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CALABRIA. LO STATO D’EMERGENZA COME MECCANISMO DI MESSA A PROFITTO DEL CICLO DEI RIFIUTI

Lo stato di emergenza identifica una situazione di pericolo o di crisi nella quale − spiegano i dizionari − le pubbliche autorità si mantengono in stato d’allarme e assumono poteri speciali. Se si considera soltanto la parola emergenza si vede come al significato ottocentesco di «circostanza, per lo più seria, che interviene inaspettatamente» è stato aggiunto progressivamente quello di «pericolo, urgente necessità». Su questo significato ha influito l’analogo uso inglese che, con litote eufemistica, impiega una parola più blanda, emergency, nel senso di «allarme, pericolo». In linea teorica, però, a emergere è anche il numero che fa vincere cento milioni di euro alla lotteria ed è, forse, in ragione di questa accezione che la nozione di emergenza climatica e ambientale viene accostata sistematicamente a concetti quali termovalorizzatore, ecodistretto, ambito territoriale ottimale [il famigerato ATO], revamping e persino buca o vasca la cui asprezza e sconvenienza è stata artatamente attenuata, eufemizzata appunto. Proprio di recente l’emergenza in tema di clima e ambiente è stata dichiarata da Antonella Rizzo, assessore all’ambiente della Regione Calabria: essa, usando le stesse parole dell’Assessore, «costituisce un primo tassello verso l’assunzione di responsabilità e impegni politici di alto livello in campo ambientale, economico e sociale».

Si vede bene come un siffatto tipo di emergenza venga all’occorrenza eufemizzata nel tentativo (per lo più riuscito) di far digerire un’emergenza autoindotta che, in Calabria più che altrove, è interamente gestita da poche ditte private. Queste, che rispondono ai signori molto noti dell’immondizia calabrese, lucrano, con la supervisione (altra parola eufemizzata) della Regione, sui flussi di rifiuti organici e indifferenziati, sui trasferimenti inutili e fittizi da un immondezzaio a un altro, sull’uso distorto delle discariche di servizio che, tra l’altro, fa lievitare enormemente i costi per i cittadini.

A tal proposito, non si dovrebbe dimenticare che l’80 per cento dei comuni, in Calabria, ha meno di cinque mila abitanti e che i dati demografici regionali parlano di intere comunità che progressivamente si spopolano per emigrazione verso il Nord o, addirittura, versi altri Paesi europei. Un lento processo di declino demografico che sta interessando soprattutto le aree interne della nostra regione che, dal censimento Istat del 1981, hanno perso oltre il 20 per cento della loro popolazione residente. I comuni interessati a questo fenomeno sono ben 190 sul totale di 404. Uno spopolamento che ha ridotto la popolazione complessiva della Calabria a 1.975.000 residenti circa, contro i 2.200.000 degli anni Ottanta. Sono molti quelli che conservano la residenza in Calabria ma che, in realtà, vivono altrove. Verosimilmente i residenti effettivi in Calabria non superano il milione e ottocento mila e la tendenza continua a essere drammaticamente negativa: l’ultimo rapporto Svimez parla di cinquecento mila abitanti che la Calabria perderà nei prossimi 50 anni.

Ma se il quadro demografico è estremamente chiaro, non lo è altrettanto il rapporto che intercorre tra produzione di rifiuti e popolazione residente. In Calabria le istituzioni preposte non hanno mai voluto chiarire fino in fondo il meccanismo che ha portato in pochi anni a creare nuove discariche per poi saturarle in pochissimo tempo. Le mobilitazioni popolari e le successive inchieste giudiziarie hanno dimostrato con chiarezza che molte delle discariche calabresi – quasi tutte private – sono servite per abbancare enormi quantità di rifiuti extraregionali spesso pericolosi. Il caso più emblematico a riguardo è senza alcun dubbio quello della discarica di Pianopoli (in provincia di Catanzaro) con le vicende giudiziarie che hanno interessato i proprietari.

