GLI STRUMENTI URBANISTICI DI PIANIFICAZIONE: IL CASO DELL’AREA URBANA COSENTINA

Concentrati come siamo su questioni fondamentali come scope diritte, assi terrrestri falsamente inclinati e pandemie, ci sfuggono passaggi fondamentali anche per risolvere tali problematiche, vicino a noi, subito oltre la porta di casa. Diversi studi infatti mettono in relazione lo svilupparsi del coronavirus e delle altre pandemie precedenti come SARS ed Ebola con l’impatto dell’espansionismo umano sul pianeta. Deforestazione, cementificazione, gas clima alteranti, effetto serra, sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano l’antropocene e che hanno un diretto impatto sulla qualità delle nostre vite. Virus inediti che saltano da una specie all’altra anche grazie alla coabitazione tra animali selvaggi (sempre più a rischio) ed animali domestici, aumento globale delle temperature, polveri sottili ed inquinamento in genere che mietono milioni di vittime all’anno.

Anche per limitare queste conseguenze dell’impatto umano sul mondo si elaborano gli strumenti urbanistici che dovrebbero analizzare scientificamente il tessuto urbano e la sua eventuale espansione per limitare i danni all’ambiente e nello stesso tempo fare le opere utili agli uomini.

Tutti i dati statistici ci informano che già oggi, visto anche il dato demografico italiano in perenne calata, gli edifici costruiti sono assolutamente sproporzionati rispetto ai possibili fruitori.

Secondo il censimento immobiliare Istat del 2011, infatti, su 31,2 milioni di case ve ne sono 7,1 milioni (22,7%), vuote o occupate solo da persone non residenti. Tra queste ci sono le seconde case che si concentrano in alcune regioni: Valle d’Aosta (50,1%), Calabria (38,8%), Molise, Provincia autonoma di Trento (37,1%).

Quindi a giusta ragione si parla sempre più spesso di strumenti di pianificazione urbanistica a “cemento zero”. Il problema sorge sul fatto che questa dicitura tecnicamente non significa esattamente la stessa cosa che in italiano corrente. “Cemento zero” non è quando non si costruisce più ma quando non si aumentano le cubature previste dagli strumenti urbanistici precedenti.

Prendiamo solo un attimo il caso di Cosenza, il capoluogo di provincia. Qui tutti conoscono l’immane speculazione che si è fatta lungo Viale Mancini. Al curioso che volesse verificare quanto qui detto basterebbe fare una passeggiata sul Viale per ispezionare i citofoni dei vari palazzoni per accorgersi di tanti pulsantini senza etichetta e di tanti cartelli che ne dichiarano la disponibilità per il fitto o per la vendita.

Eppure pare che il nuovo PSC bruzio abbia spostato una grossa volumetria su Gergeri, tanti nuovi metri cubi di cemento da utilizzare per alzare altri palazzoni anch’essi destinati ad essere inutilizzati.

Stessa cosa su Rende. Basta fare un salto nelle vie del centro per rendersene conto. Nelle foto vi mostriamo solo alcuni scorci, tra Via Fratelli Bandiera e Via Kennedy, a testimonianza di un immenso patrimonio immobiliare in disuso che interpellerebbe ogni tecnico e lo costringerebbe a scrivere nero su bianco che in questa città non è possibile costruire neanche un metro cubo in più.

Ed invece no. Nella redazione del nuovo PSC, del quale da qualche settimana è stato approvato il Documento Preliminare, è stato adottato dall’Amministrazione il criterio “cemento zero” ma, purtroppo, riportando nel nuovo strumento urbanistico la maggior parte della cubatura che residuava dal vecchio PRG.

1.000.000 di metri cubi ancora da costruire, 2000 nuovi alloggi ospitati da una 60 di costruendi palazzoni, denuncia l’opposizione sconcertata. Quello che però l’opposizione non dice è che quella cubatura residua dal loro Piano Regolatore Generale.

Molto di meno, ribatte la maggioranza senza pronunciare cifre.

Rimane il problema sostanziale che a Rende non c’è spazio per nuovi palazzi, basterebbe utilizzare al meglio l’esistente e concentrarsi nell’opera di riqualificazione del centro storico e dei quartieri che oramai entrano prepotentemente negli “anta”.

Questa previsione è confermata dall’impianto analitico che afferma come la tendenza in atto “vede proseguire la crescita demografica del Comune di Rende, in controtendenza con i dati provinciali e regionali. Va però certo osservato come questa crescita sia direttamente proporzionale all’incremento degli studenti iscritti all’UNICAL. Questo dato, al momento, non si prevede tuttavia in ulteriore e rilevante crescita. Questo comporterà evidentemente una contrazione della crescita, limitata al solo soddisfacimento dei fabbisogni abitativi dei residenti attuali e dei presenti in città”.

Se così è, se già oggi le case vuote risultano essere tante, in un quadro demografico quantomeno stazionario non ci dovrebbe essere alcun dubbio sul fatto che sarebbe utile, per evitare ulteriore consumo di suolo con il relativo impatto ambientale, bloccare ogni tipo di ulteriore cementificazione.

Ma poi si sa, però, che i palazzoni vuoti, come insegnano eminenti urbanisti ed economisti, servono per riciclare i denari guadagnati sul “mercato nero” e per essere utilizzati come base per richiedere alle banche  nuova liquidità per ricominciare il ciclo di accumulazione altrove, in aree geografiche dove ancora il mattone tira.

Questa è la situazione attuale. Proprio in questo momento il principio “cemento zero” è sostanzialmente e completamente bypassato viste le tante gru che puntellano Viale Principe e che fanno avanzare la nuova era di cementificazione fatta di altri palazzoni vuoti, cliniche private, supermercati superflui e chissà forse qualche grande opera inutile come la Metropolitana Leggera.

Malanova Vostra!

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