TERRITORI: EQUILIBRI FRAGILI ED EMERGENZE PERMANENTI

Pollution concept. Garbage pile in trash dump or landfill.

È di qualche giorno fa la notizia della sospensione della raccolta delle frazioni indifferenziate ed organiche nei comuni dell’area dello Stretto, e non parliamo di sparuti paeselli ma di una zona tra le più popolate dell’area metropolitana di Reggio Calabria; circa 270.000 persone. Non meglio definiti problemi hanno condotto al blocco degli impianti di Vazzano (VV), impianto per il trattamento dell’indifferenziato, e Sambatello (RC) nel quale si tratta la frazione organica.

Questi episodi non sono isolati o insoliti, esiste una lunga storia di guasti e malfunzionamenti di questi impianti di trattamento dei rifiuti per varie motivazioni, tra le quali il trattamento di tipologie di rifiuti non perfettamente conformi al tipo di impianti. Ma il nocciolo del problema non è il blocco degli impianti in sé, quanto l’intera strategie di gestione del ciclo dei rifiuti a livello regionale e in quell’Assessorato all’ambiente capace di proporre solo nuove discariche e mega-impianti, e a far passare soluzioni improponibili nel nome dell’ennesima emergenza annunciata. Soluzioni che rinviano ulteriormente il problema, come lo smaltimento dei rifiuti all’estero o il sempiterno ricorso agli impianti privati, gravando sulle casse regionali e distogliendo risorse che si sarebbero potute impiegare per avviare un ciclo realmente integrato dei rifiuti.

Nel nostro territorio pare che quindi l’unica speranza di risolvere il cronico problema dei rifiuti sia quello di affidarsi alla fiamma purificatrice e al soffio di Eolo. Sostanzialmente è questa la strada che sembra profilarsi visti i recenti comunicati provenienti dal cosentino. Con un inceneritore attivo a singhiozzo nella piana di Gioia Tauro e ormai pronto ad esalare l’ultima zaffata mefitica, impianti di trattamento meccanico dei rifiuti con acciacchi e sostanzialmente fermi, si intende proseguire a vele spiegate sulla rotta della termodistruzione e dello smaltimento in discarica.

Questo dovrebbe risolvere il problema o tentare di mantenere uno stato di emergenza latente?

Se mettessimo in fila un po’ di numeri dovremmo quindi considerare come quasi tre lustri di commissariamento della gestione regionale dei rifiuti abbia regalato solo nuove discariche e un PRGR che già sulla carta presenta lacune nelle tecnologie ipotizzate, quando non traguardi irraggiungibili con l’attuale gestione del ciclo dei rifiuti.

Dalle pagine di questa redazione abbiamo di volta in volta smontato le narrazioni altisonanti che promettevano soluzioni definitive alla pluridecennale “emergenza rifiuti”. Corre l’obbligo del virgolettato in quanto dopo un anno non si può più parlare di emergenza, e dopo una fase commissariale di 13 si deve parlare di patologia cronica.

L’inefficienza della gestione dei rifiuti è un fatto strutturale, in quanto si pianifica nella realtà solo l’affidamento ad aziende private, spesso plurinquisite, gestioni multimilionarie di un servizio essenziale, ipotecando il territorio con una serie di discariche sparse su tutta la regione. Com’è quindi possibile che con le tecnologie a disposizione al giorno d’oggi, con le esperienze virtuose nella nostra stessa Regione (il Comune di Saracena), con amministratori che gonfiano le gote con il mantra dell’economia circolare, bastano due impianti fermi per mandare gambe all’aria una zona nella quale risiedono 270.000 persone?

È possibile solo se la gestione dei rifiuti è vista come un business da affidare al miglior offerente, e nei fatti lo è se si parla di smaltimento dei rifiuti nell’ottica di una gestione degli interessi sul ciclo dei rifiuti. Allora inceneritori e discariche si rivelano per quello che sono, modi per nascondere la polvere sotto il tappeto ma ad un prezzo molto caro, meccanismi di gestione nei quali chi gestisce gli impianti spende assai poco ricavando poi molto, dal momento che “fornisce” un servizio a domanda incomprimibile.

Peccato che il tappeto sia il territorio con i suoi equilibri socio ambientali ed economici e questo genere di “gestione”, che fa dell’emergenza il proprio propulsore, non fa che erodere risorse economiche e ambientali per mantenere gli interessi di un pugno di imprenditori che della tutela del territorio non sanno cosa farsene. 

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