Ma restando ai dati concreti, forniti ad esempio dall’ISPRA sulla produzione regionale di rifiuti urbani (per il 2017), è impressionante quello legato alla quantità di rifiuti urbani (RU) pro capite per anno: il dato calabrese, se si considera la reale popolazione residente, è del tutto paragonabile a quello relativo alla Lombardia: 430 kg/ab. per anno contro i 466 kg/ab. per anno dei lombardi. I due contesti regionali non sono per nulla paragonabili sia in termini di tessuto economico-produttivo sia in relazione alla ricchezza (e, quindi, alla capacità di spesa e di consumo) pro capite.

Si può facilmente intuire, allora, come lo stato di emergenza decretato dalla Regione − gestito con un sistema che, soltanto in provincia di Cosenza, prevedrebbe a Scala Coeli una discarica sette volte più estesa della precedente, a Cassano all’Ionio (che, lo si rammenti, insiste all’interno di un SIN, sito di interesse nazionale per le bonifiche da ferriti di zinco) una quinta buca e il sopralzo della quarta già esistente, a Castrovillari e a San Basile nuovi impianti, e che risulta, dunque, vetusto e sovradimensionato rispetto alle effettive esigenze di un territorio sempre più povero e spopolato − sia, di fatto, funzionale ancora una volta all’arricchimento di pochi soggetti privati, players del settore rifiuti.

Questo meccanismo di messa a profitto del ciclo integrato dei rifiuti si è plasticamente svelato durante l’ultima Giunta Regionale dello scorso 2 dicembre attraverso le parole dell’Assessore Rizzo la quale ha affermato che «nel corso dell’anno una serie di eventi concomitanti, tra cui il notevole aumento del prezzo unitario di smaltimento della discarica privata di Crotone e l’incremento di prezzo per il trattamento dell’umido presso l’impianto privato di Rende, ha comportato l’aumento degli oneri gestionali» confermando – probabilmente in maniera inconsapevole – che l’impasse, i disservizi e gli enormi costi sono, nella sostanza, riconducibili a politiche privatistiche di gestione del ciclo integrato dei rifiuti.

Visto che la Regione Calabria e il suo assessore all’Ambiente auspicano un cambiamento epocale, quasi una mutazione antropologica, nella disposizione e nelle abitudini dei cittadini verso il territorio, comincino loro stessi a rinunciare agli eufemismi e a chiamare con il suo nome una circostanza che è tutto fuorché un’emergenza. Quanto meno, sarebbe un buon inizio.

Ma questo ovviamente non basta.

Occorre sin da subito prevedere la dismissione di un’impiantistica che, per come è concepita a livello regionale, è obsoleta e di scarsa efficacia per la risoluzione definitiva del problema. È, inoltre, necessaria la stesura di un nuovo piano dei rifiuti che non sia frutto degli interessi dei privati del settore. Infine, è auspicabile l’abbandono definitivo del sistema degli ATO, diretta emanazione della logica di accorpamento macro-territoriale auspicata dai privati per facilitare un’economia di scale i cui profitti risultano direttamente proporzionali alla centralizzazione del ciclo dei rifiuti in pochi enormi impianti settorializzati (discariche, ecodistretti e inceneritori). Ridare, invece, centralità ai territori tramite l’autogestione diretta e pubblica dell’intero ciclo dei rifiuti da parte dei comuni (anche eventualmente consorziati) disarticolerebbe tali interessi fino a renderli diseconomici e improduttivi; risponderebbe maggiormente alla pratica della gestione chiusa e circolare dell’intero ciclo dei rifiuti all’interno dei territori dove vengono prodotti.

Questo, oggi, è l’unico sistema – affiancato a un programma virtuoso di raccolta differenziata spinta, detta comunemente porta a porta − che garantirebbe un elevato standard di efficienza e efficacia del servizio e indurrebbe l’attivazione, sui territori più economicamente depressi, di nuove possibilità di lavoro ecocompatibile e socialmente utile.

Alessandro Gaudio e Gennaro Montuoro (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela)

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