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FIAT. 14 OTTOBRE 1980, TECNICA DI UNA SCONFITTA OPERAIA

Nella notte tra il 14 e 15 ottobre di 40 anni fa, a Roma, nella sede del ministero del lavoro il capo della Fiat, Romiti, scriveva di suo pugno, su richiesta di Lama, Carniti e Benvenuto – i tre segretari rispettivamente di CGIL, CISL e UIL – l’accordo che stroncava la lunga lotta dei lavoratori della più grande azienda italiana: 35 giorni ininterrotti di assemblee, di cortei, di blocco di tutti i cancelli, di manifestazioni di massa di metalmeccanici, studenti e con la solidarietà di una intera città. Quale ruolo svolsero le organizzaizoni tradizionali del movimento operaio è riportato in decine di cronache di allora. Noi riprendiamo un articolo di Marco Melotti*e Franco Lattanzi**, scritto a caldo immediatamento dopo la vertenza FIAT per la rivista Collegamenti – per l’organizzazione diretta di classe (QUADERNO 2 – Roma 1°/XII/’80)***. La collocazione di quella sconfitta viene qui inserita all’interno di un processo di atomizzazione del lavoratore collettivo con le politiche della diversificazione salariale e professionale che mutano l’organizzazione capitalista del “sapere operaio”: una nuova organizzazione dei saperi individuali in un’organizzazione funzionale allo sviluppo tecnologico del Capitale. Qui è il capitale stesso a sviluppare una cultura del soggetto: l’operaio non più come “oggetto inerte” ed appendice delle macchine, ma come soggetto produttivo integrato nella fabbrica automatica ed informatica.


TECNICA DI UNA SCONFITTA. IL SOGGETTO OPERAIO DEL DOPO FIAT

Premessa

Questo intervento è stato svolto per un convegno tenutosi a Milano l’8/9 novembre dell’area di “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe”. Scritto a caldo immediatamente dopo la chiusura della vertenza FIAT, è un tentativo di fornire alcune ipotesi interpretative, sia sul ruolo svolto dal PCI nella lotta, sia sul “soggetto” e sulle forme di soggettività emerse nel corso della vertenza. E’ un testo “politico”, forse troppo, ma ciò che ci interessava cogliere e comunicare immediatamente, è la sostanza politica dello scontro. Alcune delle ipotesi qui esposte hanno trovato conferma immediata nelle settimane seguenti: il “problema dei ‘40.000’ è divenuto infatti l’asse di una ulteriore riorganizzazione del sindacato che dopo aver sottovalutato e nascosto in maniera criminale la portata di questa “nuova ventata di integrazione sociale”, oggi la rincorre, ponendola al centro di una ennesima politica “anti-operaia”. Altre ipotesi occorrerà verificarle su un periodo di tempo più lungo, come ad esempio la possibilità e le modalità di formazione di un nuovo soggetto sociale antagonista. Ciò che invece ci sembra sostanzialmente confermata è la politica del PCI. Dopo la Fiat, gli scandali e il terremoto al sud, il PCI si appresta a una nuova “svolta”. Ebbene, di fronte a chi certamente seguirà questa “svolta” con la speranza di una nuova “Grande Sinistra”, noi pensiamo invece che occorra riconfermare il nostro giudizio. A ben vedere la “svolta” implica una prospettiva politica ancor piu a ‘destra’ del compromesso storico. E questo non tanto perchè l’area del ‘compromesso’ si è allargata fino al buon Zanone e al PLI, ma perché l’alternanza democratica’ ribadisce i contenuti sociali dell’accordo DC-PCI e li amplifica. Ed a togliere le speranze ai “soliti illusi” basterebbero le dichiarazioni di Chiaramonte sulla sostanziale continuità della linea del ‘compomesso’, nella nuova forma dell’alternanza, che non esclude i ladri democristiani, ma solo quelli talmente idioti da farsi cogliere con le mani nel sacco. Ma c’è dell’altro. I contenuti sociali del ‘compromesso storico’ rimangono inalterati: l’ Eur/bis deve riconfermare la “linea dell’Eur”, il nuovo stato etico del lavoro, forte della sana spinta “rinnovatrice” dei ‘40.000’ – che devono essere recuperati, e valorizzati dal partito più che dal sindacato – si presenta ancor oggi come il modello ideale di un “social-capitalismo” efficente, tecnocratico, incorruttibile. Come dire, lo scenario è immutato, gli attori si sono cambiati la maschera, lo spettacolo può continuare.

1 – introduzione

Gran parte delle domande riguardanti l’attuale politica si possono riassumere in questa: “Che ne sarà del soggetto sociale del dopo Fiat?” Perché il problema è proprio lui: questo soggetto sociale e politico che che dal ’69 ad oggi è stato irreducibile dentro le compatibilità del sistema. Un soggetto sociale inseguito e ricercato da partiti e sindacato da politici e sociologi, ma quasi mai colto nella complessità delle sue articolazioni. Un soggetto in processo, che ha lavorato a fondo la società italiana, mutandone l’aspetto in modo impressionante in un solo decennio. Questo soggetto, formatosi a partire dalla fine degli anni ’60, dalle Università alle scuole medie, dalle fabbriche all’hinterland della metropoli capitalistica sembrerebbe dopo la sconfitta FIAT aver perso, in parte o completamente la propria carica trasformativa. Dentro questo soggetto la sconfitta si è consumata su due terreni: – su quello della cultura e dell’immaginario della sinistra – su quello della composizione di classe. Se il 77 ha segnato la fine di una cultura unitaria della sinistra, l’autunno ’80 alla FIAT ha ratificato la sconfitta di una composizione politica unitaria della classe operaia. Oggi occorre prender atto – nonostante quanto pensi il “Manifesto” o “D.P.” – che la “Sinistra” non esiste più, non esiste come cultura ed immaginario sociale, non esiste come modello sociale antagonista. Certo, tutto ciò era vero anche dieci anni fà, ma oggi quella che era coscienza intellettuale in rivolta diventa evidente a livello di massa. Negli anni dal ’77 a ’79, l’immaginario della sinistra è esploso dall’intemo di fronte alla soggettività del nuovo movimento, ed è crollato all’estemo sotto i colpi di una crisi internazionale che ha definitivamente liquidato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, i miti del “socialismo reale”, di Cuba, del Viet-nam e della Cina. Oggi questa “crisi” si sposta dentro la cittadella ‘operaia’ del riformismo, che vive una crisi profonda. Lo riconosce la Rossanda in uno dei più sensati interventi del dopo-Fiat: “Mai la povertà della cultura della sinistra è stata messa a nudo dagli Agnelli come nell’ottobre 1980. Voglio vedere chi parlerà di nuovo modello di sviluppo, di buona controllata e programmata imprenditorialità, quando non ha avuto niente da dire nel momento in cui la più grande azienda nazionale modificava ambito e regole del suo potere” (Il Manifesto 22.10.1980). Ma se intellettuali, economisti, sociologi, politologi e membri dei Comitati Centrali sono rimasti rigorosamente infrattati ciò non dipende solo da vigliaccheria intellettuale e povertà propositiva. Ciò di cui Rossanda non si accorge – e che costituisce l’equivoco del suo “appello all’unità” – è come oggi non esista più nella sinistra un’istanza riformista. Il riformismo prevede un impegno di trasformazione, sia pur mediato dalle compatibilità, impegno che il PCI oggi non ha nessuna intenzione di portare avanti, soprattutto per quanto riguarda la fabbrica ed il capitale industriale. Paradossalmente, nel momento di maggior presenza del PCI nella fabbrica, (e sulla natura di questa presenza torneremo in seguito) i comunisti non hanno il benchè minimo progetto trasformativo, per quanto riguarda la materialità dei processi produttivi e le relazioni industriali. E’ nel fuoco della vertenza Fiat che si verifica come nessuna delle proposte tradizionali della ‘Sinistra’ avesse più senso. Nè la nazionalizzazione, né il controllo sindacale o statale potevano di fatto rappresentare alternative, perché prima che sul piano politico, queste erano ormai fuori gioco su quello ideologico e teorico. Il “governo operaio della crisi” si é svelato per quello che è: la subordinazione totale alla cultura della crisi sviluppata dal Capitale contro la classe operaia. La controffensiva sull’orario di lavoro (35X40) è restata ai margini del dibattito, forse anche perché in essa si esaltava di più la “rigidità” che le effettive capacità di liberazione e trasformazione della produzione, capacità che avrebbero richiesto un punto di vista rivoluzionario sul problema dell’automazione, oggi completamente assente. Oggi la trasformazione marcia solo sul versante del Capitale: la forza-invenzione e la capacità di anticipare nuove relazioni industriali sono tutte in mano al cervello collettivo del “Capitale” alla sua Scienza. La crisi della “cultura” della sinistra rimanda ad una crisi più profonda dentro la composizione, tecnica e politica, della classe. Se il 1977 ha rappresentato la fine di “un immaginario collettivo” della “Sinistra” spaccando verticalmente l’Unità delle sinistre – questo gran calderone dell’opportunismo e della mediazione – esso ha ancor di più messo in luce – con tre anni di ritardo – ciò che è awenuto all’interno del tessuto reale della classe. La rottura cioè dell’unità di classe, costituitasi negli anni ’60 intorno alla figura centrale dell’operaio comune della grande industria. Di fronte a ciò pochi hanno riconosciuto nella “scomposizione”, nella creazione di più mercati della forza lavoro, nel decentramento produttivo, un nuovo sistema di produzione e di comando sociale della fabbrica post-tayloristica. Se ci andiamo a rileggere gli interventi di quel periodo troveremo ovunque residui d’illusioni. Illusioni sul ruolo rivoluzionario dei ‘nuovi soggetti’, illusioni sulle capacità di tenuta della classe operaia centrale, illusioni sulla possibilità di espansione di una democrazia progressiva a prescindere dal nodo dei rapporti sociali nella produzione. Ciò che è necessario riconoscere è come la sconfitta Fiat segni sia la sconfitta della classe operaia centrale, che perde sul terreno della “resistenza”, sia la sconfttta dell’operaio sociale, che nella sua separatezza non si costituisce come “autovalorizzazione”, ma come valorizzazione capitalistica della forza lavoro mobile e precaria contro la rigidità del settore centrale della classe. Ma rispetto al ’77 bisogna cogliere un’ulteriore modificazione. Oggi non ci si limita più ad amministrare la divisione in “garantiti” e “non-garantiti”. Attraverso questa divisione si è arrivati a mettere in discussione tutto il sistema delle “garanzie” politiche e sindacali. La tenaglia che dal 1974 ad oggi ha governato la strategia offensiva del capitale si è chiusa intorno al corpo centrale della classe. I tronconi del “lavoratore complessivo” si trovano rigidamente separati, a combattere isolatamente gli uni dagli altri, ed a volte gli uni contro gli altri.

2 – Il Caso FIAT

La vertenza Fiat è stata dunque uno scontro limitato dentro i confini aziendali e dentro condizioni particolari, quali la crisi dell’auto, la ristrutturazione tecnologica, l’eccesso di manodopera. Esso appare piuttosto come logica conclusione di un processo, che affonda le sue radici almeno in quel lontano 1974, in cui la prima massiccia Cassa integrazione alla Fiat segna l’inversione di tendenza nel ciclo delle lotte operaie degli anni ’60-’70. Ci sono voluti sette anni di trincea, c’è voluto l’aggiramento della grande fabbrica attraverso la diffusione del lavoro nero, ci sono volute innovazioni tecnologiche, modificazioni sostanziali del tradizionale ruolo di partiti e sindacati, per sconfiggere l’irreducibilità della classe costituitasi nel ’69. C’è voluto il terrorismo e la legislazione speciale: l’annientamento politico e militare dell’estrema sinistra. Di fronte a ciò l’offensiva finale alla Fiat suona come una “verifica dei poteri”. Si tratta di una gigantesca redistribuzione di ruoli fra sistema d’impresa e stato; fra Capitale e sindacato, fra sindacati e partito comunista. Ognuno di questi verifica sull’altro la propria incidenza: tutti esercitano il proprio potere sulla classe. In questa prospettiva l’offensiva Fiat era anche largamente prevedibile. Il licenziamento dei ’61 ne poneva le basi, attraverso un attacco verticale alla composizione politica della classe, incidendo proprio su quel punto critico costituito dal rapporto fra avanguardie, classe operaia e ceto politico pcista e sindacale. Qui si era già manifestata la crisi della composizione politica della classe che non era riuscita ad esprimere nulla d’alternativo alla superficiale difesa sindacale e alla selezione forcaiola del PCI. Il caso dei ’61 ha quindi anticipato lo svolgimento dell’intera vicenda: fin dall’inizio la regia era nelle mani degli Agnelli che hanno sapientemente condotto tutte le fasi dell’offensiva. Eppure lo svolgimento tattico dell’intera vertenza lascia ancora spazio per un’analisi più approfondita. Perché se qualcosa di nuovo c’è stato, ciò riguarda il comportamento del PCI, più forse che quello sindacale. La lunga estate di Berlinguer, la polemica con il PSI, il dissidio tra PCI e vertici sindacali sullo 0,50%, sono da analizzare più approfonditamente. Preannunciata dalla contestazione a Benvenuto da parte degli “afghani” del PCI, la virata a sinistra attuata nell’estate-autunno 1980 dal partito del compromesso ha scompaginato definitivamente la “sinistra extraparlamentare” e merita un’attenzione particolare. E’ evidente ad esempio che la “ratio” interna di questa lotta non risiedeva a Torino, ma a Roma. Le fasi dello scontro erano governate dalle strategie di avvicinamento e di irrigidimento del PCI verso il governo e, soprattutto, dalla polemica con Craxi. E’ stato già notato come il PCI abbia usato la lotta. Il PCI ha buttato nel gran calderone della “politica” il peso della classe: l’ha sacrificata nella lotta fra bande e corporazioni, in una battaglia “squisitamente” politica per la ripartizione dei poteri. Ma c’è di più. Qualcosa che in questa vertenza non appare chiaro, un senso di disagio nella ricostruzione dei fatti confermato dallo svolgimento del C.C. del PCI dopo la fine della lotta. Come se tutto fosse preordinato fin dall’inizio, come se la guerra Fiat non fosse che un gigantesco gioco di simulazione, un war-game. D’altra parte che lo scontro avesse un forte contenuto “simbolico” è chiaro a tutti. Per la Fiat si trattava di riportare una vittoria “esemplare” sulla rigidità operaia per il sindacato si trattava da parte sua di una “vertenza simbolica”, resa ancor più irreale dalla precedente impostazione del sindacato. Come dire che dopo aver permesso la ristrutturazione tecnologica, dopo aver isolato il corpo centrale della classe dalla complessità sociale, questo sindacato si batteva contro i licenziamenti. E tutto ciò dopo che la FIAT aveva già effettuato quasi 1.300 licenziamenti sotterranei di avanguardie dal 1978 in poi. Che non si trattasse di “necessità industriali” per un restringimento della base produttiva è dato scontato. La struttura stessa del mercato del lavoro nella grande fabbrica torinese permette una certa agilità di manovra, attraverso il blocco del turn-over, il prepensionarnento i licenziamenti concordati. Per la Fiat il problema non è mai stato quello di una semplice riduzione quantitativa dell’organico, ma quello di una riduzione integrale della forza-lavoro dentro un nuovo assetto, di relazioni industriali, che la facesse finita con l’insubordinazione e l’autonomia nel processo produttivo. Da qui la debolezza del sindacato, che su queste questioni era schierato oggettivamente con la ‘Fiat’ tanto è vero che mentre la vertenza era in pieno svolgimento, il sindacato lancia una campagna forsennata contro l’assenteismo all’Alfa-Sud. Ciò che era “naturale” aspettarsi fino dall’inizio era un accordo bidone classico, che convergesse sulla questione della produttività mascherando in parte i licenziamenti. Ma è proprio questo che non avviene: il sindacato, messo sotto pressione dal partito comunista accetta lo scontro frontale e simbolico.

3 – Il PCI alla FIAT

Qui la questione non è tanto limpida, a meno di non credere a un Berlinguer che dopo dieci anni di compromesso storico riscopre la “centralità della classe operaia”. Anche se a “Il Manifesto” e a DP ciò pare possibile, a noi sembra totalmente privo di senso. E in questa direzione, il dibattito tenutosi immediatamente dopo la sconfitta che conferma la sostanziale continuità della “linea Berlinguer” sul compromesso, ci sembra togliere spazio a qualsiasi illusione. Certo è che invece la “svolta” del PCI nell’estate-autunno del 1980 contribuisce a rendere ancor più carica di simboli la vertenza. Quest’inversione provoca un’improwiso rovesciamento dei ruoli classici instaurati fra PCI, sindacato e classe operaia torinese. Francesco Ciafaloni, in uno dei più lucidi interventi sulla sconfitta Fiat, così descrive la situazione creatasi nella classe a Torino in quei giorni. “I torinesi, che hanno il problema in casa e sono abituati a camminare inclinati quarantacinque gradi a sinistra per reggere il richiamo delle confederazioni, e che hanno anche loro una forte tendenza a caricare di simboli la vertenza – perché la centralità emblematica della Fiat è anche la loro centralità – restano di colpo senza contrappeso: si trovano di nuovo sostenuti dal loro partito, che li ha dispersi e percossi” (Il Manifesto 25.10.1980). Priva di contrappeso la classe operaia torinese si trova lanciata a tutta velocità contro il “muro” Fiat. Il PCI riacquista dopo anni un ruolo centrale nell’organizzazione della lotta. Ritorna un clima e una cultura veterocomunista. Anche ciò contribuisce a rendere irreale la lotta. Il soggetto sociale che regge lo scontro è un soggetto sociale “vecchio”. Vecchio come composizione prima che politicamente. E’ come se tutti i nuovi soggetti emersi nelle lotte dell’estate ’79 – che avevano allora impegnato al livello più alto la lotta dentro i nuovi processi produttivi, dentro l’automazione e l’informatizzazione dell’azienda – operassero invece adesso una sorta di “delega” verso la vecchia composizione di classe. Una composizione rigida, sì, ma rigida in difesa. Non a caso la lotta non percorre l’articolazione produttiva, come nel ’79, non è guerriglia dentro la produzione, ma guerra di trincea contro il “padrone”. Una guerra che nei ‘picchetti ad oltranza’ trova la sua rappresentazione simbolica, ma anche, oggi, la sua maggior debolezza. Assistiamo ad una divaricazione pazzesca fra composizione tecnica e politica della classe. Eravamo abituati a veder marciare insieme questi due aspetti: oggi invece di fronte ad una composizione tecnica mutata, modernamente razionalizzata dall’introduzione dell’automazione, della cibernetica, della flessibilità delle lavorazioni, troviamo una composizione politica anni ’50, egemonizzata dal Partito prima che dal sindacato. Come dire che la coscienza politica è posta fuori dalla fabbrica, esternamente ai rapporti di produzione, e a questo punto deve fare i conti con una società “normalizzata”, con la cappa di piombo calata da alcuni anni sulla società civile, grazie anche e soprattutto alla politica di pacificazione sociale condotta dal PCI. Mancano dunque i protagonisti dell’estate del ’79, mancano anche tutti gli altri: i soggetti sociali delle lotte sulla casa degli anni ’70, il proletariato urbano delle donne, gli studenti. La classe si trova da sola, come negli anni ’50: lo sciopero nazionale riesce nell’industria, ma fallisce al sud, nel pubblico impiego nei servizi. Per non parlare poi dei “non garantiti”, dei disoccupati del proletariato giovanile, totalmente estraneo alla vicenda. L’occupazione, che avrebbe riportato a Torino il clima necessario ad una nuova ricomposizione, un laboratorio prezioso per la classe intera, viene accuratamente evitata. In compenso il picchettaggio esterno logora la classe in un impegno puramente politico e simbolico. Scontato il finale: i 40.000 rappresentano l’emergenza di un blocco sociale della cui entità tutti erano consapevoli. Improvvisamente lo scontro si trasforma in una rotta, viene siglato l’accordo, peggiore quasi della prima proposta Fiat, il PCI da nerbo d’acciaio della lotta diventa il principale accusatore della classe, a cui rimprovera, dopo 35 giorni di lotta di non “rispettare la civile convivenza nelle assemblee!”

