CINQUE DOMANDE E CINQUE RISPOSTE SUL DEBITO PUBBLICO

di Marco BERSANI (Attac Italia)

Prima di parlare del debito pubblico c’è qualcosa che bisogna sapere e imparare a mettere a fuoco?

Ciò che innanzitutto occorre sapere è che il debito non è di per sé una cosa negativa, in quanto è spesso legato ad un investimento, ovvero a un potenziale miglioramento della vita collettiva.

Il secondo elemento da tenere in considerazione è che un debito può anche essere elevato e non costituire un problema, perché ciò che conta è la sua sostenibilità o meno. Se per esempio, uno Stato facesse un patto con tutti i suoi cittadini, e questi investissero i propri risparmi in titoli di stato impegnandosi a ricomprarli alla scadenza naturale, il debito, anche molto alto, di quello Stato non costituirebbe alcun problema.

Il terzo elemento riguarda il ruolo dello Stato, che non può mai essere considerato simile a quello del “padre di famiglia”, perché, mentre quest’ultimo può spendere solo in base alle risorse reali che possiede, lo Stato deve per forza prevedere un di più di spesa ( e relativo indebitamento) necessario per garantire universalmente i diritti dei propri cittadini.

In che senso si può parlare di una “operazione ideologica” e di “trappola” del debito pubblico? Quali sono le conseguenze?

L’operazione ideologica consiste nell’aver trasformato la questione del debito pubblico nel problema prioritario di un Paese e nell’utilizzo della stessa per impedire qualsiasi rivendicazione sociale di diritti, beni e servizi.

Di fatto, l’enorme quantità di denaro accumulata sui mercati finanziari in questi ultimi decenni ha necessità di essere reinvestita, almeno in parte, in settori di economia reale, ma essendo il settore della produzione dei beni da tempo saturo, viene convogliata nel campo dei servizi, andando a colpire direttamente i capisaldi dello stato sociale: istruzione, sanità, pensioni, diritti del lavoro, beni comuni e servizi pubblici. Non essendo un’operazione indolore, per poter essere accettata dev’essere presentata come una necessità dovuta ad un’emergenza nazionale: la trappola del debito costituisce esattamente il nucleo di quest’emergenza. Milton Friedman, teorico dell’economia liberista diceva “Lo shock serve a far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile”. Il debito pubblico è esattamente lo shock utilizzato attualmente.

Perché questa “trappola” del debito funziona così bene? Perché tutti chinano la testa davanti a questa logica colpevolizzante del debito?

La trappola del debito funziona perché nasconde il rapporto di potere che la sostanzia: se un governo imponesse le proprie volontà con i carri armati, tutti i sudditi si adeguerebbero, ma il rapporto di potere sarebbe esplicito; se ai carri armati si sostituiscono le carte di credito, il rapporto di potere scompare e il debito appare come un accordo fra soggetti formalmente uguali che si impegnano ad onorarlo. La trappola del debito funziona perché coinvolge la vittima nell’interiorizzazione della colpa. Non a caso, nella lingua tedesca “debito” e “colpa” si traducono con la medesima parola “schuld”.

Nel panorama europeo e mondiale l’Italia ha una responsabilità speciale? Siamo più irresponsabili e più screditati degli altri?

Questo è quello che la narrazione dominante cerca di far passare, ovvero che la causa del debito consista nell’aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Ma i dati smentiscono questa costruzione: nel decennio “incriminato” (gli anni ’80 del secolo scorso), la nostra spesa pubblica, pur aumentata, è stata sempre inferiore, sia in valore assoluto, sia in valore di aumento relativo, alla media della spesa pubblica dei paesi dell’Unione Europea e a quella dei paesi dell’Eurozona.

Inoltre, dal 1990 ad oggi, lo Stato italiano ha chiuso, su 29 anni, per ben 27 volte il bilancio in avanzo primario (entrate superiori alle uscite), ma si è trovato ogni anno in deficit per la dinamica degli interessi sul debito, che pesano almeno 60 miliardi all’anno e costituiscono la terza voce del bilancio nazionale dopo le pensioni e la sanità, e davanti all’istruzione.

Corruzione e sprechi esistono, ma non sono la causa del debito; semmai, costituiscono per i cittadini la beffa oltre il danno: non solo lo Stato italiano ha speso meno degli altri Paesi europei, ma una quantità consistente di questa spesa non è servita all’interesse generale ed é stata dirottata su interessi privatistici e clientelari.

Si può pensare concretamente a una via d’uscita da questa situazione? Chi può agire per cambiare?

Poiché i meccanismi della trappola del debito costituiscono il telaio dell’Unione Europea da Maastricht in avanti, è difficile che siano le istituzioni pubbliche nazionali ed europee a produrre il cambiamento necessario: è una partita che devono giocare direttamente i cittadini organizzati, i quali devono porre la questione del “pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere” davanti al “pareggio di bilancio finanziario”, che oggi è la priorità assoluta per il modello dominante.

Occorre prendere di petto la trappola del debito, rivendicando un audit indipendente che analizzi quale parte del debito è illegittima e/o odiosa e di conseguenza non va pagata, quale parte è legittima e a quali interessi va pagata, oltre a mettere in campo una seria riforma della Banca Centrale Europea, che deve farsi carico del debito degli Stati, comprandone i titoli invece di finanziare le banche.

Accanto a questo, occorre una seria politica contro l’evasione e l’elusione fiscale, che oggi sottraggono 120 miliardi all’anno; il ritorno a una politica fiscale fortemente progressiva (dal 1974 ad oggi, la politica fiscale in favore dei ceti più ricchi, è causa del 13% dell’attuale debito pubblico italiano); la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti che, gestendo oltre 250 miliardi di risparmi dei cittadini, potrebbe tornare ad essere la leva finanziaria pubblica di sostegno a tassi agevolati degli investimenti dei Comuni.

Molte altre proposte si potrebbero elencare, un unico significato le accomuna: mettere la vita e la dignità della stessa davanti ai profitti.

Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: