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Come rendere simpatico un antipatico come Battisti

“Deve marcire in galera” ha dichiarato un trionfante Salvini

La spettacolarizzazione dell’arresto di Cesare Battisti, ha creato attorno all’evento una sacralità, tipica del mondo cattolico com’ è il nostro. Nella nostra religione, se si vuole dare grandiosità ad un santo, lo si porta in processione, gli si fa una fiera nel paese, nel giorno del suo festeggiamento, si sparano i fuochi d’artificio, alla fine della processione stessa. E’ questo, in senso laico, che si è proiettato negli occhi della gente. Un uomo “santificato”che arriva dall’alto, con un aereo di stato, e atterra su un circo mediatico preparato nei minimi particolari dal ministro dell’ansia e dell’angoscia. Le Tv di Stato, e non, erano tutte lì con le telecamere puntate al cielo, e così decine di cecchini, pronti a far fuoco, non si sa su chi e cosa. Ad attenderlo come due boia, sul patibolo con le asce in mano, Il ministro dell’angoscia Salvini ed il suo vice grillino Bonafede. Tutti e due sorridenti, circondati dai microfoni delle tv e delle radio, dimostravano una grande soddisfazione, come se fossero stati loro personalmente a catturarlo inseguendolo nelle foreste del Brasile di Bolsonaro e della Bolivia di Morales. Le dichiarazioni di Salvini, sono state agghiaccianti: “deve marcire in galera”ha detto. La nostra Costituzione Italiana, sulla quale questo buffone ha giurato, prima di diventare Ministro dell’angoscia, non parla di “marcire in galera”. L’ articolo 27 della Costituzione, così recita: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Quindi di cosa parla il Ministro? come si permette, di dire ad un essere umano, che deve marcire in carcere? nessuno deve marcire in carcere, se questa persona ha dimostrato di essere un’altra persona, di essersi riabilitato. A che servono allora tutti i programmi di riabilitazione, esistenti nelle carceri italiane? Lo sa il ministro dell’angoscia, che nelle carceri oggi ci sono corsi di teatro, di letteratura, di artigianato? Lo sa che ogni giorno, centinaia di detenuti escono dalle carceri affidati a cooperative sociale dove lavorano, per poi ritornare la sera? Che senso ha tutto questo, se un ministro dice che queste persone devono “marcire in carcere”?

Ma andiamo a Battisti, a questo mostro, che ha dimostrato di avere una grande dignità, scendendo da quelle scalette dell’aereo di stato. Non aveva occhiali da sole a coprirgli il viso, né un giubbotto sulla testa, né le mani sul viso. Era lì, davanti al mondo, con una tranquillità e con un piccolo sorriso, come per dire, “ma tutto questo lo fate per me”?

Alcuni passaggi sulla sua storia. Battisti venne arrestato nel 1979 nell’ambito delle retate che colpirono il Collettivo Autonomo della Barona (un quartiere di Milano), dopo che, il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani. Si decise la morte di Torreggiani perchè, il 22 gennaio 1979, assieme a un conoscente anche lui armato, aveva ucciso Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico in cui cenava in folta compagnia. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Chi uccise Torregiani intendeva colpire quanti, in quel periodo, tendevano a “farsi giustizia da soli”.

Battisti, accusato di questo omicidio, non ha partecipato a questa azione e nessuno potè asserirlo in sede processuale. Anzi questa circostanza — affermata in un primo tempo — venne poi totalmente esclusa. Altrimenti sarebbe stato impossibile coinvolgerlo, come poi avvenne, nell’uccisione del macellaio Lino Sabbadin, avvenuta in provincia di Udine lo stesso 16 febbraio 1979, quasi alla stessa ora. E nella sparatoria avvenuta nel ristorante Transatlantico, venne accertato che il figlio di Torreggiani, Alberto, rimasto paraplegico, fu ferito per errore proprio dal padre. Battisti venne collegato a questi omicidi, perché ammise di appartenere ai PAC, e come avveniva nella legislazione emergenziale, bastava rivendicare con un volantino un’azione per esserne incolpati. Battisti venne indicato come il capo dei PAC, ma in effetti non lo era.  Questa è una pura invenzione giornalistica, creata negli ultimi mesi. Né gli atti del processo, né altri elementi inducono a considerarlo uno dei capi. Del resto, non aveva un passato tale da permettergli di ricoprire un ruolo del genere. Era un militante tra i tanti.