4 – Il sindacato dei consigli

Se alla chiusura delle vertenze facciamo i conti in tasca ai protagonisti sociali e politici troviamo che la Fiat ha ottenuto più di quanto aveva inizialmente richiesto, non solo perché i licenziamenti sono subordinati alle sorti dell’azienda, ma soprattutto perché ciò che ha ottenuto l’ha conquistato con una vittoria campale sul sindacato, ridimensionandone così il potere. Gli operai torinesi, oltre a perdere 60 miliardi di salari, vedono irrimediabilmente compromesso il proprio potere in fabbrica. Inutile farsi illusioni: gli operai posti fuori dalla Fiat sono ormai fuori dal tessuto sociale della fabbrica, i gruppi omogenei difficilmente reggeranno la controffensiva dei “capi” e della gerarchia di fabbrica. I capi, dal canto loro, si trovano al centro di un processo sociale restaurativo che ha già degli interlocutori nell’area laico-socialista e verso cui il PCI sta già reimpostando una strategia d’avvicinamento. La sconfitta diventa una palla che PCI e sindacato fanno rimbalzare fra di loro, finché rimane in mano al protagonista materiale della lotta: il sindacato dei consigli. E’ questa del sindacato dei consigli una “vexata questio” della sinistra italiana. Fiore all’occhiello del sindacato, bestia nera dei burocrati, il sindacato dei consigli nasce nel ’69 sulla scorta della più grande operazione giacobina mai lanciata dal PCI nei confronti del movimento operaio, perché – è bene ricordarlo in questo periodo di memorie e pentimenti – l’autunno caldo nacque e si sviluppò all’estemo della struttura sindacale. “Siamo tutti delegati” non fu slogan studentesco, come molti oggi vorrebbero, ma espressione alta di una spontaneità operaia costituitasi fuori e contro il sindacato. Il sindacato dei consigli venne dopo, come prima istituzionalizzazione di un’esperienza, dio ci perdoni, antistituzionale e rivoluzionaria. Esso fu la prima mediazione fra il nuovo movimento e il vecchio movimento operaio, fra il ’68-’69 e i grigi anni ’70. A distanza di dieci anni anche questa esperienza consiliare era diventata inconciliabile al clima di nuove compatibilità espresse nella strategia del compromesso storico. Se andiamo a rileggere la storia di questi anni del compromesso, risulta evidente come la linea del PCI si sia infranta metodicamente su due scogli alla sua sinistra, fra i tanti che aveva alla sua destra. Essi erano da una parte il movimento dei non garantiti, dall’altra la rigidità operaia ad accettare la linea dell’Eur, rigidità consolidatasi nei consigli, ultima espressione, sia pur mediata, di una volontà assembleare della classe. Per sconfiggere il “movimento” è stata necessaria la più selvaggia campagna di repressione che si sia mai abbattuta su un movimento di sinistra europeo dal dopoguerra ad oggi. Per sconfiggere il sindacato dei consigli è stato necessario simulare una lotta per gestirne la sconfitta. E’ questa la sostanza politica del “caso Fiat”, sostanza confermata dal successivo dibattito al C.C. del PCI, dove un caso come quello della Fiat è passato quasi indolore nel dibattito. La linea “Amendola” contro cui si levarono gli scudi di tutta la sinistra è oggi oggettivamente passata quasi indolore nel dibattito. Ed è passata non nella rigida staliniana contrapposizione fra Partito e Classe, come proponeva Amendola, ma nella più aggirante strategia compromissoria del gesuita Berlinguer. Il PCI s’è di fatto limitato ad abbandonare alla sua dinamica interna, alla forza d’inerzia che ancora esprimeva, il soggetto sociale della Fiat. Soggetto che esprimeva si una composizione di classe vecchia sul piano della ristrutturazione interna del ciclo di fabbrica e della nuova stratificazione del mercato della forza-lavoro, ma che ancora rappresentava l’ostacolo più “scomodo” per la razionalizzazione che il PCI tende ad introdurre nei meccanismi produttivi del capitale in Italia. Cosi da parte comunista si è assistito cinicamente alla sconfitta di un intero comparto di classe che andava consumando fino in fondo la sua esperienza e la propria valenza politica. Un soggetto che era stato il centro della “trasformazione” e delle aspettative di comunismo nell’Italia dagli anni ’60 agli anni ’70, e che ora consumava da solo la propria distruzione. Il PCI d’un sol colpo raggiungeva due obiettivi: si riaccreditava come “il partito operaio” e contemporaneamente liquidava definitivamente ogni variabile “impazzita” alla sua sinistra. Dimostrava, attraverso la sconfitta della linea ‘massimalista’ la giustezza della sua impostazione ‘revisionista’. Certo l’operazione ha costi enormi: ma il PCI da anni non fonda più la sua forza sulla forza operaia. Anzi la forza del PCI è inversamente proporzionale alla forza della classe. Il partito è l’amministratore della “passività”, non dell’azione di classe. Sgombrato il campo da quella variabile impazzita costituita dal sindacato dei consigli, in quanto residua espressione dell’autonomia decisionale della classe, il PCI può riaccreditarsi come partito di tutta la classe in vista di una nuova fase di compromesso e di nuovi equilibri. Sullo spazio, ormai normalizzato della società, oggi la “politica” del “compromesso” può ritornare al gioco delle parti, può amministrare la complessità sociale senza correre il rischio di un deficit di legittimazione. Di più si può dire solo che il PCI ha fatto più danni nella sua breve estate d’opposizione, che in tutti gli anni di compromesso.

