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COSENZA, TRA CRISI TERRITORIALI E DISSESTO FINANZIARIO. LE POSIZIONI DI COBAS E USB.

Cosenza, come molte altre città del Sud Italia, è da sempre attanagliata da problematiche importanti, che ne minano lo sviluppo e la vivibilità: dalla povertà all’inesistenza dei servizi essenziali, dalla disoccupazione allo spopolamento. Nel già compromesso contesto sociale, economico e politico la città di Cosenza deve fronteggiare, oggi, un ulteriore problema, che segnerà l’attualità per i prossimi anni. La Corte dei Conti, nel mese di novembre, ha definitivamente bocciato il piano di riequilibrio presentato dall’amministrazione Occhiuto, dichiarando, come naturale conseguenza, il dissesto finanziario dell’ente. 

Un terremoto annunciato, dato che il Comune è da circa dieci anni in regime di pre-dissesto, che è stato sottovalutato e poteva invece essere evitato. Le responsabilità sono diretta espressione della malagestione e dell’incapacità degli amministratori che si sono succeduti negli anni, ma in particolare dell’attuale sindaco, della sua maggioranza e anche dell’evanescente opposizione consiliare. Nonostante il sindaco abbia provato a gettare acqua sul fuoco, affermando che non ci sarebbero state conseguenze tangibili per i cittadini, i fatti reali lo hanno immediatamente smentito. Sin da subito, abbiamo sottolineato le enormi difficoltà verso le quali la città di Cosenza stava andando incontro, ricevendo accuse di generare falsi allarmismi. 

La legge sugli enti locali, che norma il dissesto, implica delle importanti conseguenze: dal taglio ai servizi giudicati non indispensabili al blocco delle assunzioni, dall’aumento massimo delle aliquote per cinque anni alla nomina da parte del Ministro dell’Interno di tre commissari, il cui compito consiste nel riequilibrare il bilancio dell’ente. Le immediate ripercussioni hanno generato quelle che, incontrovertibilmente, rappresentano delle emergenze sociali. A cominciare dal mancato pagamento delle ditte appaltatrici dei servizi comunali, i cui effetti si sono abbattuti su centinaia di lavoratori e di lavoratrici, provocando onerosi ritardi nell’accredito degli stipendi. Alcuni casi emblematici sono relativi alla condizione in cui versano Ecologia Oggi, cooperativa Ambiente e la Siarc, la prime si occupano della raccolta dei rifiuti e della gestione degli spazi pubblici, la seconda del servizio mense nelle scuole; ma anche i dipendenti e le dipendenti comunali, compresi coloro che operano nelle cooperative, vanno a sommarsi alle centinaia di famiglie che, ad oggi, percepiscono lo stipendio a singhiozzo. 

I tagli stanno compromettendo prevedibilmente le garanzie dei servizi sociali, colpendo direttamente le fasce sociali più vulnerabili. A tal proposito, l’amministrazione ha già annunciato la sospensione del contributo per l’emergenza abitativa da Marzo 2020, con l’intento di diminuire drasticamente l’attuale spesa di 700 mila euro nel prossimo bilancio. Considerata la gravità delle ripercussioni sociali in atto, la gestione di questa crisi è assolutamente inadeguata e le posizioni istituzionali sono senz’altro esplicative dello scarso interesse nei confronti della città intera. I tre commissari per il riequilibrio del bilancio tardano ad insediarsi e i vertici della Prefettura, che dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale di ascolto e di mediazione, restano arroccati nel palazzo, rifiutando le richieste che provengono da chi rischia il posto di lavoro e da chi domani rimarrà senza un tetto sulla testa. 

Mentre il sindaco Occhiuto pensa di affrontare le problematiche cittadine tagliando qua e là la spesa sociale e ignorandone le disastrose conseguenze, gli abitanti di Cosenza subiscono quotidianamente le disfunzioni del settore sanitario e l’emergenza dei rifiuti. Nel primo caso, la vertenza della Seatt è paradigmatica di una sanità al collasso: quasi cinquanta lavoratori e lavoratrici rimaste a casa dopo aver lavorato per anni nei servizi dell’ospedale pubblico, con retribuzioni irrisorie, alle dipendenze di una cooperativa esterna, che prima si è arricchita sulle loro spalle, con la connivenza dei vertici della sanità calabrese, e poi le ha scaricate. 

L’internalizzazione dei servizi e le riforme strutturali sono fuori dal dibattito perché la gestione dell’emergenza fa comodo tanto agli amministratori, per aumentare le clientele, quanto ai privati, per aumentare i profitti. Per quanto riguarda, invece, la gestione dei rifiuti, la città di Cosenza, vive da mesi quella che si configura come una vera e propria emergenza igienico-sanitaria, con duemila tonnellate di spazzatura disperse per le strade cittadine, dovuta a diverse cause. In primis Palazzo dei Bruzi che per via del dissesto trattiene le quote destinate all’ATO 1 versate dai comuni per pagare le ditte private che provvedono al trattamento di indifferenziata e organico. E sullo sfondo di questa situazione i privati, Calabra Maceri Spa in testa che ‘ricattano’ la città e i cittadini con paventate saturazioni degli impianti di destinazione finale dei rifiuti. La stessa azienda che differenzia i lavoratori, cosa che fa da anni, con date di pagamento dello stipendio differenti tra chi lavora in sede e chi lavora negli appalti della raccolta nei comuni. È un’azienda privata e si deve assumere il rischio d’impresa, anche quando gli enti locali ritardano negli accrediti economici, altrimenti che imprenditori sono questi privati?

In entrambe i casi, sia quello sanitaria, sia quello dei rifiuti, nella lotta tra amministratori pubblici e imprenditori, a pagare il prezzo più alto sono i cittadini e le cittadine. Quelle che attraversiamo oggi, sono a tutti gli effetti emergenze sociali che non si limitano a colpire solo la popolazione della città di Cosenza, ma quella dell’intera area urbana, in un concatenarsi di situazioni individuali, familiari e sociali che espongono le persone a rischi su più fronti, da quello dei servizi a quello della crisi occupazionale. Stanno crescendo esponenzialmente i lavoratori e le lavoratrici costrette ad affrontare serissime problematiche lavorative e che, conseguentemente, rischiano di versare in gravi difficoltà economiche. Una dimostrazione di questo fenomeno ci viene offerta dalle vertenze dei call center, che periodicamente rimettono in discussione centinaia di posti di lavoro. Il caso più recente fa riferimento alla vertenza Abramo Customer Care, che interessa gli operatori e le operatrici di Montalto Uffugo, circa 350, di cui gran parte è composta da cittadini dell’area urbana. L’azienda verte in una situazione finanziaria gravissima e la responsabilità non è certamente dei lavoratori e delle lavoratrici, che ora rischiano disoccupazione e povertà. 

Il dissesto e i tagli alle spese sociali comunali, l’emergenza sanitaria, l’emergenza dei rifiuti, il lavoro in appalto, i call center, sono tutti i sintomi della sindrome che corrode la realtà di questo territorio. La situazione, a Cosenza e in tutta la sua provincia, non è più tollerabile, né ammissibile. 

L’annullamento progressivo di ogni diritto sta trascinando nel baratro una popolazione già pesantemente colpita da decenni di malagestione e di clientelismo, che hanno procurato impunemente le condizioni in cui oggi ci troviamo. Le magre consolazioni di questa regione vanno ricercate nei sussidi come il Reddito di Cittadinanza, che ha senz’altro il merito di aver restituito un po’ di ossigeno alle migliaia di famiglie in povertà assoluta. La consolazione lascia comunque il tempo che trova, perché se l’intervento governativo ha reso meno drammatiche le condizioni economiche di una buona fetta della popolazione, allo stesso tempo non ha minimamente scardinato quelli che sono i fenomeni tanto noti quanto nocivi in questo territorio. 

La Calabria si attesta, nell’ultimo rapporto ISTAT, prima in classica per il tasso di lavoro irregolare, una maglia nera che rappresenta vividamente le profonde piaghe occupazionali della nostra regione. Il fenomeno espone i lavoratori e le lavoratrici in nero a turni massacranti, a stipendi da fame, alla negazione della maggior parte dei diritti, come quello alla sicurezza sul posto di lavoro. Non a caso, il maggior numero di infortuni mortali in Italia, si registra nella provincia di Crotone. In un mercato del lavoro così compromesso, dove quasi un quarto della popolazione affronta il dramma della disoccupazione, le alternative di sopravvivenza sono esigue.

Di questa condizione si nutre il sistema clientelare, che trasforma, senza colpo ferire, i diritti in favori. E se è vero che il clientelismo blinda molti posti di lavoro in cambio di voti per assicurarsi il mantenimento del potere e del controllo da parte delle rinomate famiglie politiche, è vero anche che lo stesso ricatto si applica alle prestazioni sanitarie, foraggiate dalle innumerevoli cliniche private seminate in tutta la regione, giocando quindi sui diversi fronti di bisogno in cui si trovano le persone, quello lavorativo e quello sanitario. 

Occorre, in ultima analisi, mobilitarsi, non soccombere ai ricatti, denunciarli, renderli di dominio pubblico e sensibilizzare quante più persone possibile. Per questo invitiamo la cittadinanza, i lavoratori e le lavoratici di ogni settore, a essere vigili e a non rassegnarsi. L’urgenza di agire, per evitare che a pagare i costi delle scelte assurde di politici e imprenditori siano sempre gli stessi, è impellente.

USB Confederazione Cosenza; Cobas Cosenza

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