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LE DIRETTIVE DEL MINISTERO DEGLI INTERNI: OVVERO LA REPRESSIONE COME STRUMENTO DI PROPAGANDA E SALVAGUARDIA DI INTERESSI PRIVATI.

Con la Circolare Ministeriale N. 16012/110 del 15 luglio cm, si aggiunge un tassello al mosaico che i questi mesi sta prendendo forma. Il disegno alla base di questo “componimento” è chiaro pur nella sua incompletezza. Da un lato abbiamo un super-ministro che mostra i muscoli con strette repressive su occupazioni temporanee o permanenti, dall’altro abbiamo i contentini alla popolazione “esasperata” dall’inefficienza della giustizia, l’ampliamento del concetto di legittima difesa (più sulla carta che de facto).

Ma andando oltre le considerazioni più elementari si evidenzia ancor più nitidamente la ragione di fondo di questi provvedimenti. Il susseguirsi di decreti sulla sicurezza evidenziano un inasprimento di pene e controlli su occupazioni, minoranze culturali e migranti, colpendo lavoratori in lotta, spazi sociali, famiglie senza reddito e senza casa, transfughi e non potevano mancare i sempiterni “zingari”. Quindi c’è un attacco frontale ad un intero comparto sociale e chi prova a far emergere le contraddizioni di un sistema sempre più supino ai capricci degli operatori economici e finanziari.

Non c’è ombra di una qualsivoglia volontà di risolvere problemi strutturalmente connessi con l’ordine economico costituito, del quale questi problemi sono la diretta conseguenza, come se la ghettizzazione e le lotte per i diritti sociali e lavorativi non fossero diretta emanazione di questo sistema cinico e incurante delle sorti degli strati più bassi della società. Non volendo qui entrare nel meccanismo attraverso il quale, negli ultimi dieci anni, il numero di poveri è aumentato vertiginosamente, ci si limiterà a dire che buona parte dei nuovi poveri erano parte integrante e integrata della classe media fino ad un giorno prima della crisi globale. Quindi l’unica risposta che lo Stato è in grado di fornire è limitata alla repressione del dissenso.

Il censimento ordinato dall’ultima circolare ministeriale, va in questa direzione e completa il quadro delineato con i precedenti decreti sicurezza. Le motivazioni formali sono sostenute dall’esigenza di porre un freno ad episodi di criminalità e ad un perdurare di uno stato di illegalità diffusa, ma non è tutto così semplice.

“[…] una specifica attenzione sulle significative situazioni di illegalità e di degrado che frequentemente si registrano negli insediamenti in oggetto e che spesso configurano un concreto pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, anche nei contesti urbani posti nelle vicinanze delle aree in cui insistono tali insediamenti.”

Così come nei recedenti atti ministeriali, la salvaguardia sembra essere indirizzata più al decoro e alla valenza commerciale di aree urbane e beni immobili che alla sicurezza in sé, in aggiunta al fatto che si preferisce che la gestione di emergenze abitative e umanitarie sia effettuata a tiolo oneroso da associazioni e ONLUS di varia natura, piuttosto che avviare percorsi integrati che portino a soluzioni definitive.

Questo è il caso degli sgomberi di insediamenti abusivi e occupazioni abitative, che di per sé offrono l’unica alternativa alla strada, ma che all’attuazione del provvedimento o restano edifici vuoti o vengono demoliti, e gli occupanti finiscono temporaneamente ospiti di qualche circuito assistenziale che finiti i fondi li ributtano per strada.

Viene quindi da chiedere a chi giova tutto ciò o a cosa servono questi provvedimenti. La risposta, per quanto non semplicissima, risiede nei meccanismi dell’agire politico degli ultimi anni, fatto di una campagna elettorale permanente, nella quale la propaganda è la colonna portante di tutta la struttura di interessi che devono essere salvaguardati.

Criminalizzando i picchetti e le proteste non si tutelano i diritti dei lavoratori ma gli interessi delle aziende, che spesso e volentieri sono molto ben disposte ad accettare incentivi pubblici e poi scappare con la cassa abbandonando i territori al loro destino e magari lasciandosi dietro disastri ambientali e sociali.

Criminalizzando le occupazioni abitative e chi le vive, non si garantisce il diritto di un alloggio dignitoso, non si tutelano le fasce deboli della società, ma si salvaguarda il patrimonio immobiliare di privati o enti pubblici. Si preferisce avere gente per le strade invece che coinvolte in progetti sociali di auto-recupero degli spazi abbandonati, che hanno però il limite di non pesare sulle casse degli enti pubblici e di non innescare girandole di speculazione immobiliare.

Si buttano le persone in strada e poi le si accusa di vagabondaggio e le si allontana dalle aree di pregio delle città, favorendo la creazione di tante corti dei miracoli nei quartieri più critici. Si demoliscono i diritti barattando il welfare con un più cinico workfare, imponendo regole di spesa per quelle quattro lire che vengono elargite. Forme di controllo totale, dove e come devi vivere e a che prezzo e quando vieni espulso dal sistema non puoi, nemmeno in quel momento, provare ad autodeterminarti.  

Devi sempre essere all’interno di un sistema nel quale devi accettare la tua condizione con rassegnazione e pacatezza, nel mondo della competizione se hai perso è sempre colpa tua. Questo è il messaggio diretto e bieco che traspare dal mosaico di decreti e pacchetti sicurezza, sfornati dal Ministero degli interni, un flusso di dictat e ammonimenti, farciti con qualche regalia ai comuni e alle forze dell’ordine nei termini di assunzioni di nuovo organico.

Atti di una propaganda atta a fare piazza pulita dei poveri e dei dissidenti, per favorire quei soggetti che li hanno generati.

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