Malati calabresi rassegnatevi a sanguinare

di Claudio Dionesalvi

Tutto inizia con un’ombra, una “pallina”, una massa. All’inizio a vederla sono le macchine. I problemi cominciano quando i medici devono interpretare quello che risonanze magnetiche, tac ed ecografie vedono. A quel punto ti accorgi d’essere finito in un labirinto, ma il minotauro ce l’hai dentro. Per provare a uscirne, hai bisogno di una diagnosi. Devi fare in fretta. Ottenerla a sud di Roma, però, è una tragedia. Ciò che per un cittadino di Milano, Torino o Venezia è semplice, diventa un incubo per chi vive in Calabria. Non perché i locali medici non siano capaci. Abituati a lavorare in condizioni estreme, col tempo persino quelli meno portati diventano bravissimi. Il problema è atavico, profondo, innervato: la sanità pubblica è stata saccheggiata da poche famiglie che non accennano a scomparire dal paesaggio.

L’emigrazione forzata dei pazienti dal sistema ospedaliero calabrese verso le regioni del Nord, rischia di peggiorare la già drammatica situazione economica della sanità pubblica della Calabria. Mentre curarsi sembra essere un incubo.
 

Come per l’elettricità, l’acqua e i trasporti, il privato ha violentato il pubblico. Nella sola provincia di Cosenza, sono attive 158 tra cliniche e residenze private. Anziani, pazienti terminali e persone malate di mente stanno peggio di tutti. Più che di un ricovero o di una degenza, in moltissimi casi sono sottoposti a una costosa detenzione, segregati in attesa di estinguersi. È una detenzione costosa per le casse pubbliche, remunerativa per le lobby delle strutture private che percepiscono più di 20 milioni all’anno di finanziamenti.

«In 12 mesi effettuo da 800 a 1000 ecografie alla tiroide. Potrei arrivare a 4mila, ma se mi fosse consentito, chiuderebbe almeno una clinica privata della città, e finirebbe l’emigrazione sanitaria verso Pisa. Ecco perché mi impediscono di potenziare macchine, spazi e personale del mio reparto», spiega un medico dell’ospedale di Cosenza, che preferisce restare anonimo. La commissione d’accesso all’Asp cosentina, istituita tra il 2011 e il 2012, ha scoperto che per farsi pagare le prestazioni dall’Azienda Sanitaria Provinciale, le cliniche dovevano solo consegnare fatture contenenti generiche descrizioni delle prestazioni e dei servizi erogati. Inoltre, prima della stipula dei contratti con le strutture private, non era acquisita alcuna certificazione antimafia. Si capisce così la causa del deficit da 32 milioni di euro all’Asp di Cosenza?

«Mi hanno trovato un tumore alla prostata. Vado a operarmi a Milano. Qualcuno mi ha fatto notare che così mortifico il nostro sistema sanitario. Ma se mi prestassi a fare da cavia, mi sentirei come quell’animalista che per salvare gli squali a rischio di estinzione, li nutriva facendosi mordere da loro. Rimase senza braccia e senza gambe», racconta Mario, uno tra le migliaia di pazienti in fuga. Eppure in reparti nevralgici come quello di Oncologia a Cosenza, non mancherebbero le figure indispensabili a fornire una diagnosi: anatomopatologo, psicologo, oncologo, radiologo, senologo, medico nucleare, biologo. Il problema è che il paziente gli specialisti li deve inseguire, nel tempo e nello spazio. A differenza dei migliori centri specializzati italiani, il malato non riesce mai a incontrarli tutti insieme in poche ore. Così scatta la legittima ansia che spinge all’emigrazione forzata.

La Regione paga salato il costo di questo esodo. Il direttore generale del dipartimento Tutela della Salute Antonio Belcastro lo ha quantificato. Nel solo 2017 la Calabria ha versato 317 milioni alle strutture sanitarie delle altre regioni, almeno 50 dei quali, tra prestazioni ambulatoriali adattate con la forza a ricoveri, chemioterapie pagate illecitamente quasi il doppio, e pazienti non realmente residenti in regione, sono stati ingiustamente versati nelle casseforti delle “virtuosissime” Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia.

E non basta. Giorgio Marcello, ricercatore di Sociologia all’università della Calabria, fa notare che per effetto del caos in cui versa l’ospedale di Cosenza, moltissimi residenti della zona settentrionale della provincia si riversano nelle strutture della Basilicata per ottenere una diagnosi, causando un notevole esborso dalle casse regionali calabresi. Che la situazione ai piedi del Pollino sia drammatica, lo confermano 12 specialisti dell’ospedale di Castrovillari, tra i quali il dottore Ferdinando Laghi, molto impegnato anche nelle battaglie ambientaliste. In un recente appello denunciano la carenza di medici ed infermieri nelle divisioni di Broncopneumologia, Laboratorio e Pronto Soccorso. I firmatari chiedono l’apertura del reparto di Ortopedia, il completamento dei cantieri aperti, come quello della sala operatoria, oltre che l’espletamento dei concorsi per coprire i posti vacanti, l’identificazione degli sprechi e soprattutto la fine della “gestione accentratrice”. Ma tutto intorno le Calabrietacciono, un po’ vittime e un po’ complici dei propri drammi.

Ecco perché, a prescindere dalla validità dei provvedimenti che potranno essere adottati, suona come una beffa il consiglio dei Ministri programmato dal governo giallo-verde che calerà quaggiù «per fare pulizia nella sanità calabrese». Se fosse il risultato di una mobilitazione sociale, se fossero stati i calabresi a costringere lo Stato centrale ad assumersi delle responsabilità dopo tanti anni di commissariamento, l’azione politica del governo forse potrebbe trovare delle comunità pronte a recepire il cambiamento amministrativo ed etico. Ma finché le decisioni saranno calate dall’alto nell’ignavia generale e nel “sisalvichipuò”, i potenti parassiti che sinora hanno divorato le risorse disponibili, troveranno il modo di riciclarsi, come già stanno facendo sotto le insegne di Salvini. E le regioni che hanno generato la Lega, continueranno a nutrirsi della nostra disperazione.

 

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