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IL TEATRINO DEL GROTTESCO OSSIA LE EMERGENZE RIFIUTI AD OROLOGERIA

Perché in Calabria, con una popolazione poco inferiore ai due milioni di abitanti per lo più concentrati nel territorio costiero dove non sarebbe complicato effettuare la raccolta differenziata, l’emergenza rifiuti è una costante ricorrente?

Dopo 17 anni di commissariamento e lo sperpero di risorse senza nessun miglioramento apprezzabile, se non per le saccocce dei soliti magnati della monnezza, la gestione dei rifiuti rimane di tipo emergenziale e l’attuale Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti (PRGR), pur approvato nel 2019, si presenta più come un proclama che come un corpus normativo atto a porre fine ai disastri di una gestione in chiave speculativa. Gli obiettivi del P.R.G.R. 2007 sono stati disattesi a causa di carenze strutturali e totale incompetenza operativa; questo è quanto emerge dalla diagnosi effettuata per la stesura del nuovo piano, la quale riporta le seguenti carenze tecnico-amministrative e gestionali:

  • inefficienza degli impianti di supporto alla Raccolta Differenziata (RD);
  • assenza di un meccanismo di premialità per l’utente finale; Malfunzionamento delle Società miste costituite per la gestione del sistema di RD nelle Aree di Raccolta Ottimale (A.R.O.) individuate all’interno degli ATO, secondo le disposizioni del P.R.G.R. 2007, non più operative da tempo;
  • meccanismi di finanziamento mal ponderato: incentivi per i servizi di raccolta stradale delle frazioni secche e non dell’umido, esclusivamente per far avviare la RD; interruzione delle erogazioni di fondi con l’esaurimento dei finanziamenti comunitari; incentivi a tutti i Comuni, indipendentemente dalla popolazione e dalla quantità di rifiuti prodotti.

L’aggiornamento del P.R.G.R., che prevedeva una pianificazione per il periodo 2017–2022, (peccato sia entrato in vigore nel 2019!) si poneva obiettivi ambiziosi verso il rinnovamento radicale delle modalità operative e delle prassi di gestione dei Rifiuti Urbani (RU), mediante una serie di misure finalizzate a:

  • l’implementazione di sistemi di RD efficaci ed efficienti, che consentano il raggiungimento degli obiettivi di recupero sanciti dalla normativa vigente del 50% al 2020 (l’obiettivo nazionale è fissato al 65%);
  • una dotazione impiantistica sostenibile di supporto alla RD, che sia adeguata alle reali necessità di trattamento.

Il risultato di questo mea culpa regionale lo possiamo apprezzare in questi giorni di calura con cumuli marcescenti accatastati un po’ ovunque.

Oggi stiamo pagando il consolidarsi ed il reiterarsi all’infinito di una situazione problematica alla quale non si sono volute trovare altre soluzioni che non fossero l’apertura di nuove discariche, l’ampliamento di quelle esistenti (o non meglio identificati centri di stoccaggio), il conferimento all’estero e l’incenerimento. Merito di tutto il policromo pantheon della politica locale, dalla giunta Chiaravalloti a quella attuale, che ha optato per la stesura di piani all’avanguardia per poi non applicarli mai, determinando costi sempre crescenti e insostenibili in periodo di crisi di sistema come quello che stiamo vivendo, in cui lo stesso processo di indebitamento delle pubbliche amministrazioni è impedito dalle ben note norme di matrice neoliberista (fiscal compact, patto di stabilità e pareggio di bilancio).

A ciò non va semplicemente aggiunta la gestione palesemente clientelare del territorio,  perché è proprio lì il problema. E’ il mantenimento delle consorterie della monnezza che spinge ad andare sistematicamente in deroga ai piani di gestione dei rifiuti, non sono un mistero per nessuno le decine di inchieste e relativi indagati e condannati che animano il mercato della gestione dei rifiuti, tutti non solo quelli urbani, che sono i più evidenti ma i meno pericolosi. Resta comunque chiaro che oltre trent’anni di privatizzazioni hanno portato non soltanto un assalto ai beni collettivi con ricadute sulla salute e sulla qualità dei servizi pubblici, ma anche un cambio di lessico da parte del mercato: oggi le imprese della green economy parlano di energia da fonti rinnovabili e di isole ecologiche, propinandoci mega impianti che di verde ed ecologico hanno ben poco, ma hanno come chiaro ed incontrovertibile obiettivo quello del profitto.

In questo carosello maleodorante viene pagato un caro prezzo anche in termini di agibilità democratica della popolazione che, sempre in ragione dell’emergenza, si vede volutamente privata della propria capacità di esercitare e far valere il diritto alla salute e all’abitare il proprio territorio. Un progressivo consumo di suolo riduce non solo gli spazi agricoli, ma anche le prospettive economiche future, disincentivando gli investimenti di energie nella terra, con pesanti ripercussioni sui lavoratori del settore agricolo, ittico e turistico, e accentuando le dinamiche di abbandono e spopolamento.

Nella smania di scavare buche per nascondere i rifiuti si promuovono progetti per nuove discariche che lasciano esterrefatti, non tenendo minimamente in considerazione i rischi idrogeologici e i vincoli naturalistici e paesaggistici e depauperando aree da salvaguardare (ZPS, parchi nazionali, produzioni DOP, DOC e colture d’eccellenza). Come al solito in questo imponente esborso di risorse pubbliche, di cui fanno le spese i cittadini, non si intravede neanche l’ombra di un centesimo per un reale ed efficace percorso di gestione integrata dei rifiuti. Questi soldi ancora una volta finiranno nelle tasche di ‘ndranghetisti e losche figure dell’imprenditoria nostrana.

