di Alessandro GAUDIO*

In tempi di convivenze più o meno forzate, si fa un gran parlare di passeggiate. Camminare − lo dice un grandissimo scrittore austriaco come Thomas Bernhard − significa pensare. Si tratta di una pratica che può rivelarsi orribile, specialmente quando si è costretti a compierla in solitudine o magari di lunedì: ogni giorno, come accade da qualche settimana a questa parte, diventa un inferno perché è come se tutto ciò che pensiamo si rivelasse superfluo. Ci troviamo a dover esistere nei fatti e, al medesimo tempo, contro di essi, contro quello che è orrendo e sconosciuto, quasi per provare a sopportare l’insopportabile.

Tuttavia, riusciamo a esistere nella misura in cui il pensare vero e proprio è escluso dalla natura, altrimenti non arriveremmo ad accontentarci della ragione che della nostra vita ci siamo fatti e, passo dopo passo, ci troveremmo faccia a faccia con una mole troppo imponente di bruttura e schifezza. Il non senso implicito in tutto questo è che, asserviti al pensiero, ci scopriremmo definitivamente pazzi o al cospetto di una Terra del tutto priva di esseri umani. Dunque, riflettere − spiega Oehler in Camminare, opera che Bernhard pubblicò nel 1971 − consiste piuttosto nell’interrompere il pensiero esattamente prima dell’attimo letale in cui esso diventa assoluto.

E lo Stato? Lo Stato, lungi dall’essere civile, ci vuole inattivi e immobili. Fa l’impossibile per paralizzarci, ma gli obbediamo − come del resto obbediamo alla massa impenetrabile − perché, pur ritenendolo ottuso, molti di noi hanno disperatamente bisogno di esso. In questo modo il patrimonio intellettuale di un Paese se ne va in malora, viene umiliato. Dovremmo camminare per poter pensare e, d’altra parte, pensare per poter camminare e, invece, siamo continuamente costretti, proprio lì, nel punto in cui ci troviamo, a svuotare le nostre menti come secchi di rifiuti.

Sfiniti da questa enorme quantità di orrore, non capiamo più nulla, non cambiamo più nulla: abbiamo camminato e pensato, sì, ma non abbastanza intensamente da cambiare noi stessi e, quindi, tutto. Magari questo esercizio ci avrebbe condotti al limite della pazzia e oltre, ma siamo sicuri che sarebbe stato peggio di questo sottointelletto che ci trascina continuamente di qua e di là e che è la stessa vita di oggi? Odiati da tutti, i nostri parenti ottusi non aspetterebbero neanche il nostro squilibrio definitivo per dimenticarsi di noi e bruciare tutte le nostre carte; ma, pur non significando nulla per i parenti, per la massa e per lo Stato, staremmo peggio che se continuassimo a essere proprio incapaci di pensare?

Torre della Signora, 3 aprile 2020

R.A.S.P.A. (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela)

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