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GIÀ FANTASMI PRIMA DI MORIRE

Recensione di Pasquale de Feo del libro Già fantasmi prima di morire di Monica Scaglia (Edizioni Sensibili alle Foglie)


La cara amica Sandra tempo fa mi mandò un libro scritto da una detenuta che ora si trova in detenzione domiciliare, avendo patologie molto gravi che gli hanno causato l’invalidità al 100%.

Avendo trascorso una vita nelle carceri conosco quello che ha scritto, per un profano il dubbio si insinua quando, imbonitori come Giletti, che su La7 il 26 aprile si stracciava le vesti perché era stata concessa la detenzione domiciliare per alcuni detenuti gravemente malati che, in caso di contagio del coronavirus, rischierebbero la vita, parlava che in Italia ci sono le “eccellenze” cliniche penitenziarie come Parma, Viterbo e Roma. Solo per aver disinformato la popolazione andrebbe denunciato. Questi signori parlano non conoscendo l’argomento oppure mentono sapendo di mentire.

Ricordo che lessi su un quotidiano di Roma di un barelliere che andava spesso nel centro clinico di Regina Coeli a prendere i detenuti, spiegava che ne aveva viste tante ma, lì dentro, ci vuole uno stomaco di ferro; queste sono le verità di chi ci lavora e vede, non le cialtronerie urlate da piccoli Torquemada del video come Massimo Giletti.

Ho finito di leggere il libro di Monica Scaglia Già fantasmi prima di morire, edizioni Sensibili alle Foglie, con la prefazione di Sandra Berardi e la postfazione di Francesca de Carolis.

Sandra e Francesca due formidabili lottatrici e care amiche di viaggio; mi reputo fortunato di averle conosciute durante questo mio cammino.

Avendo potuto constatare, nel mio lungo percorso trentennale, le tante persone decedute per cattiva sanità, ma principalmente per un sistema che ritiene il detenuto non un cittadino uguale agli altri ma solo uno che deve accontentarsi di quello che gli mettono a disposizione, pertanto, spesso, quando viene portato in ospedale è troppo tardi; come il povero Stefano, che lamentava dolori lancinanti e lo imbottivano di farmaci. Quando lo hanno ricoverato in ospedale era ormai troppo tardi. Trasferito nel centro clinico del carcere di Parma è morto dopo qualche settimana: i dolori delle metastasi gli hanno procurato un infarto.

Conosco tutti i tormenti, gli abusi, le strategie usate da certa custodia per farti stare male e in alcuni casi per portarti all’esasperazione. Conosco tanta gente che per riuscire a sopportare questa oppressione si rifugiano negli psicofarmaci, una cura peggiore del male perché gli creerà una nuova prigione che è peggio di quella che sta subendo.

Monica non ha mai voluto ricorrere al “carrello della felicità”, spesso è la soluzione più facile, e questo le fa onore e l’ammiro; anche nei momenti in cui avevo l’impressione che il mondo mi stesse cadendo addosso, sono stato lontano da queste droghe sintetiche, che nelle carceri è l’unico farmaco che non manca mai, e viene distribuito a livello industriale. È la nuova camicia di forza solo che questa, diversamente dalla prima, viene richiesta dai detenuti e non c’è bisogno di infilarla con la forza come un tempo.

Monica ha cresciuto il figlio responsabilizzandolo già da piccolo, infondendogli una pace interiore e una maturità che è parte di lui, nonostante le sue sofferenze ha cercato di tenerle lontano da lui, anche perché lei ritiene che sia inutile soffrire in due se può soffrire da sola.

È impressionante la sua presentazione: “…metà della vita ho viaggiato e metà l’ho trascorsa negli ospedali, in quanto affetta da innumerevoli patologie. Durante i viaggi sono stata aggredita da tre cani rabbiosi, morsicata da un serpente velenoso, graffiata da due scimmie contemporaneamente, ma nei loro occhi non ho riscontrato la goduria pari a un orgasmo che ho visto negli occhi di persone che lavorano negli istituti penitenziari. Gli animali agiscono per istinto, non nutrono sentimenti di odio, molti di loro invece fanno male con la consapevolezza e il gusto di farlo”.

Per correttezza lei specifica che non tutti sono così, ci sono tanti che comportano con umanità. L’oncologia penitenziaria, e non solo, spesso sono dei luoghi dove l’orrore è la normalità e l’alienazione è l’unica soluzione per sopravvivere.

Il sistema penitenziario è ottocentesco, pertanto la mentalità è obsoleta e non tiene in nessun conto la persona umana che rappresenta il detenuto, nonostante le innumerevoli sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, continuano imperterriti a non rispettare i diritti inviolabili costituzionalmente garantiti dei reclusi.

Sono trascorsi oltre due secoli ma la frase di Voltaire è ancora attuale: “Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”.

Leggere questo libro aiuta la conoscenza del mondo carcerario inquinato da una propaganda che disinforma l’opinione pubblica.

Oristano, aprile 2020

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