5 – I 40.000

La lotta Fiat è ben lungi da costituire una sconfitta aziendale: costituisce la sconfitta di un “soggetto sociale”, della possibilità stessa di formazione di un soggetto sociale antagonista fuori e contro la legge della valorizzazione capitalistica. E’ in questa prospettiva che va colto il fenomeno dei 40.000. L’estrema sinistra tende invece a sottovalutarlo o a ridurlo a semplice movimento “reazionario” dei capi. I 40.000 non sono solo capi, ma anche operai ed impiegati. Sono la punta emergente di una trasformazione sociale che avviene dentro il lavoro produttivo. All’origine vi sono cause diverse: dalla vecchia e reazionaria collocazione anti-operaia dei capi e dei guardiani, alla dequalificazione e delegittimazione del comando che ha investito settori di impiegati e capi dopo l’automazione e informatizzazione di alcune linee di montaggio. Vi è anche la nuova gerarchia di fabbrica, tecnici adibiti a funzioni di controllo e di supervisione alle linee automatizzate ed ai robot. Qui si vanno a saldare le campagne per una maggior qualificazione e per una maggior diversificazione salariale. Si saldano non sul versante riformista, ma su quello della subalternità integrale al comando capitalista. Destino forse immutabile della classe: se la soggettività non diventa rivolta collettiva, movimento contro la legge del valore-lavoro, essa sarà invece richiesta di valorizzazione della propria forza-lavoro individuale all’interno della scala gerarchica capitalista. L’operaio come merce, altro che la società dei “produttori” di Trentin! Il dato nuovo è però nel fatto che questa “subalternità” oggi si organizza soggettivamente contro il resto della classe. Acquista dignità “politica”, e trova interlocutori, nell’area socialista di Craxi, nella Confindustria, ma anche nel PCI. Ecco come Aris Accomero risponde ad una domanda postagli dal “Manifesto” sulla collocazione politica dei capi: “…devo dirti che i capi a me sembrano più vicini al PCI che al sindacato. Loro criticano il sindacato, ma non è una critica qualunquistica: nel sindacato non trovano alcune ragioni che trovano invece nel partito comunista (…). Questo conferma la mia ipotesi: si tratta di uno strato sociale che ha ascendenze politiche e ideologiche che non ci sono antitetiche. Per dirla in termini semplici: i capi non sono necessariamente nemici, dipende da noi portarli o meno dalla nostra parte, capire le loro esigenze.” (Il Manifesto 26 novembre 1980). Ancora una volta il partito come istanza politica contro un sindacato eccessivamente dominato dall’ “operaismo ingenuo”. I 40.000 della “Fiat-sana-che-lavora” alla fine hanno molti più punti di contatto con il PCI del “giusto profitto”, dell’ “equo riconoscimento delle cacacità professionali” dell’ “efficientismo aziendale” e della “moralizzazione della cosa pubblica”, che non con il sindacato dei consigli, dove un quadro di “operatori sindacali” più o meno attraversati dal ’68-’69, più o meno legati alla “nuova sinistra” esprimevano ancora rigidità e intolleranza verso la linea dell’ “Eur” e la normalizzazione sociale. I 40.000 non rappresentano oggi la “vandea piccolo borghese” da sempre usata storicamente dal padronato contro la classe operaia. Qui siamo davanti a settori di classe operaia che si sono riciclati dentro il processo produttivo, andandosi a funzionalizzare definitivamente dentro il processo di accumulazione capitalistica. Sono lavoro vivo soggettivamente incorporato nel lavoro-morto, nel sistema di macchine che esprime la razionalità del Capitale. Non si tratta né di aristocrazia operaia, né di “nuova professionalità”: qui siamo di fronte al fatto che è l’ideologia del capitale stesso a far presa nel corpo di classe. Questo settore sociale di ‘disgraziati’ che ricercano una propria identità non nella lotta, ma nel lavoro: nella gratificazione di sentirsi parte di una macchina collettiva finalizzata alla riproduzione sociale capitalista: sono questi i “nuovi lumpen” della società post-tayloristica, gli uomini senza qualità su cui oggi può nascere l’ipotesi di una società totalmente organizzata dal Capitale. Si tratta di vedere chi per primo sarà il ‘portavoce politico’ di questa soggettività, se il “laburista” Craxi o “il real-socialista” Berlinguer. E se per il PSI e parte del padronato si tratta di giocare questo strato sulla linea dell’ “anticomunismo viscerale”, per il PCI occorre invece porli al centro di un “blocco storico” produttivo contro l’ “immoralismo” democristiano. Siamo di fronte oggi, da parte comunista, al tentativo di definire un “laboratorio sociale” per un modello di comunismo che è ancora una volta quello dell’ “agiografia” più becera dell’armamentario teorico del PCI: la società dei produttori, l’etica del lavoro abbinata ad un’equa ripartizione della ricchezza sociale in chiave di efficentismo e di qualificazione. Il PCI, nel dopo Fiat, si misura direttamente su questa “nuova soggettività” certo teoricamente a lui più vicina di quanto non lo siano gli “operai incazzati”, i giovani proletari le nuove leve operaie della stessa Fiat, da Adalberto Minucci definite il “fondo del barile”. D’altronde l’intero PSI, con Craxi in testa e Benvenuto quinta colonna sindacale, sta sviluppando questa cultura della crisi, cinica e ‘laburista’ in grado di compattare un blocco sociale “razionalizzatore” e laicamente inserito nello “Stato delle Corporazioni”. Il rischio è oggi che il “movimento di 40.000” si estenda, al di là della sua composizione sociale originaria verso strati rilevanti di vera e propria classe operaia. Una classe a cui il PCI e il Sindacato hanno fatto comprendere di persona “l’inutilità della lotta” e che oggi spingono verso nuove forme di integrazione sociale.