Eppure, di tutti i crimini attribuiti a Battisti, quello cui si dà più rilievo è proprio il caso Torregiani, ed anche Salvini, così come fece l’altro ministro Castelli, lo cavalca, fino a farsi fotografare in casa con il figlio Alberto. Questo perché, la morte di Torreggiani si presta meglio al tema della legittima difesa da parte dei negozianti.

Andiamo ora al processo che non fu regolare. Il processo va inserito, nel quadro delle distorsioni della legalità introdotte dalla cosiddetta “emergenza”. Sotto il profilo del diritto generale, il processo fu viziato da almeno tre elementi: il ricorso alla tortura per estorcere confessioni in fase istruttoria, l’uso di testimoni minorenni o con turbe mentali, la moltiplicazione dei capi d’accusa in base alle dichiarazioni di un pentito di incerta attendibilità. Più altri elementi minori. A torturare gli arrestati fu la polizia. Vi furono ben tredici denunce: otto provenienti da imputati, cinque da loro parenti. Non un fatto inedito, ma certo fino a quel momento insolito, in un’istruttoria di quel tipo. I magistrati si limitarono a ricevere le denunce, per poi archiviarle. Uno dei casi denunciati più di frequente fu quello dell’obbligo di ingurgitare acqua versata nella gola dell’interrogato, a tutta pressione, tramite un tubo, mentre un agente lo colpiva a ginocchiate nello stomaco. Tutti denunciarono poi di essere stati fatti spogliare, avvolti in coperte perché non rimanessero segni e poi percossi a pugni o con bastoni. Talora legati a un tavolo o a una panca. Il sostituto procuratore Alfonso Marra, incaricato di riferire al giudice istruttore Maurizio Grigo, dopo avere derubricato i reati commessi dagli agenti della Digos da “lesioni” a “percosse” per assenza di segni permanenti sul corpo, concludeva che la stessa imputazione di percosse non poteva avere seguito, visto che gli agenti, unici testimoni, non confermavano. Dal canto proprio il PM Corrado Carnevali, titolare del processo Torregiani, insinuò che le denunce di torture fossero un sistema adottato dagli accusati per delegittimare l’intera inchiesta.  Vi dice niente, oggi, il caso Cucchi?

Il 25 febbraio 1979 l’imputato Sisinio Bitti denunciò al sostituto procuratore Armando Spataro le torture subite e ritrattò le confessioni rese durante l’interrogatorio. Tra l’altro, raccontò che un poliziotto, nel percuoterlo con un bastone, lo aveva incitato a denunciare un certo Angelo; al che lui aveva denunciato l’unico Angelo che conosceva, tale Angelo Franco. La ritrattazione di Bitti non fu creduta, e Angelo Franco, un operaio, fu arrestato quale partecipante all’attentato Torregiani. Solo che pochi giorni dopo lo si dovette rilasciare: non poteva in alcun modo avere preso parte all’agguato. Dunque la ritrattazione di Bitti era sincera, e dunque, con ogni probabilità, anche le violenze con cui la falsa confessione gli era stata estorta.  Figurò anche un altro teste, Walter Andreatta, che presto cadde in stato confusionale e fu definito “squilibrato” e vittima di crisi depressive gravi dagli stessi periti del tribunale.  Pur ammettendo il quadro precario dell’inchiesta, c’è da considerare che Cesare Battisti rinunciò a difendersi. Quasi un’ammissione di colpevolezza, anche se, prima di tacere, si proclamò innocente.  Può sembrare così oggi, ma non allora. Anzi, è vero il contrario.

  A quel tempo, i militanti dei gruppi armati catturati si proclamavano prigionieri politici, e rinunciavano alla difesa perché non riconoscevano la “giustizia borghese”. Battisti vi rinunciò perché disse di dubitare dell’equità del processo. Difatti, accusati minori furono colpiti con pene spropositate. Il già citato Bitti, riconosciuto innocente di ogni delitto, fu ugualmente condannato a tre anni e mezzo di prigione per essere stato udito approvare, in luogo pubblico, l’attentato a Torregiani. Era scattato il cosiddetto “concorso morale” in omicidio, direttamente ispirato alle procedure dell’Inquisizione. Il già citato Angelo Franco, pochi giorni dopo il rilascio, fu arrestato nuovamente, questa volta per associazione sovversiva, e condannato a cinque anni. Ciò in assenza di altri reati, solo perché era un frequentatore del collettivo autonomo. Secondo Luciano Violante, una certa “durezza”era indispensabile a spegnere il terrorismo. E Armando Spataro sostenne che, a questo fine, l’aggravante delle “finalità terroristiche”, che raddoppiava le pene, si rivelò un’arma decisiva.

 

FRANCESCO CIRILLO

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