Il debito ambientale che stiamo contraendo, vista la leggerezza con la quale vengono rilasciate autorizzazioni e permessi, sempre spinti dall’emergenza quindi in deroga a tutto anche al buonsenso, sta assumendo proporzioni tali da ipotecare il futuro dei calabresi a venire. In ogni provincia ci sono porzioni di territorio compromesse dagli esiti di conferimenti illegali in discariche spesso non a norma e ripetutamente sottoposte a sequestro giudiziario e prontamente riaperte per conferimenti straordinari, tra l’applauso della cittadinanza tutta che vede svuotate le strade dai rifiuti, senza porsi poi troppe domande su dove vanno a finire.

E’ chiaro che le cose così non possono continuare, ma quali sono le soluzioni?

Bisognerebbe andare nella direzione di un progressivo abbandono del sistema discarica-inceneritore, ma  a quanto pare questa è l’unica soluzione che l’intellighenzia politica sia in grado di partorire: dalla Provincia di Cosenza alla città Metropolitana di Reggio Calabria il mantra appare sempre lo stesso. Certo c’è anche chi farfuglia di “Rifiuti Zero”, dimenticando che la strategia non è incentrata solo sul Recupero, Riciclo e Riuso, ma anche sull’eliminazione a monte dei prodotti non riciclabili. Ma è difficile trovare qualcuno disposto ad inimicarsi le aziende, disincentivando certi tipi di produzioni proprio alla vigilia di una delle crisi economiche più gravi della storia dell’occidente.

Così di proclama in proclama, da quelli scritti e approvati in Consiglio regionale a quelli sciorinati in campagna elettorale, non si vede una via d’uscita a questo disastro, o meglio si scorge solo l’ennesimo rattoppo, questa volta semplicemente più grosso del solito. Tra Lamezia e Pianopoli (CZ) si stanno realizzando due enormi discariche della capienza stimata di circa 1.200.000 mc di volume; il che vuol dire che un volta realizzate per circa una decina d’anni non si dovrebbe più sentir parlare di emergenza rifiuti. Ma è questa la soluzione? Beh, se nascondere la polvere sotto al tappeto è una soluzione, allora questa lo è.

Quello che da anni invece si propone come soluzione definitiva è l’applicazione di un sistema integrato di gestione dei rifiuti, che preveda piccolissime frazioni da smaltire. Forse una risposta potrebbe risiedere in una gestione pubblica e partecipata dei servizi, aziende speciali estranee al mercato azionario, che non abbiano in bilancio voci di guadagno o scopi di lucro da salvaguardare; una risposta che prevede una filiera controllata dei rifiuti, una valorizzazione reale in termini di abbattimento delle emissioni, e l’innescarsi di circuiti produttivi che siano di rilevanza economica per la collettività e non per pochi fortunati e che prevedono la partecipazione attiva della popolazione. Quindi non più solo soggetti consultivi senza nessun peso decisionale, ma soggetti attivi che decidono il futuro della propria vita. Niente deleghe in bianco quindi, ma promozione di forme di autogoverno ed autogestione a partire da progetti concreti sulla raccolta differenziata e la tutela del territorio e della salute, basati su alcuni punti fondamentali condivisi come:

  • zero discariche e dismissione degli inceneritori esistenti;
  • premialità per una raccolta differenziata di qualità, mediante la vendita delle materie al CONAI (attualmente la raccolta differenziata non è, nella generalità dei casi, di alta qualità);
  • incentivi al compostaggio domestico;
  • promozione integrale della Strategia “Rifiuti Zero” dalla produzione, al consumo, al post mortem delle materie;
  • programmazione industriale integrata su scala locale che preveda la promozione della micro imprenditoria legata alle dinamiche circolari innescate dal recupero, riciclo e riuso dei rifiuti;
  • una gestione pubblica e partecipata dagli abitanti/utenti e dai lavoratori del settore, tramite le aziende speciali, che non perseguendo finalità lucrative ma di implementazione del servizio, reinvestono l’utile tanto nell’azienda quanto nella filiera di gestione del rifiuto, con l’effetto di avere sensibili riduzioni tariffarie una volta andati a regime, e l’autosostenibilità del processo aziendale.

Tali punti sono il collante che unisce le diverse comunità su tutto il territorio regionale. Su questi punti è oggi possibile costruire una risposta collettiva alle politiche regionali che ancora vertono su sistemi diseconomici ed inefficaci, ma, soprattutto, impattanti sotto il profilo della salute umana e della tutela del territorio. La necessità di stilare il nuovo piano rifiuti regionale, alla luce dei finanziamenti per il Green New Deal, potrebbe rappresentare un’opportunità irrinunciabile per la Calabria per uscire definitivamente dalla fase emergenziale, riconoscendo gli errori fatti, squarciando il velo che ricopre le gestioni passate (soprattutto quella dell’inceneritore di Gioia Tauro, per il quale non ci è dato sapere cosa abbia bruciato in questi anni) e implementando nuovi modelli virtuosi.

CSOA CARTELLA (RC)

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