6 – Soggettività ed automazione

In questo processo di atomizzazione del lavoratore collettivo, la diversificazione salariale e professionale comporta una nuova organizzazione capitalista del “sapere operaio”. Una nuova organizzazione dei saperi individuali in un’organizzazione funzionale allo sviluppo tecnologico del Capitale. Qui è il capitale stesso a sviluppare una cultura del soggetto: l’operaio non più come “oggetto inerte” ed appendice delle macchine, ma come soggetto produttivo integrato nella fabbrica automatica ed informatica. Per questo la vertenza Fiat ha assunto una caratteristica generale: l’offensiva punta a rimuovere non solo la rigidità quantitativa della forza lavoro, ma anche la sua rigidità qualitativa, la sua autonomia. Nella fabbrica taylorista le lotte dell’operaio massa avevano scoperto come ribaltare la struttura del lavoro alla catena contro l’organizzazione capitalistica della produzione. La rigidità della catena diveniva rigidità operaia attraverso tutto un processo di articolazione della lotta in grado di scoprire le debolezze del sistema tayloristico di produzione. L’operaio ridotto ad “oggetto” dall’organizzazione capitalistica del lavoro scopriva una propria “soggettività antagonista” fuori e contro quest’organizzazione. Con l’introduzione alla Fiat ad esempio del sistema “Digitron” basato su sistemi automatici di produzione e su una fitta rete di “informazioni” elaborate elettronicamente cambia totalmente la posizione dell’operaio rispetto alla produzione. Alcuni spezzoni del piano di produzione devono essere gestiti dal basso, e d’altronde è necessaria una “cooperazione” fra lavoro operaio e intelligenza produttiva cristallizzata nel sistema di macchine, senza addentrarci nell’analisi complessiva della fabbrica post-tayloristica, analisi che richiederebbe altro tempo ed altro spazio, quello che ci preme sottolineare sono alcuni aspetti immediatamente politici. Il nodo centrale ci sembra quello di questa nuova ‘soggettività integrata’, di questa politicizzazione in negativo’ di cui i 40.000 rappresentano, a nostro avviso, solo un’avvisaglia. La fabbrica post-tayloristica ha dunque bisogno di un nuovo rapporto fra sistema produttivo e lavoro. Ha bisogno di una redifinizione del lavoro non in contrapposizione al sistema di macchine ma socialmente integrato ad esse. Ha bisogno cioè di una “cooperazione”, di una partecipazione soggettiva alla produzione, superiore a quella della “catena” taylorista. Essa richiede uno sfruttamento complessivo: della forza-lavoro, non più solo estorsione di lavoro fisico, ma un inglobamento del soggetto nella produzione, come fattore “intelligente” accanto all’intelligenza oggettivata nel sistema di macchine. La rottura della rigidità della catena è nello stesso tempo rottura della rigidità operaia di un intero mondo di rapporti sociali costituitosi in decenni di lotte, di trasformazioni e di potere operaio nella produzione. E’ un processo di spaccatura verticale del corpo di classe, su cui inizia ad incidere direttamente l’ideologia capitalista. Un processo che a partire dalla trasformazione dei rapporti materiali di produzione, tende a riproporre una ‘logica aziendale’. Una logica attraverso cui il profitto diventa il fine supremo intorno a una società civile trasformata in società fabbrica. A partire dalle micro-cellule produttive, gli operai, fino al tentativo di razionalizzazione complessiva dello Stato come fabbrica-del-piano. (E qui bisogna valutare una certa simpatia di gruppi capitalistici privati verso i modelli del ‘socialismo industriale’ che si spingono ben al di là dello scenario attuale della guerra fredda) E’ in questo quadro che muta il soggetto rivoluzionario. Modificazione che avviene direttamente dentro i rapporti di produzione, e non all’inverso nella soggettività astratta dell’ideologia, come sembrano credere i teorizzatori del ‘ritorno al privato’ e del ‘riflusso’. La storia di questi dieci anni è la storia delle trasformazioni del soggetto a partire dai rapporti di produzione. Questo ci ha permesso in passato di fondare una critica della politica a partire dai rapporti di produzione, dalla forma cioè del rapporto operai-capitale dentro il sistema sociale capitalista. Questo ci può permettere oggi di formulare una critica del ‘soggetto’ fondata materialisticamente, adeguata alla trasformazione sociale e produttiva in atto. In altri termini oggi il “soggetto” non è la libertà della politica contrapposta alla “necessità” dell’economia, né tantomeno la volontà rivoluzionaria pura. Il soggetto non esiste che dentro rapporti di produzione; è funzione di questi rapporti, che ne costituiscono il suo limite e la sua oggettività. Qui è tutta la scoperta marxiana della “duplicità della forza-lavoro”; forza di valorizzazione del Capitale da un lato agente storico sociale, autonomia, dall’altro. Oggi il Capitale tenta di governare entrambi i lati di questa soggettività. Tenta di ridurre la “soggettività” in “partecipazione attiva” al processo di accumulazione capitalista. La rigidità classica della forza-lavoro ha subito alla Fiat un duro colpo. Il Capitale avrà per un dato periodo di tempo mano libera. Per un periodo di tempo, non sappiamo ancora quanto lungo, l’attività sarà sotterranea: la classe non riuscirà ad esprimere una “soggettività antagonista complessiva”. Mai come oggi è necessario passare attraverso la produzione, attraverso i suoi mutamenti, le tecnologie e le nuove strutture di relazioni aziendali. Passarci attraverso per comprendere dove la classe può trovare punti per sviluppare una nuova strategia offensiva. Si tratta di saper ricostruire una “teoria del soggetto” a partire dai rapporti di produzione e dalla loro trasformazione. Si tratta di anticipare le mutazioni indotte dallo sviluppo capitalistico. Non basta più giocare la complessità del sociale contro la rigidità del sistema. Perchè ormai il sistema conosce queste regole: la complessità, la molecolarizzazione del movimento costituiscono nuove forme di ‘governo sociale’. Nessun movimento ‘parziale’ riuscirà a vincere oggi, perchè la parzialità ne sarà il limite insormontabile. Con la sconfitta alla ‘Fiat’ sono crollate una serie di ipotesi intermedie: si annulla la strategia di un settore del sindacato – specie nella CISL – di portare avanti un sindacalismo duro, all’americana, perché la rigidità della forza lavoro è ormai compromessa dall’interno e non esistono più le condizioni per una “americanizzazione” dello scontro. Altre cose spariscono, subiscono un riflusso, ma non vengono sconfitte completamente. Noi crediamo che i nuovi comportamenti emersi alla Fiat, ad esempio nelle lotte del ’79 non siano stati liquidati ne sia possibile liquidarli del tutto. Perchè essi non erano dentro la sconfitta dell’autunno ’80 ciò che viene liquidata è la cerniera fra movimento operaio degli anni 60-70 e la tradizione della “Sinistra”. Come dire che quella che viene sconfitta definitivamente è l’ipotesi che aveva guidato l’agire dei gruppi extraparlamentari, dalla sinistra sindacale ad alcune esperienze dell’ “autonomia organizzata”. Se ora spostiamo l’analisi sulla composizione di classe, sembra di vedere, al di là del fumo della sconfitta, una nuova configurazione, quantomeno lo scenario possibile per un nuovo ciclo di lotte operaie. Perché se vi sarà un prossimo “movimento” essa non riguarderà più la “difesa della forza-lavoro”, ma metterà in discussione la struttura stessa del lavoro: dovrà misurarsi non più con il comando e la gerarchia di fabbrica, ma con il sapere incorporato nelle macchine, con l’intelligenza produttiva immessa direttamente nel ciclo produttivo dalla nuova organizzazione del lavoro. Le lotte del 79 riguardano questo livello dello scontro, e non altri. Lotte che si svolgono direttamente nella produzione, dentro quell’insieme di automazione e cibernetica applicata allo sfruttamento complessivo dell’operaio che costituisce la struttura attuale della produzione capitalista, lotte che richiedono un “soggetto” nuovo, una capacità soggettiva di essere “fuori” da tutti i meccanismi d’integrazione sociale. Se il Capitale sviluppa una “cultura del soggetto”, un’integrazione della forza lavoro in quanto soggetto, nella produzione allora l’alternativa radicale è “chiamarsi fuori” del tutto, come individuo sociale non più mediato dalla dialettica lotta-ristrutturazione-lotta. La costituzione di un “soggetto sociale” nella produzione che non è più solo “antagonismo” e “rigidità”, ma che comincia ad essere comunismo. Costruzione pratica di una società altra, rispetto a quella del Capitale. Oggi questa estraneità è vissuta ancora in termini negativi di marginalità auto-distruzione e penuria. Si tratta di ribaltarla nella ricchezza di una “società civile proletaria” contro lo Stato del Capitale. In questo la lotta “Polacca” contiene un’insegnamento, al di là delle differenze di situazione, e di composizione di classe. Di fronte a una società politica e a rapporti di produzione organizzati in modo totalitario, l’alternativa radicale è quella della costruzione di una società civile antagonista, di una totale estraneità dalla dialettica del potere. La forza dell’estate polacca, al di là delle mediazioni svolte dalla Chiesa e da settori del partito, è stata questa “illegalità” di massa. Una strategia della contro-società, che svuota di senso politico l’organizzazione totalitaria del potere. Ciò che ormai appare evidente, è che non si può più concepire la lotta nei termini “leninisti” del ‘potere-contropotere’ dello Stato e dell’Antistato. O si riesce a contrapporre alla miseria del capitalismo la ricchezza dispiegata di una progettualità sociale superiore oppure l’alternativa sarà ancora per molti anni la barbaria. Una barbaria in cui la combinazione di “capitalismo” e “socialismo”, al di là della simulazione di una catastrofe continuamente rinviata, sarà l’uguaglianza dell’oppressione. Se il salto tecnologico e scientifico, che già appare prepotentemente oggi, viene gestito nella “forma capitalistica di produzione” nessuna forza riformista, nessun compromesso potrà evitare “l’ apocalisse” di una società totalmente organizzata dal capitale. Già in questi dieci anni qualcosa è emerso, ma troppo presto riassorbito da ipotesi politiche logorate, da progetti legati ad una tradizione che ora appare definitivamente liquidata. Ancora una volta il Capitale ha alzato il livello dello scontro è stato costretto a modificazioni radicali della sua struttura e o composizione della lotta operaia. Oggi ha l’iniziativa in mano. Non potrà tenerla troppo a lungo.


