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BENI COMUNI: linguaggio, politica, economia

I “BENI COMUNI” STANNO DIVENTANDO UNA PRESENZA COSTANTE NEL LINGUAGGIO, POLITICO, ECONOMICO DEI NOSTRI TEMPI.

Sinistra e destra, neoliberisti e neokeynesiani, conservatori e anarchici utilizzano il concetto nella loro propria accezione politica.
Persino la consigliera Barbara Blasi,dell’Udc, propone, per il Comune di Rende, di adottare un “Regolamento dei Beni comuni”, mentre “esperti di studi di beni comuni” si aggirano tra le stesse amministrazioni locali calabresi.

E’ difficile ignorare il prodigo uso di “beni comuni” nei discorsi dei politici calabresi.È quasi una legge della vita sociale contemporanea che, più i “beni comuni” vengono attaccati e più essi vengono celebrati.
Il nostro compito è comprendere come possiamo assicurarci che i “beni comuni” che creiamo siano realmente trasformativi delle nostre relazioni sociali e non possano essere cooptati.
Come possiamo evitare che i “beni comuni” vengano cooptati e divengano piattaforma su cui un ceto politico in declino possa ricostruire le proprie fortune?

Come possiamo creare, al di fuori dei “beni comuni” a cui diamo vita con la lotta, un nuovo modello di produzione non basato sullo sfruttamento del lavoro?

Cosa intendiamo per “beni comuni anticapitalisti”?

IN OGNI ANGOLO DEL MONDO GRUPPI DI PERSONE HANNO COMINCIATO A COSTRUIRE INSIEME BENI COMUNI: orti urbani, banche del tempo, gruppi di acquisto solidale, monete locali, licenze “creative commons”, pratiche di baratto, cucine popolari, esperienze di pesca comunitaria… Creare e difendere beni comuni è più di un argine contro gli assalti neoliberisti alle nostre vite. È la forma embrionale di un modo diverso di vivere, è il seme di una società oltre il mercato e lo stato.

Coordinamento Territoriale #DecidiamoNoi

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