di Alessandro Gaudio*

Della Lettera a colleghi e studenti dell’Università che Giovanni Sole ha indirizzato qualche giorno fa alla comunità accademica, rilevando il progressivo impoverimento del processo di formazione della capacità-attiva-umana, colpisce un passaggio. Quello in cui lo studioso di antropologia culturale dell’UNICAL ammette con franchezza di non aver «mai mosso un dito per evitare [la] piega reazionaria» imposta da una logica universitaria innervata, a tutti i livelli, di «soprusi, abusi e assurdità».

Davvero considerevole il disprezzo espresso da Sole per un sistema marcio e per le molte persone che ne sono parte integrante e che, ogni giorno, continuano ad alimentarlo. Il riferimento non è certamente agli studenti e neanche ai governanti «poco sensibili alla cultura». La lettera aperta di Sole indica nei docenti i soli responsabili della piega presa dall’Università.

Quella di Sole, insomma, è un’autocritica, invero tardiva, ma comunque luminosa in un contesto silente e dunque, in fin dei conti, degna di ammirazione. Non sono molti i docenti che hanno espresso una critica così audace del sistema universitario; pochissimi, forse tre o quattro, quelli che lo hanno fatto pagando in prima persona per la loro denuncia.

Dopo il suo coraggioso attacco, come mestamente ammette lo stesso Sole, a noi non restano che macerie e alcuni di noi le riconoscono bene perché, seppur in frantumi, è delle loro vite che si sta parlando: dei loro talenti, delle loro passioni, delle loro carriere. Così come lungo tutta la sua carriera, Sole ancora una volta ha fatto il proprio dovere. Questo è bene, ma quando potremo avere in mano qualcosa in più? Quando finirà questa infinita moratoria in un luogo in cui ogni anomalia viene accettata passivamente fino a un passo dalla pensione?

Non sono gli studenti a essere passivi: loro, prime vittime di un inesorabile processo di mercificazione del sapere, hanno le spalle al muro; non sono loro che devono svegliarsi. La «grande rivoluzione culturale», magari, avrebbe potuto farla lo stesso Sole con il supporto di qualche altro suo collega, ribellandosi ai «mostruosi meccanismi» dell’Università, fatti di spazi di democrazia ristretti, potere concentrato nelle mani di pochi, carriere e cattedre pompate, reclutamenti pilotati, clan e protettori a farla da padroni, ecc. E perché lui e gli altri si ostinano a non farla? O perché, se alla fine la paventano, poi si chiamano subito fuori dai giochi?

Non c’è niente da fare: non siamo un popolo di parricidi. Piuttosto, ci accontentiamo di uccidere il fratello perché i nostri padri restano intoccabili, perché in fondo, fino a quando siamo in ballo, essi assurgono al ruolo di autentici padrini, di compari insomma. E allora, tra le macerie che ci avete lasciato, apprezziamo davvero la denuncia poco tempestiva di Sole, ma scusateci, oh padrini, se proprio non ce la sentiamo di incamerare un’altra autoassoluzione e di ringraziare.

*Redazione Malanova

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