*Marco Melotti si affacciò alla politica nel ’68, quando era poco più che ventenne, partecipando all’occupazione della facoltà di Lettere della Sapienza di Roma e poi ai gruppi di studenti e operai che tentarono di avviare nella capitale interventi nelle fabbriche in alternativa alle organizzazioni sindacali riconosciute. Attraversò poi l’esperienza dei “gruppi”, su posizioni eterodosse se non apertamente critiche. Nel ’77 divenne, suo malgrado, una figura di riferimento del movimento romano. Ha vissuto con forte intensità i movimenti della riscossa studentesca e operaia alla fine degli anni ’60. Combattendo con l’infermità alle gambe, era riuscito a partecipare attivamente al movimento del ’77, giocandovi un ruolo importante, in nome dell’autonomia operaia in cui ha sempre creduto, sino alla fine. Le sue idee sono state espresse in tanti articoli di giornali ma soprattutto nella rivista Vis-à-vis, classe vis-à-vis capitale. La rivista parte dall’assunto dello scontro di classe, del conflitto sociale che si gioca attorno al lavoro, sul terreno dei rapporti sociali di produzione e riproduzione, e che dunque la categoria del lavoro é la categoria chiave per la comprensione del capitalismo e per la formulazione di ipotesi strategiche per il suo superamento.

**Franco Lattanzi – Animatore della Federazione Comunista Libertaria (FCL), al suo scioglimento e confluenza nell’area dell’autonomia romana, mantiene i contatti con la rete dei militanti libertari che sussiste seppur “informalmente” dentro collettivi di scuola, d’azienda e di quartiere. Mentre a livello nazionale partecipa alla fondazione della rivista Collegamenti (per l’organizzazione diretta di classe) che nei primi anni raccoglieva attorno alla redazione un discreto numero di militanti di “situazioni”, principalmente milanesi e operai. La necessità di una elaborazione teorica che non fosse cristallizzata nella memoria ideologica dell’anarchismo lo portava insieme ad altri a confrontarsi e a scoprire le eresie del passato (l’IWW, ultrasinistra tedesca degli anni ’20), a relazionarsi con la composizione di classe e i comportamenti sociali operai nell’elaborazione dell’operaismo italiano meno ideologico (la rivista 1 Maggio e Marxiana), alle trasformazioni del capitalismo moderno con il fordismo e lo stato keynesiano e il ruolo della moneta come comando… ma anche partecipe all’esplosione del movimento del ’77. Franco è un protagonista di primo piano quale animatore nel coagulare i militanti dei collettivi operai (Alitalia, metalmeccanici, servizi) e nei quartieri attorno al giornale Filo Rosso.

***Collegamenti – Per l’organizzazione diretta di classe è una rivista il cui primo numero esce nel marzo 1977, sulla base del lavoro teorico e pratico di un gruppo di militanti di orientamento libertario e consiliare. Il gruppo promotore della rivista svolge un lavoro di ricerca critica sulle lotte del proletariato valorizzando le forme di autorganizzazione sociale che si andavano sviluppando a livello nazionale ed internazionale. Rappresenta negli anni ’70 la tendenza libertaria all’interno della variegata area autonoma italiana. La redazione è in stretta relazione con una rete di collettivi di fabbrica e di territorio dei quali è diretta espressione, in particolare a Milano dove negli anni precedenti è stato editato un bollettino ciclostilato dallo stesso nome. Ha redattori a Torino, Milano, Firenze, Reggio Emilia, Perugia, Roma e Napoli. Soprattutto nella prima fase, la rivista individua nella fabbrica e nell’organizzazione degli operai sul luogo di lavoro il fulcro dell’organizzazione della classe. Le sue radici affondano nel sindacalismo d’azione diretta (USI, IWW, CNT); subisce da un lato l’influenza della sinistra comunista tedesco-olandese e della tematica consiliare, fuori da ogni impianto determinista, e dall’altro quella della scuola della composizione di classe, nella sua versione anti-partito, valorizzando le esperienze dell’inchiesta operaia.

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