunta nella seduta del 2 novembre, emergono alcuni indirizzi preoccupanti che, da un lato, confermano le linee programmatiche del PRGR approvato nel 2016 e dall’altro introducono alcune “novità” che, come nel gioco dell’oca, riportano la Calabria al punto di partenza.

L’enfasi posta dall’Assessore De Caprio all’indomani dell’approvazione delle nuove linee di indirizzo non lascia alcun dubbio: “discariche zero entro due anni, impianti di nuova generazione per produrre ricchezza e lavoro in una Regione pulita e sostenibile”.

La prima cosa che ha catturato la nostra attenzione è la riproposizione dello slogan di oliveriana memoria coniato però dal deus ex machina della Regione, Domenico Pallaria “discariche zero entro due anni” che, sommate ai cinque anni della trascorsa Giunta Oliverio, fanno 7 anni tondi tondi! Peccato che tra dichiarazioni e fatti concreti ci stanno di mezzo 12 discariche (già esistenti e alcune da realizzare) che portano la capacità di abbanco rifiuti a un totale di 1.900.000 metri cubi.

Tolta quindi la coltre ideologica della “raccolta differenziata al 65% entro il 2022” (vincolo imposto ciclicamente dalla normativa italiana), del marchio “Compost Calabria” per la produzione di ammendanti compostati per l’agricoltura e della raccolta e smaltimento dei pannolini e materassi, resta la sostanziale conferma del vecchio PRGR con l’ntroduzione di tre nuovi impianti (Lamezia Terme, Gioia Tauro e uno non meglio identificato nell’Ato di Cosenza) per il trattamento dell’organico con un incremento del potenziale di 125mila tonnellate. Inoltre è stato introdotto il potenziamento dell’inceneritore di Gioia Tauro con l’attivazione della terza e quarta linea (ricordiamo che oggi delle due linee esistenti a stento ne funziona una).

Ma come pensa questa Giunta di raggingere gli obiettivi imposti dal diritto comunitario sull’economia circolare?

Con una “gestione ecocompatibile del sottovaglio degli impianti TM e TMB ” costruendo 3 nuovi impianti industriali di vetrificazione capaci di trattare gli scarti provenienti dagli impianti TM (Trattamento Meccanico), TMB (Trattamento Meccanico Biologico) e dal trattamento dell’organico da Raccolta Differenziata. Questi nuovi impianti potranno inoltre trattare i fanghi di depurazione e il percolato proveniente dalle discariche. Il primo impianto sorgerà nell’area Nord dell’ATO di Cosenza, il secondo nell’Ato di Catanzaro al servizio delle province di Crotone, Vibo e Catanzaro, il terzo nell’area sud della Città metropolitana di Reggio Calabria.

Ma cosa sono questi impianti di vetrificazione?

Sono impianti la cui tipologia rientra tra quelle di incenerimento/coincenerimento dei rifiuti e che prevedono la tecnologia dell’ossicombustione cosiddetta “flameless” con recupero di CO2; i processi di ossidazione avvengono ad alta pressione e con temperatura altrettanto elevate che possono variare tra i 1250 e i 1500°C e hanno luogo “senza fiamma” (flameless, appunto). La combustione “flameless” utilizza come comburente l’ossigeno tecnico in luogo dell’aria. La particolarità di questa tecnologia è che le ceneri e le polveri prodotte fondendo si vetrificano producendo piccoli granuli simili al vetro. Resta il problema degli scarichi gassosi prodotti dalla ossicombustione che, per i sostenitori di questi impianti, possono avere uno sbocco sul mercato una volta lavorati per produrre CO2 commerciale da vendere, per esempio, per riempire gli estintori. Così facendo, non verrebbero immessi gas nell’atmosfera (sic!). Lo scarto vetrificato potrebbe avere, sempre secondo i proponenti di questa tecnologia, un utilizzo nel mercato dell’edilizia come materia prima seconda da utilizzare come inerte per i sottofondi stradali o nelle realizzazioni di manufatti cementizi. Questo sbocco sul mercato però – è bene evidenziarlo oggi è ancora molto debole e questo aumenterebbe il rischio di ricorrere a ulteriori e nuove discariche per lo smaltimento.

Dal punto di vista generale va sottolinenato che, secondo l’Enea, l’ossicombustione è una delle opzioni attualmente più accreditate e interessanti per la riduzione delle emissioni di CO2 da parte degli impianti per la produzione di energia elettrica. Essa è applicabile sia per il retrofitting di impianti a carbone esistenti, sia per la realizzazione di centrali termoelettriche di nuova generazione. L’Enea parla di una tecnologia che può avere una certa utilità nell’adeguamento di vecchi impianti a olio combustibile, a carbone e per nuove centrali termoelettriche. Non è un caso che uno dei primi studi pilota sia nato proprio nel Sulcis, in Sardegna.

L’adattamento di questa tecnologia ad altre tipologie di masse da trattare come i rifiuti, i fanghi di depurazione e il percolato è ancora in fase sperimentale in alcuni impianti dimostrativi come quello pugliese di Gioia del Colle, gestito dalla società ITEA con brevetto ISOTHERM PWR®. Questo impianto poco più di un anno fa è stato sottoposto a sequestro dai carabinieri del Noe perché all’interno sarebbero state riscontrate «attività di trattamento e smaltimento, in mancanza delle necessarie autorizzazioni, di rifiuti anche pericolosi tra cui materiale cancerogeno e teratogeno, miscelazione di rifiuti mediante macinazione con acqua, diffusione in atmosfera di emissioni gassose potenzialmente pericolose» e un «quadro di cogente pericolosità per la salute pubblica e la collettività che rende indifferibile l’adozione di una cautela reale che impedisca la prosecuzione dell’attività dell’impianto e il versamento in atmosfera di emissioni gassose». Nel provvedimento di sequestro è stato evidenziato che «la stratificazione e volgarizzazione del sapere scientifico originario e il mancato apporto di metodologie innovative nella struttura dell’impianto o nel ciclo produttivo sollevano perplessità sul meccanismo delle proroghe o della rinnovazione dell’autorizzazione alla gestione dei rifiuti in via sperimentale».

L’esempio dell’impianto di Gioa del Colle dimostra come le sperimentazioni per testare le cosiddette innovazioni tecnologiche, rappresentate in questo caso dagli impianti di ossicombustione flameless, debbano essere sempre condotte in modo sicuro attraverso un’attenta e autonoma valutazione dei risultati scientifici conseguiti e un’adeguata analisi relativa alle ricadute ambientali, sanitarie e sociali che impianti di questo genere, sostanzialmente obsoleti, hanno sui territori.

Prevedere la realizzazione di tre impianti di questa natura (con una capacità unitaria di 70mila ton/anno) vuol dire regredire a politiche di gestione del ciclo dei rifiuti di tipo “inceneriste” con l’aggravante che per tali impianti sono stati ipotizzati dei costi unitari di 40milioni di euro.

Il principio precauzionale, avere appunto un approccio di tipo cautelativo per quel che riguarda le decisioni politiche, economiche e sociali legate alla gestione di questioni scientificamente controverse, non può essere barattato con qualche presunto posto di lavoro.

Se Capitano Ultimo non riesce a garantire ciò, quanto meno, senza scadere nel negazionismo scientifico, potrebbe attenersi a quella che in chimica è nota come legge della conservazione della massa!

La redazione di Malanova

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